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Piero Gheddo

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(Vietnam10 – 21 febbraio 2006) da Avvenire

LA GUERRA DEL VIETNAM RIVISITATA
di P.Piero Gheddo

   
La nostra epoca è ricca di “revisionismi storici”: Risorgimento e Fascismo, I e II guerra mondiale, Resistenza e Sessantotto, tutto è “revisionato”. All’Università di Roma Tre (Via Ostiense 159) si svolge un Convegno su “L’Italia e la guerra del Vietnam” (23-24-II), orientato a rivisitare quel conflitto e il movimento di protesta contro lo stesso. Il Convegno puo’ risultare emblematico per capire non solo i fatti di Vietnam e Cambogia, ma più in genere l‘atteggiamento favorevole dei mass media e dell’opinione pubblica italiana riguardo alle “guerre di liberazione” dei popoli colonizzati, che in realtà non hanno liberato nessuno: la guerra ha fatto quasi ovunque trionfare le forze più estremiste e portato a dittature peggiori dei regimi precedenti.

    Intendo dire che, alla luce della nuova coscienza sull’inutilità e dannosità delle guerre e della violenza per ottenere la “liberazione” dei popoli, non è male, ricercando la verità storica sulla guerra del Vietnam (ben diversa da quella che allora era vulgata comune), operare un’opera di “revisione” delle posizioni che trent’anni fa erano comuni in Italia. In altre parole, l’appoggio del popolo italiano non contro la guerra, ma contro il governo del sud Vietnam (appoggiato dagli americani) e a favore di quello del Nord Vietnam (appoggiato da Cina e Russia), è evidente che ha portato il popolo vietnamita alla dittatura del Partito comunista, ben peggiore di quella militare precedente; e ha relizzato in Laos e Cambogia il passaggio da monarchie indigene, feudali e sostenute dagli Stati Uniti, alla colonizzazione del comunismo vietnamita, sperimentando con i “Khmer rossi” il peggior genocidio dell’ultimo secolo!

     E’ bene ricordare che a quel tempo “Avvenire” (fino al 1968 “L’Italia”), è stato l’unico quotidiano a documentare, con corrispondenze dal Vietnam, che i supposti “liberatori” erano nuovi e peggiori oppressori. Questo si poteva già conoscere nel programma dei liberatori e visitando le regioni “liberate” da vietcong e forze armate nord-vietnamite, da cui il popolo fuggiva in massa a rischio della vita (dopo il 1975 un milione e più di “boat people”). Ma i giornalisti italiani non si sognavano nemmeno di sobbarcarsi a viaggi pericolosi per andare in quei luoghi, anche perché, come mi diceva un collega a Saigon nel 1973: “Se anche vedessi che le cose stanno come tu dici, sul mio giornale, laico e in genere anti-comunista, non potrei scriverlo”.

    La guerra del  Vietnam è stata per l’Italia un momento di passione ideologica: manifestazioni, convegni, articoli, scuole e università, tutto era orientato a sostenere i “liberatori” e chi documentava che non era vero diventava “un fascista”. Anche in campo cattolico l’ubriacatura era comune. A rileggere oggi i ritagli di settimanali e mensili cattolici, vengono i brividi: sembrava che il “socialismo” (cioè il comunismo) fosse “l’unica speranza dei poveri”!