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(gennaio 2012) da La
Bussola Quotidiana
La
vera umiltà
Nel 1965, in India, alla festa dell'Epifania, sono stato invitato a parlare
nella chiesa di una cittadina dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i
missionari del Pime. Essendo l'unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la
Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell'Epifania.
Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale (una delle più
importanti delle 18 lingue ufficiali dell'India, parlata da più di 80 milioni di
indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo di Warangal
monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che
sapeva bene l'inglese. «Tu parla inglese andando adagio», mi aveva detto, «e lui
tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola».
Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth (che oggi è diocesi),
piena di gente, col mio bel discorso scritto in inglese. Dopo la lettura del
Vangelo, la gente si è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni
sulla festa liturgica, sul significato teologico dell'Epifania. A ogni frase mi
fermavo e lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo
avanti nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il
catechista parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui
continuava a citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare.
Dopo la Messa gli chiedo come aveva tradotto la mia predica e mi sento
rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io capivo poco e i
nostri fedeli, gente semplice, non avrebbero capito nulla e non sapevo come
tradurre. Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano,
da dove venivano e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver
visto Gesù. Forse tu non sai, ma in India c’è la tradizione che i Magi erano
indiani. Io li ho ambientati nei nostri villaggi telegu, in modo che tutti li
sentissero come loro antenati. Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua
predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e adesso le vicende
della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad
altri».
Quell'episodio mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di
un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e
usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a
convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero
potuto anche essere veri, per dare un'indicazione morale. Non fa come in certe
prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perché
disincarnate dalla vita quotidiana. Essere cristiani significa vivere la vita di
Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per
il prossimo. Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non
praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche
(ci vogliono anche queste, ma a luogo e tempo debito)., ma i buoni esempi delle
vite di Gesù, di Maria e dei santi. E anche dei Re Magi che venivano
dall’Oriente!
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un
annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai a
essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di là
delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di
camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle
nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo
ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato
dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù, «non è
una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà».
Piero Gheddo
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