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(27 settembre 2007) da Avvenire Poco dopo, anche le minoranze tribali entrano in campo perché, dicevano, il governo federale non rispettava le promesse: infatti, dominato dai birmani, dimette i loro capi (saboà), “birmanizza” l’esercito nazionale licenziando i loro militari e soprattutto privilegia il buddhismo per portare i tribali nella “sangha” (comunità buddhista). Così nasce “la guerra cariana” (1948-1953), combattuta non solo dai cariani. Una guerra crudele e sanguinosa, che minaccia l’unità nazionale anche perché i ribelli si alleano con i due partiti comunisti, uniscono le forze e riescono a liberare alcune regioni e anche la loro capitale Toungoo (cioè “Kawthule”, gennaio 1949), puntando poi su Rangoon. L’esercito nazionale alla fine prevale, si fanno diversi accordi, ma la guerra ristagna: i tribali occupano buona parte delle loro regioni, il governo tutta la parte pianeggiante abitata dai birmani. Ma ogni tanto scoppiano scontri armati, il paese non è tranquillo. I cariani erano orientati dalle élites battiste, che predicavano la guerra contro i birmani, mentre i cattolici volevano la pace; qui nasce la prima “persecuzione” dei cattolici, nella quale vengono uccisi tre missionari del Pime, Mario Vergara e Pietro Galastri (1950), Alfredo Cremonesi (1953). Il governo democratico della Birmania delega diversi poteri alle forze armate, fin che, nel 1962, il generale Ne Win destituisce il primo ministro U Nu, promettendo di riportare l’ordine e instaurando una “democrazia popolare” sul modello sovietico. Infatti, nazionalizza le terre e le attività economiche, requisisce le scuole e le strutture sanitarie delle missioni cristiane e nel 1966 espelle tutti i missionari stranieri entrati nel paese dopo il 1948 (30 italiani del Pime): tutto è dello stato. Occorre chiarire la natura della “dittatura militare”, ma non è solo militare. Il regime fin dall’inizio si dichiara ateo e vuole instaurare un “socialismo birmano” e “di ispirazione buddhista”, che in realtà è un autentico comunismo e porta alla dittatura del partito e alla miseria: nel 1948 la Birmania era “il granaio dell’Asia”, esportava riso, oggi a mala pena basta a se stesso. Fra alterne vicende, i “militari-socialisti” sono ancora al potere, anche se, dopo la rivolta studentesca del 1988, sono stati costretti a convocare le elezioni nel 1990, vinte dalla figlia del “Padre della patria”, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace. I militari non riconoscono la sua vittoria (il loro partito aveva solo il 10%), lei non ha mai governato e i suoi deputati eletti metà sono fuggiti all’estero, metà uccisi o in carcere. Il regime birmano da più di dieci anni è soggetto alla Cina. Un testimone oculare mi scrive: “I militari stanno costringendo i contadini a coltivare l’oppio per loro e fanno della Birmania il maggior esportatore del mondo… Oggi la Cina rifornisce i militari di armi per ripagare i legni pregiati, i minerali, il gas e il petrolio; costruiscono strade, ci inondano dei loro prodotti”. I cinesi sono già in Birmania, “colonizzano” e modernizzano alcune regioni tribali di confine. I buddhisti sono la maggior forza d’opposizione: se non riesce le loro ribellione pacifica, per Myanmar si aprono scenari ancora più cupi: potrebbe diventare, per interposto governo “locale”, una provincia cinese. I governi europei e quello italiano cosa fanno? |