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Piero Gheddo

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(06 febbraio 2007) da Asianews

Padre Gheddo: la sfida dell’islam è prima di tutto culturale e religiosa
di P.Piero Gheddo
 

Dell’Occidente ammirano lo sviluppo tecnologico e scientifico, ma lo vedono “vuoto” di anima. Anche nei Paesi moderati le madrasse insegnano la lotta all’Occidente ed espongono i ritratti dei “martiri dell’islam”. La sfida non può essere affrontata solo con mezzi giuridici, militari, politici e diplomatici.

 E’ culturale e religiosa, prima ancora che economica e politica la sfida che l’islam ha lanciato all’Occidente. “Ci ammirano per la tecnologia, l’economia, lo sviluppo e ci temono per la forza militare. Ma vedono nell’Occidente, e soprattutto nell’Europa, aridità, mancanza di figli, aborti, suicidi, matrimoni gay, insomma decadenza e loro hanno il compito di venire a dare un’anima allo sviluppo occidentale”. E’ quanto sostiene padre Piero Gheddo, missionario del PIME, nel suo “La sfida dell’Islam all’Occidente” (Ed. San Paolo, euro 9), frutto di una conoscenza maturata in più di 40 anni di viaggi.

“Quando si parla di sfida dell’islam – dice ad AsiaNews - si parla soprattutto di petrolio, di economia, di politica, di terrorismo. Tutto vero, però non è solo questo: la sfida è prima di tutto culturale e religiosa. Gli islamici sono popoli profondamente religiosi, anche se a volte in modo formalistico, come noi, peraltro, che vengono a contatto con noi, popoli che non hanno più Dio nel loro orizzonte. Così, da un lato ci ricattano col terrorismo, il petrolio, la demografia, per cui, ad esempio, si parla di invasione dell’Europa: in Germania i 7 milioni di turchi rappresentano il 10% della popolazione. Dall’altro lato, la sfida è religiosa: sono convinti di venire a dare un’anima al nostro sviluppo. Tutto ciò ci deve spingere a riflettere, invece quando si parla delle sfide islamiche si cercano risposte in interventi giuridici, militari, diplomatici, di blocchi economici”.

Ma perché lei vede una sfida in questo giudizio sull’Occidente da parte dei Paesi islamici?

“Il risveglio islamico, che ha meno di un secolo, si è dato come meta, in buona parte dei musulmani, di istaurare il Califfato nei Paesi islamici e di conquistare il mondo. La decadenza umana prima ancora che morale dell’Occidente, suggerisce il compito. L’Occidente ormai non sa cosa vuole. Crollate le grandi ideologie che l’Occidente aveva inventato per sostituire Dio, è rimasto il vuoto. E loro vogliono riempirlo”

Lei parla di Paesi islamici come di una unità, ma in realtà ci sono tanti islam e profonde divisioni.

“Sono più di 40 anni che giro nei Paesi islamici, li ho visitati praticamente tutti, a parte quelli del Caucaso e pochissimi altri. Mi ha impressionato che pur essendoci molti islam: sciiti, sunniti, sufi, moderati, fautori della sharia, sono tutti uniti in questa lotta contro l’Occidente. A spingerli è soprattutto quella che chiamano l’immoralità dell’Occidente, reclamizzata dai giornali e insegnata nelle scuole. Libri di testo e insegnanti insistono che l’Occidente è forte militarmente ed economicamente, ma è vuoto. E’ un giudizio cambiato nel tempo. I nostri missionari in Bangladesh, ad esempio, raccontano che negli anni ’40, quando sono arrivati, c’era ammirazione, paura, magari antipatia, ma non odio, si viaggiava tranquillamente. Poi forse il petrolio, forse Israele, ma è venuto l’odio. Bin Laden non è nato per caso”.

Ma molti Paesi islamici condannano Al Qaeda e il terrorismo.

“Anche nei Paesi moderati, le scuole islamiche, le madrasse, insegnano il Corano, ma soprattutto la lotta all’Occidente. Da lì, i migliori, magari poveri, vengono mandati alle scuole di formazione dei guerrieri dell’islam. Per noi saranno terroristi, ma le loro immagini sono nelle scuole, sono ‘i martiri dell’islam’. Non si dice mai quanto tutto questo abbia creato una mentalità profondamente antioccidentale nei popoli islamici, terreno maturo per il moltiplicarsi del terrorismo. Per anni Saddam Hussein e Gheddafi hanno versato 20/25mila dollari alle famiglie dei kamikaze. Sono convinto che ora altri continuano a farlo. Perché il terrorismo è parte della lotta contro l’occidente”.

Se questo è il quadro, cosa dovrebbe fare l’Occidente?

“L’Occidente dovrebbe capire qual è la sfida. E finora non lo fa: affronta il terrorismo con mezzi militari, economici, politici, giuridici, diplomatici e non pensa mai alla crisi della nostra società, che è immorale, invivibile. Non si dice mai: dobbiamo cambiare. Dobbiamo ritornare a Gesù, renderci conto che l’immoralità è una questione centrale. Non dico che dovrebbe comandare la Chiesa, per carità, ma essa è un fattore di sviluppo. La nostra cultura è fondata sul cristianesimo. Montanelli mi diceva: ‘sono un cattolico non credente e non praticante’ e quando gli chiedevo: come fa?, rispondeva col suo: ‘perché non possiamo non dirci cristiani’. Tolto il cristianesimo dall’anima dell’Europa, non restano che i ruderi di Atene e di Roma. L’idea di uguaglianza tra gli uomini e tra uomo e donna, la distinzione tra Chiesa e Stato, le scuole e gli ospedali, il rispetto per le persone: è tutto nel cristianesimo ed è ciò che ci distingue dall’islam.  E anche all’islam manca Gesù Cristo. Manca per esempio il senso del perdono. In Indonesia, a Sumatra, ci sono numerose etnie. Sono tutti musulmani, ma ogni tanto c’è una guerra intertribale. Per fermarla, il governo manda un comitato di pacificazione. E’ composto da cinque persone autorevoli e tra loro almeno due sono cristiane (di solito un cattolico e un protestante). Ho chiesto il perché di questa scelta, in un Paese musulmano. ‘Perché voi avete il senso del perdono, del mettere pace’, mi hanno risposto al Ministero degli interni. ‘Per noi musulmani la vendetta è sacra’. Per questo, quando un cristiano parla di pace è credibile, un musulmano no”.