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Piero Gheddo

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(giugno 2011) da Avvenire
 

E’ bello fare il prete

                                                  di Piero Gheddo

     I sacerdoti anziani sono sempre più numerosi e sono una preziosa risorsa per la nuova evangelizzazione della nostra Italia. In questo senso. Il prete ha una longevità sconosciuta ad altre professioni, è “sacerdos in aeternum” e anche da anziano, a volte purtroppo non più autosufficiente, può sempre dimostrare con la sua vita, le sue preghiere, parole, scritti, la grandezza e bellezza della fede e della vocazione sacerdotale. Quando scrivo e parlo del prete, il mio cuore si riempie di gioia e ringrazio sempre il Signore di avermi chiamato. Noi preti (e lo stesso vale per le suore) viviamo in una situazione fortunata. Siamo nella posizione migliore per innamorarci di Gesù e per testimoniarlo. Lo scopo della nostra vita è solo questo: conoscere il Signore, pregarlo, amarlo, imitarlo pur nella debolezza della nostra umanità. Siamo liberi dalle preoccupazioni che hanno tutti gli uomini: il nostro futuro, i soldi, la carriera, la vecchiaia. Non abbiamo altre ambizioni e scopi, siamo  veramente liberi di orientare la nostra vita al Signore Gesù e preparare, anche qui sulla terra, il Regno di Dio.

      San Paolo era un innamorato di Gesù: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me. Per me vivere è Cristo” (Filippesi 3, 12); “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla, in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura pur di guadagnare Cristo” ( Filippesi, 3, 8-12) “La carità di Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14); “Chi potrà separarci dalla carità di Cristo?” (Rom 8, 35).

    Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l’espressione “in Christo”, cioè la vita in Cristo! Noi preti e suore non dobbiamo preoccuparci del nostro futuro, i soldi, la carriera, la vecchiaia. Non abbiamo altre ambizioni e altri scopi, se non quello di innamorarci del Signore Gesù. Ho seguito Giovanni Paolo II in diversi viaggi missionari. A Puebla in Messico nel 1979 gridava ai preti: “Lasciatevi possedere totalmente da Cristo, siate tutti di Cristo e questo vi renderà anche totalmente disponibili all’uomo. Siate uomini che avete fatto del Vangelo la professione della vostra vita. Il prete deve sempre fare il prete!”.

     Questa la nostra affascinante avventura e il modo migliore di prepararci alla nostra vecchiaia. Quanti sacerdoti anziani ho conosciuto, in Italia e nelle missioni, che hanno testimoniato la gioia del loro sacerdozio! Nel febbraio 1983 ho visitato in Birmania padre Clemente Vismara, che sarà beatificato in Piazza Duomo a Milano la domenica 26 giugno. E’morto nel 1988 a 91 anni, dopo 65 anni di vita in una regione conosciuta come ”Il triangolo dell’oppio”, ai confini con Cina, Laos e Thailandia, fra contrabbandieri, briganti, guerriglieri, tribali bellicosi e poverissimi. Padre Vismara viveva con 250 orfani e orfane, aiutato dalle suore di Maria Bambina e aveva 86 anni, il medico più vicino a 120 chilometri (con quelle strade!). Aveva fondato partendo da zero cinque parrocchie e un centinaio di villaggi cattolici, dai suoi cristiani, lui vivente, erano venuti fuori cinque sacerdoti e 14 suore. Ero andato per intervistarlo sulle sue avventure e lui mi dice: “Ho già scritto tutto più volte. Lascia perdere il mio passato, parliamo del mio futuro”. E mi raccontava dei villaggi da visitare, delle conversioni, delle scuole e cappelle da costruire. Ho pensato: questo il prete che anch’io vorrei essere: non si è lasciato indurire dalle difficoltà dai pericoli, dalle persecuzioni. “E’ morto a 91 anni – dicevano i confratelli - senza mai essere invecchiato”.