Leggi il BLOG
commenti e condivisioni con
Piero Gheddo

| Home | Libri | Articoli Lettere con la clausura | Speciali Racconti |

| Incontri e conferenze | Biografia, foto e viaggi | Rosetta e Giovanni | Clemente Vismara | Contatti |

  
 

(luglio 2011) da Avvenire

Ai confini del mondo per incontrare Cristo
di Piero Gheddo

Nel 2003, quando ho celebrato i 50 anni di sacerdozio, ho mandato a parenti e amici lettere per chiedere preghiere. Una cara amica, suora di clausura nel monastero delle Carmelitane di Crotone, mi risponde: “Che bella missione è stata la tua! Sei andato fino ai confini del mondo per informarci sui missionari e i giovani cristiani, che sono la speranza della Chiesa”. E’ vero, sono stato ordinato sacerdote dal beato card. Schuster il 28 giugno 1953 nel Duomo di Milano (eravamo 120 nuovi preti!) e i superiori del Pime, invece di lasciarmi partire come missionario per l’India, mi hanno trattenuto “per un anno o due” ad aiutare l’anziano direttore della stampa Pime, dato che da giovane studente già mandavo qualche articoletto al quotidiano “L’Italia”, precursore di “Avvenire”.
Poi il provvisorio è diventato a poco a poco definitivo e ho incominciato a visitare le missioni, prima quelle affidate al Pime, poi molte altre dove ero invitato, specialmente dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) vissuto da giornalista all’Osservatore Romano e come corrispondente di “Avvenire” e di altri giornali, intervistando molti vescovi missionari che poi mi hanno invitato.
Non so preciso quanti paesi ho visitato, ma penso una novantina in ogni continente, alcuni per pochi giorni, altri per mesi. In genere non mi interessano i luoghi turistici o intervistare i capi politici, mi interessa vedere come si svolge la vita missionaria, i metodi dell’annunzio e della formazione cristiana, come vive e cosa pensa la gente comune, cristiani e non cristiani. Mi piace fermarmi due-tre giorni in una missione, in un villaggio, registrare e trascrivere al computer quel che vedo, sento e rifletto, subito per non perdere l’onda di emozioni che mi prende quando visito i missionari e dove nasce la Chiesa, come negli Atti degli Appostoli. Ho vissuto diciamo dal di dentro guerre e guerriglie, rivoluzioni e persecuzioni, carestie e pestilenze. Soprattutto di guerre e guerriglie ne ho vissute tante: Vietnam, Cambogia, Sri Lanka, Pakistan, Filippine, Salvador, Nicaragua; e poi, in Africa, Rhodesia e Namibia, Ruanda e Burundi, Angola e Mozambico, Congo, Somalia, Eritrea, Ciad e via dicendo. Ovunque celebravo la Messa a Cristo nostra Pace!
Ho visitato missioni e missionari fin quasi agli estremi confini della terra. Alcune situazioni estreme. Nell’estate 1980 sono stato in Papua Nuova Guinea nell’isola di Woodlark, dove nel 1855 è stato massacrato il martire beato Giovanni Mazzucconi. Conservo una foto, fattami da un confratello, dove sono circondato da una decina di bambini con gli occhi spalancati e il volto festoso, mi toccano perché, forse, pensano che sia un fantasma. Mi hanno poi spiegato che i bambini e ragazzini di quell’isola, isolatissima nel Pacifico, non avevano mai visto un bianco. Dal tempo degli americani che occuparono Woodlark durante la seconda guerra mondiale, quella cara gente era rimasta tagliata fuori dalle rotte commerciali e turistiche. Eppure oggi, trenta e più anni dopo, a Woodlark c’è una chiesa protestante e in altra parte una cattolica. I miei confratelli mi dicono che davvero il seme di Mazzucconi sta incominciando a dare i suoi frutti.
Altro viaggio avventuroso in situazioni estreme è quello del giugno 1975 nella guerra d’Angola, quando i portoghesi si stavano ritirando e non intervenivano nella guerra civile fra i tre “movimenti di liberazione”, Mpla al nord (filo-occidentale), Flna al centro (con la capitale Luanda, sostenuto da Urss e Cuba), Unita al sud (sostenuto dal Sudafrica). Andavo a visitare le missioni dei Cappuccini italiani (veneti) che mi hanno accolto e accompagnato.
Arrivo a Luanda venendo dal Portogallo, ma con me scendono pochi passeggeri, che appena sbarcati avevano già chi li aspettava e li portava in città. Era pomeriggio avanzato e sono rimasto solo senza capire perché. Mi spiegano che in città c’è la guerra. Dormire in aeroporto? Ma il giorno dopo poteva essere peggio. Trovo un taxista che non voleva partire, ma accetta con una buona mancia. Sono arrivato alla parrocchia Madonna di Fatima nella notte, passando attraverso sparatorie, incendi, guerriglieri che fermavano minacciosi. Quando finalmente arrivo, mi apre un cappuccino che mi dice: “Ma lei è matto? Non siamo venuti a prenderla perché ad uscire di casa si rischia la vita”. Hanno ospitato anche il taxista. Il mattino dopo mi portano al vicino ospedale cattolico dove due camion col cassone ribaltabile portano nell’incineritore camionate di morti! Un fetore di morte su tutta la città.
Il giorno dopo, con un padre cappuccino, andiamo alla sede di un movimento di liberazione e sono spettatore impotente (e sento un brivido alla schiena), della fucilazione di alcuni avversari che chiamano “spie”. Ho fatto alcune foto poi pubblicate da “Epoca”, dallo “Spiegel” e mi pare anche da “Paris Match”, con compensi stratosferici per “Mondo e Missione”. Con padre Flaviano Petterlini ho poi visitato l’Angola, da Uige (Carmona) al nord, passando per Malanje, fino a Huambo (Nova Lisboa), cioè le tre parti in cui era diviso il paese tenute dai rispettivi movimenti di liberazione. Siamo passati indenni fra sparatorie, villaggi incendiati, fiumiciattoli i cui ponti erano saltati. La nostra jeep ha attraversato uno di questi su alcuni grossi tronchi d’albero che sostituivano il ponte. Io ero già dall’altra parte e credo di non aver mai pregato il Signore Gesù con tanta intensità.
Abbiamo passato una notte all’addiaccio in foresta, perché la strada era interrotta dai combattimenti e ho provato credo per la prima volta cosa vogliono dire i crampi allo stomaco per la paura e la fame. Incontrando i posti di blocchi, Flaviano mi diceva: “Nascondi bene le due macchine fotografiche, sorridi sempre e non dire mai niente, lascia parlare me”. Come il lettore immagina, siamo passati indenni perché il buon Dio ha calcolato che non gli conveniva avere due martiri in più (ce n’erano già tanti in quella guerra!) e due missionari in meno, ma anche perché padre Flaviano sapeva le lingue ed era sempre vestito con la tunica dei Cappuccini, che in quella guerra civile era il miglior passaporto. In uno di questi posti di blocco, ci siamo fermati un po’ di più perché Flaviano ha sbloccato la situazione distribuendo qualche caramella. Allora ho potuto fare qualche fotografia. In una di queste si vede il gruppo di quei cari e poveri giovani con atteggiamenti feroci sventolando i loro mitra e fucili e in mezzo Flaviano che sorride disteso e il Pierino Gheddo col volto tirato e il sorriso forzato. Infatti uno di quei negroni brandiva minaccioso una clava e il padre mi aveva detto che quando volevano far fuori qualcuno, per non sprecare una pallottola, lo bastonavano a morte con quel randello.
Eppure, cari amici lettori, oggi (36 anni dopo) l’Angola pacificata è stata visitata da Benedetto XVI nel marzo 2009 come il paese che ha la più alta percentuale di cattolici nell’Africa nera. Circa il 70% e altri sono protestanti o ancora animisti. Nel gennaio 2009 intervisto a Roma padre Domingos Soquia, diocesano di Lubango, che mi dice: “L’Angola si definisce un paese cristiano perché praticamente il cristianesimo è l’unica religione presente in modo consistente nel paese. Abbiamo un buon numero di vocazioni sacerdotali e religiose, ma tenendo conto della vastità del territorio (quattro volte l’Italia!) e della giovinezza dei nostri cristiani, siamo pochi. Abbiamo ancora bisogno di missionari stranieri perché portano uno spirito missionario alla pastorale, indispensabile anche per noi, ci sono di modello e di aiuto in questo. E poi mantengono la nostra Chiesa unita alla Chiesa universale”.

Dopo tanti viaggi mi sono convinto che le frontiere estreme della missione non sono quelle più lontane e abitate da popoli “primitivi”, ma il vivere in paesi islamici anche “moderati”. Pensavo che l’islam indonesiano fosse “moderato” ma ho visto un’altra realtà. Nel febbraio 2003 ho visitato l’Indonesia con i missionari saveriani di Parma, che sono nell’isola di Giava e Sumatra, l’ isola grande due volte l’Italia con circa 50 milioni di abitanti, tutta foreste e montagne, in maggioranza islamica ma con una piccola minoranza di animisti e cristiani.
A Sawahlunto, nella diocesi di Padang, ho incontrato padre Pasquale Ferraro, salernitano cordiale e dinamico noto come guaritore con medicine di erbe, foglie e radici, ed esperto di "pietra nera" (ossa di bue segate a blocchetti e bollite diventano come carbone), che guarisce dai veleni di serpenti e scorpioni, dal tetano e anche dalla droga. Viveva a Sawahlunto da otto anni, con una “parrocchia” estesa come la provincia di Salerno e 500 cattolici, ridottissima minoranza in un mare islamico. 127 vicini alla chiesa parrocchiale, altri a piccoli gruppetti anche a 80-100 chilometri. “Alcuni si tengono nascosti, dice padre Pasquale, per paura di essere attaccati perché sono cristiani isolati". Gli chiedo come vivono i cristiani nella società islamica.
“Qui l'islam è una appartenenza sociale, culturale, tradizionale, etnica. Vedono la televisione che veicola le novità: soldi, moto, sesso, oltre a vecchi vizi come il gioco d'azzardo. Capiscono che i popoli cristiani, pur con i loro difetti e peccati, sono più avanzati nella civiltà e nell'umanesimo, ma accusano l'Occidente di voler distruggere l'islam. Molti vorrebbero un cambiamento dell’islam, ma le resistenze di chi detiene il potere sono fortissime. Subiscono la tradizione e invidiano i cristiani. Il fanatismo viene da questi sentimenti repressi, perciò spaccano i vetri della chiesa, bruciano le cappelle e le case dei cristiani. Con i capi è impossibile dialogare: interpretano tutto come un tentativo di convertirli. Ho fatto tanti sforzi per avvicinarli, incontrarci, dialogare. Una sera ho cenato qui con tre ulema, abbiamo aperto la Quaresima assieme col digiuno del Ramadan, ma sono episodi senza conseguenze.
“Vivere da cristiani è veramente difficile. Un amico, a casa sua, insegnava ad alcuni bambini cristiani chi è Gesù. Ha dovuto smettere perché l'hanno denunziato: non si può fare catechesi nelle case. Non possiamo aiutare direttamente i poveri per non essere accusati di proselitismo. Tempo fa ho promosso una scuola di taglio e cucito. Dicevano alle donne: "Voi andate a cucire e l'ambiente cristiano vi contamina. Prima o poi diventerete cristiane". La scuola è morta perché non venivano più, però adesso queste donne, quando mi incontrano, mi salutano ed è già qualcosa. In seguito i musulmani hanno aperto loro scuole di taglio e cucito”.
Chiedo perchè la società islamica è oppressiva. Risponde: “Conta l'autorità e basta. Ad esempio: a scuola, l'alunno deve solo ascoltare, imparare a memoria, obbedire. Se non capisce, pazienza; se fa domande vuol dire che il maestro non s'è spiegato bene, quindi lo offende. Lo stesso succede nella famiglia, l’uomo comanda e la donna obbedisce, guai se si oppone. I miei cristiani – continua padre Pasquale - sono buona gente con una fede forte perché altrimenti non resisterebbero. Hanno incendiato le cappelle e tirato sassi ai vetri della chiesa. Le cappelle le ho rifatte ed ho protestato con la polizia, hanno fatto con me dentro una “commissione di riconciliazione”, ma ogni tanto capita ancora”.
Ti senti realizzato come missionario? “Se dicessi che non mi sento realizzato direi una bugia. Se uno vuol fare il missionario deve saper soffrire. Senza croce non c'è missione. Io mi sento realizzato, ho avuto molte sofferenze, ma anche molte gioie. La sofferenza più grande è vedere che gli altri soffrono e sentirsi impotenti ad aiutarli. La gioia più grande è vedere che la parola di Dio porta frutti di vita umanizzata, di pace dove c'era guerra, di gioia, di unità dove c'era divisione, di miglioramento delle condizioni familiari, sociali e anche economiche. Capisci che i sacrifici che fai non sono inutili”. Cosa ti è piaciuto di più della tua esperienza? “Trovare che l'uomo, nella sua semplicità, è una persona buona, accogliente. Devi presentarti a lui come uno che ha bisogno di essere aiutato: allora ti dà tutto, si affeziona. La prima esperienza che ho fatto tra gli akit (popolazione tribale indonesiana - ndr), sono stato là un mese e più e poi, quando sono ripartito, è venuto tutto il villaggio ad accompagnarmi fino alla barca, parecchi anche adulti piangevano. Allora ho preso la decisione di ritornarci. Un uomo una volta mi ha detto: "Ma se Gesù è così importante per noi, perché non siete venuti prima?". Ho risposto: appena ho saputo che c'eravate anche voi io sono venuto”.