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Piero Gheddo

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(settembre 2007) da Asianews (versione cartacea)

IN MYANMAR NASCE LA CHIESA
di P.Piero Gheddo
 

    Nella stampa internazionale degli ultimi due mesi succede un fatto strano. In genere, il  Myanmar è quasi dimenticato, ma da agosto ad oggi si moltiplicano articoli e analisi su questo paese, bloccato nel suo sviluppo da una dittatura militar-socialista al potere dal 1962, oggi fra le più chiuse e oppressive del mondo. Il motivo è questo: il 15 agosto il governo ha raddoppiato (in alcune regioni triplicato) il prezzo della benzina, tagliando le gambe ad un’economia asfittica oltre che a lavoratori e studenti che ogni mattino si recano al lavoro in pullman. Le manifestazioni popolari di protesta, iniziate il 19 agosto, si sono diffuse in modo così rapido e massiccio, che il Tatmadaw (il famigerato esercito birmano) le ha represse nel sangue con migliaia di arresti; e si sa che gli arrestati sono condannati a gravissime pene detentive e spesso non danno più notizia di sé. Dall’inizio di settembre anche i bonzi buddhisti sono scesi in piazza per protestare e vengono affrontati con i gas lacrimogeni e i pesanti e taglienti manganelli di bambù che spesso lasciano il segno.

    Era dal 1988 che non si verificavano sollevazioni così estese e partecipate. Allora si erano concluse con una “Tienanmen” tropicale, circa 3.000 morti e le prime elezioni generali del 1990, convocate in seguito alle pressioni internazionali. Il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi (figlia del padre della Patria) aveva vinto con l’83% dei voti (i socialisti solo il 10%). Ma la giunta militare al potere ha continuato come prima, cambiando il nome della Birmania (Myanmar) e di parecchie città (Yangon invece di Rangoon, Bago per Pegu, Taungngu per Toungoo, Kyaing Tong per Kengtung, ecc.) e costruendo la nuova capitale a Pyinmana, città artificiale e militarizzata sulle montagne fra Yangon e Mandalay. Il Myanmar sta seguendo le orme della Cina, che si è aperta al turismo e al commercio, ma tutto il resto è rimasto strettamente controllato dal partito al potere e dall’esercito.

    Cinque anni fa ho potuto visitare una delle “regioni autonome” in regioni periferiche del paese, ai confini con la Cina. Nella cittadina principale (Mong Lar), dalla quale si entra facilmente in Cina, le scritte su negozi e uffici sono in birmano e in cinese, i taxi tutti cinesi, la moneta corrente cinese e birmana, come ristoranti e negozi vari; molte case e strade nuove, molti tecnici e lavoratori cinesi che costruiscono palazzi, strade e canali d’irrigazione dei campi, stampano il loro giornale in cinese. La presenza dei cinesi sta sviluppando e modernizzando questa, come altre regioni autonome. Per sopravvivere, mi dicevano, i militari hanno accettato l’aiuto interessato dei cinesi, che realizzano una pacifica “colonizzazione” nelle regioni di confine. La Cina è già oggi il principale partner commerciale e sostegno politico e militare internazionale del regime totalitario birmano: acquista petrolio e gas, minerali e legno e offre assistenza militare e tecnica. Ecco perchè tutto questo preoccupa i paesi del sud-est asiatico e soprattutto l’India, che ha avuto una lunga storia di immigrazione qualificata verso la Birmania. Nell’anno dell’indipendenza dall’Inghilterra (1948), una parte importante della classe dirigente del paese (commerci, industrie, tecnici, insegnanti) attraverso la colonizzazione veniva dall’India, diffondendo l’inglese e le tecniche moderne. Oggi i cinesi hanno preso il posto degli indiani: la Cina si affaccia ai mari del sud.

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     La “via birmana al socialismo”, che voleva costruire “un socialismo ispirato al buddhismo” (o “un socialismo alla birmana di ispirazione buddhista”) è miseramente fallita. Myanmar è uno degli ultimi regimi staliniani che, schiavizzando il popolo,  sopravvivono al crollo del paese-guida l’Unione Sovietica. Il “socialismo birmano” è un autentico comunismo, persino nella “Carta costituzionale” del partito al potere varata nel 1963 (“The Philosophy of the Burma Socialist Programme Party” con l’appendice programmatica: “The burmese Way to Socialism”), dove si leggono queste parole chiarissime:

     “L’uomo è il più importante di tutti gli esseri: è l’Essere Supremo. Al posto di dio (il dio di qualsiasi religione, compreso Buddha come dio del Buddhismo) bisogna mettere l’uomo….La storia dell’umanità è non solo storia di nazioni e di guerre, ma anche di lotta di classe. Il socialismo intende mettere fine a questo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’ideale del socialismo è una società prospera, ricca, fondata sulla giustizia. Non c’è posto per la carità. Noi faremo di tutto, con metodi appropriati, per eliminare atti e opere di falsa carità e assistenza sociale. Lo stato pensa a tutto. Nutrire ed educare i figli dei lavoratori sarà esclusiva responsabilità dello stato, quando ci saranno sufficienti risorse economiche. L’attività di imprese sociali fondate sul diritto di proprietà privata è contro natura e non fa che sfociare in antagonismi sociali. La proprietà dei mezzi di produzione deve essere dello stato. Un’azione può essere considerata retta e morale solo se serve agli interessi dei lavoratori…..”.

      Partendo da queste aberranti linee-guida, la giunta militare ha portato la Birmania, che nel 1960 era il primo paese del sud-est asiatico come reddito pro capite e sviluppo democratico, ad essere l’ultimo. Basta andare in Thailandia e poi in Myanmar per rendersene conto: il distacco è abissale. Anche un paese poverissimo come il Bangladesh (manca di terra!) presenta un volto migliore del Myanmar. Basti dire che, secondo dati dell’ONU (2004) il Bangladesh ha un reddito medio pro capite di 389 dollari USA, Myanmar solo 184! Tutti i settori della vita nazionale sono arretrati, strade, scuole, assistenza sanitaria, livello di vita, istruione, ecc. Soprattutto preoccupa anche i militari la perdita dell’inglese come seconda lingua. Dalla metà degli anni sessanta, l’inglese non è più insegnato e questo oggi, in piena globalizzazione mondiale, è un danno quasi irreparabile, che la Birmania in parte condivide con la Cina. L’India ha potuto svilupparsi rapidamente come tecnologie ed esportazioni, proprio perchè ha conservato e potenziato la conoscenza dell’inglese. Altro gravissimo danno: dopo il 1990, le università e le scuole superiori non hanno più funzionato regolarmente, spesso chiuse dal governo stesso per timore di manifestazioni studentesche. Gli studenti birmani che riescono a uscire dal paese per studiare (e vengono, ad esempio, a Roma) figurano agli ultimi posti come conoscenze e vivacità mentale. Sono giovani intelligenti, buoni, desiderosi di imparare ma vengono da un società che vive ancora con i ritmi e la metalità di mezzo secolo addietro.  Eppure il birmano è un popolo forte e di enormi possibilità e Myanmar è il paese più ricco di risorse naturali del sud-est asiatico. Con un’estensione più di due volte l’Italia ha solo 50 milioni di abitanti: il Bangladesh, esteso come metà Italia, ne ha 140 milioni!

     La causa radicale di questa decadenza anche economica è la politica di cieca repressione del popolo e di chiusura verso l’esterno praticata dal governo, che oggi sta cambiando registro e aprendosi al turismo e ad alcuni investimenti stranieri; e poi la nazionalizzazione di tutte le terre, di scuole e ospedali, di attività produttive e commerciali. Un sintomatico ricordo personale per dare l’idea della situazione (adesso in parte cambiata in senso positivo). Nel primo viaggio che ho fatto in Birmania (1983), siamo andati, con un amico dell’ambasciata italiana e la sua auto, da Rangoon e Toungoo: 200-250 chilometri, una giornata intera di viaggio per l’infame e micidiale strada nazionale numero uno fra la capitale e Mandalay (come la nostra A1 fra Milano e Roma), quasi deserta. Fermandoci più volte in villaggi di campagna, ho fotografato grandi ammassi di risone nei campi vicini ai villaggi, sommariamente difesi da teloni cerati e assaltati da ondate di corvi e altri uccelli che venivano a beccare il loro cibo. Attorno a questi cumuli, molti spaventapasseri che ondeggiavano per il vento, con uomini e donne che gridavano e battevano continuamente tamburi e gong per spaventare i volatili! La gente del posto diceva: “Una volta, ciascuno produceva il suo riso, sapeva conservarlo e lo vendeva. Adesso bisogna portare tutta la produzione all’ammasso dello stato: si produce molto meno e parte del raccolto va disperso in tanti modi. La Birmania era “il granaio” dell’Asia, esportava riso in diversi paesi, oggi basta a mala pena a se stessa.

 

                                                      * * * * *

      Eppure, anche fra un popolo così misero e schiacciato da un regime esiziale che lo porta quasi al limite della sopravvivenza, sta nascendo la Chiesa, che per la vivacità della fede e l’esempio dei cristiani è capace di dare speranza non solo al popolo birmano, ma anche alle nostre Chiese antiche e in decadenza. L’evangelizzazione della Birmania nei tempi moderni è iniziata poco prima della metà dell’Ottocento con i battisti americani, poi sono venuti i missionari cattolici. Oggi i cristiani si calcolano fra i tre e i quattro milioni, quasi tutti membri di Chiese e sette protestanti, i cattolici sono 600.000. L’80% circa del popolo è buddhista, ma ci sono forti minoranze di tribali (shan, karen, chin, kachin, rakhine, mon, wa, padaung, akhà, lahu, ecc.) che, attraverso le scuole missionarie che li hanno alfabetizzati, vengono al cristianesimo.

    Nel 2007 il Pime ricorda i 140 anni della sua presenza in Birmania (1867-2007), dove la Chiesa locale celebra in vari modi questa ricorrenza; anche l’Istituto ha avviato studi e celebrazioni. Si potrebbe pensare che questo è un fatto particolare, di scarso interesse per i cristiani del nostro paese, troppo distante dai  nostri problemi oggi, qui nella nostra Italia. Questa, per noi cattolici (cioè “universali”), è una visione piuttosto miope dell’avvenimento. E mi spiego. Ho visitato diverse volte Myanmar e negli ultimi anni ho studiato, nell’Archivio generale del Pime a Roma, la documentazione sulla nascita della Chiesa in questo grande paese asiatico, che ammonta a circa 120.000 pagine di lettere, relazioni, testimonianze, studi, documenti ufficiali, per pubblicare il volume storico ma anche attuale “Missione Birmania: 140 anni di presenza del Pime in Myanmar (1867-2007)”, (EMI, Bologna, 2007, pagg. 462). 

     C’è un filo rosso che attraversa questa storia di 140 anni del cristianesimo nella “Birmania orientale”, dove nel 1867 non c’era nulla di cristiano e oggi ci sono sei diocesi e un popolo di Dio molto vivo ed esemplare: in meno di un secolo qui è nata una Chiesa nuova. Ho letto (spesso con la lente) le lettere antiche, prendendo appunti, trascrivendo i passi più importanti; e mi sono commosso a leggere le avventure e gli eroismi dei missionari e dei giovani cristiani locali, le fatiche, la miseria estrema, la fame, l’isolamento, le guerre, le persecuzioni e il martirio per portare il nome di Gesù a chi non l’aveva mai conosciuto. Mi ha consolato vedere come lo Spirito Santo ha saputo creare una Chiesa così viva come quella delle sei diocesi fondate da circa 170 missionari del Pime (cinque dei quali martiri e otto vescovi o prefetti apostolici), con pochissimi mezzi e difficoltà enormi da superare. La storia del cristianesimo delle origini si ripete anche nel nostro tempo: lo Spirito Santo che non va mai in pensione, non va mai in vacanza, non dorme mai, compie miracoli anche oggi, fra popoli non preparati a ricevere il Salvatore e con missionari non adeguati come preparazione, insufficienti come  numero e aiuti materiali.

    Lo spirito di questa fondazione è ben rappresentato dagli inizi. Nel marzo 1868, i primi tre missionari: Eugenio Biffi, Rocco Tornatore, Tancredi Conti e Sebastiano Carbone, arrivano a Toungoo, il punto estremo dell’occupazioe coloniale inglese iniziata da poco. Oltre il fiume Sittang incominciava il territorio dei “tribali”, disprezzati dai birmani e dagli inglesi perché “selvaggi”, sempre in guerra tra loro. A Toungoo c’era un presidio inglese e il cappellano militare cattolico padre De Cruz con una chiesetta per i militari cattolici inglesi, irlandesi e indiani. In città erano venuti da pochi anni i battisti e la popolazione birmana era buddhista, senza speranze di conversioni. I missionari italiani decidono di “andare ai pagani”, cioè ai tribali.

     Gli inglesi sconsigliano: se attraversate il fiume Sittang uscite dal territorio inglese e non potremo più proteggervi! Mons. Biffi dice: “Non importa, noi andiamo lo stesso perché siamo sotto la protezione di Gesù Cristo”! Venti giorni dopo il loro arrivo a Toungoo, Tornatore e Conti attraversano il fiume Sittang ed entrano nei territori dei cariani (karen): incomincia il periodo di esplorazione del territorio semi-indipendente dall’imperatore di Birmania che regnava a Mandalay, prendendo contatto con le diverse etnie dei tribali: cariani bianchi e cariani rossi, sokù, blimò, padaung, ghekù, ikò, mushò, lishò, lahù….

    Montanelli scriveva e mi diceva: “I missionari sono tutti eroi”: l’eroismo vissuto come quotidiano stile di vita. Naturalmente non è vero, ma nei primi 50-60 del Pime in Birmania, i missionari italiani morivano spesso giovani (molti dai 25 ai 35 anni) per denutrizione, mancanza di medicine, sfinimento di forze, isolamento a giornate di cammino o a cavallo dal missionario più vicino. Anche le suore italiane della Riparazione entrate in Birmania nel 1995 (oggi la congregazione più numerosa in Myanmar) e quelle di Maria Bambina nel 1916 hanno fatto questa vita. Questo per dire che i missionari hanno potuto fare pochissimo: l‘opera dello Spirito Santo è chiaramente visibile e riconosciuta da tutti i protagonisti di quei tempi.

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    Dal nulla nasce la Chiesa in una regione estesa come tutta l’Italia, oggi con sei diocesi, ma allora quasi del tutto inesplorata. La conquista del territorio e il dominio inglese cominciano verso la fine del secolo XIX e durano fino al 1948 con due guerre mondiali in mezzo. L’epopea dei missionari italiani del Pime (come dei francesi e irlandesi in altre parti del paese) è affascinante. Gesù Cristo porta una rivoluzione profonda e positiva nella vita di quei popoli, cambia a poco a poco la mentalità profonda, umanizza le culture, porta il principio del perdono e dell’amore da cui nasce la pace.

     Oggi la Chiesa di Birmania, nonostante le ristrettezze in cui vive, è esemplare, tra l’altro con numerose vocazioni e conversioni, manda anche sacerdoti e suore all’estero e nelle missioni fra i non cristiani. Pochi anni fa l’arcivescovo di Yangon mi diceva in una intervista: “A noi sono stati risparmiati molti dei problemi che tormentano altre Chiese. Non abbiamo avuto alcuna crisi d’identità e nemmeno crisi di vocazioni e abbandono di sacerdoti. Il sacerdozio è una meta a cui aspirano molti giovani cattolici e anche i genitori sono entusiasti se i loro figli scelgono di consacrarsi a Dio”. Scusandosi di vedere “tutto in rosa”, l’arcivescovo diceva: “L’affluenza alla Messa e ai Sacramenti corrisponde alle migliori speranze, la stessa confessione è praticata con l’intensità del tempo pre-conciliare. Abbiamo schiere di laici, soprattutto giovani, che vogliono istruirsi religiosamente e si impegnano a servizio della Chiesa. I problemi, ne sono sicuro, verranno più tardi quando ci apriremo al mondo esterno. Ma per la Chiesa birmana questo è il momento della sofferenza e della maturazione della fede”.

     Naturalmente, vescovi e preti sono prudentissimi nel parlare della situazione politica, ma è facile immaginare che i cristiani, con la coscienza della dignità di ogni persona umana che il cristianesimo infonde nelle menti e nei cuori, sono in primo piano nel chiedere il rispetto del diritto alla libertà e del rispetto del bene pubblico.