| (febbraio
2010) da
Avvenire COSA RESTA DEL “MITO DELL’INDIA” Stefano Vecchia - Quale fascino mantiene ancora, secondo te, l'India per gli occidentali e in particolare per i giovani italiani? Piero Gheddo – Fino ad un 20-30 anni fa l’India ha avuto un grande fascino per i giovani e in genere gli italiani. Quando nel 1953 venni ordinato sacerdote e destinato all’India mi pareva, come si dice, di toccare il cielo col dito. Il fascino veniva dal mistero di questo paese-continente e da tutta una letteratura che aveva esaltato l’India come luogo di civiltà esotica, di spiritualità e religioni stravaganti e profonde, di avventure. Come dimenticare Kipling e Salgari, Gandhi e Vinoba Bhave, la dea Kalì e la Trimurti, lo yoga, le foreste con i cobra e le tigri? Un libro di Pasolini che ho divorato a quei tempi era “L’incredibile India”, poi nel primo viaggio in India (1964) ho toccato con mano che la realtà era ben diversa. Ma il fascino dell’India ha resistito fino ai nostri tempi, rinverdito dai molti giovani che andavano in India a cercare una dimensione spirituale della vita, diversa da quella cristiana, le fonti di quella “non violenza” che Gandhi stesso diceva di trovarsi nel Vangelo. Credo però che questo fascino sia molto diminuito negli ultimi tempi, per l’incomprensibile chiusura del paese portata dall’ “indutva” (oggi è più facile andare in Cina che in India!) e ultimamente dai troppi episodi di persecuzione anti-cristiana e di attentati terroristici e strisciante guerra civile fra indù e musulmani. O forse il fascino dell’India si sta solo rinnovando e diversificando, poiché il paese emerge come potenza economica mondiale, senza perdere (per il momento) quell’immagine di paese mite e di profonda umanità che seduce l’Occidente da sempre. Ha ancora un senso cercare in India una fede o un senso alla vita che a volte da noi sembrano smarriti? Non ha mai avuto alcun senso. Chi andava o va in India per questo motivo, e magari finisce vittima della droga, dell’anoressia o di allucinanti esperienze in cenobi ed eremi sui monti, evidentemente non conosce, non ha mai sperimentato il corrispondente della tradizione cristiana. Bisogna però dire che fra tutti i paesi non cristiani, l’India e la sua tradizione religiosa sono meno lontane da Cristo di qualsiasi altra religione dell’uomo. Il Vangelo e il modello di Cristo hanno avuto, dalla seconda metà dell’Ottocento, un enorme influsso sui riformatori dell’Induismo e hanno segnato profondamente il cammino dell’India moderna, con Ramakrishna, Tagore, Vinoba Bhave, Vivekananda. Quest’ultimo è stato uno degli ispiratori di Gandhi attraverso il quale è passato il messaggio di Cristo. L’universo indù sembrava a Vivekananda esageratamente contemplativo, troppo chiuso alle necessità della persona umana e nel 1897 ha fondato la “Ramakrishna Mission” introducendo nell’Induismo moderno lo spirito missionario e le opere caritative sull’esempio delle missioni cristiane. “Abbandonate i vostri misticismi che vi indeboliscono – scriveva a monaci indù. – E’ l’amore l’anima del mondo. Per questo amore il Cristo ha donato la sua vita per l’umanità. Adorate Dio nei poveri. A noi occorre una religione che ci dia fiducia in noi stessi e il rispetto degli altri. Se voi volete servire Dio, servite l’uomo”. E’ evidente che le radici dell’India moderna sono ben diverse da quelle dell’Occidente cristiano, che si riferisce all’Illuminismo, alla Rivoluzione francese, alla filosofia idealista e ultimamente a Marx e al marxismo nelle sue varie derivazioni, radicalmente anti-teisti e anti-cristiani. Se dall’ispirazione ideale scendiamo al piano storico, è noto il positivo riconoscimento che le più grandi personalità anche politiche dell’India indipendente (basti pensare a Nehru, Indira e Rajiv Gandhi, Shastri, Radakrishnan) hanno avuto sull’importanza ed esemplarità delle opere caritative ed educative delle Chiese cristiane nello sviluppo dell’India, ultimamente anche attraverso il modello, l’icona di Madre Teresa.
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