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Piero Gheddo

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(settembre 2010) da Avvenire

L’Africa nera secondo Naipaul 

     Non abbiamo mai finito di comprendere gli altri popoli, le altre culture e religioni.   

L’Africa nera torna ogni tanto alla ribalta dell’attualità, purtroppo quasi sempre per avvenimenti negativi, carestie, guerre tribali, dittature, immigrazioni clandestine verso l’Italia. Si dice che bisogna dare a quei popoli maggiori finanziamenti, aiutarli a svilupparsi in casa loro, smetterla di rapinare l’Africa delle sue ricchezze naturali, ecc. Da mezzo secolo siamo abituati a questi ritornelli e molti non capiscono come mai l’Africa nera non si sviluppa. Poi arriva un Premio Nobel della Letteratura (nel 2001), Vidia Naipaul, indiano dei Caraibi, con un libro che capovolge tutte le nostre conoscenze e credenze: “La maschera dell’Africa” (Adelphi 2010, pagg. 290).

     Un libro contro corrente, attaccato e censurato dall’intellighenzia “liberal” e progressista, che accusa l’Autore di aver dato una visione razzista degli africani, raccontandolo come un mondo primitivo e violento, dove sopravvivono in modo massiccio riti religiosi ancestrali basati su sacrifici, magia, stregoneria. Lui risponde: “Scrivo la verità, chi mi accusa di razzismo è un terzomondista in malafede”.

     Il volume è la cronaca meticolosa di una sua recente visita-inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. Vuol capire meglio l’Africa e pensa, a ragione, che la religione tradizionale sia la chiave per entrare nella cultura e mentalità degli africani. Visita vari paesi: Uganda, Ghana, Nigeria. Costa d’Avorio, Gabon e Sud Africa e scrive: “Ero convinto che nell’immensa vastità dell’Africa le pratiche magiche non fossero diffuse in maniera uniforme. Ho dovuto ricredermi. Ovunque ho incontrato indovini che ‘gettavano le ossa’ per leggere il futuro e ovunque ho ritrovato la stessa idea di una ‘energia’ da imbrigliare attraverso il sacrificio rituale”.

     Naipaul non solo racconta in modo preciso fatti che ha visto e che già conosciamo, la magia, la stregoneria, la credenza negli spiriti, i sacrifici di animali, ma dice che ha sentito il bisogno, “da non credente quale sono, di andare al cuore delle cose, di avvicinarmi ancora di più all' Africa, attraverso le credenze”. E ha scoperto quanto gli studiosi dell’Africa già sanno. Con una differenza. Chi studia l’Africa legge di riti e magie in un modo, come dire, distaccato, pensando che la vita oggi è molto cambiata e tutto si riferisce ad un lontano passato. Naipaul invece incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, rappresentano un punto di riferimento diffuso e sono, in fondo, un forte ostacolo allo sviluppo. “L’africano medio – scrive – ha molta paura della religione pagana e questa resiste” (pag. 93). L’africano medio, in fondo, vive una schizofrenia profonda: da un lato accetta e desidera di entrare nell’attualità del mondo moderno, dall’altro la sua cultura tradizionale lo riporta al passato da cui non vuole e non può staccarsi.

     “La maschera dell’Africa” spiazza un po’ tutti proprio per questo. Ci rivela un’Africa quasi sconosciuta che sopravvive e influisce ancora perché “le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura” (pag. 151). Naipaul scrive che “a parte la sua componente islamica, l’Africa si considera cristiana”,  poi subito aggiunge che “al di sotto scorrono antiche correnti di pensiero, di fede, di costumi” (pag. 88).

     “La maschera africana” non è un libro facile perché porta continuamente  l’attenzione su situazioni africane alle quali non siamo abituati, la magia, il boschetto sacro, il malocchio, violenze e crudeltà, sacrifici cruenti e orridi: “Si fanno molti sacrifici rituali in cui vengono cavati gli occhi e la lingua a vittime viventi. Succede tutti i giorni” (pag. 206). Realtà tabù che non si vorrebbe nemmeno conoscere. Eppure non è un libro a tesi. Il Premio Nobel ha passato un anno e mezzo in Africa e racconta semplicemente quanto ha visto e sentito senza quasi alcun commento.

    Al termine della lettura, mi viene in mente quanto mi diceva anni fa un missionario cappuccino in Angola, padre Flaviano Petterlini, mentre visitavo con lui il nord e il centro del paese: “Gli africani sono giovani, pieni di vita e di buona volontà e hanno immense potenzialità di sviluppo e di bene. Ma la loro più grande povertà è che non conoscono o conoscono poco Cristo, l’unico che può liberarli dalle potenze del male”.

    Il 21 marzo 2009, in Angola il Papa ha detto ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.

     Il Papa continua dicendo che “qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». “Ma, continua il Papa, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale – dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.

    E’ la prima volta che una personalità non africana a livello mondiale ricorda questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo degli africani e dell’Africa. E il Papa non lo fa per giudicare o condannare, ma per aiutare, come padre e messaggero del Vangelo di libertà, gli africani a liberarsi da una pesantissima eredià religioso-culturale-storica.

                                                                   Piero Gheddo