| ( settembre-
ottobre 2006) da Vita e Pensiero di P.Piero Gheddo
All’inizio degli anni settanta, la Corea del sud aveva un debito estero
esorbitante (dodici miliardi di dollari) e viveva confidando negli aiuti
dell’alleato americano. Il paese piccolo e senza risorse naturali ha pagato i
debiti pregressi, è passato da 27 a 48 milioni di abitanti ed è diventata una
delle “tigri asiatiche”, con un reddito medio di circa 11.000 dollari (la
Corea del nord meno di mille!). Com’è possibile? La Corea del sud ha
conquistato da circa vent’anni la libertà politica ed economica e i suoi
governi hanno privilegiato la scuola e il libero mercato: nel 1960 aveva il 45%
oggi solo il 2 per cento di analfabeti! Libertà politica ed economica e
istruzione sono le due priorità che permettono ad un paese povero di crescere
nel cammino verso lo sviluppo.
Il motivo è facile da capire: lo sviluppo di un popolo parte
dall’interno di quel popolo non dall’esterno. Le cause esterne influiscono
(anche sull’Italia, lo sappiamo), ma la radice dello sviluppo (o del
sottosviluppo) è interna. Questa verità è quasi
ignorata in articoli e convegni internazionali, come nelle decisioni dei
capi di stato e degli organismi dell’Onu. Giovanni Paolo II ha scritto (“Redemptoris
Missio” n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal
denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla
formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”.
Il Papa non parla per scienza propria, ma perché conosce l’esperienza delle
giovani Chiese e dei missionari, di cui non si tiene conto, come scrive Moro
nell’articolo citato: “Si parla di nuovo di aumentare l’aiuto allo
sviluppo”. Investire nell’educazione è fuori di questo quadro, come
consultare missionari e volontari o citare le loro esperienze di sviluppo, che
sono esemplari per il mondo ricco.
Alla “Conferenza degli Stati Africani” (Addis Abeba 1961), venne
approvato un “Piano educativo ventennale” (1961-1980), con i seguenti
obiettivi: insegnamento primario
universale, gratuito e obbligatorio; insegnamento di secondo grado per il 30%
degli alunni al termine degli studi primari; insegnamento superiore per il 20%
dei giovani al termine degli studi secondari; miglioramento della qualità delle
scuole e delle università africane ereditate dal tempo coloniale. Quasi mezzo
secolo dopo, com’è l’educazione in Africa? Il grande storico del Burkina
Faso, Joseph Ki-Zerbo, scrive che il periodo dal 1960 al 1975 è stato per
l’educazione africana “euforico e illusorio”, idealista e inconcludente, e
quello dal 1980 al 1990, nonostante alcuni progressi locali e tentativi
coraggiosi, ha portato a risultati inquietanti tanto che la “Commissione
economica per l’Africa” dichiarava che “l’Africa rischia di avere una
percentuale di illetterati e di mano d’opera non qualificata più elevata che
negli anni sessanta” ([2]).
Se si leggono studi sull’educazione tradizionale nell’islam e in
Africa ; se si considera l’Africa nera sulla base di quanto elaborano gli
organismi africani e internazionali (cioè i programmi, le intenzioni, i valori
da integrare nel mondo moderno), si potrebbe essere ottimisti ([3]).
Ma se si guarda alle situazioni sul terreno, fra guerre, colpi di stato,
dittature, Aids, deboli investimenti dei governi nell’educazione, aumento
dell’analfabetismo…. la situazione pare drammatica o tragica. Un dato
recente. In Zambia, gli insegnanti più giovani sono una delle categorie più
colpite dall’Aids, si dice che il 70% di essi sono a rischio; il ministero
dell’educazione dovrebbe nominare sostituti di quelli che muoiono o si
ritirano ma non ha personale sufficiente.
A dicembre visiterò i missionari e le giovani Chiese in Senegal, Mali e
Guinea Bissau. Apro il “Human Development Report 2005” dell’UNDP ([4])
e scopro che gli “illetterati”
(cioè analfabeti) sono in Senegal il 39,3%, in Guinea Bissau il 39,6, in Mali
il 19,0, in Burkina Faso il 12,8 in Sierra Leone il 29,6, in Guinea il 41,0 e
via dicendo, fino al 14,4 in Niger. Mi chiedo: è possibile sviluppare paesi
dove più del 50% dei bambini non vanno a scuola? (Non parliamo delle bambine).
Un missionario da 35 anni in Africa mi dice: “La scuola è la chiave della
promozione umana e della conoscenza di un mondo più grande del villaggio. Ma se
togli le scuole per le élites nelle città e quelle delle missioni, nelle
scuole governative dei villaggi è facile trovare classi con 80-100 e più
alunni e una maestrina che non si capisce come e cosa possa insegnare”.
Di fronte a queste realtà, si possono fare tutti i ragionamenti che si
vogliono sui valori tradizionali africani, sulla buona volontà e le speranze
dei giovani, sulla vitalità dei popoli e la loro volontà di riscatto, realtà
autentiche in cui credo anch’io e mi commuovono quando le tocco con mano
visitando le regioni più povere. Ma la sostanza non cambia: vale sempre lo
“Eduquer ou périr” di Ki Zerbo, valido cinquant’anni fa e ancor più oggi
in un mondo globalizzato, in cui i paesi che non hanno scuole efficienti per
tutti, stabilità politica e libertà economica (quanti paesi africani ancora
bloccati da uno statalismo e sistema “socialista” assurdi!) sono destinati a
rimanere a terra mentre “il treno per lo sviluppo” (cioè la globalizzazione)
avanza per tutti gli altri.
Naturalmente l’educazione non risolve tutto. L’estate scorsa, la
stampa ha dato risalto alla decisione dei governi del G8 di cancellare i debiti
dei 18 paesi africani più poveri. Il Premio Nobel per la letteratura 1986, Wole
Soyinka, dice ([5])
che la Nigeria non c’è in quell’elenco e aggiunge: “Il mio paese è
ricchissimo, ma i soldi incassati per il petrolio dalle élites dominanti
finiscono nelle banche svizzere. Neanche un centesimo va alla gente. Non avrebbe
senso cancellare il debito. E’ vero che ci sono forti colpe dei paesi
occidentali… ma anche i nostri leader non hanno tenuto un comportamento
esemplare. Malversazioni e violenze sono quasi dappertutto nel continente”.
“Economic report on Africa 2003”, dell’”Economic Commission on
Africa” dell’ONU, è intitolato: “Capitali in fuga, Benzina per il debito
estero”: negli ultimi 20-25 anni i capitali trasferiti dall’Africa
all’estero ammontano a 274 miliardi di dollari, pari al 171% del prodotto
interno lordo (pil) dei trenta paesi esaminati e superiori di 85 miliardi di
dollari all’ammontare del debito con l’estero. “Questo gruppo di stati
risulta essere creditore netto del resto del mondo, nel senso che i loro
capitali privati oltre confine eccedono quelli del debito con l’estero”. Dal
1970 al 1996 i capitali esportati dalla Nigeria sono quasi 130 miliardi di
dollari, ossia il 367% del pil: se questi capitali rientrassero, il debito
nigeriano con i paesi ricchi diventerebbe un credito di 98 miliardi di dollari.
Ma questo vale per tutti i 30 paesi studiati: persino la poverissima Sierra
Leone, con i capitali dei suoi cittadini all’estero sarebbe non più
debitrice, ma creditrice delle banche e dei governi stranieri per un miliardo di
dollari!
Cosa fare? Nessuno ha la soluzione pronta e sicura. Ma almeno smettiamola
di parlare sempre e solo di aiuti da mandare ai paesi poveri (naturalmente
bisogna mandarli!), quasi disinteressandoci di tutto il resto! Purtroppo, i
problemi nei paesi giovani sono molti e complessi, ma insistere solo sul solito
tasto crea anche negli africani evoluti una mentalità sbagliata, che le cause
delle loro instabilità, guerre, dittature e povertà stanno non all’interno
ma all’esterno: per cui anche loro si mettono sulla via della protesta e della
denunzia, così comoda e auto-assolutoria. Mons. Enrico Bartolucci vescovo di
Esmeraldas, in Ecuador, mi diceva nel 1989: “E’ diventato di moda parlare
della deuda externa, il debito estero, e attribuirvi le cause di tutti i nostri
malanni. Se dico a qualche autorità della nostra cittadina che si dovrebbe fare
questo o quello per il popolo, inevitabilmente parlano del debito estero”.
Capisco che i governi debbono rispettare le sovranità nazionali. Non
capisco perché l’opinione pubblica, gli opinionisti e gli studiosi, le Ong più
interessate all’Africa e al suo sviluppo, non discutano gli ostacoli interni
anche culturali allo sviluppo in Africa e come dall’esterno si può aiutare e
influire sull’educazione e sulla libertà e stabilità politica. Giusto
protestare contro le multinazionali che fanno i loro interessi, contro i governi
dei popoli ricchi perché non danno sufficienti aiuti, ma non capisco perché
nessuno protesta contro i governanti e i ricchi africani che hanno i loro soldi
nelle banche svizzere, contro i bilanci statali che danno il 15% ai militari, il
2% all’educazione e l’1,5% alla sanità, lasciando il 50% dei bambini senza
scuola. La mancanza di educazione si traduce poi in scarsa produttività in
tutti i settori economici e nello scarso peso del popolo circa le libertà
democratiche ed economiche.
E’ giusto protestare contro i finanziamenti degli agricoltori nei paesi
ricchi, ma se, come dice la Fao, l’Africa nera importa il 25-30% del cibo che
consuma, cioè la produzione agricola locale non basta nemmeno a nutrire la sua
crescente popolazione, com’è possibile pensare che un continente possa anche
esportare prodotti agricoli (tolti quelli tipici come cacao e banane)? Nel primo
viaggio che ho fatto in Sud Africa (1975), pur con l‘odioso sistema
dell’apartheid allora applicato in modo rigido, ho anche visitato
l’Università di medicina per i neri a Pretoria (Medunsa) e una Università di
agraria sempre per i neri nelle campagne fra Port Elisabeth e Bloemfontein:
l’Africa razzista dei bianchi stava preparando i neri ad autogovernarsi (già
allora il governo federale spendeva il 7% del bilancio statale per
l’educazione, adesso l’8%). Perché, cinquant’anni dopo l’indipendenza
dell’Africa nera, queste istituzioni non è facile trovarle nel resto del
continente? Possibile che non si rifletta perché il Sud Africa, ormai guidato
da neri, è “la locomotiva dello sviluppo africano” con schiere di africani
preparati, molto più della Nigeria che ha quasi il triplo di abitanti e la
ricchezza di imponenti giacimenti di petrolio in una trentina di centri di
estrazione (è il quarto paese produttore del mondo)?
C’è un’ultima riflessione da fare. Perché non si dice mai che i
soggetti educativi del nostro paese (famiglie, scuole, partiti, sindacati, mass
media, Chiesa), dovrebbero dare ai giovani l’ideale di spendere qualche anno o
tutta la vita per i fratelli africani, come fanno i missionari e i volontari
laici? Troppo comodo protestare contro governi, banche e multinazionali, e
pensare di avere la coscienza a posto. Se parliamo di educazione in Africa, non
si tratta solo di costruire scuole: ma chi va ad insegnare nelle campagne
(questo vale anche per gli operatori sanitari), con stipendi da fame, mentre in
città chi ha una certa istruzione riesce comunque a cavarsela? Perché noi
popoli ricchi non ci responsabilizziamo e non discutiamo di questa drammatica
situazione? Perché nessuno avanza la proposta che il governo proponga ai
giovani e finanzi un servizio volontario di due-tre anni nei paesi più poveri,
per dare una mano nella scuola, nella sanità, nell’educazione
all’agricoltura moderna, nelle scuole per le donne? Perché non ci sono studi,
dibattiti, presa di coscienza dei giovani sulla diminuzione delle vocazioni
missionarie e negli organismi di volontariato laico internazionale? [1] )Riccardo Moro, “Cooperazione allo sviluppo, più costanza e condivisione”, “Vita e Pensiero”, luglio-agosto 2005, pagg. 60-65. [2] ) “Eduquer ou périr”, Unesco-Unicef, L’Harmattan, Paris 1990, pagg. 24-25. [3] ) Si veda Stefania Gandofi e Felice Rizzi, “L’educazione in Africa”, La Scuola, Brescia 2001, pagg. 169.
[4]
) United Nations Development
Programm (http://hdr.undp.org/statistics/data/). [5] ) Intervista a “Il Corriere della sera”, 13 giugno 2005. |