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Piero Gheddo

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(Avvenire 13 –  ottobre 2003) da Avvenire

E' BELLO FARE IL PRETE
di P.Piero Gheddo

                                   Il 28 giugno scorso 57 sacerdoti hanno concelebrato nel Duomo di Milano con l'arcivescovo card. Dionigi Tettamanzi, in occasione del 50° anniversario di ordinazione sacerdotale: nel 1953 il beato Ildefonso Schuster ne aveva ordinati 120! Sono rimasto in contatto con diversi di quei confratelli, anch'io faccio arte della compagnia. In questi giorni uno mi telefona: "Sono andato a celebrare il mio cinquantesimo nel Santuario della Madonna di Caravaggio. Ai molti fedeli molti fedeli radunati per l'occasione mi è venuto spontaneo dire che, dopo mezzo secolo di sacerdozio, la mia esperienza è questa: ringrazio il Signore di avermi chiamato, perchè è bello fare il prete! Con mio grande stupore mi hanno battuto le mani. E' la prima volta che mi capita mentre sto predicando...".

    Questa è una notizia da mass media? Credo di sì. E' una "buona notizia" che non si legge quasi mai sui giornali né si sente alla televisione: ci sono preti che, dopo cinquant'anni spesi per la Chiesa e il loro popolo, pur tra molte difficoltà, incomprensioni, sofferenze, non sono delusi ma contenti di fare i preti. Premesso che ogni vocazione data da Dio, se vissuta nella sua grazia, è buona e porta gioia, è bello fare il prete essenzialmente per due motivi. Primo, sei nella posizione migliore per innamorarti di Gesù Cristo, che è lo scopo primo della persona consacrata: solo così infatti possiamo annunziare Cristo e dare agli uomini del nostro tempo, tentati di pessimismo e anche di nichilismo, una testimonianza della gioia e della speranza che solo Cristo può suscitare nei cuo______________ _(_o motivo è questo: dopo mezzo secolo di ministero pastorale, ciascun prete è convinto perchè ha toccato con mano che tutti gli uomini e le donne, tutti i popoli hanno bisogno della salvezza che viene dal Figlio di Dio fatto uomo per liberarci dal peccato, unica fonte di ogni tristezza; anche quelli che non lo conoscono, anche quelli che non credono o non ci pensano mai. La conseguenza è logica: il prete ringrazia Dio di averlo chiamato a rendere all'umanità il miglior servizio che si possa immaginare; può aver commesso degli sbagli e dei peccati, ma la misericordia di Dio è molto più grande delle nostre miserie e nulla può oscurare il sentimento profondo di aver speso bene la propria vita. Anzi, con l'aiuto di Dio, di continuare a spenderla bene, per aiutare i fratelli e le sorelle a sperimentare l'amore e la bontà del Signore. Pochi mesi fa nell'isola di Sumatra in Indonesia un missionario saveriano mi diceva: "A volte i miei parenti e amici mi scrivono: cosa fai tra i musulmani che non vogliono sentire parlare di Gesù Cristo? Ebbene, rispondo che non è vero. Se tu dai con semplicità la tua testimonianza, anche loro capiscono di aver bisogno del Vangelo. Un alto funzionario governativo mi diceva: voi cristiani siete gli unici che parlate di perdono, di pace, di amore verso i diversi; quando succedono lotte fra le varie etnie, nei comitati di pacificazione governativi c'è sempre almeno un cristiano per questo motivo".

   Si può aggiungere una riflessione per i giovani sposi: se lo Spirito getta un seme di vocazione alla vita consacrata in un vostro figlio o figlia, non ostacolateli, ma aiutateli a capire la volontà del Signore ed a maturare una risposta convinta. Non pensate che Dio vi chieda qualcosa. No, vi fa un grande dono, perchè il prete e la suora portano la sua benedizione per la vostra famiglia.