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(Vietnam10 – 15
aprile 2006) da Avvenire
Nella nostra recente campagna elettorale, le polemiche fra i due blocchi,
a parte i toni esasperati, facevano pena: tutti i discorsi erano centrati
sull’economia e le tasse. La politica internazionale non compariva, come altri
temi di straordinaria importanza: ad esempio l’invecchiamento e la diminuzione
numerica degli italiani! Non si è quasi nemmeno accennato a quello che il card.
Ruini e Benedetto XVI (parlando ai parlamentari europei del P.P.I.) hanno posto
come “prioritario” nelle scelte politiche dei cattolici: difesa della vita,
del matrimonio, della famigia, della libertà e parità scolastica fra scuole di
stato e scuole private. Soprattutto, nessun politico ha osato nemmeno accennare
ad un tema che credo fondamentale, se vogliamo che la nostra Italia si riprenda:
noi italiani, tutti naturalmente, dobbiamo convincerci del fatto che in genere
viviamo ad un livello di consumi superiore a quanto potremmo permetterci in base
alla nostra produttività e competitività internazionale.
Da dove viene il debito dello stato italiano (106% del Pil) doppio
o triplo a quello di qualsiasi altro paese sviluppato al nostro livello? Proprio
da questo: negli anni settanta e ottanta, i governi (e gli enti locali) cedevano
facilmente alle pressioni di sindacati e categorie organizzate di cittadini,
concedendo più di quanto le finanze dello stato avrebbero potuto. Mio fratello
Franco, in quel tempo segretario della Cisl a Torino, mi diceva che negli
incontri con le autorità governative, se chiedevano 10 di aumento, il governo
ne concedeva 12 pur di avere la pace sociale e i voti alle elezioni politiche: a
quel tempo era concreto il pericolo che comunisti e alleati conquistassero il
potere in modo democratico! Io sogno un presidente del consiglio che, in accordo
con l’opposizione, faccia agli italiani questo discorso che nessuno può fare
altrimenti perderebbe molti consensi:
“Cari italiane e italiani, il mio governo si assume un compito molto
gravoso e non facile. Dobbiamo ridare slancio all’Italia sia in campo
economico che come riduzione delle spese dello stato, perché non è possibile
governare con un debito statale di queste dimensioni. Abbiamo fatto, tutti
assieme, le cicale per molti decenni, ora dovremmo imparare ad essere un po’
formiche. Non vi prometto facili guadagni e aumenti continui di reddito, ma
lacrime e sangue, unite alla giustizia distributiva, per rimettere in sesto la
nostra economia e avere il necessario per fare quelle riforme strutturali (ad
esempio le grandi opere pubbliche bloccate da trent’anni) di cui il paese ha
assoluto bisogno per non essere declassato fra quelli in via di sviluppo”. |