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Piero Gheddo

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(3 ottobre 2008) da Avvenire

E’ BELLO FARE IL MISSIONARIO

                                                   di Piero Gheddo

      La vocazione sacerdotale l’ho ricevuta dalla preghiera che i miei genitori hanno fatto sposandosi nel 1928, di avere almeno un figlio prete. Nel 1929 sono nato io e fin da ragazzino sognavo di diventare sacerdote. Nel seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli) la vocazione missionaria mi è nata leggendo le riviste missionarie, specialmente “Italia Missionaria” che riportava articoli e lettere di molti missionari. Nel settembre 1945 sono entrato nel Pime di Milano come liceale e ordinato sacerdote nel 1953. Ho fatto il missionario-giornalista. Da ragazzo sognavo le missioni e i popoli lontani, c’era in me molto senso dell’avventura, ma anche un  forte amore a Gesù Cristo. Poi ho visitato continenti e popoli in tutti i continenti e la missione mi è apparsa nella sua vera realtà: la maggior sfida del “paganesimo” alla Chiesa e a noi cristiani: 2000 anni dopo Cristo, più della metà dei sei miliardi di esseri umani ancora ignorano la venuta del Salvatore.     Il Signore mi ha concesso la grazia di vivere la vocazione missionaria, pur nei limiti e peccati di ogni uomo, come una totale consacrazione al Vangelo. Vivendo la vocazione con passione ed entusiasmo, oggi posso dire che fare il missionario è bello. La missione certo richiede molti sacrifici e rinunzie, ma l’importante è portare Cristo e non noi stessi. Allora sperimenti che Gesù dà veramente a chi lo segue il cento per uno in questa vita. La missione alle genti è cambiata molto. Oggi i missionari non vanno più a comandare, ma per mettersi a servizio delle giovani Chiese; i popoli hanno acquistato una forte coscienza delle loro culture e religioni; i missionari, un  tempo ammirati e seguiti, oggi sono tollerati dalle autorità locali, a volte anche perseguitati; l’immagine di Chiesa e di liturgia che portiamo con noi è messa in questione dalle sensibilità diverse dei popoli. Tutto questo, e molto più, è vero e causa sofferenza. Ma se il missionario mantiene vivo l’amore alla preghiera e l’umiltà di essere servo e non padrone del Vangelo,  capisci che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo. Dopo 55 anni di vita missionaria, confermo che è bello essere prete e missionario. A tutti i giovani che mi leggono dico: se il Signore vi chiama alla vita consacrata non ditegli di no. Lui è l’unica ricchezza che abbiamo e la nostra vera gioia.