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(Avvenire 21 –
agosto 2004) da Avvenire
Un giovane parroco di Brescia concorda con quanto dice padre Daniele:
“Sono contento del mio sacerdozio – mi dice – molti apprezzano la mia
presenza nel quartiere: se c’è
un ragazzo o una ragazza che non fanno giudizio li mandano dal prete; se in una
famiglia c’è una lite è facile che chiamino il sacerdote; per i malati ed i
sofferenti, la consolazione di una buona parola la chiedono al parroco. Così è
per le molte miserie del nostro tempo: drogati, depressi, matrimoni divisi,
disoccupazione, solitudine degli anziani. Il valore spirituale, soprannaturale
della mia vocazione sfugge ai più. A volte mi chiedo: perché mi son fatto
prete?”.
Su “Missione Salute” edita dai padri Camilliani a Milano
(marzo-aprile 2004) leggo “La figura del sacerdote nella fiction televisiva”
di Raffaele De Berti. Vengo a sapere che alla Tv si presentano sacerdoti
simpatici e disponibili a servire il prossimo, “figure di semplici sacerdoti
che spesso appaiono più come bravi assistenti sociali che come pastori di
anime…Nella serie di telefilm ‘Don Luca’ (di “Canale 5”) il giovane
protagonista (Luca Laurenti) è un sacerdote che anche in seminario aveva le
stesse passioni dei suoi coetanei: dalla musica rock al calcio, dalle
motociclette alle automobili. Il suo rapporto con le persone è diretto e sempre
comprensivo, si sposta nel paese con una vecchia moto e allena la squadra dei
ragazzi dell’oratorio. E’ un prete vicino alla gente, che affronta ogni
difficoltà con il sorriso sulle labbra…”.
Daniele De Berti lamenta che in questo sceneggiato si trovano “tutti
gli stereotipi legati al giovane prete intraprendente e al passo con i tempi,
che risolve ogni problema - sempre di ordine extra-spirituale -
che di volta in volta coinvolge qualche membro della comunità. Al
parroco (Paolo Ferrari) è affidata la parte del sacerdote conservatore, spesso
preoccupato più della forma che della sostanza delle cose”.
Questo telefilm “testimonia la simpatia di cui gode la figura del
sacerdote, protagonista reale delle migliaia di parrocchie italiane, ma ci fa
pensare a come questa rappresentazione cancelli spesso il prete come pastore di
anime”.
“Missione Salute” cita altri due sceneggiati televisivi (su Rai-Uno),
il primo su don Matteo (Terence Hill), “un sacerdote detective impegnato nelle
più diverse indagini per aiutare un maresciallo dei Carabinieri a risolvere i
casi più intricati”; in un’altra serie, “Lino Banfi indossa i panni di un
frate cappuccino: il problema centrale è salvare il convento dalla chiusura e
dalla sua vendita, per farne un agriturismo. In conclusione – scrive De Berti
- se da una parte questi telefilm consolidano l’idea del prete vicino alla
gente, sempre disponibile verso il prossimo, dall’altra rischiano di
rappresentare i sacerdoti come dei bravissimi assistenti sociali in cui la cura
spirituale della propria comunità è qualcosa di secondario e marginale”.
Cosa fare? Nel campo delle vocazioni sacerdotali missionarie, anch’esse
in forte diminuzione, penso si debba insistere nel presentare il missionario
nella sua autentica identità: annunzia e testimonia Cristo ai popoli che ancora
non lo conoscono, fonda la Chiesa, aiuta le giovani Chiese ad andare ai non
cristiani. E questo è “il primo contributo alla soluzione dell’urgente
problema dello sviluppo” (“Sollicitudo rei socialis”, n. 41). Se non si
spiega e non si capisce che la fede in Cristo che annunziamo ai non cristiani
non serve solo a “salvare le anime”, ma li aiuta a vivere meglio, la
missione perde di senso. Nella mentalità comune sembra ci sia quasi una
schizofrenia: da un lato la preghiera, i Sacramenti, la vita spirituale, la
Messa domenicale; dall’altro il quotidiano con tutti i suoi problemi, fisici,
morali, economici, psicologici, ecc. Invece i due mondi in cui viviamo,
spirituale e materiale, sono strettamente collegati: la fede e la preghiera
servono a vivere meglio anche nella vita materiale. Ma ci crediamo davvero a
questo? Nel volume “Davide e Golia – I cattolici e la sfida della
globalizzazione” (San Paolo 2002) ho cercato di spiegare che la radice del
progresso dell’Occidente cristiano è la Parola di Dio. Ho avuto anche
reazioni negative: lo sviluppo dell’Occidente non viene dalla Parola di Dio,
ma dallo sfruttamento dei popoli “impoveriti”…. Se non si dice più, o si
ha quasi pudore di affermare, che il progresso dell’uomo, in tutti i campi,
viene da Dio creatore e da Cristo modello dell’”uomo nuovo”, che senso ha
fare il prete? Per scavare i pozzi e aiutare i bambini abbandonati, potrebbero
bastare i volontari laici. |