(novembre 2011) da
Avvenire
Una bell’Italia che fa e testimonia
Il messaggio dei missionari martiri
di Piero Gheddo
Si potrebbe liquidare l’episodio che il massacro perpetrato ieri a Kiremba, in
Burundi, è stato un tentativo di rapina mal riuscito. Ma rimane il fatto che la
Chiesa di missione, vivendo in situazioni estreme di miseria e instabilità
politica, ogni giorno fa i conti con una criminalità e una insicurezza che
rendono fatti del genere pane quotidiano, anche se il più delle volte non ne
abbiamo notizia. Spesso la criminalità si confonde con la guerriglia
anti-governativa.
Quanto è accaduto a Kiremba richiama i due genocidi del 1972-1973 e 1994-1995 in
Ruanda e Burundi, con qualche centinaio di migliaia di morti (in Ruanda vennero
uccisi quattro vescovi su nove e 92 preti su 140), senza che l’Occidente e
l’Onu, dopo il fallimento in Somalia, intervenissero. La riconciliazione c’è
stata ma ancor oggi l’ordine pubblico non è assicurato. Eloquente il dispaccio
diramato lo scorso 28 ottobre dal Ministero degli Esteri italiano: “Si
sconsigliano viaggi a qualsiasi titolo in Burundi. Si continuano a registrare
episodi, anche gravi, di attacchi ad opera di ignoti ai danni della popolazione
locale nella regione di Bujumbura e nella zona a Nord Ovest della Capitale al
confine con la Repubblica Democratica del Congo (Rukoko), con voci circa la
formazione di nuove bande ribelli. A un anno dalle elezioni, boicottate dai
principali partiti d’opposizione, la situazione politica resta molto fluida. Si
segnala inoltre che, per motivi di sicurezza, le Rappresentanze
Diplomatico/Consolari del Burundi presenti in Italia subordinano l’emissione del
visto di ingresso alla presentazione di una lettera di invito”.
Perché, allora, la Chiesa italiana continua ad essere presente in situazioni
così pericolose? Quando venne assassinato in Turchia don Andrea Santoro fidei
donum della diocesi di Roma, l’editorialista di un grande quotidiano italiano
scriveva: “Ma perché questo bravo prete va a vivere in un paese dove non
vogliono i preti cattolici? Perché non se ne sta nella sua città dove avrebbe
tanto lavoro per la sua opera spirituale e umanitaria?”. Il sangue versato a
Kiremba ricorda a tutti la realtà profonda della “missione alle genti”, che le
Chiese cristiane continuano a promuovere, per portare a tutti gli uomini il
Vangelo di Gesù, l’unico autentico rivoluzionario nella storia che cambia
dall’interno il cuore dell’uomo e porta la pace nella giustizia e nella verità.
Nel novembre 1995, quando sono stato l’ultima volta in Burundi, avevano appena
ucciso due missionari Saveriani, i padri Ottorino Maule e Aldo Marchiol, con la
volontaria Caterina Gubert, a Buyengero, 110 chilometri a sud di Bujumbura.
Nella sala da pranzo dei Saveriani a Bujumbura, un cartello richiamava il motto
del Santo Fondatore dell’Istituto, mons. Guido Maria Conforti: “I tempi sono
tristi, ma non si è chiuso il tempo dei prodigi. I prodigi più belli sono quelli
che opera la Grazia nel regno dei cuori”.
Nel silenzio assordante dei media, si consumano sacrifici quotidiani che spesso
non hanno nemmeno l’onore delle cronache, ma fanno parte di una normalità in cui
la Chiesa è sempre in prima fila. Solo una grande fede e l’amore autentico al
popolo fra il quale vanno a vivere può sostenere i missionari, le suore e i
volontari italiani in paesi dove il pericolo di un massacro è all’ordine del
giorno. Ci sono 6.000 missionari italiani in Africa e circa 7.000 negli altri
continenti che, con la loro opera silenziosa e la loro testimonianza, ci mandano
un messaggio: anche nel nostro Paese, se vogliamo uscire dalla crisi
esistenziale nella quale ci auto-distruggiamo, dobbiamo ritornare a Cristo.
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