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( giugno-luglio 2003) da Liberal

LO SVILUPPO NON NASCE DAI SOLDI MA DAL VANGELO

di P.Piero Gheddo

    Lo squilibrio tra il Nord e il Sud del pianeta: la riflessione
di uno dei più famosi missionari

Il Nord del mondo non ha ancora capito come aiutare il Sud a uscire dal
sottosviluppo: troppi tentativi di aiuto falliscono, cioè non producono
sviluppo. Perché? Semplice. Viviamo in una civiltà materialista, che
privilegia l'economia e la tecnica e trascura gli aspetti culturali,
spirituali, religiosi dell'uomo. Negli ultimi quaranta, cinquant'anni, il
mondo occidentale ha spiegato i meccanismi che causano lo sviluppo (o il
«sottosviluppo») con letture di tendenza liberal-capitalista o
marxista-rivoluzionaria: finanze, commerci internazionali, prezzi delle
materie prime, tecnologie, sistemi di produzione, neo-colonialismo,
multinazionali, debito estero, ecc. Anche il mondo cattolico è stato
influenzato da questa «lettura materialista», non errata ma incompleta: il
motore della storia non sono l'economia o la tecnica, ma le idee, le
motivazioni profonde anche religiose che guidano i popoli nel loro cammino
storico. I Papi hanno sempre affermato che «lo sviluppo dell'uomo viene da
Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio» (1). Ma negli studi
e nella pubblicistica anche cattolica (eppure i missionari sperimentano
proprio quanto dicono i Papi) queste indicazioni sono in genere ignorate:
quando si parla di «sottosviluppo», si tratta quasi solo di finanze, scambi
commerciali, tecnologie, debito estero, ecc. Si ignorano o si mettono tra
parentesi (come ininfluenti) i valori culturali e religiosi, l'educazione,
le mentalità, i costumi. La gravità della spaccatura fra Nord e Sud dell'
umanità sta nel fatto che non è solo fra chi ha molto e chi ha poco. Se
davvero fosse così, basterebbe trasferire in modo massiccio finanze e
tecnologie (il che è stato fatto almeno in alcuni casi, e parlo soprattutto
dell'Africa nera e dei «Paesi del petrolio», con risultati deludenti). Si
tratta invece di un abisso culturale e religioso fra popoli che appartengono
a mondi diversi, vivono in epoche storiche diverse, sono separati da
cultura, religione, mentalità, lingua, costumi, strutture sociali (famiglia
monogamica o poligamica), visione dell'uomo (e della donna), della storia,
della natura, dello Stato.

La ricchezza non è una torta già fatta da distribuire equamente, ma una
torta da produrre. Se non si produce, si rimane poveri. Noi del Nord, ormai,
produciamo troppo di tutto: troppo cibo, troppi oggetti di uso comune,
troppe informazioni e divertimenti, ecc. Il Sud produce troppo poco. Se
vogliamo capire perché il mondo si divide in Nord sviluppato e Sud
sottosviluppato (debbo semplificare il discorso), bisogna risalire alle
cause storico-culturali-religiose. L'interrogativo fondamentale a cui dare
una risposta è questo: perché l'Occidente ha innescato il cammino verso il
mondo moderno, inventando lo sviluppo in tutte le forme che conosciamo, che
poi ha esportato nel resto del mondo? Il biologo americano Jared Diamond ha
vissuto a lungo in Papua Nuova Guinea e da trent'anni studia come rispondere
a questa domanda, che i suoi amici papua gli rivolgevano spesso. Il suo
volume (2) è interessante: ricostruisce la storia dell'umanità dalla
preistoria all'inizio della colonizzazione europea. Per capire le diversità
tra i popoli, egli afferma, non serve esaminare il periodo coloniale, perché
allora era già evidente il livello superiore di sviluppo dell'Occidente;
occorre invece andare indietro nel tempo, alle radici preistoriche dei
popoli. Per Diamond le cause sono geografiche e climatiche, mentre vanno
decisamente scartate le cause razziali, cioè la superiorità genetica di una
razza umana sulle altre. Nell'evoluzione storica, i popoli euro-asiatici
sono stati privilegiati rispetto ad altri dalla presenza di «grandi spazi»
che hanno favorito l'agricoltura e di animali di grossa taglia facilmente
addomesticabili (i bovini e i cavalli). Tre i momenti di crescita dei gruppi
umani, alcuni dei quali giunti prima degli altri al «mondo moderno»: a) il
passaggio dal nomadismo e dalla caccia-pesca all'agricoltura stanziale; b)
la domesticazione di piante e di animali, che liberò alcuni popoli dai
lavori più pesanti e permise di vivere non più solo per la sussistenza, ma
di impegnarsi in attività utili alla comunità; c) l'invenzione della
scrittura e delle tecnologie che hanno permesso il più rapido cammino di
alcuni popoli rispetto agli altri. La colonizzazione europea è dovuta ad
alcuni fattori ricordati nel titolo del libro: armi (più efficaci), acciaio
(utensili per aumentare la produttività di beni), malattie (infettive che
hanno sterminato i nativi nelle Americhe).

Diamond si rende conto che queste spiegazioni non chiariscono perché, a
parità di condizioni geografiche e climatiche, gli europei hanno reagito
meglio degli asiatici (infatti i primi hanno colonizzato i secondi e non
viceversa); ammette che «le cause remote della disparità restano incerte...
(questo) è un vero e proprio vuoto intellettuale, perché significa che non
siamo in grado di comprendere il corso più generale della storia... Le
differenze sono sotto gli occhi di tutti; ci viene spiegato che la
giustificazione di queste differenze basate sulla razza - che sembra così
semplice - è sbagliata, ma non ci viene fornita un'alternativa credibile»
(pagg. 12-13). Diamond esclude dalla sua ricerca - e non si capisce perché -
gli aspetti culturali-religiosi. Al contrario, gli studiosi delle civiltà
(Toynbee, Weber, Dawson, ecc.) affermano che la radice dei diversi cammini
storici dei popoli non sta essenzialmente nelle cause esterne (clima,
situazioni geografiche, disponibilità di materie prime), ma nelle rispettive
culture e religioni: cioè nelle spinte interne, nelle motivazioni culturali
e religiose al progresso. Infatti distinguono fra «civiltà cicliche» o
statiche (l'ideale è il ritorno a un passato mitico) e «civiltà
progressiste» o dinamiche, che guardano al futuro. L'uomo non è fatto solo
di materia, ma anche di intelletto, di anima; come scriveva Jacques
Maritain, «la cultura di un popolo viene primariamente dall'immagine che
quel popolo si fa di Dio» (3), da cui derivano il senso della vita e i
rapporti con gli altri uomini, con la natura, con la storia. Maritain
aggiunge: «Poiché lo sviluppo umano non è solo materiale ma anche e
principalmente morale, è logico che l'elemento religioso giochi il ruolo
principale». Per tornare alla teoria di Diamond, un credente in Cristo può
chiedersi: ma allora, se il cammino dei popoli è condizionato solo da
fattori geografico-climatici, che senso ha la Parola di Dio e l'Incarnazione
del Figlio di Dio? Non è anche per migliorare le condizioni di vita dell'
uomo (fatto «a immagine di Dio»), per creare almeno un inizio del «Regno di
Dio» su questa terra? Può un credente in Dio Creatore e Salvatore, pensare
che la storia dell'umanità è lasciata al caso? Ecco il tema che si dovrebbe
studiare e volgarizzare (da parte di università, centri studi, mass media).

Perché il Vangelo produce sviluppo?

Il tema è complesso, difficile e risulta nuovo alla maggior parte dei
lettori. La domanda se la pongono anche studiosi indiani e giapponesi:
perché il mondo moderno è nato nell'Occidente cristiano e non, ad esempio,
nell'Oriente buddhista o indù? Christopher Dawson afferma che «la religione
è la chiave della storia»: l'emergere e l'affermarsi della civiltà
occidentale non trova altra spiegazione (se non vogliamo cadere nel
razzismo) che nella visione messianica e ottimista della storia propria dell
'ebraismo e del cristianesimo (4). Il concetto che la storia è orientata da
Dio verso un fine positivo è uno dei contributi più decisivi che la Bibbia
(la «Parola di Dio») porta ai popoli, al progresso dell'umanità (5). Padre
Silvano Zoccarato, che lavora fra i Tupurì (Nord del Camerun) dal 1971,
scrive (6): «Il tempo in cui si muove l'africano è più una ripetizione del
passato che novità del presente. Il futuro è la fedeltà al suo passato».
Visitando i missionari, mi capita spesso di sentir raccontare, in termini
molto concreti, come e perché il Vangelo sviluppa l'uomo e i popoli: è la
loro esperienza quotidiana, ignorata in Occidente. Il Papa ha scritto nella
Redemptoris Missio (n. 58): «Oggi i missionari, più che in passato, sono
riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti
internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli
risultati con scarsi mezzi... La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire
al sottosviluppo in quanto tale, ma dà il primo contributo alla soluzione
dell'urgente problema del sottosviluppo, quando proclama la verità su
Cristo, su se stessa e sull'uomo» (7).

Ecco in sintesi alcuni punti di riflessione.

1) Anzitutto il missionario entra in un popolo nuovo con l'intenzione di
spendervi la vita: si inserisce imparando lingua, cultura, costumi,
adattandosi al clima e alle situazioni più difficili; è animato da una
motivazione religiosa, che gli permette di entrare in sintonia profonda con
quel popolo: non esistono popoli atei e quanto più i popoli sono «primitivi»
e «sottosviluppati», tanto più sono religiosi! Nel febbraio 2003 nell'isola
di Sumatra (Indonesia), ho incontrato missionari saveriani italiani che
lavorano da quaranta e più anni inseriti in gruppi tribali da poco usciti
dalla preistoria, in condizioni quasi impossibili: clima, cibo, isolamento,
ecc. Sono mossi dall'amore a quei popoli ai quali sono stati mandati, che
neppure conoscevano. È chiaro perché questi missionari creano ponti di
comprensione, di scambio, di solidarietà autentica, di educazione
vicendevole: cioè producono promozione umana e anche sviluppo economico e
sociale!

2) Il Vangelo porta ai popoli il valore assoluto della persona, che fonda la
«Carta dei diritti dell'uomo» dell'Onu (1948). Da questo concetto, l'uomo al
centro e prima di tutto (della politica, dell'economia, dello Stato, della
scienza), assente nelle altre culture e religioni, scendono i valori della
civiltà occidentale: l'eguaglianza di tutti gli uomini e donne, la
democrazia, la giustizia sociale, l'abolizione della tortura e della pena di
morte, il diritto alla libertà (di pensiero, religiosa, economica,
politica), ecc. L'assoluta dignità della singola persona umana si capisce a
partire da Dio Creatore, che ha fatto tutti gli uomini e le donne «a sua
immagine e somiglianza».

3) Il valore del lavoro, che nella civiltà antica (e anche per Marx ed
Engels) era concepito come una schiavitù. Ancor oggi nel mondo musulmano
tradizionale (naturalmente non nelle città occidentalizzate e nell'economia
moderna), l'uomo adulto che ha moglie e figli non lavora. Padre Clemente
Vismara (1897-1988), missionario in Birmania per 65 anni, scrive che uno dei
compiti più importanti del missionario è di educare «i cristiani a essere
amanti del lavoro, in modo da assicurare loro il sufficiente per vivere. Chi
nobilitò il lavoro fu il cristianesimo. Fra i pagani, chi può vivere senza
lavorare è un privilegiato, un protetto dagli dei. Gli antichi romani
riservavano il lavoro unicamente agli schiavi. Noi cristiani ci vantiamo di
avere come fondatore un Uomo-Dio dalle mani incallite nella botteguccia di
Nazareth!».

4) Il valore della materia, cioè l'abolizione del dualismo tra un aspetto
nobile e uno ignobile della vita, della natura. La frase forse più
rivoluzionaria della Bibbia è quella di San Paolo: «Tutto ciò che è stato
creato da Dio è buono e nulla è da scartare» (I Tim. 4, 4). Per cui Romano
Guardini ha potuto scrivere che il cristianesimo è «la religione più
materialista della storia» (8) e unisce utopia e realismo: da un lato il
modello divino-umano di Gesù (la tensione verso la santità, l'imitazione di
Cristo); dall'altro la coscienza del peccato originale, la tendenza all'
egoismo che è in ogni uomo: da qui deriva anche la distinzione fra Chiesa e
governo della cosa pubblica, la laicità dello Stato sconosciuta nell'Islam.

5) Il messianismo biblico di «cieli nuovi e terra nuova» ha innescato nella
civiltà occidentale il fenomeno delle continue «rivoluzioni», che portano
avanti l'umanità: altre civiltà, pur nobili e antiche, sono rimaste bloccate
per secoli e millenni. Nella sua Autobiografia (1946) Nehru si interroga sul
perché l'India, con una civiltà di cinquemila e più anni, ha dovuto
attendere il secolo Diciannovesimo per ricevere tutto dall'Inghiterra: il
concetto di persona, l'uguaglianza di tutti gli uomini, i diritti dell'uomo
e della donna, la democrazia, le macchine a vapore, la medicina moderna, le
scienze e tecniche per il dominio della natura, la giustizia sociale, ecc.
Nehru rispondeva: l'India è rimasta bloccata per migliaia di anni nella
struttura sociale delle caste, nella predeterminazione del karma e nella
ripetitività delle rinascite (metempsicosi), senza nessun cambiamento né
miglioramento; al contrario, l'Occidente cristiano, animato da continue
rivoluzioni, è giunto a dominare la natura e a innescare nella storia dell'
uomo la spinta verso il progresso.

6) Il Vangelo ha portato l'unica vera rivoluzione positiva per l'uomo, la
«conversione» al modello di Gesù Uomo-Dio. Le altre rivoluzioni cambiano l'
economia, i sistemi di governo, le leggi, i modi di produzione: ma se l'uomo
non cambia nella sua coscienza, non c'è speranza di miglioramento. «La vera
rivoluzione culturale è cambiare il cuore dell'uomo» ha scritto Mao Tze Tung
nel suo Libretto Rosso, ma pensava di raggiungere questo scopo con le leggi
e la violenza di un sistema totalitario. Gesù Cristo è venuto a cambiare l'
uomo: con l'aiuto della grazia di Dio, a renderlo da egoista altruista, da
chiuso in se stesso ad aperto agli altri, da aggressivo pacifico, da
menzognero verace, da pigro buon lavoratore. Questo l'ideale del credente in
Cristo (che certo non tutti i cristiani vivono!).

«La povertà africana ha radici culturali»

L'esperienza dei missionari conferma quanto scrive Giovanni Paolo II nella
Redemptoris missio (n. 58): «Lo sviluppo di un popolo non deriva
primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture
tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle
mentalità e dei costumi. È l'uomo il protagonista dello sviluppo, non il
denaro o la tecnica». E aggiunge: «La Chiesa educa le coscienze rivelando ai
popoli quel Dio che cercano e non conoscono... Col messaggio evangelico la
Chiesa offre una forza liberante e fautrice dello sviluppo, proprio perché
porta alla conversione del cuore e della mentalità, fa riconoscere la
dignità di ciascuna persona, dispone alla solidarietà, all'impegno, al
servizio dei fratelli...». Ecco come un missionario gesuita, padre Gino
Manzone (in Madagascar dal 1959), concretizza questi concetti (9): «Secondo
la mia esperienza, la povertà africana ha essenzialmente radici culturali...
La visione del mondo, della natura, dell'uomo, della storia che viene dalla
Bibbia è de-sacralizzante. Cioè il mondo e la natura non sono Dio, ma creati
da Dio per servire all'uomo, a sua volta creato a immagine di Dio. L'uomo è
il signore dell'universo e deve lavorare per esplorare e sottomettere la
natura, in modo da avere una vita più consona alla sua dignità di figlio di
Dio. Questa secondo me è una visione "progressista" che supera tutte le
visioni "sacrali" della natura proprie del mondo africano, le quali
ostacolano il progresso dell'uomo o almeno non ispirano il suo sforzo per
migliorare e sottomettere la natura. In Africa mancano gli stimoli interni
allo sviluppo, manca una preparazione di idee progressiste, per cui l'
accelerazione del progresso in tutte le sue espressioni non è possibile.
Voler imporre questa accelerazione con metodi brutali, come fanno diversi
governi africani, è una violenza fatta all'uomo che produce frutti negativi.
Prima bisogna educare l'uomo, cambiare le mentalità. Porto un esempio:
prendiamo la tecnica che noi portiamo in Africa, la meccanica e molte altre
tecniche, compresi i nostri metodi di produzione agricola o industriale. L'
africano impara facilmente, ha un'intelligenza viva e pronta, ma anche
quando fa quello che vede fare dall'europeo la sua mentalità è diversa:
questo vale per il contadino, il meccanico, il lavoratore dell'industria,
come pure per il voto politico secondo schemi democratici europei. I
risultati - afferma padre Manzone - sono necessariamente diversi: ecco
perché certi progetti di sviluppo dopo un po' decadono, sono lasciati
andare, le macchine si rompono e non si riparano (10). Il Madagascar è
grande due volte l'Italia. Se fosse coltivato da contadini italiani o
francesi, anche con mezzi rudimentali, potrebbe mantenere cento milioni di
abitanti. Invece non mantiene nemmeno dieci milioni di malgasci, perché la
produzione agricola è insufficiente. E questo non certo per colpa del
colonialismo o delle multinazionali. Il progresso, in tutte le sue
espressioni, è opera dell'uomo e quindi della cultura, della mentalità e
delle credenze dell'uomo: non è solo una crescita materiale, economica, ma
culturale, spirituale. Il cammino dell'Africa verso il progresso sarà ancora
lungo. Il vero problema è quello della cultura africana: l'Africa non deve
perdere la sua identità, pur assumendo i valori universali dell'Occidente,
che vengono dalla Bibbia e dal Vangelo. Non è semplice: da un lato deve
rifiutare i modelli di sviluppo capitalista o comunista che l'Occidente
vuole imporle, per trovare un suo cammino di progresso, secondo la sua
originalità; dall'altro, non è possibile per l'Africa fare a meno dei valori
universali di cui l'Occidente è portatore, così come non può fare a meno
degli aiuti allo sviluppo, se dati in spirito di fraternità e non per
imporre qualsiasi soggezione. Io sono convinto - conclude padre Manzone -
che l'evangelizzazione è il massimo contributo che noi possiamo dare all'
Africa. Gli africani accolgono il Vangelo non come un qualcosa di estraneo,
ma come un completamento della cultura tradizionale, un criterio di giudizio
che permette loro di capire quali sono i valori umanizzanti della tradizione
africana da conservare e potenziare e quali quelli disumanizzanti da
eliminare. Anche la cultura africana infatti ha bisogno di essere giudicata
dal Vangelo, ha bisogno di purificazione e di conversione».

«Chi va con i preti non fa più la guerra»

Ecco l'esperienza della missione di Suzana tra i Felupe, in Guinea-Bissau,
dove dal 1952 a oggi due padri missionari del P.i.m.e. (Pontificio istituto
missioni estere), Spartaco Marmugi (1952-1973) e Giuseppe Fumagalli
(1968-2003), sono rimasti sul posto (Fumagalli è tuttora parroco). La
missione di Suzana è in una regione isolata e in una etnia di religione
tradizionale. La situazione che i missionari trovarono a Suzana nel 1952 era
«preistorica»: il «mondo moderno» non era ancora arrivato. Padre Fumagalli
racconta (11) che i Felupe non vengono alla missione per avere aiuti
materiali, ma perché vogliono «conoscere Gesù»: «Hanno sentito parlare della
religione cristiana e vogliono saperne di più. Hanno fame e sete di
conoscere "il Dio dei cristiani". Allora combiniamo un incontro con il
villaggio. Ci sediamo per terra, sotto un albero, e incomincio col chiedere
che mi parlino del loro Dio. Parlano volentieri e mi raccontano cosa pensano
di Dio, come lo pregano. Poi chiedono a me cosa penso e io dico: "Ho il
massimo rispetto delle credenze che vi hanno lasciato i vostri antenati;
essi hanno cercato Dio nell'oscurità, come quando si cammina nella notte con
la lanterna. Ma io vi porto una novità: Dio ha parlato, Dio si è fatto uomo
in Gesù Cristo...". Questo discorso li interessa profondamente. Racconto la
storia di Gesù, figlio di Dio morto e risorto per liberarci dal peccato e
dalla morte. Ai non cristiani io non porto altro che la Bibbia e Gesù
Cristo». Il «primo annunzio» di Cristo ai Felupe ha un forte impatto
sociale-culturale-economico, come ho visto nelle due visite fatte a questa
missione (1988 e 1997): quando i Felupe si convertono a Cristo e al suo
Vangelo, acquistano una mentalità nuova che libera le loro potenzialità
umane e li sviluppa. Scrive padre Giuseppe Fumagalli (12): «L'ostacolo
maggiore allo sviluppo in Africa è la mentalità conservatrice, per la quale
conta solo la tradizione che non deve cambiare in nulla. L'anziano della
famiglia e il capo villaggio hanno questo compito: di consegnare ai figli il
villaggio così come l'hanno ricevuto dai padri. Ora, la cultura e la
tradizione sono elementi positivi se dinamici, ma negativi se statici. La
cultura dei Felupe (e più in genere delle tribù africane) è statica per
natura sua, perché, non conoscendo Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, non
ha sbocchi verso il futuro: è una cultura tradizionalista, non progressista.
Manca il concetto stesso di "progresso". Io tocco con mano che il "primo
annunzio del Vangelo", la conversione a Cristo e l'inserimento in una
comunità cristiana sono fattori di progresso per tutti gli aspetti della
vita africana».

Chiedo a padre Fumagalli cosa significa Gesù Cristo per chi si converte
(13). Risponde: «Chi segue la religione tradizionale è dominato dalla paura.
Crede in Dio creatore, ma non lo conosce e lo immagina talmente lontano dall
'uomo e inaccessibile, che sua la vita dipende dalle forze della natura e
dagli "spiriti" buoni o cattivi. Il cristianesimo libera dalla paura. Il
cristiano sa che Dio è Padre che vuole bene all'uomo e perdona. La malattia
e la morte non sono "punizioni" di Dio, ma fatti naturali. Quando l'africano
entra in questa logica dell'amore, allora si rasserena anche nel dolore, non
pensa a "difendersi" dagli spiriti e dal malocchio, ma ad amare il Padre che
è nei cieli. L'annunzio di Cristo e la conversione a Cristo sono i primi
passi per lo sviluppo di una personalità equilibrata e serena, che affronta
la vita con ottimismo e speranza nel futuro. Il paganesimo è senza speranza,
è rivolto all'indietro verso i tempi mitici degli antenati. In tutta l'
Africa si nota questo: i villaggi cristiani progrediscono più in fretta di
quelli non cristiani. Non perché ricevono più aiuti, dato che noi aiutiamo
tutti, ma perché cambiano mentalità: la loro cultura tradizionale, a
contatto col Vangelo, evolve in senso positivo (basta pensare a come cambia
radicalmente la situazione della donna!). Gesù Cristo è la vera rivoluzione
di cui i popoli africani hanno bisogno, perché rivela loro il vero volto di
Dio che è amore, è libertà, è ottimismo, dà senso alla vita, e speranza nel
futuro». Oggi in Guinea-Bissau ci sono 1.200-1.300 Felupe battezzati, su un
popolo che conta circa 20-25 mila individui. Chiedo a padre Giuseppe
Fumagalli quali frutti positivi il cristianesimo ha portato ai suoi Felupe.
Mi risponde con un esempio: in passato fra i villaggi di questa tribù c'era
un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi,
frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I
villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. In un'
inchiesta fatta nel 1996 sul tema «Chiesa-famiglia», la gente ha discusso e
ha dato risposte. Tutti concordano nel dire che uno dei migliori risultati
del cristianesimo è questo: ha fatto superare le antiche inimicizie tra i
villaggi e le famiglie. Un'anziana dice che quando lei era bambina, i suoi
genitori non la portavano nel villaggio vicino, perché era considerato
nemico. «Oggi - dice - i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù».
Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra
Edgin e Katòn per problemi di terre e proprietà di palmizi. In passato tra
questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani e i catecumeni
dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente
lo sa e dice apertamente che sono stati i cristiani a fare la pace. La
cappella di Kassolòl è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale.
Il terreno è stato concesso perché, hanno detto i capi (non cristiani), «chi
va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli».

Il «Terzo mondo» ha bisogno di una «rivoluzione delle idee»

I missionari promotori di sviluppo: gli esempi sono innumerevoli. Ricordo un
viaggio in Burkina Faso nel gennaio 1985, durante il tempo della grande
siccità che devastava i paesi del Sahel. Nel Nord del Burkina la gente
scappava da città e campagne, con pozzi e letti di fiumi senz'acqua:
emigravano verso il Sud del Paese dov'erano i campi profughi allestiti dall'
Onu e da vari organismi internazionali. Ho visto grandi progetti realizzati
anche dal governo italiano, dighe, canali, pozzi, rimboschimento,
abbandonati per mancanza di acqua e di manutenzione. Invece, nel predeserto
a Nord del Paese, tutto era verde, c'erano coltivazioni, canali e laghetti
pieni d'acqua. Come mai? Da trent'anni le due fattorie-scuole di Gundì e
Nanorò dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri (Torino) educavano
giovani e ragazze a trattenere l'acqua piovana (piove anche nel deserto!), a
riparare le pompe dei pozzi, a scavare canali e laghetti, ecc. Inoltre, li
avevano uniti in cooperative per l'acquisto di sementi, di macchine, per lo
smercio dei loro prodotti... Il ministro dell'Agricoltura del Burkina, che
ho poi intervistato a Ouagadougou, mi diceva: «Padre, se nel Nord del nostro
Paese, invece di due "fattorie-scuola" ne avessimo avute cinquanta o
sessanta, non ci sarebbe il flagello della siccità...». Lo sviluppo viene
dall'educazione: ma chi va a educare i giovani dei popoli poveri? Il mondo
ricco manda soldi e macchine, ma non educatori! E i governi locali
privilegiano le città, le élites, i militari, trascurando le campagne e la
formazione del popolo. La Chiesa e i missionari (con i volontari laici) non
possono naturalmente risolvere il problema del sottosviluppo: non è il loro
compito. Essi danno al Nord del mondo un modello di approccio e di azione,
finalizzando la loro presenza soprattutto all'educazione: la chiave del
«progresso» è l'educazione dell'uomo! Purtroppo bisogna dire che missionari
e volontari sono ammirati, applauditi, ma non studiati, né imitati.

È da poco terminato il «Decennio mondiale per lo sviluppo culturale»
(1988-1997), lanciato dall'Unesco allo scopo di orientare studi e dibattiti
alla scoperta «della dimensione culturale del progresso: è necessario
trovare un legame tra la produzione e la creatività e capire che l'economia
affonda le sue radici nella cultura» (14). Ma l'iniziativa dell'Unesco ha
avuto scarso seguito fra gli studiosi e nell'opinione pubblica: la cultura
dominante non consente di andar fuori degli schemi consueti. Chi parla di
«radici culturali e religiose del sottosviluppo» (come capita al
sottoscritto, (15)), viene accusato di «spiritualismo» ininfluente nelle
vicende storiche. Dobbiamo renderci conto del fatto che i popoli vivono in
epoche diverse: noi nel 2003 dopo Cristo, gli africani sono usciti dalla
preistoria 100-150 anni fa (non avevano la scrittura). Sono entrati nel
mondo moderno con Stati democratici, che il popolo non è preparato a
gestire; pochi vaccini hanno debellato epidemie e scatenato l'aumento della
popolazione, ma la produzione agricola non è aumentata in proporzione: oggi
l'Africa nera importa in media il 30% del cibo che consuma. Lo sviluppo di
un popolo è opera di educazione, di formazione, di apertura a idee e metodi
nuovi. La scuola è il motore dello sviluppo, molto più del denaro, anche per
un motivo molto concreto: la trasmissione del sapere tecnico-scientifico non
è indolore nelle società e culture tradizionali; causa rifiuto e fenomeni di
dissoluzione in quelle società non preparate a riceverlo. Occorre perciò
educazione e dialogo culturale-religioso.

A Kipengere sull'altopiano meridionale della Tanzania, il missionario della
Consolata Camillo Calliari ha realizzato, con la collaborazione degli Alpini
di Trento e di altre città, un «polo di sviluppo» che le autorità propongono
a modello, perché ha coinvolto la gente che lo segue con passione (lo
chiamano con affetto «Baba - padre - Camillo») (16). In trent'anni di
lavoro, le realizzazioni sono impressionanti: ospedale con 78 letti (400
parti l'anno); farmacie di villaggio; costruzione e riparazione di strade
con mezzi propri di seconda mano, quasi tutti venuti dall'Italia; acquedotto
che serve 10 mila persone nei villaggi; opera di rimboschimento, ogni anno
vengono piantati 70 mila pini, cipressi, eucaliptus, con l'aiuto dei ragazzi
delle scuole; fattoria di 200 ettari coltivata con metodi moderni: per la
prima volta si produce frumento a duemila metri; allevamento di vacche da
latte (le vacche africane producono un litro di latte al giorno) e
diffusione del latte nelle famiglie; caseificio-scuola, produzione di vino
con uva locale, mulino che lavora a tempo pieno per la gente; scuola di
falegnameria con trenta giovani residenti e molti altri esterni;
officina-scuola meccanica per la riparazione di macchine d'ogni tipo; lago
artificiale per la piscicoltura; vari tipi di scuole che dipendono dalla
missione, per bambini e analfabeti adulti, per la promozione della donna,
ecc. Baba Camillo lavora tra i Wabena, un tempo abili pastori e guerrieri,
di grandi valori umani, ma ancora ai primi passi nel mondo moderno; racconta
che la maggior difficoltà incontrata è stata di convincere gli anziani e i
capi della tribù, che proibivano ai giovani di cambiare i sistemi antichi di
pesca e di agricoltura e non ammettevano la scuola per le donne. Quando l'
Europa unita avrà una valida politica estera, l'Africa sarà il nostro
impegno prioritario. Questo il grande ideale che dovrebbe animare i giovani
e la nostra società, aiutandoci anche a superare la nostra crisi di civiltà.
Ma com'è possibile andare verso un'autentica solidarietà con i popoli
africani, se rimaniamo chiusi nel nostro «consumismo» di popoli ricchi, se
inseguiamo un modello di sviluppo basato sul denaro, sul superfluo, sullo
spreco, sull'avere sempre di più?

Note
1) Redemptoris missio (1990), n. 59; con le citazioni in nota della
Populorum progressio (1967), della Sollicitudo rei socialis (1987) e della
Evangelii nuntiandi (1975); 2) Armi, acciaio e malattie - Breve storia del
mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 2002, pagg. 366; 3) Religion
et culture, Desclée de Brouwer, Paris 1946; 4) C. Dawson, Il cristianesimo e
la formazione della civiltà occidentale, Rizzoli 1997, pagg. 19 segg.; 5) Si
veda lo studio del biblista Sandro Sacchi, «La missione cristiana contributo
indispensabile allo sviluppo dei popoli», in Mondo e Missione, gennaio 1984,
pagg. 56-61; 6) S. Zoccarato, Cose per saggi, 100 proverbi dei Tupurì del
Camerun, Emi 1988, pag. 89; 7) Vedi anche la Sollicitudo rei socialis
(1987), n. 41; e i Documenti della III Conferenza dell'Episcopato
latino-americano (Celam) a Puebla (1979), n. 3760; 8) R. Guardini, Studi su
Dante, Morcelliana 1967, pag. 231; 9) Si veda l'intervista che gli ho fatto:
«Quale progresso per l'uomo africano?», in Mondo e Missione, novembre 1983,
pagg. 632-635; 10) C'è, nel Terzo mondo, una frattura drammatica fra la vita
dei popoli e il mondo internazionale degli «esperti». Questo spiega perché
buona parte dei «grandi progetti», studiati in Occidente e finanziati con
milioni di dollari, quasi sempre non producono sviluppo né aumento di
ricchezza (ecco l'origine del debito estero!). Quanti esempi molto concreti
potrei raccontare!; 11) Giuseppe Fumagalli, «Il Vangelo felupe», Mondo e
Missione, ottobre 1988, pagg. 531-549. I brani citati alle pagg. 541-547;
12) Giuseppe Fumagalli, «Il Vangelo felupe», Mondo e Missione, ottobre 1988,
pagg. 531-549; 13) Intervistato a Suzana il 21 febbraio 1997; 14) Il
Corriere dell'Unesco, gennaio 1989, pagg. 4-6; 15) Specialmente con questi
volumi: Terzo Mondo: perché povero? (Emi 1972), I popoli della fame (Emi
1982), Nel nome del Padre: la conquista cristiana, sopruso o missione?
(Bompiani 1992, col giornalista Michele Brambilla), Davide e Golia - I
cattolici e la sfida della globalizzazione (San Paolo 2002, col giornalista
Roberto Beretta); 16) Giorgio Torelli, Baba Camillo, Istituto De Agostini
1997; Piero Gheddo, «La fattoria modello di Baba Camillo», Mondo e Missione,
maggio 1995.

© Liberal - Anno IV numero 18 Giugno/Luglio 2003