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(Avvenire27 – 11 febbraio 2006) da Avvenire

QUALE DIFFERENZA FRA EGITTO E GIAPPONE?
di P.Piero Gheddo

   
Alberto Ronchey (“Il Corriere della Sera”, 7 febbraio), esprime stupore perché due paesi non occidentali, Giappone ed Egitto, sono partiti  dalla stessa situazione feudale ed oggi il primo è pienamente inserito nel sistema democratico e ha accettato i valori e lo sviluppo dell’Occidente; il secondo, dal feudalesimo monarchico ad oggi (cioè dal 1953), è passato attraverso varie vicende ed è giunto ad avere un governo filo-occidentale di autoritarismo “temperato”, con una massa di popolazione (il maggior partito di opposizione nelle ultime elezioni del Parlamento) allineata sulla linea dei “Fratelli musulmani”, dagli anni venti capofila dell’ondata anti-occidentale e anti-democratica che travaglia i paesi dell’islam e rischia di sconvolgere il mondo.

     E’ uno dei tanti segni di come osservatori indubbiamente competenti del mondo internazionale come Ronchey, e in genere la nostra opinione pubblica anche istruita, non riescono a liberarsi da quel “laicismo” che legge la religione come un fatto esclusivamente privato, quasi senza influsso sulla vita pubblica. Visitando spesso il mondo islamico (anche di recente), mi rendo sempre più conto dell’abisso culturale e religioso che esiste non solo fra paesi islamici e mondo occidentale, ma fra, ad esempio, l’Egitto e il Giappone, uno profondamente religioso, l’altro entrato nel “sistema di vita occidentale”, all’apparenza quasi totalmente ateo.

     La differenza sta appunto nel fatto che il popolo egiziano (pur con una consistente minoranza cristiana) vive da più di mille anni in una cultura plasmata dalla fede islamica, per la quale la religione è un tutt’uno con la famiglia, la società, la politica, l’economia, lo stato, l’educazione: un popolo che non ha mai ricevuto l’annunzio del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, mentre per il Giappone, e più in genere per i paesi buddhisti, la fede religiosa è semplicemente una “norma del buon vivere”. Si capisce quindi perché i giapponesi hanno recepito e realizzato la laicità dello stato, gli egiziani hanno cambiato sistemi politici, si sono tecnicizzati, istruiti, arricchiti, modernizzati, ma la mentalità e la cultura sono rimaste più o meno le stesse: non possono che rifiutare, anche violentemente se è il caso, la nostra “libertà” di pensiero, di religione.

     Il “mistero dell’islam” invita non solo ad un dialogo diplomatico-politico-economico con i popoli islamici, ma anche ad un approccio culturale-religioso come aveva intuito a metà degli anni cinquanta Giorgio La Pira, con i suoi Convegni al Comune di Firenze fra culture e religioni dei popoli mediterranei, ebrei, cristiani e musulmani, in vista della collaborazione culturale e della pace; e soprattutto invita noi occidentali secolarizzati a chiederci se, per caso, il fatto che siamo finiti nel vicolo cieco di una società senza spirito religioso non ci impedisca di capire popoli che vivono immersi in una profonda religiosità che sacralizza tutto.

    Un mese fa in Mali, musulmano al 94% e con una piccola minoranza cristiana, ho visto che c’è un islam tollerante col quale è possibile convivere e dialogare (ammettono missionari stranieri e persino le conversioni dall’islam al cristianesimo). Le cause di questa tolleranza sono molte, ma il padre Arvedo Godina, sul posto da quasi 40 anni, mi diceva che la spiegazione sta nel fatto che “ci intendiamo sul punto fondamentale da cui discende il rispetto per il diverso: il senso religioso della vita e l’adorazione dell’unico Dio. Se manca questo, credo sia difficile raggiungere un pieno accordo e una certa condivisione di vita”. Una proposta provocatoria. Dovrebbero, i nostri mass media e “opinion leaders”, utilizzare meglio questi giorni angosciosi di contrasti con l’islam: non solo condannare gli estremisti islamici e chiedersi come fermarli (cosa assolutamente da fare), ma discutere se e come, noi occidentali che viviamo “come se Dio non esistesse”, possiamo fare un bel po’ di passi indietro sulla via della nostra galoppante “secolarizzazione”, che fra l’altro ci conduce verso un mondo sempre meno vivibile, sempre più disumano. Col mondo islamico (un miliardo e 200 milioni di persone!), o tentiamo un dialogo e un progressivo avvicinamento o fra qualche tempo, temo, sarà scontro totale.