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(3 dicembre 2008) da Avvenire

COSA VOGLIONI I TERRORISTI ISLAMICI IN INDIA?
                               di Piero Gheddo

Gli attacchi terroristici a Mumbai riempiono di sgomento. Alle spalle di tutto questo c’è una struttura organizzativa e una potenza finanziaria non comune. Padre Carlo Torriani (a Mumbai da quarant’anni) ha dichiarato ad Asia news che questo attentato terroristico viene non dall’interno ma dall’esterno del paese. Non è plausibile che esista in India un movimento di opposizione radicale e violenta allo stato indiano, così ricco e organizzato da poter produrre una simile apocalisse. La rivendicazione del movimento islamico estremista “Mujaheddin del Deccan” pare credibile, probabilmente una delle tante etichette con le quali Al Queda tenta di nascondersi e confondere le idee.

     Ecco il problema che il cataclisma indiano pone all’attenzione di tutti noi. Ma questi attentatori islamici, questi maestri del terrore, cosa vogliono? Quale scopo perseguono? E’ lo stesso interrogativo attonito e incredulo che ci ponevamo, 30-40 anni fa, di fronte alle pazzesche imprese del terrorismo nostrano, quello di radice comunista delle “Brigate Rosse”. Uccidere tanti servitori dello stato, perché? Allora eravamo di fronte ad un avversario politico-ideologico, oggi ad un altro di matrice religiosa. Il che è molto peggio. L’ideologia politica è sconfitta dalla realtà (oggi nessuno più si dichiara “comunista”), ma la realtà delle cose non distrugge una fede religiosa, specialmente quando è travisata e strumentalizzata. Ci siamo liberati dal terrorismo rosso e dal blocco di stati di “socialismo reale”, ma non sarà così facile liberarci dalle masse islamiche, educate a venerare ed esaltare i “martiri dell’islam” nei kamikaze che si uccidono per uccidere. Ne ammazzi uno, ne nascono dieci, ne ammazzi dieci, sorgono in cento, per una ideologia non politica ma religiosa. E’ un nemico misterioso e inafferrabile, di fronte al quale siamo impotenti.                                

    Cosa fare? Non lo so e non lo sa nessuno. Siamo nelle mani di Dio. In Pakistan vent’anni fa il vescovo di Feisalabad mons. John Joseph (nel 1997 “suicidato” dalla polizia perché protestava per i diritti dei cristiani calpestati) alla mia domanda cosa potevamo fare loro diceva. “Soprattutto pregate perché solo Dio vede nel cuore dei nostri fratelli musulmani e Lui può tutto”. Per chi crede il primo rimedio è la preghiera, per le vittime, per i fratelli musulmani prigionieri di un’ideologia autodistruttiva, per noi stessi e i nostri popoli e paesi. E poi c’è tutto il resto, le leggi, la difesa, il dialogo, gli strumenti finanziari e commerciali per controllare e ridurre la violenza terroristica. Ma questo è anzitutto il tempo di ricuperare il senso profondo della fede e della preghiera. Anche per vivere psicologicamente più tranquilli. La preghiera porta la pace del cuore. “Non abbiate paura!” gridava Giovanni Paolo II, perché “Dio sa cosa c’è nell’uomo, Lui solo lo sa”.