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Piero Gheddo

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(Avvenire 24 –  dicembre 2004) da Avvenire

NOI SIAMO I PRIVILEGIATI DELL’UMANITA’
di P.Piero Gheddo

                                    Ancora una volta le emergenze dell’altra parte del mondo sono balzate in prima pagina di giornali e telegiornali. Gli scenari sono apocalittici, ma tragedie del genere (o simili) non sono rare in certe parti del  mondo. Ne sono vittime soprattutto i dannati della terra, i più poveri e indifesi. Visitando spesso quei popoli e paesi, posso dire che in quelle situazioni la presenza delle Chiese cristiane testimonia il  valore del messaggio cristiano. Qualche anno fa in Giappone, il padre Fedele Giannini mi diceva: “Nel 1956 i poveri erano ancora molti, ma mancava il senso del gratuito e del volontariato. Nelle emergenze il governo si muoveva bene, ma nel popolo ciascuno pensava a se stesso. La missione cristiana si è affermata con gli aiuti ai più poveri. Molti ci chiedevano: perché fate questo? Cosa ci guadagnate?”. Oggi il Giappone pullula di organismi di volontariato (in Cambogia il Pime lavora con volontari giapponesi non cristiani): è un segno evidente di quanto la presenza cristiana, anche in un paese ricco e ben organizzato, ha influito sulla mentalità e sui comportamenti.

    Quante volte, specie nell’Africa di guerre, fame, pestilenze, ho sentito dire: “Se qui non ci fosse la Chiesa, per assistere il popolo non ci sarebbe quasi nulla”. Me l’hanno detto i cappuccini in Eritrea e Angola, i saveriani in Burundi e Congo, i missionari della Consolata in Mozambico, i comboniani in Uganda, i confratelli del Pime in Guinea Bissau. Ma l’elenco potrebbe essere lungo. Noi ricordiamo i nostri italiani presenti nei luoghi più a rischio della terra, ma è giusto affermare che a testimoniare Cristo oggi sono soprattutto quelle Chiese nascenti ben integrate nelle vie crucis dei loro popoli. Il vescovo di Goma (Congo), mons. Faustin Ngabu, mi diceva cinque anni fa: “I vostri missionari e missionarie italiani stanno facendo molto nel Kivu, ma oggi abbiamo schiere di preti, suore, catechisti,  laici cristiani che danno la vita per aiutare i fratelli. Nei flagelli che colpiscono il nostro popolo, emerge il valore del Vangelo: ama il prossimo tuo come te stesso”.

     Noi siamo i privilegiati dell’umanità. Non è una colpa, ma una responsabilità. Si parla molto di solidarietà, aiuti economici, prezzi materie prime, debito estero, multinazionali. Tutto giusto, ma passa sulle nostre teste lasciandoci tranquilli: troppo facile dire che i governi dovrebbero, l’ONU dovrebbe, ecc. Questi e altri disastri ci dicono una grande verità: i soldi ci vogliono, ma occorrono soprattutto le braccia, le competenze di aiuti portati sul posto da giovani del mondo ricco. E non solo nelle emergenze, ma per aiutare la crescita dei fratelli meno fortunati di noi. C’è nelle nostre famiglie, nelle scuole e nei mass media, questa educazione dei giovani? Ricordo una messa nelle Filippine, in una parrocchia fra le baracche a Manila. I fedeli venivano deponendo all’altare le offerte in denaro e in generi di prima necessità per i poveri. Erano baraccati anche loro e ho detto al parroco: “Sono poveri anche loro”. Ha risposto: “Sì, ma sanno che c’è sempre qualcuno più povero di loro”.