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(Avvenire 26 – 14 luglio 2005) da Avvenire

QUALE DIALOGO CON L’ISLAM?
di P.Piero Gheddo

                                    Si parla e si scrive molto della necessità di “dialogare con l’Islam”, ma ben pochi sanno dire come questo è possibile; e a quali risultati hanno portato finora i tentativi già realizzati. Dopo il Concilio sono fiorite esperienze di incontri fra autorità, teologi e intellettuali cristiani e non cristiani, che hanno presto mostrato i loro limiti. A livello di vertice la situazione del dialogo fra cristiani e musulmani pare in crisi, non ha portato frutti visibili, anche se va continuata. Nel periodo post-conciliare, visitando paesi islamici, si notava una certa vivacità nel dialogo e negli incontri fra autorità religiose. In Pakistan nel 1982, nella capitale del Punjab, Lahore, centro religioso e culturale di quel grande paese, era attiva l’università islamica con insegnanti anche cristiani e due centri culturali e di dialogo inter-religioso dei gesuiti e dei missionari di Mill Hill, con incontri e pubblicazioni. Oggi tutto questo è più difficile e ha scarso influsso sulla Chiesa locale. Dopo il prevalere dell’estremismo islamico soprattutto fra le classi colte e le autorità religiose (la sua radice recente è nella rivoluzione di Khomeini in Iran nel 1979), l’islam si è chiuso al dialogo religioso; e nei paesi islamici, che non ammettono più missionari stranieri (eccetto il Bangladesh), è mancato alle piccole Chiese locali il flusso di giovani missionari dall’esterno, con il risultato che queste comunità fortemente minoritarie si chiudono, non hanno più gli stimoli, la libertà e il coraggio (forse anche la preparazione) di dialogare con l’islam a livello intellettuale e religioso.

    La speranza viene da quello che Giovanni Paolo II ha definito “il dialogo della vita” fra comunità cristiane e islamiche. Un missionario italiano che vive in Bangladesh mi dice che trent’anni fa i cristiani non andavano alle scuole pubbliche (cioè islamiche): era quasi proibito dalla Chiesa, che assicurava ai suoi fedeli scuole ben più efficienti di quelle statali. Oggi la prospettiva è cambiata. I cristiani sono più sicuri nella loro identità religiosa e pensano: prepariamo meglio i nostri ragazzi e ragazze e mandiamoli pure nelle scuole statali, è un modo per integrarli nella società e presentare in forma semplice come si comporta un cristiano. Il musulmano, anche lui alla ricerca di una più forte identità religiosa, accetta più facilmente il diverso, anche per tentare di convertirlo, ma soprattutto perché vuol sapere cosa pensa, come agisce.

    In passato il cristiano poteva avere amici musulmani, rispettarsi e raccontarsi a vicenda i fatti della vita, ma il tema “religione” era quasi tabù. Oggi la diversità suscita curiosità. Questi cambiamenti avvengono gradualmente, ma la tendenza dominante, sia tra cristiani che tra musulmani, non è più quella del passato, apre prospettive di speranza. L’anno scorso in Malesia, paese con stampa abbastanza libera, un vescovo mi diceva che l’islam era un tema tabù per giornali e televisioni. Dopo la guerra in Iraq, spaventoso scossone per l’intelligenza malese, le acque si erano mosse, era iniziato un dibattito di tipo religioso-culturale, con interventi anche di cristiani, sulle differenze fra cristianesimo e islam.

    Noi, cristiani d’Occidente, dobbiamo interrogarci sulle nostre responsabilità nei confronti del dialogo interreligioso, la ricetta pacifica (con la preghiera e la carità) della Chiesa nella lotta contro il terrorismo, che non si sconfigge solo con la vigilanza e la fermezza, ma aiutando i fratelli islamici a maturare una diversa visione del mondo moderno: il che durerà almeno per tutta l’attuale generazione! La famosa tesi di Samuel Huntington, che alla “guerra fredda” sarebbe seguito uno “scontro di civiltà” (e quindi anche di religioni), è più credibile oggi che nel 1993. Il concetto di missione, un tempo inteso unicamente come “convertire i popoli a Cristo”, rimane sempre vero, ma dovrebbe assumere anche un senso nuovo e più attuale: gettare ponti di conoscenza, comprensione, dialogo, condivisione fra popoli e civiltà diverse.

    Il punto debole dei due mondi, cristiano e islamico, è che ci chiudiamo sempre più: passa ben poco da un mondo all’altro. Il missionario del Pime in Bangladesh mi dice: “Vedo citati poco, e malamente, studi e articoli occidentali da parte dei bengalesi; spesso solo frammenti di cui si riferisce per sostenere la propria tesi, piuttosto che analisi di ciò che si dice da parte degli altri. Un difetto analogo lo trovo in Italia: si conosce più di prima, ma è ancora troppo poco ciò che matura ed emerge nel  mondo islamico, in Asia”. Questo chiama in causa i nostri teologi e intellettuali, i centri culturali, i mass media, le associazioni, le scuole, ecc. Ottima l’iniziativa del patriarca di Venezia Angelo Scola con la rivista “Oasis” che promuove la conoscenza e il dialogo con i musulmani, ma quando vedremo rinascere, anche in campo politico, iniziative come quella del santo Sindaco di Firenze Giorgio La Pira, che negli anni cinquanta invitava a Palazzo Vecchio i rappresentanti delle tre civiltà del Mediterraneo per discutere di pace e di collaborazione fra ebrei, cristiani e musulmani?