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Piero Gheddo

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( marzo 2006) da Missionari del Pime

II- LA SPERANZA PER LA GUINEA VIENE DAL VANGELO

di P.Piero Gheddo

    
Il 26 dicembre 2005 il giovane Fraba, che collabora con la sede regionale del Pime a Bissau, mi porta nel villaggio di Ndame per intervistare i testimoni di padre Leopoldo Pastori, di cui stavo scrivendo la biografia ([1]). Un villaggetto poverissimo, isolato, circondato da boschi e risaie primitive (le vedessero i miei vercellesi!), con capanne di paglia, bambù e fango. Qui la gente nasce e muore senza che nessuno ne registri il nome, la nascita e la morte: il collegamento col mondo esterno è un sentiero pieno di buche, nel tempo delle piogge è quasi impossibile arrivarci in jeep. In villaggi come questo non succede mai niente, non ci sono possibilità di sviluppo moderno, per mancanza di idee, di educazione, di stato, di strade, di mercato, di stimoli. Anche quando hanno abbondanza di frutti, marciscono perché non sanno cosa farne. Soffrono la fame perché cresce la popolazione, ma non sono educati né in grado di produrre di più!

      I giovani dei villaggi si stanno svegliando

     Per alcune ore mi sono immerso nella vita di un villaggio in gran parte non cristiano, ho visto le tre situazioni che rappresentano la società guineana e da dove vengono i segni di speranza per la Guinea. Con Fraba (che traduce dal balanta) andiamo dal capo villaggio, Sawaste, “uomo grande” seduto nel cortile della sua capanna, circondato dalle sue donne e dai suoi figli. Un’immagine della Guinea rurale e tradizionale, il 50-60% del milione e 300.000 guineani. Sawaste, anziano autorevole e saggio, non è cristiano perché poligamo, ma va in chiesa nel vicino santuario di padre Leopoldo e dice le preghiere cristiane con la sua famiglia. Rimpiange Leopoldo che nel villaggio ha costruito la scuola, il campo da pallone, il pozzo e il canale con i tubi che portano acqua; ha insegnato a fare l’orto, aiutava le famiglie più povere, mandava un medico a visitare i malati e i più gravi li trasportava a Bissau in ospedale, faceva studiare in città i ragazzi e le ragazzine più svegli; infine, ha dato a tutti un paio di scarpe o di sandali: “Non li usiamo nella vita quotidiana, dice Sawaste, ma li abbiamo e li mettiamo quando andiamo in città”. Poi si lamenta del governo che non non aiuta. La Guinea tradizionale si aspetta tutto dall’esterno, dal governo, dall’Italia, dalla Chiesa, dai missionari.     Nel campo da pallone una dozzina di giovani stanno giocando. Mi vengono attorno e li osservo. Portano magliette con scritte in portoghese o in inglese, qualcuno sfoggia un berrettino, altri  un orologio da polso o gli occhiali (con vetri trasparenti, come segno di modernità). Fraba si commuove e mi dice: “Questi ragazzi vogliono entrare nel mondo moderno, lavorare, studiare, produrre, migliorare la loro vita. Ma nessuno viene a istruirli, a guidarli, ad insegnar loro qualche mestiere e come produrre di più in agricoltura. La Guinea non offre nessuna possibilità”. I ragazzi si lamentano del governo, però hanno i loro progetti. Con un po’ di scuola, di lavori a Bissau, di radioline e qualche televisione che vedono in città, si sono svegliati. Si vede che sono diversi dagli anziani e incominciano a darsi da fare, ma l’ambiente e la cultura locale non favoriscono l’evoluzione da una mentalità passiva che solo l’educazione e il Vangelo possono far evolvere.      Infine, con Fraba visitiamo il catechista e capo della piccola comunità cristiana, Belmiro. Anche lui ci aspetta nel cortile di casa, ci offre da bere acqua e limone e una sedia (da Sawaste ero in bilico su uno sgabellino minuscolo con due soli appoggi: sono caduto facendo ridere tutta la grande famiglia del capo!). Belmiro mi dice che è sbagliato aspettarsi tutto dagli altri: “Siamo noi stessi che dobbiamo impegnarci per lo sviluppo del villaggio” e mi racconta alcune iniziative che la piccola comunità cristiana sta realizzando. Poi aggiunge: “Leopoldo ci ha liberati dalle nostre credenze superstiziose. Una volta c’era un’eclisse tra il sole e la luna. Alla radio hanno ricordato la nostra tradizione: chi vede quella eclisse muore. Leopoldo ha visitato i villaggi dicendo: “Questa notte nessuno vada a dormire, vediamo assieme l’eclisse e non vi succederà niente di male, perché solo Dio comanda il sole e la luna, non gli spiriti”. Allora nei villaggi si sono fatte riunioni e hanno deciso che dovevano fidarsi di Leopoldo. Tutti sono stati svegli, abbiamo visto la luna che ha oscurato il sole e non ci è capitato niente di male. Allora si è incominciato a discutere su Dio e gli spiriti, Dio è più forte di tutti e ci vuole bene: ci siamo liberati dalla paura degli spiriti. Per noi questo è stato un grande insegnamento e lo ricordiamo ancora ai più giovani”.

     “Noi siamo un paese di vecchi, la Guinea di giovani”

    La conferma che il Vangelo causa sviluppo anzitutto cambiando la testa e il cuore delle persone, mi viene dal volontario Oscar Bosisio, già citato: “Mesi fa sono stato nelle isole di Capoverde ([2]). Là mi dicono: “Noi non abbiamo acqua, non abbiamo terre, non abbiamo risorse eppure siamo molto più sviluppati che in Guinea Bissau e non capiamo perché la Guinea va peggiorando. Il motivo è questo: la Guinea ha le ricchezze naturali, ma noi abbiamo le persone. Qui si è investito molto nell’educazione fin dall’inizio, in Guinea no”.     Oscar aggiunge: “Alla base di tutto, la differenza è questa: in Guinea c’è una religione tradizionale profondamente radicata, con lo stregone, il malocchio, le vendette, la medicina tradizionale che molte volta ammazza, il fatalismo che non invita all’impegno. A Capoverde il 92 per cento sono cattolici, è uno dei paesi africani di cui si può dire che il cattolicesimo ha cambiato la situazione economica e sociale. Essendo cattolici praticanti, c’è vita comunitaria, istruzione religiosa, attenzione all’altro e al bene comune, rispetto della persona, senso del perdono, della giustizia e della solidarietà gratuita. In Guinea c’è una religione tradizionale molto forte che ostacola il progresso e i nostri battezzati (il 13-15% della popolazione) sono ancora radicati nell’animismo (culto degli antenati e degli spiriti) e nella mentalità superstiziosa”.      Marco Pifferi, superiore regionale del Pime in Guinea, mi dice: “Sono qui dal 1989 e secondo me la Guinea è andata indietro in scuola, sanità, strade, elettricità, corruzione, assenza dello stato. Ma è andata avanti perché fra i giovani incomincia a crescere la coscienza che sono loro i protagonisti dello sviluppo del paese: discutono, si fanno sentire, protestano, non hanno più paura del dittatore, del partito unico che non ci sono più, almeno ufficialmente. Questo avviene nella capitale che ha circa 350.000 abitanti su un milione e 300.000. Il resto del paese, specie nei villaggi, cammina con un ritmo molto più lento. “Questa coscienza nuova è stata creata da molti fattori, soprattutto dalle due università che ci sono a Bissau, la Amilcar Cabral dello stato e la Colina de Boé privata. Insegnano diritto, medicina, giornalismo: le loro lauree sono riconosciute in Portogallo. Lì circolano idee e stimoli nuovi. Ma la Guinea è andata indietro nel degrado del sentimento popolare, quasi un adagiarsi nella situazione di miseria in cui sono precipitati, ultimamente a causa della guerra del 1998 ma già prima per il partito unico filo-sovietico e marxista-leninista; e poi anche per il ritorno al potere del presidente Nino, che già non ha dato buona prova di sé quando era dittatore e capo del Paigc (il partito della “guerra di liberazione” e dell’indipendenza nel 1974, n.d.r.). Io vedo che da sei mesi ad oggi la gente di Bissau fa la fame, vera fame. La miseria è aumentata, anche a causa dell’impunità assoluta di cui godono i capi, dall’alto al basso. Chi viene ad investire capitali in questo paese? I pochi ricchi del posto esportano i loro capitali, c’è scarsa iniziativa privata, le poche industrie che c’erano non ci sono più: tutto è importato dall’estero, anche qui i capi ci guadagnano. Il paese rimane povero, anzi va indietro”.

     “Aumentano le richieste di conversioni”

    In questa breve visita alla Guinea, parecchi residenti invitano alla speranza, raccontano fatti di impegno da parte di gruppi, associazioni, categorie di persone. La Chiesa è senza dubbio il principale motore del risveglio di coscienza popolare, anche perché è vicina al popolo in tutte le circostanze. Durante la guerra civile (1998-1999) se non c’era la Chiesa nessun’altro ente aiutava e difendeva la gente e ancor oggi cosa sarebbe la Guinea senza l’assistenza sanitaria e le scuole cattoliche? Questo non è un motivo di vanto, ma di grande responsabilità. La fama della Chiesa è notevole ovunque, perché aiuta tutti, e perché è l’unica che dice la verità. Dionisio Ferraro del Pime, parroco di una delle principali parrocchie di Bissau, costruttore e animatore dei giovani e di molte scuole, mi dice: “Io ho fiducia nei giovani guineani, sono pieni di energie e aspirazioni e poi sono tanti, la grandissima maggioranza della popolazione. Quando ritorno in Guinea da una vacanza in Italia, mi dico sempre: noi siamo un paese di vecchi, qui vivo in un paese di giovani! Ma chi guida e orienta queste energie? Non c’è dubbio, solo  Chiesa cattolica, che ha un forte influsso morale. I vescovi protestano, scrivono lettere molto chiare e forti contro la corruzione, qualche emozione la suscitano, ma il giorno dopo tutto è come prima. D’altra parte, con un popolo che in maggioranza lotta per poter mangiare ogni giorno, cosa puoi aspettarti? Chi ha il potere fa quel che vuole e gli altri tacciono. Caritas, parrocchie e istituti religiosi realizzano buone iniziative in tutti i campi, formazione cristiana, educazione, sanità, agricoltura, artigianato, assistenza agli ultimi, stampa e radio. Ma non riescono ancora a cambiare il potere politico”.     La Chiesa è frenata dalla scarsezza di personale e di mezzi economici. Il vescovo di Bissau, mons. José Camnate, dice: “C’è una grande attenzione alla Chiesa nella società guineana e aumentano le richieste di conversioni. Al tempo dei portoghesi, diventare cristiano voleva dire diventare bianco, europeo. Oggi, 32 anni dopo l’indipendenza, la mentalità è cambiata, si è liberata dall’influsso coloniale. Ciò che possiamo lamentare è la nostra incapacità di avere più catechisti, più personale evangelizzatore e più mezzi per l’evangelizzazione e la promozione umana. Non possiamo rispondere a tutte le domande che riceviamo ed è un peccato perché molti vorrebbero conoscere Cristo e iniziare un cammino di conversione: capiscono che, dopo il fallimento dell’ideologia comunista, la risposta ai problemi umani sta in Cristo e nella Chiesa”.     Chiedo a Camnate se questo si manifesta nelle zone rurali o anche in città. Risponde: “Soprattutto a Bissau c’è una grande ricerca di senso della vita e di Dio. L’apertura al cristianesimo c’è nelle persone semplici e non istruite, ma anche in  quelle colte, laureate. L’ambiente è molto favorevole al cristianesimo, la gente sente il bisogno di religione, infatti questi discorsi vengono fuori spontaneamente chiacchierando. Insomma, non siamo laicizzati come nell’Europa che vuol fare a meno di Dio. Abbiamo persone che hanno ricevuto una formazione marxista e ci hanno creduto con sincerità, a volte hanno studiato in Russia, Germania dell’est e Cuba, ma la loro religione è rimasta quella tradizionale, che adesso è in crisi: l’ideologia li ha delusi e traditi e si trovano senza una religione, mentre hanno un forte senso religioso della vita. Davanti alla religiosità di tutto un popolo, cosa fanno? E’ un  problema intellettuale e morale grave per molti. Vedono che la Chiesa ha una grande fama nel popolo, allora si avvicinano a noi e chiedono di conoscere Gesù Cristo. Hanno bisogno di un accompagnamento diverso da quello della catechesi normale, ma non abbiamo le forze necessarie.     Chiedo al vescovo se l’islam è di ostacolo al Vangelo: “In Guinea abbiamo un 30% di musulmani, ma è un islam tollerante e dialogante, fra di noi ci sono buoni rapporti. Alcuni gruppi etnici sono già islamizzati, altri se arriviamo prima noi si fanno cristiani. In genere i tribali hanno più simpatia per il cristianesimo. I gruppi che vengono dalla religione tradizionale o da una formazione marxista-leninista, diventano più facilmente cristiani”.

    La nascita di un volontariato cristiano

    Quanti battesimi di adulti fate nelle parrocchie qui a Bissau? Padre Dionisio Ferraro dice: “Circa 300 l’anno nella mia parrocchia, più o meno come nelle altre otto parrocchie. Il battesimo giunge al termine di un lungo percorso di fede che dura almeno due anni. Le conversioni sono tante ma non sono profonde. La gente ha estrema fiducia in noi e vuole il battesimo, All’inizio sono entusiasti, ma fragili e non costanti: capaci di fare tutta la notte di preghiera, di adorazione, ma pregare mezz’ora tutti i giorni regolarmente non ce la fanno. E’ la generazione dei primi cristiani, dovremmo avere il tempo di formarli, ma non ce l’abbiamo. Comunque l’influsso cristiano sulla società si sente, i criteri di giudizio cambiano, si incomincia a capire che la via cristiana e quella più umanizzante, nei casi di pace e  guerra, perdono e vendetta, monogamia e poligamia, la fede nel Dio della misericordia invece che il terrore degli spiriti cattivi, il senso della carità gratuita e del bene pubblico, della giustizia e dell’onestà di non rubare, ecc. Noi missionari abbiamo tanti difetti e commettiamo errori, ma l’esempio di amare il popolo e di agire per il bene del popolo lo diamo e tutti lo vedono”.      La percentuale dei cattolici è calcolata al 13-14%, 160.000 circa. Le vocazioni stanno crescendo. Il seminario minore ha una ventina di alunni, quello maggiore una quindicina, uno o due nuovi preti diocesani all’anno. In totale i preti diocesani della Guinea sono venti; poi una decina di padri francescani e 24 suore guineane. In Guinea ci sono due vescovi, 76 sacerdoti e 101 suore. Padre Marco Pifferi, vicario episcopale per la pastorale, mi dice: “In Guinea un forte segno di speranza sono i cristiani veramente convinti che danno la vita per Cristo e non sono pochi. Lo Spirito Santo lavora anche fuori dei nostri schemi e piani. Il vescovo insiste sul tema del volontariato. Qui in Guinea abbiamo molti volontari laici che vengono dall’Italia, dal Portogallo, dal Brasile ([3]. Dal nostro Pime ogni anno mandano in estate anche i ragazzi e le ragazze  di “Giovani e missione”, studenti che passano due mesi in Guinea aiutando nelle missioni e creano un movimento di conoscenza e solidarietà. Il vescovo cita questi volontari che vengono da fuori per proporre ai nostri giovani di dare un po’ del loro tempo e capacità ai guineani e alla Chiesa. Il vescovo vuole che vengano gli studenti dall’estero e che siano sempre più numerosi: anche se non possono fare grandi cose, mostrano ai nostri giovani dei modelli da seguire. Italiani che rinunziano alle vacanze, lavorano per pagarsi il viaggio e vengono per stare qualche mese con questo popolo che non conoscono, sono una bella testimonianza. Si sta creando in Guinea il senso del volontariato, che fuori del cristianesimo non esiste. Un altro tema forte della nostra pastorale sono le famiglie e le “comunità di base” che si fanno carico anche del bene pubblico. E’ una formazione cristiana che ha forte impatto nella società civile”.

     Quando una Chiesa economicamente autonoma?

 Uno dei gravi problemi di questa giovane Chiesa, e non il minore, è il raggiungimento dell’autonomia finanziaria, per il momento impossibile in un paese che in buona parte sopravvive con aiuti dall’estero ed è sempre catalogato nelle statistiche dell’Onu fra i 10-15 più poveri del mondo. Nella parrocchia di padre Dionisio, in tutte le frequentatissime Messe della domenica le offerte raggiungono i dieci Euro. Mons. Pedro Zilli, vescovo di Bafatà, mi dice: “Abbiamo sperimentato un allevamento di maiali e di galline, ma chi lo fa andare avanti? Qui mancano gli uomini che sappiano gestire un’azienda del genere. Il nostro popolo, che in grandissima maggioranza non ha nemmeno il necessario per vivere è di una povertà commovente e non ti dà niente. Nelle feste portano qualche dono in  natura, ma non soldi che non hanno nemmeno loro. Nella mia parrocchia di Ibiporà in Brasile (Paranà), i fedeli finanziano la parrocchia e le sue opere in modo adeguato, ma la distanza in campo economico fra Brasile e Guinea è immensa, abissale. Oggi abbiamo tante parrocchie affidate a sacerdoti stranieri, che hanno amici in patria. Ma i missionari diminuiscono e le parrocchie diocesane con clero locale non possono sopravvivere senza aiuti dall’estero. Dobbiamo ringraziare il Signore e tanti benefattori per quello che ci danno. Certo ci vuole da parte nostra una sempre maggior povertà, ma ci sono strumenti indispensabili per un lavoro pastorale adeguato: ad esempio, per visitare i villaggi e le comunità disperse ci vuole l’auto o la moto, che costano molto in tutti i sensi, anche per la manutenzione, con queste strade!”.     Visitando varie missioni e missionari  chiedo spesso: come il Vangelo aiuta lo sviluppo dell’uomo e in che modo. Risposta: il Vangelo cambia la mentalità, il cuore, la cultura, la vita. Ad esempio, i cristiani si sposano impegnandosi a mantenere il matrimonio monogamo e fedele, poi magari non ci riescono, ma la meta è chiara e il proposito rinnovato: la poligamia scompare a poco a poco anche nei pagani e nei musulmani per influsso cristiano. Un altro cambiamento positivo è che mentre ancora manca in gran parte il senso del bene comune e dello stato, oggi sta nascendo questa coscienza e i cristiani ne danno l’esempio. Nella missione di Suzana tra i Felupe, padre Fumagalli mi dice che l’ambulanza della missione va a prendere i malati gravi nei villaggi. Ma chi tiene aperte le stradine, i sentieri e i piccoli ponti che servono poi a tutti? I cristiani.     Il vescovo di Bissau, dom José Camnate, insiste che tutte le parrocchie aprano scuole cattoliche incominciando dall’asilo. Nella parrocchia nuova di Bor il parroco padre Ermanno Battisti ha costruito un ospedale pediatrico (e adesso deve mantenerlo!), dovrebbe costruire la chiesa parrocchiale e sta programmando, con l’approvazione del vescovo, un Istituto superiore di comunicazione: l’istituto delle scienze educative incomincia che la formazione delle insegnanti delle scuole materne e poi proseguirà più avanti fino ad arrivare a una università cattolica. Ma anche per lui, pur ringraziando di cuore i benefattori, c’è il problema veramente angosciante di trovare aiuti sufficienti!


[1] ) Morto il 26 maggio 1996 in concetto di santità. Ha lavorato in questo villaggio vicino al Centro di spiritualità di Ndame dove Leopoldo viveva. P. Gheddo, “Leopoldo Pastori, Il missionario monaco di Ndame, EMI 2006, pagg. 220, Euro 12,00.
[2] ) Anch’esse ex-colonia portoghese al largo della costa della Guinea Bissau, con circa mezzo milione di abitanti.
[3] ) Il Pime ha attualmente quattro giovani volontari dell’Alp in Guinea. Nicoletta Maffazioli (vedi più avanti, due che sono andati per sostituirla e un’altra che è a servizio del vescovo di Bissau.