(dicembre 2011) da
Avvenire
I MIEI NATALI IN MISSIONE
Piero Gheddo
Il Natale è un festa universale, celebrata in tutti i paesi del mondo. In
Uruguay, paese cattolico ma istituzionalmente ateo (Dio si scrive dio), è “La
fiesta de los ninos”, molto sentita dal popolo; in Papua Nuova Guinea, paese
cristiano fin dalla Costituzione (ma è ancora a metà pagano), il Natale è
NATALE, con espressioni clamorose e rumorose di gioia popolare pari o superiori
a quelle che ho visto in Africa; in Giappone (i cristiani sono l’1% dei 126
milioni di giapponesi) il Natale è l’unico giorno dell’anno in cui tutti i
giornali ricordano la nascita di Gesù e parlano dl cristianesimo; in Corea del
Sud il Natale è celebrato come “La festa della mamma e del bambino”, il
cattolicesimo è “la religione della mamma”: davanti a molte chiese cattoliche,
una statua della Madonna a braccia aperte invita ad entrare in chiesa per
incontrare il Signore Gesù.
Ho trascorso diversi Natali in missione. Ne ricordo tre che esprimono i vari
significati dell’augurio di Buon Natale: che il Bambino Gesù porti a tutti la
pace e la serenità di vita; che ci faccia ritrovare l’entusiasmo della fede per
essere anche noi missionari di Cristo; ci stimoli a non dimenticare i poveri, in
ciascuno dei quali c’è Gesù.
Natale di guerra a Dak-To in Vietnam
Il Natale ispira pensieri di pace. Ma vi sono tante guerre nel mondo. Ho passato
diversi Natali in guerra. Ricordo il più drammatico, quello del 1967 in Vietnam.
Ero a Kontum una settimana prima di Natale. Kontum è la città più importanti
degli altopiani del Vietnam del Sud, attorno a cui ha infuriato per lunghi anni
la guerra. Il vescovo monsignor Paul Seitz mi dice: «Ti mando a passare il
Natale a Dak-To, dove da più di tre mesi non riusciamo ad andare perché la
guerra ha tagliato la strada. Là c'è un missionario francese isolato con i suoi
cristiani, sarà contento che tu vada a trovarlo nei tre giorni di tregua! »
Così sono partito con una jeep della missione, un padre francese dei MEP (Missions
Etrangères de Paris) e due giovanotti. Abbiamo impiegato tutta la mattina della
vigilia di Natale per fare gli 80 chilometri fra Kontum e Dak-To: una strada
piena di buche, diversi villaggi bruciati, la gente era sulla strada e ci
salutava, portavamo sul fronte della jeep due croci bianche. La tregua era ben
rispettata, ai posti di blocco dell'esercito sudvietnamita e dei vietcong
passavamo facilmente.
Quando siamo arrivati a Dak-To nel pomeriggio, il padre Arnould ci accoglie a
braccia aperte. Gli portiamo la posta, un po' di medicine e altri rifornimenti.
Il grosso villaggio di Dak-to, in fondovalle, è tutto imbandierato: quella
povera gente, circa 2000 tribali venuti dalle foreste vicine, cercano di
dimenticare, almeno per pochi giorni, che c'è la guerra. L'indomani sarebbe
stata una giornata memorabile, con danze, musiche, giochi popolari, cerimonie
religiose. E soprattutto una giornata di pace! Ma mentre il cielo sta scolorendo
e luccicano le prime stelle della notte di Natale, ecco che, come un tuono a
ciel sereno, un tonfo improvviso, agghiacciante, rompe la quiete della notte. Un
tuono? Un colpo di mortaio? Usciamo correndo all'aperto ed ecco che si
spalancano le cateratte dell'inferno, il cielo s'infiamma di lampi, la terra
trema per i colpi di maglio di un'artiglieria che sembra impazzita. La tregua è
rotta, avremo un altro Natale di guerra.
Il villaggio di Dak-To è nella valle, con americani a destra e nordvietnamiti
sulle colline di sinistra che si sparano sulla nostre teste: nella notte oscura,
le strisce luminose dei proiettili infuocati solcano il cielo e scoppiano sulle
colline di fronte. Se non fossero scoppi di morte, sembrerebbe uno spettacolo di
fuochi d'artificio, nella notte in cui è nato il Signore. Che notte santa
abbiamo passato! E che Messa di mezzanotte, con i Banhar tremanti, donne e
bambini con gli occhi lucidi e imploranti: «Signore, salvaci da questo inferno!
».
Verso le quattro di mattino, un ufficiale americano viene a dirci che dobbiamo
metterci in cammino verso le linee sudvietnamite, perché, presi di sorpresa, non
potevano tenere a lungo il fronte. Il giorno di Natale 1967, duemila persone in
fuga verso Kontum: uomini, donne, bambini, malati, vecchi, su carri agricoli, a
piedi, con i bufali e i piccoli cavalli delle montagne vietnamite. La fuga, più
volte bloccata dai combattimenti, dura cinque giorni: di 2000 persone giungono a
Kontum 1800, con numerosi feriti.
Quando nella notte di Natale noi cantiamo con gli Angeli: «Gloria a Dio
nell'alto del cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luc. 2, 14),
ricordiamoci che nel mondo sono in corso una ventina di guerre grandi e piccole:
sono il segno dell'egoismo dell'uomo, della nostra mancanza di amore. Siamo
tutti responsabili delle sofferenze che la guerra porta a milioni di fratelli e
sorelle.
Natale in Ciad – Come annunziare Cristo ai musulmani
di Piero Gheddo
Natale 1976 in Ciad, povero paese appena a sud del deserto del Sahara. La
maggioranza dei ciadiani sono musulmani o animisti, i cristiani piccola
minoranza. Ma il Natale è vissuto da tutti come una festa. La capitale Ndjamena
è una città del deserto, caldo e sabbia anche a Natale.
La chiesa parrocchiale del quartiere periferico di Kabalaye, costruita e gestita
dai gesuiti lombardi, è un’imponente costruzione ad anfiteatro, con una cupola
ovale dalle ardite nervature in leghe metalliche leggere, le mura in cemento
armato, il tetto di fogli di plastica. Nella vigilia del Natale 1976, il vasto
cortile e la chiesa si riempiono di popolo, comunità di villaggio che vengono
anche da lontano. A sera, quando manca ancora un’ora all’inizio della Messa, già
nella chiesa non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di
fedeli.
La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode ben prima di mezzanotte.
Il popolo cristiano, che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di miserie,
si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei balafon,
nel suono dei pifferi. L’interno della chiesa di Kabalaye è un mare in tempesta:
la gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può
battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti
della corale, i nostri antichi canti natalizi tradotti nelle lingue locali. La
gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere che si alza dal
pavimento, il ritmo dei tamburi e dei balafon travolgente.
In sacrestia siamo quattro sacerdoti pronti ad uscire per la Messa. Ma come si
fa, in quella baraonda? Il massiccio e torreggiante fratel Antonio Mason sale
sull’altare, abbranca il microfono, fa segni imperiosi di tacere e grida:
“Silenzio! Basta!” nelle tre o quattro lingue africane che conosce, oltre che in
francese. Ma nessuno se ne dà per inteso. La sua voce possente è ridicolizzata
dal frastuono che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene
in mente il fragore delle cascate del Niagara. Cupola e pareti della chiesa
tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande anfiteatro di
Kabalaye.
Antonio torna in sacrestia sconfitto, sudato, sgolato. ”Lasciamoli sfogare
ancora un po’” dice. Non si può fare altro. Intanto, quella fonte di decibel
impazziti che è la parrocchia di Kabalaye (chiesa e cortile), ha attirato
un’ondata di curiosi musulmani e animisti. Vengono a vedere l’esplosione di
gioia che il Natale è capace di suscitare nel popolo cristiano. ”Ecco un modo
originale di annunziare il Vangelo in Africa – dice il parroco, padre Corrado
Corti. – Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia
di un popolo, per i musulmani e gli animisti vale più di tutte le nostre
prediche sul Natale”.
Natale in Guinea-Bissau: una caramella divisa in due
Natale 1987. Sono in Guinea-Bissau, povero paese dell'Africa occidentale. La
notte di Natale vado con padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime, a
celebrare la Messa in un villaggio della tribù felupe, Edgin: un villaggio
isolato nella foresta, dove c'è una bella chiesa in muratura. La chiesa
strapiena di gente venuta anche dai villaggi vicini: sono venuti anche i
musulmani e gli animisti per vedere la festa dei cristiani. Notte stellata
d'incanto, con canti, danze, scambio di abbracci, testimonianze al microfono di
felupe che, prima della Messa, raccontano il cammino compiuto per giungere al
Battesimo.
Quando andavo in paesi poveri portavo sempre due chili di caramelle italiane.
Quella notte di Natale Fumagalli mi dice: ci saranno una cinquantina di bambini.
Ne ho portate sessanta. Dopo la Messa, dinanzi alla chiesa, alla luce di due
fari potenti, padre Giuseppe chiama tutti i bambini e dice loro di mettersi in
fila perché io avrei dato a ciascuno una caramella. Grida di gioia, eccitazione,
salti di esultanza. Ma i bambini escono da tutte le parti e io vedo subito che
sono ben più di sessanta. «Niente paura», dice padre Giuseppe e fa mettere i
ragazzi a due a due. Così passo col mio sacchetto dando una caramella ad ogni
due bambini, che la scartocciano e la succhiano un po' l'uno e un po' l'altro,
senza bisticciare, dividendosi il piccolo dono proprio come fratelli.
Mentre li guardo succhiarsi una caramella in due, penso: in questa notte di
Natale, in Italia, nella mia Milano, i bambini hanno molto di più, doni, dolci,
musiche, regali, ma non trovano un fratellino con cui condividere quei doni. Mi
chiedo: saranno felici come questi bambini africani, che hanno gli occhi lucidi
dalla gioia, seduti per terra a dividersi una caramella in due? La parola più
comune usata in Guinea- Bissau è parti, di origine portoghese, che significa
dividere, condividere. Nella povertà, tutto è comune, c'è la spontanea
condivisione di quel poco che si ha. A me è capitato di dover attendere il
traghetto per quasi un'intera giornata. Niente paura, in Africa bisogna saper
aspettare. Per il cibo non c'è problema. Vi sedete vicino a chi sta mangiando e
vi dà qualcosa con la massima naturalezza, senza nemmeno dover chiedere.
Perché i popoli poveri sono più disponibili alla condivisione di noi che siamo
ricchi? È facile rispondere: chi è povero ha poco da perdere, chi è ricco perde
molto, è più attaccato a quello che ha. Ma c'è un motivo più profondo: la
povertà educa a capire l'altro, a essere ospitali e attenti verso chi soffre.
Direi che educa anche alla gioia, alla serenità della vita. Non parlo della
povertà disumana che diventa miseria e mancanza del necessario, ma del non avere
troppo, del non essere attaccati alle ricchezze materiali, del dare più
importanza ai valori umani (fraternità, amicizia, condivisione, aiuto al
prossimo) che non all'inseguimento del denaro e del superfluo.
L'egoismo è la tomba di ogni gioia e serenità di vita. E i ricchi attaccati alle
loro ricchezze sono, molto spesso, più egoisti dei poveri. Ecco perché Gesù
dichiara: «Beati voi poveri, perché Dio vi darà il suo Regno»(Luc. 6, 20).
|