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(Avvenire 24 –
dicembre 2004) da Avvenire
Quante volte, specie nell’Africa di guerre, fame, pestilenze, ho
sentito dire: “Se qui non ci fosse la Chiesa, per assistere il popolo non ci
sarebbe quasi nulla”. Me l’hanno detto i cappuccini in Eritrea e Angola, i
saveriani in Burundi e Congo, i missionari della Consolata in Mozambico, i
comboniani in Uganda, i confratelli del Pime in Guinea Bissau. Ma l’elenco
potrebbe essere lungo. Noi ricordiamo i nostri italiani presenti nei luoghi più
a rischio della terra, ma è giusto affermare che a testimoniare Cristo oggi
sono soprattutto quelle Chiese nascenti ben integrate nelle vie crucis dei loro
popoli. Il vescovo di Goma (Congo), mons. Faustin Ngabu, mi diceva cinque anni
fa: “I vostri missionari e missionarie italiani stanno facendo molto nel Kivu,
ma oggi abbiamo schiere di preti, suore, catechisti,
laici cristiani che danno la vita per aiutare i fratelli. Nei flagelli
che colpiscono il nostro popolo, emerge il valore del Vangelo: ama il prossimo
tuo come te stesso”.
Noi siamo i privilegiati dell’umanità. Non è una
colpa, ma una responsabilità. Si parla molto di solidarietà, aiuti economici,
prezzi materie prime, debito estero, multinazionali. Tutto giusto, ma passa
sulle nostre teste lasciandoci tranquilli: troppo facile dire che i governi
dovrebbero, l’ONU dovrebbe, ecc. Questi e altri disastri ci dicono una grande
verità: i soldi ci vogliono, ma occorrono soprattutto le braccia, le competenze
di aiuti portati sul posto da giovani del mondo ricco. E non solo nelle
emergenze, ma per aiutare la crescita dei fratelli meno fortunati di noi. C’è
nelle nostre famiglie, nelle scuole e nei mass media, questa educazione dei
giovani? Ricordo una messa nelle Filippine, in una parrocchia fra le baracche a
Manila. I fedeli venivano deponendo all’altare le offerte in denaro e in
generi di prima necessità per i poveri. Erano baraccati anche loro e ho detto
al parroco: “Sono poveri anche loro”. Ha risposto: “Sì, ma sanno che c’è
sempre qualcuno più povero di loro”. |