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(27 maggio 2006) da Avvenire
D’altra parte, l’anno scorso sono stato invitato a parlare a
Trapani e un sacerdote di Mazara del Vallo mi diceva che in quell’importante
città peschereccia italiana (55.000 abitanti) la pesca è ormai un lavoro quasi
esclusivo dei tunisini che vivono in quartieri separati con le loro famiglie.
“La poligamia è proibita in Italia – diceva - ma fra i pescatori tunisini
che vivono tra noi questo tipo di matrimonio continua indisturbato. La polizia
fa finta di niente e le comunità islamiche vivono secondo le loro regole, purché
non diano fastidio a noi italiani”. E lui stesso aggiungeva: cosa succederà
fra venti o trent’anni, quando i musulmani in Italia non saranno più mezzo
milione come oggi, ma due o tre milioni? Vorranno riconosciuta per legge la
poligamia, con tutti i diritti e i doveri relativi? E quando sarà riconosciuta
giuridicamente, non vorranno anche gli italiani benestanti e laicizzati provare,
sperimentare questo diverso tipo di matrimonio?
Si parla molto in questi giorni di leggi che riconoscano giuridicamente
le coppie di fatto e le unioni di omosessuali perché in fondo fanno ormai parte
del panorama della società italiana. Anche senza etichettarli come
“matrimonio”, si dice che i “diritti” di queste persone che vivono in
coppia vanno riconosciuti: non danno fastidio a nessuno, sono maggiorenni liberi
e consenzienti, tra loro spesso c’è vero amore, appassionato e fedele. I
fedeli o anche altri sono liberi di praticare il matrimonio monogamico: ma perché
voler imporlo a tutti? Perché non riconoscere che il mondo moderno ha maturato,
nell’evoluzione delle mentalità e dei costumi, varie forme di matrimonio e
non solo quella tradizionale tra uomo e donna riconosciuta dalla nostra
Costituzione?
Quando Papa Benedetto e i vescovi italiani condannano il
“relativismo” dottrinale nel campo della fede e morale nella vita personale
e civile, si dice che sono vogliono imporre a tutti la loro visione della vita,
non hanno ancora accettato il vivere moderno, democratico e pacifico, per cui
tutto va bene purché non si violino i “diritti” delle singole persone. Ma
non è così. La storia dell’umanità dimostra che oltre ai “diritti delle
persone” ci sono anche i “diritti dei popoli”, i “diritti delle società”.
La poligamia o le unioni riconosciute fra gay non violano i diritti di nessuna
persona, ma diventando legge diventano costumi, cultura (“lex creat mores”,
la legge crea i costumi, diceva il legislatore romano); i grandi imperi e civiltà
decadono e scompaiono quando si corrompono dall’interno, quando la decadenza
delle leggi e dei costumi indeboliscono le famiglie, portano ad una crisi
demografica, la società si sfalda: è inevitabile che popoli più giovani, più
severi e più prolifici finiscano per prevalere. Quando in Italia (è solo una
provocazione!) sentiremo proporre la “sharia” (cioè la “Legge
islamica”) come legge di stato, allora molti di quelli che oggi giudicano
importuni Papa Benedetto e il card. Ruini diranno: “Ah, ma il cristianesimo
era meglio!”.
Noi cristiani non temiamo di essere piccola minoranza nelle società in
cui viviamo. Lo eravamo fin dall’inizio e lo siamo ancora in molte parti del
mondo. Ma, nel nostro caso specifico, abbiamo la gioia di essere italiani e non
possiamo tacere di fronte a leggi che finirebbero per portare la nostra patria
ad una deriva morale e sociale di cui è difficile vedere uno bocco positivo. Un
proverbio dice che al peggio non c’è mai fine. I radicali, le femministe e
chi promuove o tollera queste nuove forme di “unione civile” sono disposti,
in un prossimo futuro, ad ammettere anche la poligamia nella nostra
legislazione? |