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Piero Gheddo

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(marzo 2010) da Avvenire
 

COSA PENSO DELLA TEOLOGIA AFRICANA

                                              di Piero Gheddo 

     Penso che i teologi africani brancolano un po’ nel buio. Al primo Sinodo africano (1994) c’erano teologi più impegnati a cercare una loro via e godevano d’una certa autorità. Poi mi pare che si siano esauriti e nel secondo Sinodo (2009) il loro influsso si è visto poco. Secondo don Cece Kollié della Guinea-Konakry, professore di antropologia all’Ucao di Abidjan, i preti africani fanno ricerche e tesi universitarie ma sul matrimonio o sul funerale, secondo le varie tribù. La teologia africana si dovrebbe fare partendo dalla lingua locale, ma i preti africani usano poco la loro lingua, spesso predicano nella lingua veicolare europea. Nel nord Camerun, i padri Mario Frigerio (licenziato in Sacra Scrittura) e Piergiorgio Cappelletti (in Africa da 40 anni), hanno tradotto con altri i testi liturgici in tupurì fra i quali lavorano, ma mi dicono che preti e suore preferiscono il francese. E in Costa d’Avorio, padre De Franceschi (da 35 anni in Africa) conferma questa esperienza. E’ facile immaginare quanto poco i teologi che in genere hanno studiato in Europa e vivono i  seminari o ambienti universitari conoscano la loro lingua madre e ancora meno la usino.

     De Franceschi ha tradotto i Vangeli e i testi liturgici in baoulé, la lingua più parlata in Costa d’Avorio. Un prete gli chiede: “Dove hai trovato questi termini?”. Lui risponde: “Non li ho trovati all’Università, ma parlando con i catechisti e la gente dei villaggi. Potete trovare anche voi questi termini, se parlate e studiate la lingua baoulé, e avere così la base linguistica e culturale per fare una teologia africana”.

     A volte si dice che Roma ostacola lo sviluppo della teologia africana. Può essere vero anche questo, ma le vere difficoltà sono due:

     1) Nell’Africa nera, con popoli diversi e dispersi, non esistono una cultura e una religione locale comune. La teologia occidentale aveva alle spalle il pensiero greco-romano già avanzato nella ricerca della verità e le elaborazioni dei Padri e Santi della Chiesa. L’Africa nera è evangelizzata da poco più d’un secolo con una cultura tradizionale puramente orale. Il pensiero teologico nasce dalla vita cristiana di un popolo che ha maturato qualcosa di originale, integrando il Vangelo nella propria tradizione. Altrimenti si rischia, com’è successo per la “teologia della liberazione” (la Bibbia letta con l’analisi marxista certo non latino-americana), di elaborare una teologia africana secondo le idee delle Università e facoltà teologiche d’Europa.

     2) Dopo la seconda guerra mondiale, il volume “Filosofia bantu” del francescano belga padre Placido Tempels ebbe grande risonanza. Era il tentativo di trovare in Africa delle categorie filosofiche come quelle europee e descriveva l’ontologia africana fondata sul principio della “forza vitale”. La scoperta di un sistema ontologico a fondamento della visione africana del cosmo e dell’uomo potrebbe fornire quelli che scolasticamente vengono definiti i “preambula fidei”. Così sarebbe possibile quel processo di inculturazione della fede, che è lo scopo ultimo dell’attività missionaria. Ma il tentativo di Tempels non ha prodotto una filosofia africana. E senza una filosofia solida e armonica non credo si possa fare teologia.

    L’Africa nera ha grandi valori da trasmettere a noi cristiani d’antica data: la forza e l’entusiasmo della fede, lo spirito missionario, la gioia di vivere, la solidarietà e condivisione fra poveri, la pazienza e sopportazione di sofferenze e persecuzioni (la “Via Crucis” in Africa attira migliaia di fedeli). La teologia africana è un’altra cosa e mi pare prematuro chiederla oggi.