Leggi il BLOG
commenti e condivisioni con
Piero Gheddo

| Home | Libri | Articoli Lettere con la clausura | Speciali Racconti |

| Incontri e conferenze | Biografia, foto e viaggi | Rosetta e Giovanni | Clemente Vismara | Contatti |

  
 

(luglio 2011) da Avvenire

Io missionario a Mompracem

                                      di Piero Gheddo

                                                                             

    La mia vocazione missionaria è nata per ispirazione del buon Dio e si è precisata leggendo “Operarii autem pauci” del beato padre Paolo Manna e gli articoli poetici e avventurosi di padre Clemente Vismara, missionario in Birmania e prossimo Beato della Chiesa universale: sarà beatificato in Piazza Duomo a Milano la domenica 26 giugno 2011 (ore 10-12). Ma debbo dire che un influsso notevole hanno esercitato su di me i romanzi di Emilio Salgari. Quand’ero ragazzo, si leggeva molto anche perché non c’erano films né radio nè tanto meno televisione.

     I libri di Salgari e di Giulio Verne erano per me, come per tanti altri, la lettura preferita, portavano con la fantasia in mondi lontani e facevano sognare noi adolescenti, presentandoci popoli e paesi sconosciuti da esplorare. Gli eroi di quel tempo erano appunto gli esploratori, gli avventurieri, i personaggi (come Sandokan) che combattevano per la libertà e la giustizia. In  me, che vivevo un’intensa vita di preghiera ed ecclesiale, quelle letture aprivano orizzonti sconfinati e, avendo fin da bambino ricevuto da Dio il dono della vocazione sacerdotale, mi facevano sentire un po’ ristretta e soffocante la routine del prete in parrocchia. Tutto questo, mi portò ad innamorarmi della vita missionaria e ad entrare  nel Pime a 16 anni nel settembre 1945.

     Nella mia vita missionaria ho poi avuto la ventura di viaggiare in diversi paesi e territori nei quali  Salgari aveva ambientato le sue avventure: 

-         Cartagena in Colombia (la prima città e diocesi spagnola del Sud America conservatasi intatta come nel ‘500) e le isole dei Caraibi, descritti da Salgari nei volumi del “Ciclo dei corsari delle Antille”: ricordo “Il Corsaro nero”, “La regina dei Caraibi” e ”Il figlio del  Corsaro rosso” .

-         Mompracem e il Borneo, dove Salgari ambientò il “Ciclo dei pirati della Malesia”, di cui ricordo “Le tigri di Mompracem”, “Sandokan alla riscossa”, “Il re del mare”, “I pirati della Malesia”, “la rivincita di Yanez” e tanti altri.

-         Il Bengala della dea Kalì e le foreste del Sunderbund dove si svolgono le vicende avventurose de “I misteri della giungla nera” e “Il bramino dell’Assam”. “Sunderbund” appariva a noi ragazzi un termine oscuro e affascinante per immaginare i “thug” della dea Kalì e la tigre reale del Bengala. Poi ho saputo che nella lingua bengalese “sunder” è un legno da costruzioni molto ricercato perché resiste all’umidità e non è intaccato dalle termiti; e “bund” significa semplicemente foresta. Ma ormai la magia delle pagine di Salgari era passata anche per me.

 

     Sono stato anche nel “Far West” americano (“Sulle frontiere del Far West”), in Sudan e nel deserto del Sahara (le avventure del Mahdi), ma soprattutto conosco gli ambienti salgariani ricordati e qualcuno potrebbe chiedersi come mai un missionario è andato a visitare quei luoghi. Come forse i miei lettori sanno, da cinquant’anni visito le missioni cattoliche in tutto il mondo, spesso invitato da vescovi o missionari che sono sul posto. Strano a dirsi, ma proprio dove Salgari immaginava e ambientava le sue avventure, il mio istituto missionario Pime di Milano (Pontificio istituto missioni estere) è presente o è stato presente in passato con i suoi missionari: appunto Borneo, Bengala e Cartagena regina dei Caraibi. Gli ultimi due ambienti visitati sono il Bengala nel 2002 e 2009 (dove ci sono ancora una quarantina di nostri missionari e suore)  e il Borneo. Ricordo quest’ultimo viaggio nel 2004, perché mi ha portato nella mitica isoletta di Mompracem.

 

    Nel febbraio-marzo 2004 ho visitato con padre Giorgio Licini, missionario del Pime in Papua Nuova Guinea, la giovane Chiesa della Malesia peninsulare, del Borneo malese e del Brunei, accolti con grande cordialità da vescovi, preti, religiose, catechisti e laici. Da un lato, invitato dal vescovo di Kota Kinabalu, per esaminare la possibilità che il Pime ritorni a lavorare in Borneo, dove si registrano molte conversioni fra i “dayak” delle foreste (anche questi citati spesso da Salgari!) e vi è una drammatica scarsezza di sacerdoti e suore: nel 1972 un sacerdote ogni 3.000 battezzati, oggi, dopo l’espulsione dei missionari inglesi di Mill Hill, uno ogni 8.000 (e ogni “parrocchia” ha 200-300 battesimi di adulti l’anno!); dall’altro, per rivedere i luoghi in cui l’Istituto ha lavorato un secolo e mezzo fa: Labuan, Brunei e Sabah. Su sei diocesi del Borneo malese (esteso poco meno di tutta l’Italia) ne abbiamo visitate quattro: Kota Kinabalu, Brunei, Keningau e Kuching.

     I missionari del Pime sono andati in Borneo nel 1856 mandati dalla Santa Sede perché in quei territori, indipendenti e sotto sultani indigeni, Gesù Cristo non era ancora stato annunziato e nessuna struttura della Chiesa cattolica era presente; e, secondo motivo, il fondatore e capo della missione, lo spagnolo mons. Carlos Cuarteron, primo prefetto apostolico del Borneo, di Brunei e di Labuan, voleva riscattare gli schiavi cristiani rapiti dai pirati malesi sulle coste delle Filippine e venduti in Borneo. Due infatti gli scopi di quella breve missione: annunziare Cristo e riscattare gli schiavi ridando loro libertà. La missione poi è terminata nel 1860 quando Propaganda Fide ritenne più urgente mandare i missionari del Pime ad Hong Kong, anche per salvarli dal possibile sterminio della missione, che aveva subito parecchi assalti da parte di gruppi fanatici musulmani e di pirati malesi.

     Nel sultanato del Brunei e nel Borneo del nord-ovest (poi diventato parte della Malesia come stato federato di Sabah) ne 1856 c’era già una piccola presenza diplomatica e commerciale inglese, ma senza alcuna relazione con i missionari cattolici; e quando questi hanno avuto bisogno di protezione per i loro schiavi riscattati, pagando il dovuto ai proprietari, contro le persecuzioni dei fedeli dell’islam, il console inglese si rifiutò di aiutarli, per non mettersi contro i costumi e le autorità locali. E’ giunto fino a noi il testo di una lunga lettera di padre Antonio Riva al prefetto apostolico mons.  Cuarteron che abitava a Labuan, nella quale il missionario descrive in modo particolareggiato e drammatico l’assalto subìto il 20 novembre 1859 dalla sua missione di Barambang (nel sultanato di Brunei) da parte di un gruppo armato islamico.

      Il centro della missione del Pime era nell’isola di Labuan dove ora c’è una fiorente parrocchia, di fronte al sultanato del Brunei, che oggi ha un vescovo. Ho visitato il piccolo cimitero cattolico di Labuan con le tombe dei primi cattolici, cippi antichi con iscrizioni che quasi nemmeno si leggono, ma che i cristiani d’oggi tengono come un ricordo storico importante, per dimostrare la presenza della fede cristiana fin dalla metà dell’Ottocento,  molto prima della colonizzazione inglese. Nella parrocchia di cui eravamo ospiti ho incontrato il dott. Teo Willie, che dirige un’agenzia turistica e riceve molti turisti dall’Occidente, quindi è impegnato a far vedere  l’isola e spiegare la sua storia. E’lo storico di Labuan e quindi molto interessato alla prima missione del Pime, la prima in tutto il Borneo.

     Sulla spiaggia di Labuan Teo Willie mi porta all’imbarcadero per affittare un motoscafo e andare all’isola di Mompracem, che adesso si chiama Pulau Kuraman ed è sistemata nel mare di fronte alla punta estrema a sud-ovest di Labuan. Mompracem è una piccola isola (Labuan ha 92 kmq., Mompracem solo sette), ci sono strade e anche  case moderne, ristoranti e scuole, coltivazioni e soprattutto foreste. Ma sopravvivono le antiche abitazioni in legno su palafitte che ho visto nell’interno del Borneo fra i dayak, con le casette collegate l’una all’altra da passerelle o da una veranda unica che scorre davanti alle singole abitazioni formando quasi un unico lungo cortile. In uno spiazzo in foresta al centro dell’isola, c’è una stele di bronzo con una lapide di marmo che commemora Emilio Salgari e i “tigrotti della Malesia” nell’isola natale di Sandokan e a Labuan. Questa lapide, scritta in inglese e in italiano, è stata portata da una commissione culturale italiana. Alcuni turisti chiedono  di visitare l’isola per conoscere l’ambiente di Sandokan, personaggio immaginario ma che in tutto il Borneo è ancora ricordato. Esiste tra l’altro la città di Sandakan, la seconda città dello stato di Sabah, la cui capitale è Kota Kinabalu, ed è lo stato che conta un 30% di cattolici, mentre gli altri stati federati nella Malesia sono di buona maggioranza islamica.

      Nell’isola di Labuan esiste ancora, con altri ricordi dell’Ottocento, il palazzo del console inglese, la cui figlia Susanna (“la ragazza dai capelli biondi” di Salgari) aveva fatto innamorare Sandokan. Poi ho visitato Kuching, capitale dello stato di Sarawak sempre nel Borneo malese, dove si ammira il museo del tempo coloniale inglese e il palazzo del governatore mister Brooks, contro il quale lottava Sandokan, precursore delle rivolte e guerriglie anti-coloniali.

                                                                                     Piero Gheddo