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Piero Gheddo

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(1 febbraio 2009) da Avvenire

ACCANTO AI POVERI SI’, MA “VESCOVO ROSSO” NO

                              di Piero Gheddo

L’ho conosciuto da vicino anche a lungo in Brasile e in Italia. Chi ha vissuto con lui non può che condividere questa voce di popolo. Nato nel 1909 nel Nord-Est brasiliano, prete nel 1931, si impegna con numerose iniziative per i più sfavoriti (sindacato delle donne operaie, cooperative) e manifesta fin da giovane un grande carisma e capacità organizzativa. Nel 1936 è segretario dell’educazione cattolica a Rio de Janeiro, dove diventa vescovo ausiliare nel 1952. La Conferenza episcopale brasiliana, di cui è il primo segretario per dodici anni, nasce nel 1952 su sua proposta e con l’appoggio del nunzio apostolico mons. Carlo Chiarlo. Tre anni dopo stimola la convocazione a Rio della prima Conferenza dei vescovi latino-americani, da cui nasce il Celam. A Rio incominciano a chiamarlo “il vescovo delle favelas”: in una Chiesa ancora bloccata in schemi coloniali, un vescovo giovane, dinamico, dal cuore grande, che supera ogni formalismo per essere vicino ai poveri. Al Congresso Eucaristico Internazionale del 1955 a Rio, da lui organizzato, il Legato pontificio cardinale Gerlier di Lione gli dice: “Perché non mette il suo talento organizzativo a servizio dei poveri, per risolvere i problemi delle favelas qui a Rio, la città più bella ma anche la più spaventosa del mondo?”.

    Questa la scintilla che spinge ancora più dom Helder verso l’impegno molto concreto per i poveri, al di fuori di ogni convenzione, sempre richiamandosi all’esempio di Cristo. I suoi appelli accorati attraverso radio, stampa e televisione, scuotono le coscienze; le sue proposte e iniziative gli attirano l’astio e il sospetto dei militari al potere (dal 1964) e delle classi alte. I mass media lo esaltano per la testimonianza personale e la capacità di trascinare le folle, ma lo battezzano “il vescovo rosso”, senza che nulla di concreto potesse offrire pretesti a questa etichetta. L’ho intervistato durante il Concilio Vaticano II e ho tradotto in italiano, mettendo assieme suoi discorsi e articoli (che mi aveva dato lui stesso in una mia visita a Recife), il suo primo libro “Terzo Mondo defraudato” (Emi, 1966) che ebbe dodici traduzioni all’estero. Ricordo bene che già allora rifiutava inviti a Cuba e commistioni con correnti politiche (anche di cattolici) che esaltavano la “liberazione” promessa dai “movimenti di liberazione” in America Latina. “Come cristiano – diceva – non posso accettare la violenza armata. Sono convinto che solo l’amore può costruire, non ho alcuna fiducia nell’odio. Questo ho capito dal Vangelo e questo predico. Forse altri, come Camilo Torres, partendo dallo stesso Vangelo sono arrivati a opposte conclusioni. Li rispetto ma non ne condivido il pensiero”.

    Dopo il 1964, quando Camara diventa arcivescovo di Recife, capitale del Nord-Est brasiliano, tutto questo acquista dimensione mondiale. All’inizio degli anni settanta, il piccolo e infuocato dom Helder è candidato ufficiale al Premio Nobel per la Pace, ma la sua candidatura non passa. Il 12 febbraio 1974 riceve nel Palazzo comunale di Oslo il Premio alternativo della pace. Incominciano i viaggi in America e in Europa, in Giappone e in Africa e dom Helder porta ovunque la sua straordinaria capacità di infiammare l’uditorio in tutte le lingue, anche in quelle che conosceva davvero poco. Ma era un oratore che affascinava solo al vederlo, con i gesti, il tono della voce, il sorriso, la varietà delle espressioni che il suo volto rugoso assumeva. Qualcuno l’ha definito “un grande attore”, banalizzando un santo. Camara portava in scena solo la sua vita, la sua passione per i poveri. Quando piangeva  e commuoveva tutti raccontando la miseria delle periferie del terzo mondo, era davvero un momento magico in cui appariva l’uomo di Dio; quando denunziava i crimini del capitalismo internazionale e nazionale, assumeva il tono autentico di un profeta biblico, da non confondere con un agitatore politico, anche se a volte i suoi gesti e discorsi erano letti e strumentalizzati in quel senso. La liberazione, secondo Camara, viene da Cristo, non dalla rivoluzione socialista.

     Altri ricordi di lui. Quando ci siamo incontrati a Puebla (Messico) nel gennaio 1979, in occasione dell’Assemblea del Celam, nei tempi caldi della Teologia della Liberazione, in un’intervista avevo chiesto il suo parere sui teologi della liberazione; alcuni di essi, nei loro incontri quotidiani con i giornalisti, avevano esaltato Cuba e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, come segni della liberazione che si stava realizzando per i popoli poveri. Dom Helder ci pensa un po’ e poi, dicendo che non voleva giudicare dei confratelli, aggiunge: “Digli che se quella liberazione arrivasse anche in Brasile e in America Latina, loro sarebbero tra i primi a finire dietro le sbarre”. Quando poi, al termine dei giorni di Puebla, sono tornato in Italia con mons. Ferdinando Maggioni (allora vescovo di Alessandria e presidente della Commissione missionaria della CEI), sull’aereo abbiamo parlato di Dom Helder e lui mi diceva: “Ero suo vicino di stanza nel seminario maggiore di Puebla. Secondo me è veramente un santo che prega molto. Non so come fa a resistere, ma mangia poco e dorme poco. Di notte si alza e va in cappella a pregare. Sono rimasto edificato del suo spirito religioso”. Pochi anni dopo, Helder Camara ha scritto la prefazione al mio volume “Os Povos da fome” (O Recado, Sào Paulo 1984), traduzione di “I popoli della fame” (Emi 1982), cogliendo molto bene, in due paginette, lo spirito e i contenuti del libro, che erano anche i suoi, che allora mi erano contestati e oggi sono comunemente ammessi.

     Per concludere. Il cardinale Moreira Neves, prefetto della Congregazione per i vescovi, ha scritto dopo la sua morte il 27 agosto 1999: “Monsignor Camara si alzava di notte per pregare… Oggi dobbiamo sperare che abbia dei veri seguaci per il suo impegno sociale, ma anche per la spiritualità in cui ha sempre vissuto”.