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Piero Gheddo

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(febbraio 2005) da Avvenire

MA LA MISSIONE NON E' FINITA
di P.Piero Gheddo

                                    Fa discutere in Asia l’intervento del gesuita Michael Amaladoss: «Troppo legati alla mentalità coloniale». Ma non è vero che quei Paesi non vogliano più la loro presenza

«Gli Istituti missionari sono in crisi?», si chiede padre Michael Amaladoss, gesuita, su Sedos Bullettin (rivista di studi missionari). Il teologo indiano di fama internazionale dà una risposta positiva; segue un lungo articolo fortemente critico sulla missione alle genti e gli istituti missionari: la missio ad gentes sta cambiando, gli istituti missionari o si adattano o sono destinati a morire: «Non dobbiamo dispiacerci di questo»). L'articolo è provocatorio, esprime anche idee buone e condivisibili, ma soffocate da una quantità di ipotesi, accuse, pregiudizi. Amaladoss la pensa in modo opposto a quanto la Chiesa continua a dire, dal Concilio Vaticano II ad oggi, in documenti che egli non cita mai: Ad Gentes (1965), Evangelii Nuntiandi (1975), Redemptoris Missio (1990) e Tertio Millennio ineunte (2001). Ma andiamo per punti.

1) Innanzitutto, per Amaladoss la missio ad gentes coincide con il dialogo della Buona Notizia verso i poveri, le culture, le religioni. La conversione a Cristo non è esclusa, ma non è lo scopo principale. Dal Concilio si parla della missione "globale" (o "olistica"), che abbraccia tutti gli elementi ricordati da Amaladoss; però i documenti della Chiesa e della Federazione dei vescovi asiatici dicono che l'annunzio (e la "conversione" a Cristo) resta l'elemento prioritario della missione, che dà unità e coesione agli altri elementi. Ci chiediamo: fino a che punto questa è una "nuova teologia"?

2) Data la scristianizzazione dei popoli cristiani, oggi si parla di «missione nei sei continenti», più urgente in Occidente (dove la gente non crede più in nulla) che nei Paesi non cristiani, dove i popoli sono religiosi. Ma la differenza fra un Paese di antica tradizione cristiana e un altro in cui Cristo non è ancora conosciuto è immensa: la cultura occidentale è stata umanizzata dall'incontro col Cristo (il valore assoluto della persona umana, i diritti dell'uomo e della donna!). La Redemptoris Missio (n. 32, perché Amaladoss non la cita mai?), d ice: «Alcuni si chiedono se non si debba ammettere che esiste un'unica situazione missionaria… Occorre guardarsi dal rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione e i missionari ad gentes. Dire che tutta la Chiesa è missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede, che ci siano i "missionari ad gentes e a vita" per vocazione specifica».

3) Secondo Amaladoss, poiché la responsabilità della missione è della Chiesa locale, i missionari stranieri non servono più. Gli Istituti missionari, nati per fondare la Chiesa (trenta le diocesi fondate dal Pime specialmente in Asia): oggi sono a servizio della Chiesa locale, obbediscono al vescovo. In Myanmar, il Pime ha dato vita a cinque diocesi, oggi ha solo due anziani missionari residenti, ma da molti anni aiuta i vescovi nei seminari e nella fondazione di un istituto missionario locale, con personale che ha permessi limitati di residenza. I vescovi chiedono missionari, non solo nei Paesi poveri, ma anche in quelli ricchi e in pieno sviluppo economico, (Giappone, Taiwan, Thailandia, Filippine, Corea del sud). Amaladoss parla di aiuti alle giovani Chiese, vede con sospetto e quasi condanna gli aiuti economici e materiali. Non si capisce perché: San Paolo chiedeva alle comunità cristiane di aiutare altre più povere. Perché oggi l'aiuto fra le Chiese sarebbe disdicevole?

4) Ancora, per Amaladoss la missione alle genti sarebbe in crisi perché figlia dell'epoca coloniale. Ma nel 2004, l'accusa ai missionari di continuare nello stile coloniale è vecchia, superata dalla storia: il tempo coloniale è terminato da 50-60 anni, la Chiesa e gli Istituti missionari hanno fatto un lungo cammino. Bisogna finirla con certi ritornelli che gettano solo discredito. Thomas Menamparampil, arcivescovo di Guwahati (Assam, India) ha scritto: «I popoli di antica cristianità... sono stati portati ad una severa autocritica e ad una generale perdita dell'autostima nelle loro ideologie, nei loro sistemi di pensiero… Qualcosa di questo si riflette anche nel pensiero teologico contemporaneo, la cui eco giunge fino al nostro attuale campo missionario. Molti soffrono di questa 'perdita di autostima' che deriva da un senso di colpa verso il passato e da un complesso di incertezza per quanto riguarda il futuro. Ma certi comportamenti non vengono dal Vangelo. Infatti solo il Vangelo può sollevare coloro che hanno fatto del male e coloro che l'hanno sofferto, permette loro di voltare le spalle alla storia, di proseguire oltre con fiducia e di prendere il futuro nelle proprie mani».

5) Amaladoss dice che i Paesi dell'Asia non vogliono più i missionari. Ma quali Paesi? Dove c'è piena libertà, i missionari possono liberamente entrare. Negli altri le restrizioni nascono in genere da visioni nazionalistiche o religiose chiuse, che non si possono approvare. Nel febbraio 2004 sono stato in Malesia, con governo islamico che non vuole missionari, ma ci sono molte conversioni dall'animismo e pochissimi sacerdoti. Nel Borneo malese c'erano 2.000 cattolici per ogni prete nel 1970, oggi sono 8.000 e ogni anno le parrocchie hanno dai 200 ai 300 battesimi di adulti. Nelle cinque diocesi del Borneo malese i vescovi vorrebbero missionari, ma il governo non permette: questo è il segno di decadenza dei "missionari ad gentes" oppure di una chiusura e intolleranza che noi condanniamo?