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Piero Gheddo

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(novembre 2008) da Asianews

                   Perché sono felice della vittoria di Obama

 

      Roma, 5 novembre 2008

 

    La vittoria elettorale di Barack Obama mi rende felice. Dico la verità sono contento che abbia vinto lui. Vedremo cosa saprà e potrà fare, ma per il momento sono contento, per tre motivi precisi

1)     Viviamo nel tempo di televisione, internet e tutti gli altri strumenti informatici che trasmettono in tempo reale notizie e immagini, Anche la contesa politica è ormai su questa linea. Penso che il nero Obama sia adatto a dare un’immagine diversa e positiva dell’America all’opinione pubblica mondiale. Ne sono contento perchè oggi l’America è spesso malvista e anche odiata in tutto il mondo, sia in Europa che negli altri continenti. L’11 settembre 2001 ero in Bangladesh e quel giorno, nel lebbrosario di Dhanjuri, non avevamo sentito nulla del crollo delle due Torri a New York. La mattina dopo andando in auto a Dinajpur, passavamo in paesi e città con la folla in festa e non sapevamo perché. Poi abbiamo capito: il popolo era contento dell’umiliazione subita dall’America e in genere dall’Occidente, mentre il bilancio statale del Bangladesh è finanziato al 70% da Inghilterra, Stati Uniti e paesi occidentali anche attraverso l’ONU. Le vicende dell’ultimo secolo l’hanno dimostrato che gli Stati Uniti d’America rivestono un ruolo fondamentale per la difesa della democrazia e dei diritti dell’uomo e della donna. Nel mondo, su circa 180 paesi, solo 67 sono riconosciuti come “democratici”. Mi auguro un futuro migliore per l’umanità e credo che gli Stati Uniti siano positivi in questo senso, come tutto l’Occidente cristiano del resto. Nei paesi dell’Africa nera demonizzano il colonialismo europeo, ma ora che sperimentano quello cinese, tutti concordano nel dire che è molto peggio!

2)     Obama è il primo Presidente nero degli Stati Uniti. Il popolo della massima potenzia mondiale supera di slancio il pregiudizio razziale, dando a Obama sul suo avversario una schiacciante vittoria. Un fatto che penso avrà un forte impatto positivo contro qualsiasi forma di discriminazione razziale, ancora ben presente, specialmente nei confronti dei neri, nei nostri paesi europei e in altre parti del mondo. Un Presidente nero a capo degli Stati Uniti d’America, come stimolo e segno di riscatto per i neri di tutto il mondo è un avvenimento straordinario. Io missionario, che ho visto da vicino l’umiliazione dell’Africa nera e dei neri in parecchi paesi nord e latino-americani, ne sono felice.

3)     L’America, come paese e come popolo, ha conservato un’alta immagine della religione, secondo l’impostazione data dalla Carta Costituzionale firmata dai Padri fondatori nel 1788, che vige tuttora con alcuni emendamenti. Barack Obama, appena ha saputo di essere il nuovo Presidente degli Stati Uniti, ha arringato la folla a Chicago concludendo con queste parole: “Dio vi benedica e benedica l’America”. In Italia, paese secolarizzato come tutta l’Europa comunitaria (vivere come se Dio non esistesse), questo non sarebbe possibile, nemmeno la nostra Costituzione nomina Dio. Gli Stati Uniti, con tutti i loro difetti e peccati personali e comunitari, sono sostanzialmente un paese cristiano, in cui la religione è alla base della sensibilità popolare, la cultura nazionale è rispettosa delle religioni, la presenza delle religioni è diffusa e condivisa molto più che in Europa. Non c’è in America, se non in frange intellettuali, il diffuso ateismo militante presente nell’Europa comunitaria. Le radici nazionali americane non sono illuministiche né anti-clericali e la cultura americana non è stata influenzata dalle ideologie marxista e nazista che hanno sconvolto e devastato il nostro continente.

     Non do giudizi sulla persona di Obama che non conosco, né su quanto farà come Presidente americano (non lo sa nemmeno lui), ma per questi due motivi sono contento che abbia vinto le elezioni e sia il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

                                                                          Piero Gheddo



Il cristianesimo nobilita il lavoro manuale

Roma, 7 Novembre 2008

     Quando Papa Benedetto ha parlato a Parigi nel settembre 2008 volevo leggere i suoi discorsi, ma non avevo tempo. Li ho riletti adesso e mi ha colpito il suo discorso del 13 settembre a 700 intellettuali francesi nel “Collegio dei Bernardini” là dove parla delle radici cristiane dell’Europa ed ha accennato al “lavoro manuale, come componente fondamentale del monachesimo occidentale, e che appare come un’espressione particolare della somiglianza degli uomini con Dio, un collaborare con il Creatore”. Senza questa cultura del lavoro, introdotta dai Benedettini e dai monaci cristiani, ha aggiunto, lo sviluppo dell’Europa sarebbe impensabile.

Interessante questo accenno del Papa alla “cultura del lavoro manuale” introdotta dal cristianesimo in Europa, come una delle “radici cristiane d’Europa”, da cui viene anche il nostro sviluppo economico. Infatti, nell’antico mondo greco-romano, il lavoro manuale e i lavori pesanti erano riservati agli schiavi, ai prigionieri di guerra, ai condannati per colpe gravi. Vari studiosi e storici sostengono che una delle cause dell’espansione militare e commerciale di Roma, capitale del mondo occidentale antico, era anche di poter avere molti prigionieri e schiavi per i grandi lavori materiali che i romani facevano in ogni parte del mondo allora conosciuto: strade, palazzi, acquedotti, ponti, stadi, aeropaghi. Il “civis romanus” non si abbassava a fare i lavori degli schiavi.

D’altra parte, il sistema delle caste in India, abolito dalla Costituzione del 1948 ma ancora vigente nella vita quotidiana (più nelle campagne che nelle città), è proprio fondato sulla divisione dei lavori fra le caste, ciascuna con i suoi diritti e doveri, penetrabili fra di loro. Il bramino non potrà mai diventare paria e fare i lavori dei paria. Nel mondo buddhista, voglio citare cosa scriveva un missionario che è vissuto in Birmania 65 anni, il Venerabile padre Clemente Vismara (1897-1988), il quale sperimentava che fede e sviluppo economico vanno di pari passo:

“La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra fede non attacca o, se attacca, lo fa in modo fittizio. Sono fermamente convinto che bisogna insegnar loro a vivere corporalmente e poi il segno della Croce. La pigrizia è come incarnata in questo popolo, a volte vien perfino lo scrupolo ad aiutarli perché spesso vuol dire renderli ancora più pigri. Il nostro scopo è di educare i piccoli abituandoli al lavoro. Io ci tengo ad insegnare e ad abituare al lavoro, e per persuaderli, lavoro io stesso… Il difficile è che essi sono persuasi di essere nell’abbondanza e che a loro non manchi nulla… Quando soffrono la fame, se dai loro riso gratis per tre giorni, per tre giorni stanno in ozio. Dicano pure che il buddhismo è una buona religione. Io sono persuasissimo che, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America e dall’Europa, ma se non cambiano fede saranno sempre allo stesso punto… Cristianesimo e incivilimento sono sinonimi, di qui non si scappa”.

Il cristianesimo, aggiungeva padre Clemente, “è l’unica grande religione il cui Fondatore ha lavorato manualmente”. Attraverso Cristo, Dio ha rivelato all’uomo il dovere di collaborare alla Creazione col “sudore della fronte” dice la Bibbia, cioè col lavoro personale; e San Paolo afferma: “Chi non lavora non mangi”. Lo sviluppo moderno dell’Occidente viene da radici cristiane? Il fatto che l’Europa, piccola appendice dell’immensa Asia, si sia sviluppata in tutti i sensi (anche nei diritti dell’uomo e della donna, nella democrazia) prima degli altri continenti e culture è un fatto storico. C’è un’altra spiegazione, oltre a quella delle radici cristiane?

Piero Gheddo

 

Obama: il presidente abortista che farà male ai neri d’America

 

Roma, 10 novembre 2008

 

    Il 5 ottobre scorso ho pubblicato il Blog “Perché sono felice della vittoria di Obama”, che è stato pubblicato anche su “Asia News”. Un confratello americano del Pime, padre Mark Tardiff, già missionario in Giappone e ora a Roma come consigliere della direzione generale dell’Istituto, così risponde al mio Blog.

 

    Posso capire la gioia di p. Gheddo per l’elezione di un afro-americano a Presidente, data la vergognosa storia di razzismo che ha contraddistinto gli Stati Uniti in passato. Ho ancora un nitido ricordo del dolore che provavo, da patriota americano, durante gli anni di liceo, nel conoscere le storie di schiavitù e razzismo. Il fondo è stato toccato con il caso Dred Scott vs Sanford, 60 U.S. 393 (1856)[1]. È già un male che la schiavitù sia tollerata. In quel caso, tuttavia, la Corte Suprema degli Stati Uniti, la massima autorità giuridica del Paese, ha sancito che la schiavitù era giustificata dalla Costituzione, ed era per questo una parte fondamentale dell’ordinamento della nazione. La Corte ha citato le parole della Dichiarazione di Indipendenza degli Usa [il documento che segna la nascita della nazione, ratificato a Filadelfia il 4 luglio del 1776] che recita: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”; poi ha stabilito che queste parole non si potevano applicare ai neri, i quali erano considerati come una mera proprietà.

   Tragicamente, allo stesso modo, la posizione di Barack Obama sull’aborto contraddice la portata storica della sua elezione. Nei casi Roe v. Wade, 410 U.S. 113 (1973), e in quello vicino Doe v. Bolton, 410 U.S. 179 (1973)[2], la Corte suprema ha dichiarato che fare l’aborto lungo tutti i nove mesi di gravidanza, fino al momento della nascita, era legale. La Corte ha stabilito che ogni restrizione doveva tener conto di eccezioni a causa della salute e poiché le eccezioni dovevano includere aspetti psicologici e emotivi, le tensioni di una donna in gravidanza nell’aver da partorire un figlio sono una ragione sufficienti per un aborto a qualunque stadio. La Corte ha dichiarato che “la legge non ha mai riconosciuto i non nati come persone in senso pieno”, escludendoli così dalla comunità di persone che gode del diritto inalienabile alla vita, proprio allo stesso modo in cui  il tribunale Dred Scott ha escluso i neri dall’inalienabile diritto alla libertà.

    Il neo-eletto Presidente Obama è da tempo impegnato con forza non solo a preservare, ma anche estendere l’attuale regime in tema di aborto che domina negli Stati Uniti. Quando era senatore dell’Illinois, egli si è opposto a misure che avrebbero reso obbligatorie cure mediche per i bambini sopravvissuti all’aborto e riusciti a nascere vivi. Il suo ragionamento era che una legge simile avrebbe potuto mettere in questione la mancanza di diritti dei non nati. La sua netta posizione nel considerare il non nato come una “non persona legale” è tragicamente ironico, per il fatto che egli appartiene ad una razza che in passato è stata trattata allo stesso modo dei non nati.

    A rendere piena la tragedia – come pure una triste ironia – è che gli Afro-americani sono fra i più colpiti dall’aborto. I neri sono il 12% della popolazione americana, ma il 35% di tutti gli aborti sono eseguiti su donne nere. Gli Afro-americani sono l’unica minoranza che negli Usa stanno diminuendo di numero. Planned Parenthood, la più grande organizzazione abortista degli Usa ha il 78% delle loro cliniche nei quartieri delle minoranze. Ciò corrisponde al pensiero di una delle sue fondatrici, Margaret Sanger, una entusiasta eugenista, che ha scritto: “Le persone di colore sono come dell’erbaccia umana, che va sterminata”.

   È comprensibile che gli Afro-americani abbiano votato in massa per Obama, afferrando l’occasione di affermare il loro ruolo nella società americana. Ma tragicamente, troppo pochi fra loro hanno capito questo: il candidato che essi pensano darà loro valore politico, è anche un forte sostenitore del Planned Parenthood e delle sue politiche abortiste che, se continuano come adesso, ridurrà all’insignificanza il voto nero entro il 2038.  Anche questo è all’interno della strategia di Margaret Sanger. Lei ha capito che se i bianchi tentavano di “eliminare l’erbaccia umana”, la cosa avrebbe destato sospetto. Per questo ha dedicato molto tempo a reclutare leader neri, che possono convincere la propria gente a cooperare all’auto- distruzione.

    È più che tragico il fatto che il primo Afro-americano, eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, è un uomo che avrebbe ricevuto l’applauso di Margaret Sanger, piuttosto che l’applauso di Martin Luther King.

Sinceramente,

P. Mark Tardiff

[1] Il riferimento è alla causa fra lo schiavo Dred Scott e i suoi padroni, i Sanford, nello stato del Missouri. Nel 1856 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sancito che i discendenti degli africani importati in America e i loro eredi – siano essi sottoposti a regime di schiavitù o meno – non potranno mai essere considerati cittadini americani. Al contempo la Corte ha sancito che il Congresso non ha il potere di abolire la schiavitù nei singoli Stati della Federazione.

[2] Il 22 gennaio 1973 le due sentenze Roe vs Wade e Doe v. Bolton 410 U.S. 179 hanno introdotto un nuovo regime giuridico per il concepito. Esse hanno stabilito che, nel periodo anteriore alla fine del  primo trimestre,il permesso di interrompere una gravidanza deve essere accordato dal medico curante della donna. Per quanto riguarda i mesi successivi lo Stato può disciplinare l’interruzione della gravidanza per tutelare la salute della madre.

 

 

Caro Mark,

              grazie della tua lettera che fa conoscere aspetti non conosciuti in Italia sul primo Presidente nero degli Stati Uniti. Il mio breve editoriale esprimeva solo, come cristiano e missionario, la gioia di avere un Presidente nero in America per tre motivi:

-         primo, perché l’immagine degli Stati Uniti è molto negativa in tutto il mondo, specie nel Sud del mondo, e questo mi spiace molto: gli USA sono la prima potenza mondiale e sono un paese democratico e cristiano. Se la loro immagine diventa meno negativa oppure positiva, ne sono felice, come immagino anche tu lo sei;

-         secondo, perché il Presidente nero è un forte segno di riscatto dei neri in tutto il mondo, specie in Africa, dove i nostri missionari del Pime lavorano e vedono tutti i giorni l’umiliazione di questa parte dell’umanità, nostri fratelli e sorelle, anch’essi figli di Dio come lo siamo noi;

-         terzo, perché gli USA hanno mantenuto come paese e come popolo, al contrario di quanto ha fatto l’Europa, una forte identità cristiana e un Presidente nero che si riferisce a Dio nel suo primo discorso ufficiale (cosa che non succede nemmeno in Italia!!!) è un bel segno ed esempio per tutti.

    L’ho detto con chiarezza: non conosco Obama e non posso giudicarlo, non so cosa farà come Presidente (non lo sa nemmeno lui) e naturalmente spero che non favorisca aborto e nozze fra i gay. Tutto questo lo vedremo in seguito. Per il momento io sono contento per l’esempio di giovinezza, democrazia, superamento del pregiudizio razziale e forte identità cristiana che gli Stati Uniti danno al mondo.  Piero Gheddo