| india9 (febbraio 2005) da
Missionari del Pime
di P.Piero Gheddo Vegavaram, Eluru, India (Andhra Pradesh) 22febbraio 2005 – p. Piero Gheddo
Ida – Sono nata a Cislago (Va) nel 1914, sono arrivata in India nel
1948 e sono rimasta l’ultima di quella prima spedizione delle Missionarie
dell’Immacolata. Sono infermiera caposala e ho lavorato in molte parti dell’Andhra.
Sono qui a Vegavaram da circa trent’anni. Con i padri del Pime ho lavorato a
Gudivada e ad Amalapuram.
Piero – Cosa dice della sua vita in India?
Ida – Noi siamo venute ben preparate al sacrificio. La madre Dones e le
due Giuseppine ci avevano preparate al sacrificio, abbiamo sempre lavorato senza
pensare di tornare in Italia, si veniva per non tornare più. In principio
abbiamo fatto tanti sacrifici, ad Amalapuram giorno e notte. Le infermiere erano
poche e tutto cadeva sulle nostre spalle; mi chiamavano “la notturna” perché
anche di notte svegliavano sempre me, io correvo. Non ero mai stanca, sembrava
non dormissi mai, invece dormivo ma ero sempre pronta. Non pensavamo di tornare
in Italia, pensavamo che il Signore ci mandava quei sacrifici e dovevamo farli
con amore e con gioia.
Piero – Quali sono i sacrifici più grandi che ha dovuto fare?
Ida – Non so, forse l’acqua da bere, che era amara e a volte salata.
Questo è quel che mi è costato di più. Al cibo mi sono adattata subito, come
al dormire per terra e al non avere orari nel lavoro, si lavorava sempre. Siamo
arrivate in nave a Madras, dove è venuto a prenderci mons. Angelino Bianchi e
ci ha portate fino a Gudivada. Ma siccome la nostra casa non era ancora pronta,
i padri ci hanno dato la loro casa e noi siamo entrate e loro si sono dispersi.
I padri del Pime sono stati veramente nostri fratelli in tutto.
Piero – Conoscevate già l’inglese?
Ida – Niente, niente del tutto. Mons. Bianchi ci è sempre stato
vicino, ci ha aiutate in tutto, per i documenti, per la lingua, ecc.
Piero – Insomma, eravate preparate al sacrificio….
Ida – Ma non erano nemmeno sacrifici. Bisognava adattarsi perché prima
della partenza ci parlavano molto di doversi sacrificare e adattare. Noi ci
siamo adattate.
Piero – Che messaggio dà lei oggi alle giovani che in Italia vogliono
farsi missionarie dell’Immacolata?
Ida – Cosa vuol dire messaggio? Vivere giorno per giorno? Noi vivevamo
giorno per giorno confidando nella Provvidenza, sempre disponibili per le
persone che incontravamo. Ci avevano istruite a non pensare a
noi stesse, quasi dimenticarci di noi, per pensare agli altri. Se
pensiamo agli altri allora va bene, se invece pensiamo a noi, allora la vita
missionaria non vale più niente. Lei la metta giù più bene, perché io non so
esprimermi.
Piero – Ida, lei parla benissimo, dice cose interessanti.
Ida – I nostri padri del Pime ci dicevano che noi dobbiamo voler bene
agli altri, non a noi stesse: se dimentichiamo noi stesse va bene. I padri del
Pime ci davano questo esempio, sempre disponibili ad ogni momento per tutte le
persone; posso dire che qui in India ho incontrato veramente dei santi. E anche
noi eravamo sempre pronte. Lo spirito di sacrificio è la cosa più importante
per chi vuole diventare missionaria. Se a una giovane manca la volontà di
sacrificarsi e non chiede a Dio questa grazia, è meglio che non entri nemmeno
da noi.
Piero – Qual era il più grande sacrificio che ha compiuto?
Ida – Come ho detto, il più grande sacrificio era l’acqua da bere
che non era buona. Ma altri sacrifici io non li ho fatti. Come dicevo, la madre
ci aveva preparate così bene, che noi eravamo sempre pronte e allegre. Quando
sono morte le prime sorelle, noi abbiamo sofferto molto, ci sentivamo sole.
Avevamo solo i padri del Pime come fratelli e ci hanno molto aiutate, ma eravamo
proprio sole. Eppure mai abbiamo pensato di tornare in Italia.
Piero – Oltre all’acqua amara e salata, cosa l’ha fatta soffrire di
più?
Ida – Non so perché fin dall’inizio mi sono adattata bene. Mi ha
aiutato molto il p. Obert, che prima di partire dall’Italia ci ha fatto una
settimana di ritiro parlando dell’adattamento. La madre ci diceva sempre che
lo slogan dell missionaria è “Age contra”, cioè agisci contro te stessa.
Io ho trovato tutto abbastanza facile, altre hanno fatto più difficoltà per il
cibo, il clima. Quando è venuta la madre a visitarci, alcune sorelle le hanno
detto che io ero sempre magra e temevano che mi ammalassi. La madre mi ha vista
mangiare dei bei piatti di riso e mi ha detto: “Lei, fin che mangia così, non
è ammalata”.
Torriani – Quando hanno aperto il lebbrosario a Vegavaram, lei era qui?
Ida – No, a dir la verità all’inizio i lebbrosi mi facevano paura,
poi pregando mi è passata. Quando hanno aperto qui il lebbrosario io ero ad
Amalapuram col p. Biffi e ogni
tanto bisticciavo con lui, non era
un tipo facile, ma anche lui ci voleva bene.
Piero – Quindi, secondo la sua esperienza è
bello fare la missionaria?
Ida – E’ bello nel senso che ci sono tante soddisfazioni, ma si
soffre anche molto. Ma io a dir la verità ho sofferto poco. In mare, ad esempio
io non soffrivo mal di mare, altre lo soffrivano. Il clima non l’ho mai
sofferto, eccetto certe giornate prima dei monsoni quando il termometro va sopra
i 45 gradi!
Piero – Non ricorda qualche episodio commovente della sua vita
missionaria?
Ida – I miei episodi erano sempre commoventi perché ho lavorato molto
con le mamme e i bambini. Ad esempio, quando ero in maternità, non avevamo
niente e quando c’era bisogno di dare ossigeno ad un bambino che era
cianotico, lo facevamo bocca a bocca. Eravamo proprio povere. Quante preghiere
ho fatto per salvare la mamma e il bambino, dopo aver fatto tutto il possibile
col poco che avevamo. La nostra preoccupazione era di salvare la mamma e il
bambino e lavoravamo giorno e notte, facevo la respirazione bocca a bocca per
lungo tempo. Non avevamo nemmeno il carrello per portare il bambino dal piano
terra al primo piano, lo portavamo sempre in braccio.
Per riempire il serbatoio dell’acqua sul tetto, bisognava pompare con
le braccia ore ed ore. Gli uomini avevano la forza delle braccia, ma noi non
avevamo questa forza ed era un grande sacrificio pompare e pompare!
Torriani – Racconti la storia di questi bambini che avete fatto nascere
e poi li avete allevati, sono diventati grandi e magari sono dottori o altro.
Ida – Io ho sempre avuto la passione per i bambini. Quanti bambini
scappavano e li rincorrevo in bicicletta per prenderli e riportarli a casa. Noi
possiamo dare tutto ai bambini, ma l’affetto di una madre no. Erano tutti
figli di lebbrosi, ma noi li curavamo e guarivano dalla lebbra. Ce n’era uno
di cinque anni, è scappato e l’ho ripreso. Non voleva rientrare, ma andare
dalla mamma lontana. Si è messo a dormire sullo scalino della nostra casa e io
ho dormito vicino a lui, su una sedia. Il momento che mi sono addormentata
davvero, verso le quattro del mattino, mi è scappato. Quando il bambino aveva
la febbre alta, lo portavo nella mia camera e lo assistivo, non avevamo nessuna
camera speciale, lo portavo in camera mia. Chissà quante malattie ho rischiato
di prendermi, ma il Signore mi ha sempre aiutata.
Ad esempio, una bambina che adesso ha 18 anni e ha un fratello in
seminario, quando lei è nata, la mamma è morta. Un medico diceva: questa
bambina non campa, non può campare perché non ha questo e non ha quello;
invece è campata, l’ho allevata io. Quanti bambini abbiamo salvato da morte
sicura! Li lasciavamo con le mamme almeno fino a due anni. I bambini qui sono
tutti figli di lebbrosi, delle colonie di lebbrosi che vivono qui vicino. Tanti
che ho salvato si ricordano di me e vengono a trovarmi. Questo per me è un
grande regalo e una grande commozione.
Piero – Lei quando è tornata a casa sua?
Ida – Sono andata in Italia quando hanno fatto il primo capitolo, 15
anni dopo che sono venuta in India e non ho più trovato né papà né mamma,
erano morti mentre ero in India. E’ venuta una volta a trovarmi una nipote.
Piero – In che anno lei è diventata missionaria dell’Immacolata?
Ida – Sono entrata nel 1938, avevo 24 anni, Io ho sempre lavorato, a 12
anni sono andata a lavorare nel cotone, mio papà aveva cinque stipendi in casa,
voleva che diventassi maestra, invece sono andata a lavorare. Dopo che sono
entrata dalle Missionarie dell’Immacolata, ho studiato tre anni per diventare
maestra d’asilo, ma non ho poi fatto l’esame, le superiore mi sgridavano.
Poi ho studiato da infermiera a Niguarda andavamo sotto le bombe, era il tempo
di guerra. Sono diventata infermiera caposala e questo lavoro mi piaceva.
Quando sono arrivata in India sono andata a Gudivada in un dispensario
dove c’era una dottoressa di Torino, ma due-tre anni dopo è tornata in
Italia, poi è venuto il dottor Petrella. La dottoressa Morelli, ha fatto tanto
anche lei, erano pagati pochissimo.
Piero – Lei ha sempre fatto l’infermiera?
Ida - Sempre, in dispensari, ospedali, lebbrosari, di notte chiamavano
sempre me ed ero disponibile subito. Una volta non mi hanno trovata nel mio
letto. Dov’è andata? Mi hanno trovata in chiesa che dormivo su una sedia; ero
andata per pregare fra un intervento e l’altro e invece dormivo.
Torriani – Quando era in Italia ha fatto anche la spedizione delle
riviste? Ida – No, non ho mai fatto quei lavori di tavolino, io ero la facchina e facevo tutti i lavori. Lei ha scelto la suor Franca come segretaria e ha fatto bene. Fin da giovane era molto intelligente e quindi può aiutarla nei suoi lavori. A me il Signore mi ha fatto il dono di conservarmi la testa a posto e lo ringrazio della salute che mi ha dato. Ho visto che se ti spendi per gli altri, il Signore ti dà la salute.
Piero – Quindi lei non è mai andata fuori di testa? Non è mai
svenuta?
Ida – No, adesso sono fuori in veranda, ma non fuori di testa.
Superiora indiana di suor Ida - Le suore indiane hanno
iniziato a prendere i voti nel 1955 e oggi la congregazione ha in India tre
regioni, Eluru, Hyderabad e Siligury, con circa 600 suore indiane. Alcune suore
sono fuori India, in Camerun, Guinea-Bissau, Brasile, Amazzonia, Papua Nuova
Guinea, Hong Kong e Italia.
Piero – Suor Ida, lei aveva fratelli e sorelle?
Ida – Avevo cinque sorelle, una si è fatta suora ed è morta a 88
anni, le altre erano sposate e sono tutte morte. Avevo anche due fratelli, uno
è morto giovane, l’altro si è sposato ed è poi morto anche lui. Io sono
l’ultima e l’unica sopravissuta. L’ultima volta che sono andata in Italia
era nel 1992 per vedere mio fratello che era molto ammalagto e poi è morto. La
mia mamma ha avuto i bambini tutti vicini, uno nel 7 una nel 9, una nel 10, una
nel 14; poi ha adottato due bambini piccoli. Eravamo dieci, sei sorelle e
quattro fratelli, mio papà ha sempre lavorato ed era capomastro. Quando io sono
andata a lavorare mi ha comperato una bicicletta piccola, perché allora ero
proprio piccola, a 12 anni. Io non capisco i giovani e le giovani d’oggi,
anche qui in India: studiano, studiano, studiano, fanno congressi e meeting e
non muovono mai una scopa. Io ho sempre voluto bene a tutti e tutti hannno
voluto bene a me, ma anche se non mi vogliono bene io vivo lo stesso.
Piero – Che carattere lei ha? Mi sembra un po’ duretta o no? Ida – Sì, sono “rough” di natura, come si dice in inglese, quel che penso lo dico e sono anche un po’ umoristica, mi piace scherzare.
La suora superiora che è con lei dice che la Ida è un computer vivente
perché ricorda tutto.
Ida – A volte la superiora che è giovane dimentica un nome, una data,
e va a consultare il computer; io consulto il mio cervello e il nome viene
fuori. Se non ricordo un nome ci penso e non riesco a dormire fin che non lo
ricordo.
Piero –Adesso che ha una certa età, cosa fa ancora?
Ida – Bisogna intendersi cosa vuol dire “certa età”. Io sono
sempre tra i bambini e mi pare di rivivere una seconda giovinezza. Cosa faccio?
Non sono mai ferma. Faccio a maglia molti golfini per i bambini, giro qui e là
e aiuto dove posso, sono come la nonna dei bambini di lebbrosi che ospitiamo e
alleviamo, oggi con l’aiuto di molti medici, infermiere, insegnanti esterni.
Una volta i bambini si ammalavano di tante malattie e facevamo tutto noi, adesso
abbiamo dottori specialisti in tutto, per le orecchie, gli occhi, la pancia, il
cuore...
Piero – In conclusione. E’ contenta di essere venuta in India? Ida – Contentissima, l’India e specialmente gli indiani sono meravigliosi. Non puoi non volergli bene. Ogni giorno ringrazio il Signore di avermi chiamata ad essere missionaria. Sono molte più le gioie che ho avuto che non le sofferenze. Ho 91 anni, ma spero di andare avanti così an |