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(Avvenire 25 –
5 luglio 2005) da Avvenire
Missionario di lungo corso, padre Piero Gheddo del Pime li conosce da
vicino, spesso dal di dentro, i paesi e i popoli dell’Africa. E’ da
quarant’anni che se ne fa portavoce. Ci si aspetterebbe, allora, qualche
stoccata contro la solidarietà formato spettacolo del
“Live8”. E invece, a riflettori spenti, padre Gheddo ne fa un’analisi
più che pacata.
Da
missionario e giornalista, come rilegge la kermesse planetaria del “Live8”?
Benissimo! Per lo meno come opera di sensibilizzazione dell’opinione
pubblica e specialmente dei giovani. Sappiamo bene che impatto ha la musica sui
ragazzi. E dunque, se si parla dell’Africa anche con questi mezzi ben venga.
Purtroppo, normalmente, si parla di Africa solo in occasione di guerre o
catastrofi, quasi sempre in termini netativi. Invece dovrebbe essere un tema
sempre presente, in termini più complessi e problematici. Come quarant’anni
fa, quando è cominciata la campagna contro la fame nel mondo e allora sì
c’era interesse, dibattito, mobilitazione… Ma
non basta certo il “Live8” per mobilitare le coscienze.
No, se non si va a fondo dei problemi Ho l’impressione che
l’atteggiamento predominante oggi sia quello della protesta, dell’andare
contro o al limite nel chiedere più soldi, aiuti, meno sussidi alla nostra
agricoltura. Cose giustissime, ma poi che fine fa la responsabilità personale?
Io penso che si debba partire anzitutto da qui. Ed è quello che occorre far
capire anzitutto ai giovani: tu cosa fai, come impegni te stesso, il tuo tempo,
la tua intelligenza?
Si tratta di una questione di
stile di vita?
C’è un’evidente incongruenza tra quello che si dice e quello che si
fa. Il nostro stile di vita, per non parlare di quello di molte star apparse sui
palcoscenici, non è evidentemente coerente con ciò che si chiede per
l’Africa. Non porta i giovani a responsabilizzarsi, a porsi domande sulla loro
vita. Però
gli organizzatori del “Live8” avevano un intento politico: far pressione sul
G8 per cancellare il debito e aumentare gli aiuti… Ma la politica non può essere ridotta all’operato dei
governi. Va bene la cancellazione del debito o l’aumento dell’aiuto
pubblico, Nello stesso tempo, però, dobbiamo riflettere sul nostro modello di
sviluppo. Per essere fratelli dei poveri dobbiamo vivere l’austerità, non
solo donare il superfluo, ma dare in proporzione a ciò che ci è stato donato.
Chi ha ricevuto molto da Dio e dalla vita, deve dare molto. I
missionari e anche molti volontari laici incarnano questo ideale. Eppure sono
scelte di vita che spesso restano nascoste o confinate in ambienti ristretti.
Perché? Perché
non se ne parla o non se ne vuole parlare. Forse noi stessi non siamo più
capaci di farlo adeguatamente. Ma sono convinto che questa sia la strada:
educare i giovani a vivere la vita come impegno per gli altri, anche nelle cose
che costano fatica. Per questo dico sempre ai giovani: “Date la vita per
l’Africa. Qui, là, nel lavoro, ovunque e comunque; soprattutto andando in
Africa, come missionari o come volontari, per incontrare, dialogare,
condividere, educare e lasciarsi educare”.
E
l’Africa, come può fare la sua parte?
Anche lì è una questione di educazione. Come si può parlare di
sviluppo o democrazia se il 50% della popolazione è analfabeta? Questa è una
sfida fondamentale che ci interpella anche come missionari e che interpella la
Chiesa in Africa. Occorre lavorare per l’educazione e per la formazione
dell’uomo e della donna africani affinché siano veramente liberi. |