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Piero Gheddo

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( marzo 2006) da Missionari del Pime

III- COSA PUO’ FARE UNA VOLONTARIA IN AFRICA
di Nicoletta Maffazioli


   
Quando si parla di sviluppo dei paesi africani, il discorso è quasi sempre centrato su problemi economici, commerciali, politici internazionali: aiuti allo sviluppo, debito estero, giustizia nel commercio delle materie prima, ecc.Invece, la giovane volontaria italiana Nicoletta Maffazioli, che vive nel profondo dell’Africa rurale, vede sviluppo e sottosviluppo a partire dalla vita del popolo più povero, confermando la verità di quanto i missionari hanno sempre detto e sperimentato: il progresso di un popolo proviene anzitutto dall’educazione e della formazione. Testimonianza raccolta in Guinea Bissau nel dicembre 2005 da padre Piero Gheddo.

     Sono Nicoletta Maffazioli di Legnano. Ho avuto un’aspettativa per il mio lavoro nel centro per disabili della società Piamarta di Brescia a Milano, nella parrocchia S. Gerolamo Emiliani di Lambrate (un centro educativo per adulti) e sono venuta in Africa come volontaria con l’Alp (Associazione Laici Pime), che mi assicura tutta l’assistenza necessaria. La missione che mi ha chiamata per un progetto dà vitto e alloggio, paga le spese del mio lavoro e mi dà un minimo per vivere qui in Guinea: diciamo che nessuno porta a casa niente. Se uno va a lavorare in una Ong, a volte riceve anche buoni stipendi, specie se sono progetti della Cooperazione Italiana del nostro Ministero degli Esteri o di enti internazionali. Ma qui è un lavoro missionario, come quello dei missionari, nell’ambito delle missioni del Pime e della Chiesa. Quindi occorre venire per motivi di fede, ma hai l’assistenza personale da parte del Pime e della missione e ti realizzi anche religiosamente e spiritualmente.

     Molti giovani di buona volontà da educare

    Sono stata due anni e mezzo in Brasile a San Paolo con padre Maurilio Maritano fra i ragazzi di strada. Poi padre Alberto Zamberletti, direttore della Caritas guineana, mi ha chiamata in Guinea Bissau. Sono venuta nell’agosto 1999 quando era appena finita la guerra civile e fino al dicembre 2000 sono stata amministratrice della Caritas; dal marzo 2003 sono a Nabijoes (diocesi di Bafatà) per il progetto diocesano “Centro Fiera delle Possibilità”, per la formazione dei giovani e lo scambio di idee, di esperienze, di tutto quello che in Guinea funziona. Si dice spesso che in Africa non funziona niente, che la gente non ha voglia di lavorare; invece molte cose vanno bene. Il Centro vuole scoprire le piccole iniziative e moltiplicarle attraverso l’educazione. Il compito mio è di organizzare, far funzionare, animare. L’ambiente africano non favorisce il lavoro, l’impegno, il clima stesso ti invita a lasciarti andare. Il nostro esempio e l’amicizia possono fare molto.

    Abbiamo iniziato nel 2004 perché i primi mesi si dovevano ristrutturare le casette fabbricate vent’anni fa da fratel Giuseppe Bertoli. Sempre utilizzando formatori locali, che ci sono e fanno bene, abbiamo fatto finora 54 corsi brevi di quattro-cinque giorni. Mandiamo l’invito a tutti gli enti cattolici (parrocchie, istituti religiosi, associazioni, ecc.) e riceviamo le iscrizioni. Di solito i nostri corsi accolgono al massimo 25 persone. Abbiamo trenta posti ma alcuni li teniamo liberi. Noi assicuriamo, con aiutanti laici, il cibo, il riposo e il funzionamento dei servizi essenziali, tutto gratuito. Abbiamo fatto corsi di agricoltura, orti, sistema di irrigazione, allevamento animali, malattie delle piante degli orti (che è il grosso problema di qui, cavallette e via dicendo) e degli animali, conservazione dei prodotti, frutticultura, trasformazione dei frutti ad esempio in marmellate e sughi, coltivazione delle api per produrre il miele, come fare cucina, come nutrire i bambini con prodotti locali non pesanti, la contabilità (contano fino a una certa misura, poi dicono…”tanti”).

     Sono corsi importanti perché chi fa un orto e poi le formiche o gli insetti mangiano tutto, guarda impotente, si dispera e smette di fare l’orto. Ho visto bei campi di cipolle, coltivati con passione, poi arrivano certi insetti e in pochi giorni distruggono tutto. La competenza dell’africano si ferma lì. Molto utili i corsi per la trasformazione della frutta. Per esempio, ci sono dei mesi in cui i manghi sono tantissimi e non sanno cosa farne perché non ci sono strade per portare la frutta in città. E’ una pena veder marcire frutti che in città sarebbero venduti bene! Insegnamo a trasformarli, inscatolarli e venderli.

    Nascono tanti gruppi e associazioni, soprattutto i giovani si mettono assieme per fare qualcosa, ma poi si bloccano ad esempio per fare una piccola contabilità, cassa, entrate, uscite, passivo o attivo: per noi è diventato un calcolo quasi naturale, per loro è un rompicapo. Bisogna educarli, insegnare, fare prove, altrimenti si perdono. Noi abbiamo alunni che vengono dalle tabanche, da villaggi in cui non esiste niente, non hanno alcuna apertura al mondo moderno. Un esempio: nelle stanze del nostro Centro, costruito in muratura, c’è il rubinetto dell’acqua. Quando vengono per i corsi, bisogna insegnare loro come si fa ad aprire e chiudere per avere acqua. E’ una pena vederli davanti al rubinetto e non sapere come fare, davanti alla maniglia della porta e non sapere come si fa ad entrare. Lo scarico del gabinetto, il gabinetto stesso non l’hanno mai visto, eppure sono giovani e ragazze dai 18 ai trent’anni, desiderosi di imparare, ma vissuti nelle loro capanne di fango e paglia, in villaggi che non offrono nulla. Quando si parla di mancanza di educazione in Africa, bisogna tener presenti queste situazioni comunissime nelle campagne ([1]).

      L’ideale della cultura africana non è di progredire

    A voi in Italia pare quasi impossibile, eppure è così. Il vescovo di Bafatà, dom Pedro Zilli del Pime, ha fatto la sua casa (è vescovo solo da tre anni), moderna ma semplicissima. Ebbene, la cuciniera, una giovane donna di buona volontà, è in crisi. Non riesce a far da mangiare col fornello, non riesce a manovrare la manopola, non capisce da dove viene la fiamma. All’inizio faceva bruciare parecchi cibi. Le hanno preparato in cortile il fuoco di legna, è contenta e fa dei buoni piatti. A poco a poco imparerà anche lei i misteri dei fornelli, del frigo, del forno.

   Un problema grosso di questa gente è che nel tempo secco le capanne bruciano facilmente e perdono tutto quel oco che hanno. In genere il fuoco viene dalle cucine. Basta una scintilla, una lingua di fuoco, che il tetto e le pareti prendono fuoco. In altri paesi africani, invece di tenere la pentola sopra tre pietre, sempre in bilico, usano il forno di “baga baga”, cioè quella terra di termiti che diventa dura con un po’ di cemento e forma un sostegno solido e stabile. Noi adesso abbiamo fatto questo fornello nel nostro Centro e nella scuola dove preparano la pappa per i bambini, in modo che la gente lo veda, incominci a capire cosa è, a poco a poco insegneremo anche a fare questo.

     Il Centro è per le due diocesi di Bissau e Bafatà. In genere gli alunni li mandano le parrocchie, due-tre per parrocchia. Noi paghiamo anche i trasporti dalle loro tabanche al Centro, poi sono ospitati e non pagano niente, però non diamo loro nulla oltre a cibo, alloggio, insegnamento e assistenza medica. Man mano che il Centro va avanti, vengono sempre più di quanti ne possiamo ospitare: a volte sono 10-15 in più e non so proprio dove metterli. Si diffonde la voce che noi insegnamo cose utili e gli alunni aumentano, anche perché nei villaggi non c’è proprio nulla, nessun diversivo, nessuna possibilità di imparare qualcosa di nuovo. A volte è una pena andare nei villaggi di mattino, nei tempi in cui non c’è il lavoro agricolo, e incontrare giovani e ragazze seduti a chiacchierare. Non sanno cosa fare, sono forze umane preziose che vanno perse per la nazione!

    Con i corsi occupiamo tutti i giorni lavorativi della settimana, dal lunedì al venerdì, con alunni e insegnanti e temi diversi. Quelle conoscenze che da noi si trasmettono di padre in figlio, di madre in figlia, qui le ignorano persino gli anziani: non ci sono idee, non c’è sviluppo, non ci sono esperienze ed esperimenti nuovi, perché l’ideale della cultura africana non è di progredire migliorando il livello di produzione e la qualità della vita, ma di conservare il villaggio e la vita come li hanno lasciati gli antenati. Questi corsi hanno poi conseguenze positive nei villaggi e nelle famiglie, quando i singoli gruppi di alunni, tornati a casa, si organizzano, trasmettono qualcosa di quel che hanno ricevuto ad altri giovani e iniziano un nuovo modo di produzione; altre volte non si vedono progressi immediati, anche perché qui in Africa le resistenze della cultura tradizionale sono forti. Da noi il mondo va troppo in fretta, qui va troppo adagio! Comunque abbiamo dato nuove conoscenze e qualcosa di nuovo, col tempo, sta nascendo. Il vero sviluppo deve partire dal basso, dall’educazione dei giovani.

    Un altro progetto che stiamo svolgendo, col sostegno della Caritas tedesca, è di prevenire lo scoppio dei conflitti tra le famiglie e i villaggi. Facciamo corsi sull’educazione alla pace, sul modo di favorire il dialogo fra le parti in conflitto, partendo proprio dalle basi della pace. Una cosa che qui manca è lo spirito critico, ad esempio comprendere le motivazioni dell’altro, farsi un ‘idea di quel che è accaduto; oppure anche come funziona lo stato: presidente, primo ministro, parlamento, votazioni, cosa dice la Costituzione guineana: qui nei villaggi non ne hanno la minima idea; oppure anche insegnare lo spirito di perdono e di pace, il mettersi d’accordo anche perdendo qualcosa per salvare la pace, abolire il desiderio di vendetta. Noi cerchiamo anche di formare dei capi che possano guidare i cambiamenti nei villaggi. Infatti le parrocchie ci mandano in genere dei catechisti, dei capi villaggio, dei giovani particolarmente adatti a diventare dei leaders.

        Insegnare lo spirito del dialogo e portare la pace

    Tempo fa hanno ucciso un uomo di una tabanca e lì è incominciata una guerra: quelli della tabanca del morto sono andati nell’altra tabanca e hanno bruciato trenta capanne. Allora quelli del villaggio con le capanne bruciate meditavano una vendetta ancora più atroce. A volte nascono queste piccole guerre di villaggio e di etnie, che poi continuano per anni e portano danni gravi alla popolazione, all’economia, alla stabilità della gente comune. Qui manca lo stato e ciascun villaggio o famiglia provvede da solo a difendersi e a vendicarsi. Noi insegnamo lo spirito del dialogo: partire dell’idea che siamo tutti fratelli, quindi incontrarsi, discutere, vedere com’è nato il problema e poi stabilire assieme come risolverlo senza fare la guerra e continuare nelle vendette. Insegnamo lo spirito partecipativo, le regole da seguire, la mentalità da creare, il modo di coinvolgere le persone e le varie autorità locali, gli anziani, i capi villaggio, gli stregoni, ecc.

    Questa mentalità serve anche per creare uno spirito fattivo, senza cadere nel continuo e inutile lamento: il governo deve darci la strada, il governo deve darci la scuola, il governo deve darci il lavoro. La protesta in qualche caso può servire, ma anzitutto bisogna darsi da fare, utilizzando le risorse locali, per promuovere il bene comune, creare la mentalità del lavoro per il bene comune: una mentalità che in genere non esiste. Gli insegnanti di una scuola creata per servire a diversi villaggi vicini ci dicevano che non potevano più far venire i bambini di due villaggi assieme perché si picchiavano sempre: un villaggio era considerato “nemico” dell’altro, anche i bambini sono educati in questo spirito e qualsiasi occasione è buona per vendicarsi. La pace è un problema di educazione, di formazione, di principi nuovi che portano al perdono e alla giustizia e che in fondo sono quelli del Vangelo.

    Esistono buoni giovani preparati, competenti, capaci, ma spesso non sono sicuri di quel che fanno: in Guinea hanno bisogno di leaders. Io dico loro che il responsabile dell’insegnamento non sono io, ma loro stessi. Anche gli alunni vorrebbero che io fossi sempre presente, ma è sbagliato, ciascuno fa il suo lavoro. Io cerco di stare dietro le quinte: formare i formatori e poi basta. Ma loro vorrebbero sempre la nostra presenza. A volte, per dare autorità a quello che insegnano, dicono: “Nicoletta ha detto…”; io li rimprovero: “No, siete voi gli insegnanti e i competenti!”.

     Qualcuno mi chiede se sono contenta della scelta che ho fatto. Certamente sì, qui mi trovo bene. A marzo (2006) finiranno i tre anni del contratto e andrò in Italia. Spero di poter ritornare dopo una vacanza. Ai giovani italiani vorrei dire che fare la scelta di donarsi alla missione della Chiesa e ai più poveri è realizzare la propria vita e avere tante soddisfazioni. Però capisco che per i giovani non è facile, anzitutto per il problema del lavoro. Però se venite per un motivo di fede, per donare voi stessi e non per risolvere i vostri problemi, non abbiate paura, il Signore vi aiuta sempre.



[1] ) Un altro volontario italiano mi dice: “Gli africani vivono in un tempo diverso dal nostro, in pochi decenni hanno fatto o fanno salti di secoli e millenni. In certi villaggi lontani dalla città, nel centro del villaggio c’è un cerchio largo due metri  con un monticello di cenere dove si conserva la brace (e viene mantenuta viva), da cui si attinge il fuoco; sono passati da questo fuoco alla luce elettrica e al computer. Nei villaggi non si conosce ancora la ruota né il carro agricolo e nemmeno la carriola, tutto viene portato sulla testa dalle donne; da qui passano all’auto e all’aereo”.