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(Avvenire27 – 11
febbraio 2006) da Avvenire
E’ uno dei tanti segni di come osservatori indubbiamente competenti del
mondo internazionale come Ronchey, e in genere la nostra opinione pubblica anche
istruita, non riescono a liberarsi da quel “laicismo” che legge la religione
come un fatto esclusivamente privato, quasi senza influsso sulla vita pubblica.
Visitando spesso il mondo islamico (anche di recente), mi rendo sempre più
conto dell’abisso culturale e religioso che esiste non solo fra paesi islamici
e mondo occidentale, ma fra, ad esempio, l’Egitto e il Giappone, uno
profondamente religioso, l’altro entrato nel “sistema di vita
occidentale”, all’apparenza quasi totalmente ateo.
La differenza sta appunto nel fatto che il popolo egiziano (pur con una
consistente minoranza cristiana) vive da più di mille anni in una cultura
plasmata dalla fede islamica, per la quale la religione è un tutt’uno con la
famiglia, la società, la politica, l’economia, lo stato, l’educazione: un
popolo che non ha mai ricevuto l’annunzio del “date a Cesare quel che è di
Cesare e a Dio quel che è di Dio”, mentre per il Giappone, e più in genere
per i paesi buddhisti, la fede religiosa è semplicemente una “norma del buon
vivere”. Si capisce quindi perché i giapponesi hanno recepito e realizzato la
laicità dello stato, gli egiziani hanno cambiato sistemi politici, si sono
tecnicizzati, istruiti, arricchiti, modernizzati, ma la mentalità e la cultura
sono rimaste più o meno le stesse: non possono che rifiutare, anche
violentemente se è il caso, la nostra “libertà” di pensiero, di religione.
Il “mistero dell’islam” invita non solo ad un dialogo
diplomatico-politico-economico con i popoli islamici, ma anche ad un approccio
culturale-religioso come aveva intuito a metà degli anni cinquanta Giorgio La
Pira, con i suoi Convegni al Comune di Firenze fra culture e religioni dei
popoli mediterranei, ebrei, cristiani e musulmani, in vista della collaborazione
culturale e della pace; e soprattutto invita noi occidentali secolarizzati a
chiederci se, per caso, il fatto che siamo finiti nel vicolo cieco di una società
senza spirito religioso non ci impedisca di capire popoli che vivono immersi in
una profonda religiosità che sacralizza tutto. |