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Recensioni alla biografia di Augusto Colombo
Da “Tracce” – Milano marzo 2011

PADRE COLOMBO Con la letizia di sempre

di Innocente Figini

16/02/2011 - In un libro di Piero Gheddo la vita del missionario del Pime. Il ricordo di un medico che lo incontrò in India: tra pizzi di Cantù, bagni in mare e la costruzione di un’università. «Se dovrà andare, andrà». Anche quella volta che lo rapirono

L’incontro con padre Colombo è stato come un fulmine a ciel sereno. L’ho incontrato la prima volta in India quando ero ancora studente di Medicina, in occasione di un viaggio organizzato da Mani Tese, un’associazione che combatte la fame nel mondo. Poi, silenzio per quindici anni fino a quando padre Augusto torna in Italia per il “tagliando” (come diceva lui) sulla sua salute. Un periodo breve - per lui sempre troppo lungo - in cui si sottoponeva a visite mediche e interventi chirurgici, possibilmente in giornata. Ma questi rientri erano soprattutto l’occasione per organizzare convegni, incontri e riunioni con lo scopo di racimolare fondi per la sua India.
Quella volta aveva bisogno di fare la cataratta. Lo opero io, per lui finalmente tornano i bei colori del mondo… «Caspita, ma quanti ciechi per cataratta ci sono in India, soprattutto bambini (le sue migliaia di bambini)… Cente, perché non vieni giù ad operare? Ti aiuta Marina». Tra me penso: «Figuriamoci! Dobbiamo sposarci tra qualche mese». Ma quella sfida mi aveva colpito. L’ultima obiezione era stata: «È impossibile, manca tutto là». E lui: «Troveremo quel che vi serve. Il bisogno è enorme. Si inizia con poco e, se dovrà andare, andrà». Detto, fatto. Il viaggio di nozze è in India da padre Colombo. Le “spedizioni” andranno avanti per 15 anni, con un numero sempre maggiore di oculisti che si aggiungono anno dopo anno. Aveva avuto ragione lui: se dovrà andare, andrà. In mezzo a tante difficoltà, ma anche innumerevoli miracoli, oggi alcuni oculisti indiani sono in grado di operare stabilmente in un vero e proprio ospedale oculistico e si impegnano a farlo per la gente povera dei villaggi. Esattamente quello che aveva nel cuore padre Augusto.
In 60 anni di missione ha realizzato pozzi per l’acqua, case, ha trovato lavori per uomini e donne, istruzione per bambini e ragazzi. Fino all’ultima titanica impresa: la costruzione di un’università dove 1/3 degli studenti sono i suoi ragazzi poveri cattolici, i ”paria” dei villaggi, fino a pochi anni fa esclusi da questi studi proprio per la loro fede. Ma tutto questo è stato reso possibile dalla potenza di Dio che si è beata di operare attraverso la granitica fede di quest’uomo tenace e spiccio nei modi, veloce nei ragionamenti e senza fronzoli.
Amava la gente dei suoi villaggi, ma sapeva stare anche con le persone “importanti”, di fronte alle quali non rinunciava alla propria identità di uomo di Dio. Conosceva tutti per nome. Prediligeva i bambini, con cui giocava appena poteva, ma per chiunque aveva un saluto, un incoraggiamento, un rimprovero o un abbraccio.
Aveva un innato senso dell’umorismo, quello dell’uomo semplice, veniva da un’educazione che aveva dato come frutti tre vocazioni su sette figli.
Mi piace ricordarlo nello scorrere della sua giornata, che iniziava prestissimo: alle sei era già “in groppa” alla sua jeep lanciata con velocità su quelle strade piene di buche, per arrivare presto a dire messa in qualche villaggio.
Là tutti lo aspettavano come si aspetta un padre amato che non si vede da un po’: gruppi di bambini sorridenti e allegri, vestiti poveramente ma dignitosi, a piedi nudi, ma con i capelli ben lisciati. Proprio i sorrisi di quei bambini, privi di tante cose, ma certi di essere amati da padre Augusto e dalle suore, sono stati quelli che hanno aiutato un nostro figlio, Sacha, che si era unito a noi in uno dei viaggi, a decidere di ricominciare a studiare.
Ovunque, per le strade dei villaggi, uomini e donne si protendevano verso di lui per salutarlo. Nella chiesa, sempre addobbata come lui insegnava (con fiori variopinti e ghirlande di carta colorate), decine e decine di persone accorrevano a sedere per terra. Intanto, in mezzo a quel frastuono, padre Augusto confessava: 10, 20, forse 30 adulti e bambini. Poi la messa iniziava, in un ordine generale impensabile fino a cinque minuti prima.
Non perdeva mai tempo, era attento a tutti, si preoccupava addirittura di fare trascorrere qualche momento di riposo agli oculisti, portandoli in giro a vedere la bellezza della natura, le cittadine vicine… E i suoi orfanotrofi dove nei volti di quei bambini sereni con le loro mamme-suore, era come vedere la gloria di Dio.
Era un grande educatore, lo si percepiva dai particolari, in come ad esempio insegnava alle donne a curare la casa e i bambini.
La sua fede salda penetrava qualsiasi cosa, dalla passione ad esempio con cui aveva insegnato alle donne a fare i pizzi di Cantù per poi rivenderli in Italia, alla preoccupazione per il più piccolo bambino malato.
La stessa fede che lo fece tornare fischiettando all’alba, con una coperta sulle spalle, dopo essere stato rilasciato in piena notte dai banditi che lo avevano tenuto in ostaggio. Quegli stessi rapitori che, anni dopo al processo, egli fece finta di non riconoscere.
Amava tutta la realtà. Vedeva la grandezza di Dio dappertutto, lo si capiva dal modo con cui gioiva. Come quando durante uno dei suoi viaggi di affari, riuscì a fare una scappata per vedere il mare, il giorno prima di morire all’improvviso. Le suore raccontano che era contento come un bambino: aveva fatto il bagno e si era fatto fotografare con il mare alle spalle, così, con la semplicità e la letizia di sempre.

Piero Gheddo
Augusto Colombo, apostolo dei paria
Edizione EMI
€ 15