| ( dicembre 2006) da Atlantide
- trimestrale di studio della "Fondazione per la sussidiarietà" di P.Piero Gheddo
Dopo gli anni sessanta, la cultura umanistica è stata sconfitta
dalla cultura tecnologica ed economicista degli organismi dell’Onu e dei
governi occidentali: ad esempio, John Kennedy si proponeva di sviluppare
l’America Latina con l”Alleanza per il Progresso”, un “Piano Marshall”
basato sugli aiuti (20 miliardi di dollari) e il commercio (Trade not Aid); e
poi, dalla corrente leninista-maoista che attribuiva le radici del sottosviluppo
al colonialismo e all’imperialismo capitalista: gli esempi sono infiniti, da
Mao a Che Guevara, che proponevano la rivolta contro l’Occidente, fino ai no
global di oggi (“Non popoli poveri, ma impoveriti”, “Loro sono poveri
perché noi siamo ricchi”).
La prima corrente di pensiero liberal-capitalista ha prodotto un
certo sviluppo specialmente in quei paesi dell’Asia che, per motivi
storico-religioso-culturali, erano preparati a ricevere gli “stimoli” e gli
aiuti per la modernizzazione e il libero mercato; ma ha prodotto nello stesso
tempo la deriva di altri (esempio l’Africa nera) e l’aumento ovunque del
distacco fra ricchi e poveri. La seconda corrente, comunista-rivoluzionaria, ha
prodotto rivolte e guerriglie per la “liberazione”, fino all’adozione del
sistema socialista-comunista, che è fallito ovunque nel tentativo di produrre
egualianza e sviluppo: basti vedere come quasi tutti i circa trenta paesi
comunisti dopo il 1989 quando sono crollati per implosione interna. Fa eccezione
il caso della Cina, che ha mantenuto il feroce potere del partito e dello stato
totalitario, ma aprendosi al mercato e all’ideologia del denaro senza alcun
rispetto dei diritti umani. Un italiano che vive in Cina dal 1995, mi diceva due
anni fa che, secondo lui, “non c’è oggi paese di capitalismo così
selvaggio come la Cina”.
Negli anni ottanta si è incominciato a capire che lo sviluppo dei popoli
può venire solo dall'istruzione, dall'evoluzione di mentalità e culture,
dall'educazione a produrre di più, da governi stabili che sostengano
l'agricoltura e le popolazioni rurali, dalla libertà economica e dal libero
mercato mondiale. Fondamentale il discorso di Giovanni Paolo II all'Unesco (2
giugno 1980) su cultura e crescita dell'uomo; l'Unesco ha poi lanciato la
campagna decennale sul tema "Cultura e sviluppo" (1987-1997), ma non
è stata recepita né reclamizzata. Viviamo in una civiltà materialista che
vede solo i soldi, le macchine, i commerci, le tecniche, mentre viaggiando nei
paesi poveri, molte volte sento dire: "Qui ci vorrebbe una rivoluzione
culturale, nel campo delle idee".
L'esperienza della Chiesa la descrive Giovanni Paolo II nella
"Redemptoris Missio" (n. 58): "Lo sviluppo di un popolo non
deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle
strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione
delle mentalità e dei costumi. E' l'uomo il protagonista dello sviluppo, non il
denaro o la tecnica... La Chiesa educa le coscienze col Vangelo... forza
liberante e fautrice di sviluppo...". Bisogna riflettere su queste parole
del Papa, che corrispondono all'esperienza dei missionari.
“Educazione”: viene dal latino “e-ducere”, tirar fuori, allevare,
orientare verso un fine, una meta. Rosmini diceva: “L’educazione ha lo scopo
di rendere l’uomo autore del proprio bene”.
Sullo “Sviluppo” Paolo VI ha scritto nella “Populorum Progressio”
(n. 20): “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per
essere autentico, lo sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire essere
volto alla promozione dell’uomo e di tutto l’uomo” (n. 14). E poi ancora:
“Il vero sviluppo è il passaggio, per ciascuno e per tutti da condizioni meno
umane a condizioni più umane”.
Il collegamento fra i due termini è chiaro: l’educazione è il motore
principale dello sviluppo, il mezzo, la via che permette di far crescere un
uomo, un popolo e l’intera umanità nell’umanesimo integrale. Non si può
separare l’economico dall’umano, come capita troppo spesso nella nostra
società e cultura.
Nel 1955 il nuovo presidente del Brasile Henrique Cardoso affermava
che “la priorità numero uno” del suo governo era la scuola. Il quotidiano
“O Estado de S. Paulo” scriveva il 3 marzo 1995: “Dopo quasi cinque
secoli, le autorità del Brasile incominciano a comprendere il valore
socio-economico dell’educazione. L’imperatore Pedro II (dal 1831 al 1888,
n.d.r) non fece quasi nulla per l’educazione, il popolo era analfabeta per il
90 per cento. Nella repubblica, era presidente un uomo di grande levatura,
Campos Sales (eletto nel 1898, n.d.r.), che presentò al Congresso il suo
programma di governo senza usare neppure una volta la parola istruzione o
educazione”.
In tutta l’America Latina c’è stata questa cecità dei governanti
nel trascurare l’educazione; o forse anche la precisa volontà dei
colonizzatori e dei loro discendenti di lasciare le masse nere e indie
nell’ignoranza. Nel 1966, in Brasile un missionario del Pime espulso dalla
Birmania era stato mandato nel 1949 nel Paranà a fondare la parrocchia di
Porecatù (arcidiocesi di Londrina): padre Calogero Gaziano (1914-1967), molto
attivo nella pastorale e nel fondare numerose scuole elementari, medie,
magistrali, di avviamento professionale e tecnico, che hanno fatto di Porecatù,
da un paesino rurale, la cittadina più importante di quella regione. Padre
Calogero mi diceva: “Alcuni confratelli mi accusano di dedicarmi più alla
scuola che non alla chiesa, ma non capiscono che senza la scuola la chiesa non
serve”. E aggiungeva che in
Birmania prima si costruiva la scuola, poi la cappella e lui aveva continuato a
fare così anche nel Brasile rurale e forestale di quei tempi, quando i ricchi
latifondisti e le autorità locali dicevano ai missionari: “Perchè volete
fare le scuole per questa massa di manovali che debbono solo lavorare la terra?
Non serve a niente e non impareranno mai niente”. Nell’interno del sud
Brasile, in Mato Grosso e in Amazzonia, fino a mezzo secolo fa le prime scuole
le hanno costruite i missionari e le suore.
L’arretratezza di grandi masse di popolo in Brasile, come in altri
paesi latino-americani, prima ancora che dalle ingiustizie sociali (latifondismo,
bassi salari, ecc.) dipende da popoli tenuti nell’ignoranza. In 1 febbraio
1995, il massimo quotidiano del Brasile, “A Folha de S. Paulo”, pubblicava
un’intera pagina con le statistiche comparate del Brasile e della Corea del
sud, nei due anni 1960 e 1995, da cui il Brasile usciva umiliato. Nel 1960, la
Corea aveva il 48% di analfabeti, il Brasile il 32%, ma nel 1995 le percentuali
erano del 9 e del 18%! In Corea il 38% dei coreani frequentavano l’università,
in Brasile solo l’11%! Il Brasile spendeva l’1,6% del bilancio statale per
l’educazione, la Corea il 3,7%, più del doppio!
Sono dati del 1995 che spiegano perché la Corea del sud ha avuto una
forte crescita economica, mentre il Brasile si trascina il peso di un 30-35%
circa dei suoi abitanti che sono sotto il livello minimo di povertà! Eppure il
Brasile ha leggi sociali avanzatissime, sindacati efficienti, mentre la Corea
del sud è stata distrutta dalla guerra (1950-1953) e poi dominata quasi sempre
da una dittatura militare. I missionari del Brasile mi dicevano che non avevano
mai avuto notizia che i sindacati avessero organizzato scioperi per la mancanza
di scuole e la loro inefficienza nelle zone rurali; però facevano molte
proteste per la distribuzione delle terre ai contadini; ma un missionario di
Pinerolo in Goiàs, padre Ovidio Gerlero, mi diceva: “Distribuire la terra ai
poveri non serve, se non sono istruiti e aiutati a gestirle. Quasi sempre le
rivendono ai ricchi proprietari”. Quanto ho detto del Brasile vale anche per
l’Africa, anzi più ancora perchè i popoli africani, senza loro colpa, sono
molto meno alfabetizzati, istruiti, educati. Visitando i paesi africani, sento
spesso ripetere che gli aiuti “in moneta” dei governi occidentali ai governi
localii non sono il modo migliore per aiutare quei popoli: sono trasferimento di
soldi dai paesi ricchi alle élites politiche di quelli poveri. Quante volte ho
sentito dire che è uno sbaglio azzerare il “debito estero”, perché è solo
un favorire del mafie del potere! Opinione esagerata ma indicativa. I governanti
africani, spiace dirlo, spesso non lavorano "per il popolo", ma hanno
sequestrato il potere per gli interessi della propria etnia o regione. E questo
non per malvagità di questo o quel capo, ma perché in un paese non
democratico, in buona parte non alfabetizzato e non libero nonsi può pretendere
nulla di diverso. L’esperienza dei missionari sul campo dice
questo: il popolo (in quei paesi) non è istruito. E' povero, prima ancora che
economicamente, culturalmente. E le due cose vanno assieme: quando parlo della
necessità di educare questi popoli non parlo solo dell'importanza dell'alfabetizzazione,
che manca, e di cui uomini e donne hanno disperato bisogno. Ma parlo soprattutto
dell'importanza di insegnare loro a produrre: i paesi del Terzo mondo sono
poveri perché non sanno creare ricchezza. La ricchezza è una torta da
produrre, prima di distribuirla: questo bisogna dirlo forte e chiaro! Il tema andrebbe approfondito, perché dovremmo
chiederci: per quale motivo, partendo da quali radici l’Europa è arrivata per
prima allo “sviluppo” moderno, certo molto imperfetto, ma che al momento è
l’unico che conosciamo? Rispondere a questa domanda vorrebbe dire aprire un
altro capitolo su “educazione e sviluppo”. Non basta alfabetizzare e
insegnare scienze e tecniche, occorre istruire ed educare a quei valori che
hanno permesso ai popoli europei di inventare i diritti dell’uomo e della
donna, la democrazia, la giustizia sociale, la scienza e la medicina moderna,
ecc. Solo con una lettura umanistica, culturale e religiosa delle radici di
sviluppo e sottosviluppo, si può giungere ad una comprensione più profonda e
autentica del cammino che l’intera umanità deve ancora fare per un mondo più
umano e umanizzante per tutti. |