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| (giugno 2010) da Asianews La rivoluzione sociale dei paria in Indiadi Piero Gheddo La redenzione dei paria inizia nel primo Ottocento con la presenza dei missionari cristiani: il Pime ad esempio è in India (Andhra Pradesh) e in Bengala dal 1855. Oggi l’Andhra Pradesh ha 80 milioni di abitanti e la Chiesa 12 diocesi (sei delle quali fondate dal Pime) con circa un milione e mezzo di cattolici.
L’eliminazione del sistema delle caste, e in
particolare della qualifica di “intoccabili”, i “fuori casta” è un problema
culturale, ma anche politico, che l’India si trascina fin da prima della sua
indipendenza. Nel Tamil Nadu si è svolta domenica la prima conferenza del
Tamil Nadu Untouchability Eradication Front, il Fronte per l’eliminazione
degli intoccabili. Il cuore del problema si può trovare nelle parole del
segretario del Partito comunista indiano, Prakash Karat: “Ancora dopo 62
anni di indipendenza, ciò che troviamo nella nostra società è che la casta
supera ogni classe”.
L’incontro, che ha visto la presenza di
numerosi gruppi di difesa dei diritti umani, ha visto anche l’affermazione
che va superata l’ulteriore discriminazione della quale soffrono i dalit
cristiani, che, a motivo della loro fede, si vedono esclusi anche dalle
“quote” che sono riservate nella pubblica amministrazione ai fuori casta.
Eppure, come spiega un missionario di grande
esperienza, come padre Piero Gheddo, proprio al cristianesimo si devono le
prime affermazioni sull’uguaglianza di tutti gli uomini.
La grande rivoluzione sociale che sta
attraversando l’India del “boom” economico, in Occidente “non fa notizia”:
160 milioni di “fuori casta” (“paria” , “dalit” o “harijans”) hanno preso
coscienza della loro dignità di uomini e chiedono conto dei loro diritti
calpestati. La Costituzione indiana del 1948 ha abolito le caste, ma
nell’India rurale (il 70-75% del miliardo e più di indiani) la separazione
e discriminazione castale sono ancora vive.
Un secolo fa, e anche meno, era molto peggio.
Padre Luigi Misani, missionario del Pime in Andhra Pradesh scrive nel 1934:
«Se volete avere un’idea della situazione dei fuori casta, leggete la storia
degli antichi schiavi. La condizione del paria è peggiore di quella di un
cane, libero di entrare e sdraiarsi nelle case e guai a chi lo tocca! Al
paria tutto è vietato e se qualcuno lo bastona, si ride e si incoraggia a
rincarare la dose. Prima della venuta degli inglesi non c’erano né corti né
giudici per i fuori casta. Un paria veniva ingiustamente privato di qualche
bene? ‘‘Mi cittamu prabuvu’’, diceva, ‘‘sia fatta la tua volontà, o signore,
ma vedi di essere misericordioso’’. La pena di morte era riservata a un
fuori casta che avesse osato entrare in case di bramini o in qualche tempio.
Nessun paria poteva andare a scuola e nessuno pensava di aprire scuole solo
per i paria. Di qui la grande ignoranza e degradazione morale. Erano così
abituati a simile stato, che non pensavano neppure di poter migliorare”.
Oggi si tende a dimenticare che la redenzione
dei paria inizia nel primo Ottocento con la presenza dei missionari
cristiani: il Pime ad esempio è in India (Andhra Pradesh) e in Bengala dal
1855, la regina Vittoria è incoronata “Imperatrice di tutte le Indie”
(India, Pakistan. Bangladesh, Myanmar e Sri Lanka) nel 1876. I missionari
cattolici e protestanti si rivolgono subito ai fuori casta e ai tribali
costruendo scuole. Il principio era: “Prima la scuola e poi la chiesa”. A
poco a poco, il paria capisce d’essere egli pure un uomo e incomincia a
prendere coscienza della sua dignità e dei suoi diritti. Intanto anche il
governo coloniale introduce in India leggi che migliorano la condizione
umana e aboliscono tradizioni religioso-culturali contrarie ai diritti
dell’uomo, come la vedova che si immolava sul rogo del marito.
Negli anni venti del Novecento, con il movimento
nazionalista e la carismatica figura del Mahatma Gandhi inizia il movimento
politico di redenzione dei paria. Gandhi entra in politica nel 1919 con la
sua “non collaborazione non violenta” contro gli inglesi ed ha uno
strepitoso successo. La presa di coscienza del diritto alla libertà da parte
del popolo indiano andava di pari passo con il secondo fine della
“rivoluzione non violenta” di Gandhi: la lotta per l’indipendenza politica,
unendo tutto il popolo contro gli inglesi, doveva far superare le divisioni
di casta e di religione, ad esempio fra indù e musulmani, per unirli
nell’unica India indipendente. Questo secondo scopo ebbe meno successo del
primo, ma non mancarono risultati positivi: ad esempio, i “dalit” (paria) e
i tribali presero coscienza dei propri diritti anche politici.
Uno storico indiano scrive: “La forte
impressione suscitata dalla carità cristiana nella mentalità tradizionale
dell’India può essere illustrata da numerose citazioni di autori e capi non
cristiani. L’eroismo di sollevare le popolazioni più umili dalla palude
della loro degradazione e del loro avvilimento era un fatto sconosciuto
nell’India del passato” ( Louis D’Silva, “The Christian Community and the
National Mainstream”, Poone 1986, pag. 50).
Negli anni venti e trenta inizia in Andhra
Pradesh il movimento di massa dei fuori casta verso la Chiesa cattolica.
Pronti a combattere e morire per l’indipendenza, i paria capiscono che
possono combattere anche per i loro diritti. Ma in quel tempo il
nazionalismo indiano di Gandhi contro l’Inghilterra era dominato dalla gente
di casta, che non voleva i fuori casta. “I paria dell’Andhra Pradesh -
scrive padre Augusto Colombo - anche grazie alle scuole fatte dai
missionari, presero coscienza della loro identità, ma non sapevano come
esprimerla in campo politico e sociale. Così si accorgono che i missionari
cristiani sono gli unici schierati al loro fianco. Di qui il desiderio di
abbracciare una religione che educa alla dignità di ogni uomo e
all’uguaglianza di tutti gli uomini, come figli dell’unico Dio. Non è stata
la Chiesa a convertire i paria, ma i paria che sono entrati nella Chiesa. Il
movimento era stato preparato dal Pime, che fin dal secolo scorso si era
dedicato ai poveri, aprendo scuole, dispensari, ecc.”.
Uno dei tanti esempi iniziali di questo
processo, che incomincia nel campo sociale e finisce in quello religioso, è
il caso di Denduluru e di padre Silvio Pasquali (1864 - 1923 ). Sconfitti
nella loro ribellione contro gli antichi padroni di casta che ancora li
opprimono (con l’aiuto della polizia), i fuori casta del villaggio ricorrono
al missionario che, scrive un confratello, “nella sua profonda umanità e
spirito soprannaturale, è stato per essi più di un migliaio di volumi sulla
teologia della liberazione”. Uomo di preghiera, ma anche uomo di azione,
affabile e gentile ma anche fermo contro ogni ingiustizia, Pasquali ricorre
al governo che in linea di principio era favorevole a distribuire le terre
incolte dei latifondisti ai poveri. Così, nonostante la resistenza dei
proprietari che si vedono sfuggire la mano d’opera a basso prezzo, combatte
coraggiosamente la sua battaglia con le autorità e nei tribunali e ottiene
la requisizione e la distribuzione delle terre ai senza terra: non con
metodi violenti, ma secondo il diritto vigente. Il risultato, in termini
ecclesiali, sono i 400 battesimi a Vatlur nel 1918 e i 700 a Denduluru nel
1921. Padre Pasquali amministra più di mille battesimi all’anno.
Con questo e altri casi simili, il movimento dei
paria verso la Chiesa diventa consistente. Oggi l’Andhra Pradesh ha 80
milioni di abitanti e la Chiesa 12 diocesi (sei delle quali fondate dal
Pime) con circa un milione e mezzo di cattolici in grande maggioranza fuori
casta. Ormai anche i paria studiano e crescono come gruppo sociale e la
discriminazione nei loro confronti diminuisce e quasi scompare nelle città.
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