(23 gennaio 2007) da
Asianews
PADRE GHEDDO RICORDA L'ABBE PIERRE
di P.Piero Gheddo
Con l'abbé Pierre, morto ieri a 94 anni, scompare una
delle icone
della carità cristiana più conosciute e amate nel mondo
intero.
Basti dire che le sue "Comunità Emmaus", iniziate
nel 1949 a Parigi,
sono oggi 191 in Francia e 421 nei quattro continenti di
Europa,
America, Africa e Asia (Filippine, India, Bangladesh,
Thailandia e
Giappone); in quest'ultimo continente il movimento Emmaus è
richiesto in vari paesi (anche in Oceania) e sta
diffondendosi
rapidamente. La vita sacerdotale dell'abbé Pierre, tutta
spesa per
aiutare i più poveri, i marginali, i rifiutati dalla società,
dopo
l'ultima guerra mondiale (nella quale aveva partecipato alla
resistenza francese) è stata orientata non solo all'azione
politica
e sociale per ottenere dallo stato francese una maggior
giustizia e
assistenza per i poveri, ma soprattutto a creare una
"coscienza
sociale" nei francesi, suscitando collaborazione alle
opere concrete
che stava facendo con le sue comunità Emmaus. Quando lancia
nel 1954
la prima campagna nazionale "Insurrezione della bontà",
il successo
immediato dell'iniziativa lo spinge ad allargare il raggio
della sua
azione e ad approfodire i contenuti evangelici non solo delle
comunità ma del movimento di opinione pubblica che si stava
creando.
Nel 1963, quando a Milano fondammo Mani Tese come
associazione di
aiuto ai missionari per le loro opere in favore dei poveri,
due
missionari del Pime andarono a Parigi ad invitare l'abbé.
Venne a
Milano, una delle prime volte in Italia, e parlò in diversi
ambienti
e in radio e televisioni. Il suo discorso era questo:
insisteva sui
motivi fondamentali della "Campagne contro la fame nel
mondo" che
allora in Italia era attivissima e coinvolgeva ogni ambiente
anche
laico, scuole, aziende, giornali, associazioni di vario
genere: la
carità cristiana dell'amore al prossimo, la giustizia
distributiva
verso chi ha molto meno di noi, la rinunzia al superfluo per
dare a
tutti il necessario e infine "non si tratta solo di
dare, ma di dare
e ricevere" dai poveri i valori umani che essi
testimoniano. Lo
slogan lanciato dall'abbé in quell'occasione era: "La
nostra
felicità consiste nel procurare la felicità degli
altri". E al
consiglio direttivo di Mani Tese, formato da cinque laici e
due
missionari ripeteva: "Rimanete fedeli allo spirito della
fondazione
e ai missionari, che sono i ponti privilegiati di aiuto e di
scambio
culturale con i popoli poveri". Concetti che colpivano a
quel tempo,
perché portavano orientamenti nuovi al tema della "fame
nel mondo",
orientata quasi solo a suscitare commozione ed a raccogliere
denaro.
Nel 1996 l'abbé suscitò scandalo per aver appoggiato un
libro
dell'amico Roger Garaudy (convertito all'islam), che negava
l'Olocausto degli ebrei e allineava i motivi per cui Israele
non
avrebbe dovuto esserci. Nel 2004 ancora i mass media mondiali
si
occuparono di lui pechè in un suo libro ("Mio Dio,
perché?")
rilanciava il sacerdozio femminile, sconfessava l'importanza
del
celibato sacerdotale e spezzava una lancia in favore dei
matrimoni
gay. Ma tutte queste "parole in libertà" (a
cavallo dei novant'anni)
non hanno diminuito, anche nella Chiesa e fra i credenti, la
venerazione per l'abbé il cui buon esempio di totale
donazione ai
poveri rimane tale, nonostante il suo spirito critico che
l'ha
portato spesso all'opposizione. Credo che l'abbé Pierre, i
suoi
scritti, i discorsi e lo spirito delle sue comunità, vadano
studiati
e diffusi perché è sempre attuale un ritorno al Vangelo e
alle
motivazione spirituali e culturali che ci spingono ad operare
nell'"unica guerra possibile, quella contro la fame e la
miseria".
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