Leggi il BLOG
commenti e condivisioni con
Piero Gheddo

| Home | Libri | Articoli Lettere con la clausura | Speciali Racconti |

| Incontri e conferenze | Biografia, foto e viaggi | Rosetta e Giovanni | Clemente Vismara | Contatti |

  
 

(Avvenire 21 –  agosto 2004) da Avvenire

PERCHE’ POCHE VOCAZIONI SACERDOTALI?
di P.Piero Gheddo

                                   Parlo con padre Daniele Belussi, rettore del seminario teologico del PIME di Monza, già missionario in Brasile: “Tu che sei giovane, dimmi perché oggi ci sono poche vocazioni al sacerdozio”. Mi risponde in modo imprevisto: “Molti ragazzi non capiscono la differenza tra un sacerdote e un laico. Alcuni giovani mi dicono: ‘Perché diventare sacerdote, quando come volontario laico posso fare lo stesso del bene?’. La missione del sacerdote, uomo di Dio e dispensatore della Grazia nei Sacramenti, si annebbia nella mentalità comune: e allora, che senso ha diventare prete quasi solo per compiere azioni caritative e sociali?”.

      Un giovane parroco di Brescia concorda con quanto dice padre Daniele: “Sono contento del mio sacerdozio – mi dice – molti apprezzano la mia presenza nel quartiere:  se c’è un ragazzo o una ragazza che non fanno giudizio li mandano dal prete; se in una famiglia c’è una lite è facile che chiamino il sacerdote; per i malati ed i sofferenti, la consolazione di una buona parola la chiedono al parroco. Così è per le molte miserie del nostro tempo: drogati, depressi, matrimoni divisi, disoccupazione, solitudine degli anziani. Il valore spirituale, soprannaturale della mia vocazione sfugge ai più. A volte mi chiedo: perché mi son fatto prete?”.

      Su “Missione Salute” edita dai padri Camilliani a Milano (marzo-aprile 2004) leggo “La figura del sacerdote nella fiction televisiva” di Raffaele De Berti. Vengo a sapere che alla Tv si presentano sacerdoti simpatici e disponibili a servire il prossimo, “figure di semplici sacerdoti che spesso appaiono più come bravi assistenti sociali che come pastori di anime…Nella serie di telefilm ‘Don Luca’ (di “Canale 5”) il giovane protagonista (Luca Laurenti) è un sacerdote che anche in seminario aveva le stesse passioni dei suoi coetanei: dalla musica rock al calcio, dalle motociclette alle automobili. Il suo rapporto con le persone è diretto e sempre comprensivo, si sposta nel paese con una vecchia moto e allena la squadra dei ragazzi dell’oratorio. E’ un prete vicino alla gente, che affronta ogni difficoltà con il sorriso sulle labbra…”.

       Daniele De Berti lamenta che in questo sceneggiato si trovano “tutti gli stereotipi legati al giovane prete intraprendente e al passo con i tempi, che risolve ogni problema - sempre di ordine extra-spirituale -  che di volta in volta coinvolge qualche membro della comunità. Al parroco (Paolo Ferrari) è affidata la parte del sacerdote conservatore, spesso preoccupato più della forma che della sostanza delle cose”.  Questo telefilm “testimonia la simpatia di cui gode la figura del sacerdote, protagonista reale delle migliaia di parrocchie italiane, ma ci fa pensare a come questa rappresentazione cancelli spesso il prete come pastore di anime”.

      “Missione Salute” cita altri due sceneggiati televisivi (su Rai-Uno), il primo su don Matteo (Terence Hill), “un sacerdote detective impegnato nelle più diverse indagini per aiutare un maresciallo dei Carabinieri a risolvere i casi più intricati”; in un’altra serie, “Lino Banfi indossa i panni di un frate cappuccino: il problema centrale è salvare il convento dalla chiusura e dalla sua vendita, per farne un agriturismo. In conclusione – scrive De Berti - se da una parte questi telefilm consolidano l’idea del prete vicino alla gente, sempre disponibile verso il prossimo, dall’altra rischiano di rappresentare i sacerdoti come dei bravissimi assistenti sociali in cui la cura spirituale della propria comunità è qualcosa di secondario e marginale”.

      Cosa fare? Nel campo delle vocazioni sacerdotali missionarie, anch’esse in forte diminuzione, penso si debba insistere nel presentare il missionario nella sua autentica identità: annunzia e testimonia Cristo ai popoli che ancora non lo conoscono, fonda la Chiesa, aiuta le giovani Chiese ad andare ai non cristiani. E questo è “il primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo” (“Sollicitudo rei socialis”, n. 41). Se non si spiega e non si capisce che la fede in Cristo che annunziamo ai non cristiani non serve solo a “salvare le anime”, ma li aiuta a vivere meglio, la missione perde di senso. Nella mentalità comune sembra ci sia quasi una schizofrenia: da un lato la preghiera, i Sacramenti, la vita spirituale, la Messa domenicale; dall’altro il quotidiano con tutti i suoi problemi, fisici, morali, economici, psicologici, ecc. Invece i due mondi in cui viviamo, spirituale e materiale, sono strettamente collegati: la fede e la preghiera servono a vivere meglio anche nella vita materiale. Ma ci crediamo davvero a questo? Nel volume “Davide e Golia – I cattolici e la sfida della globalizzazione” (San Paolo 2002) ho cercato di spiegare che la radice del progresso dell’Occidente cristiano è la Parola di Dio. Ho avuto anche reazioni negative: lo sviluppo dell’Occidente non viene dalla Parola di Dio, ma dallo sfruttamento dei popoli “impoveriti”…. Se non si dice più, o si ha quasi pudore di affermare, che il progresso dell’uomo, in tutti i campi, viene da Dio creatore e da Cristo modello dell’”uomo nuovo”, che senso ha fare il prete? Per scavare i pozzi e aiutare i bambini abbandonati, potrebbero bastare i volontari laici.