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Piero Gheddo

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LA TESTIMONIANZA EROICA DI GENITORI “NORMALI” ROSETTA FRANZI E GIOVANNI GHEDDO
Auditorium del “Pontificio Istituto Giovanni Paolo II
Per Studi su Matrimonio e Famiglia” – Università del Laterano Roma - 21-V-2010,
p. Piero Gheddo

     1) La breve vita di Rosetta e Giovanni

     I servi di Dio Rosetta e Giovanni ci ricordano com’erano gli sposi cristiani d’Azione Cattolica e la vita di fede nelle campagne vercellesi 60-70 anni fa. Rosetta Franzi era nata nel 1902 a Crova (Vercelli) e aveva sposato nel 1928 Giovanni Gheddo, nato nel 1900 a Viancino (Vercelli). Col matrimonio sono venuti a Tronzano dove siamo nati noi loro figli. Nella nostra famiglia si è spesso ricordato che si volevano bene e desideravano avere tanti figli! Nel 1929 sono nato io, nel 1930 Francesco, nel 1931 Mario, nel 1933 la mamma ha avuto un aborto spontaneo e nel 1934 doveva partorire due gemelli. Invece è morta di parto, di polmonite e di setticemia (allora non esistevano gli antibiotici!), lei con i due gemellini, il 26 ottobre 1934. 

      Rosetta Franzi veniva da una bella famiglia, seconda di quattro figlie (anche sua mamma, nonna Maria, era una santa cristiana). Si era diplomata insegnante elementare e ha speso la sua breve vita in famiglia nel servizio alla parrocchia e nella cura dei bambini, lasciando un forte ricordo di santità, che ho delineato nel volume: “Questi santi genitori” (San Paolo, 2004, pagg. 184). La sorella Emma (morta nell’ottobre 2006 a 93 anni), ricordava: “Rosetta era benvoluta da tutti perché era una donna di pace; non parlava mai male di nessuno e se c’era qualche pettegolezzo, lei cercava di vedere gli aspetti positivi della persona di cui si parlava. Aiutava i poveri e le persone in difficoltà.

    A Crova aiutava nell’asilo infantile e nella scuola, senza essere stipendiata perché suo papà non voleva e diceva: “A mia moglie e alle mie figlie ci penso io”. Viveva in modo appassionato l’impegno della fede e dell’Azione cattolica”. Al pomeriggio e alla sera faceva scuola gratuita agli analfabeti adulti del paese, allora ancora molti.

     La morte di parto a 32 anni, lasciando tre bambini piccoli, commosse Tronzano e Crova dove l’anziano parroco, don Giuseppe Oglietti celebrò con i paramenti bianchi dicendo: “Sono stato il confessore di Rosetta da quando era bambina a quando è morta. Era un angelo. Non celebriamo la Messa da morto, perché Rosetta è già in Paradiso; ma cantiamo la Messa degli Angeli perché era veramente un angelo”. Trent’anni dopo la morte, nel 1964, alla riesumazione della salma nel cimitero di Tronzano, Rosetta era intatta, sembrava morta da poche ore, mentre il defunto vicino a lei, nonno Pietro (papà di Giovanni) era ridotto in cenere.

     Giovanni Gheddo era geometra e aveva fatto il militare negli ultimi mesi della prima guerra mondiale, esercitando poi a Tronzano la sua professione. Anche lui veniva da un’ottima famiglia. Nonna Anna (con la sola prima elementare) aveva avuto dieci figli e fece da madre a me e ai miei due fratelli; la ricordiamo ancora per la sua bontà e grande fede! Papà era un militante d’Azione cattolica: uomo autorevole, saggio e buono, in paese era chiamato per portare la pace in famiglie divise o quando c’erano liti e dissensi. Di lui ricordiamo diversi episodi riportati nel volume citato. Dopo la morte di mamma Rosetta, la nostra famiglia si ricompose con papà, nonna Anna e le sue figlie zia Luigia e zia Adelaide, insegnante elementare (che ha preso il posto del papà quando nel 1942 è partito per la Russia): si pregava assieme, c’era una bella unità fra i numerosi parenti e tanti buoni esempi che ancora ricordiamo con commozione.

     Papà Giovanni è andato in guerra nel 1941, mentre come vedovo e padre di tre minorenni avrebbe dovuto esserne dispensato:  era una punizione per la sua militanza nell’Azione cattolica e per non aver mai voluto iscriversi al Partito Fascista, a quel tempo atto obbligatorio per uno in età di lavoro e in vista come lui. A Tronzano era presidente dell’Azione cattolica, economo delle opere parrocchiali, la casa di riposo per anziani e l’asilo infantile, geometra eletto dagli agricoltori come direttore ed economo del “Distretto irriguo Ovest Sesia” (il fiume Sesia) di Tronzano, per la distribuzione delle acque del canale Cavour nelle risaie. Papà non avrebbe voluto che noi bambini portassimo la divisa di Balilla e partecipassimo alle manifestazioni del Partito nella scuola. Ma zia Adelaide, insegnante e direttrice didattica nelle elementari di Tronzano, la ebbe vinta dicendo che non poteva pretendere da noi bambini un atto di eroismo! Dalla Russia papà ha scritto delle lettere che testimoniano la sua fede e santità di vita.

     E’ morto in Urss con un atto di eroismo che ricorda quello di San Massimiliano Kolbe. Era capitano d’artiglieria della divisione Cosseria in prima linea sul fiume Don, e  nella sua postazione c’era un ospedaletto da campo con 35 feriti intrasportabili. Quando i russi sfondano le linee italiane il 17 dicembre 1942 (a 35 gradi sottozero!) l’alto comando ordina la ritirata. Con i feriti gravi doveva rimanere l’ufficiale più giovane, il sottotenente Mino Pretti di Vercelli. Papà gli dice: “Tu sei giovane e devi farti una vita. Io ho i miei figli in buone mani. Scappa che rimango io”. Pretti, a guerra finita, è venuto a Tronzano a ringraziare: vostro papà mi ha salvato la vita. Nel dopoguerra è stato poi eletto due volte sindaco di Vercelli per la DC. Un altro reduce dalla Russia, Ivo Ciancetti di Udine, si è fatto vivo dopo la pubblicazione di “Il testamento del capitano” e mi ha dato una bella intervista nel 2003 (è poi morto a 85 anni nel 2004). Era con papà il 17 dicembre 1942 ed ha confermato che Giovanni, potendo fuggire, si è fermato con i feriti intrasportabili.

    Le caratteristiche della santità di Rosetta e Giovanni nella vita ordinaria di matrimonio e di famiglia le ha spiegate bene mons. Enrico Masseroni nella prefazione al volume “Questi santi genitori” e qui voglio precisare meglio, con esempi concreti, i segni di una vita “straordinaria nell’ordinario” da lui rilevate:

 

    2) La vita ordinaria di famiglia vissuta in un modo straordinario.

   

    Rosetta e Giovanni sono morti molto giovani: 31 anni e pochi mesi lei, 42 anni lui!

Hanno vissuto assieme come marito e moglie solo sei anni, a Tronzano, un piccolo paese di pianura in mezzo alle risaie, senza nulla di diverso dagli altri. Una vita ordinaria ma vissuta con intensità: in pochi anni hanno lasciato una forte traccia di bontà e santità in chi li ha conosciuti e ancora li ricorda.

     Sessant’anni dopo ho visto persone anziane ancora commuoversi e piangere ricordando mamma e papà e ricordo che, quand’ero giovane sacerdote, ogni volta che ritornavo a Tronzano sentivo questo ritornello: tua mamma e tuo papà erano dei santi! Sia in famiglia che a Tronzano e presso i preti nel paese (allora cinque!) e anche il vescovo ausiliare di Vercelli, mons. Giovanni Picco, questo lo dicevano spesso. Il parroco di quando ho celebrato la prima Messa nel 1953, don Pietro Beuz che non aveva conosciuto né mamma nè papà, nella lettera ai superiori del Pime prima del mio diaconato scriveva: ““Conosco don Piero Gheddo da 12 anni….. E’ figlio di genitori santi. Ha dei fratelli che sono ottimi cristiani”. Se, in una lettera ufficiale, scrive che i miei genitori erano santi (ed erano morti 11 e 19 anni prima), significa che l’aveva sentito dire a Tronzano da molte persone, cioè che era una convinzione comune, come ho ancora sperimentato io stesso da chierico e da giovane sacerdote sentendo spesso ripetere questo giudizio dai tronzanesi.

     La loro santità sembrava ingenuità (dicevano che papà era “ingenuo”), ma era saggezza evangelica: la mamma non parlava mai male di nessuno; papà perdonava e se i suoi clienti non pagavano diceva che forse non potevano. A Tronzano sono ricordati come persone ingenue, che hanno saputo mantenere la semplicità e la forza della fede anche nelle situazioni più difficili e tragiche della vita.

    Nella loro vita non c’è nessun fatto straordinario, visioni, miracoli. Potrebbe essere la storia di un matrimonio qualsiasi, ma era profondamente diversa: infatti erano ammirati e sono ricordati proprio per questo. Hanno dimostrato che la santità è vivere il Vangelo in ogni situazione, tra gioie e sofferenze, anche nei momenti più tragici.

    Leggendo le lettere di papà dall’Urss si vede un uomo attaccato alla famiglia e ai figli, buono, di preghiera, ottimista e pieno di gioia anche in quella situazione spaventosa dell’inverno russo a 30-40 sottozero! Non c’era in queste lettere nessun cenno alla santità, ma esse dimostrano che papà Giovanni viveva questa fedeltà assoluta al Vangelo e pregava per noi suoi figli per questo.

  

      Mamma e papà non hanno mai parlato di santità, di perfezione cristiana: ma la vivevano e tutti lo sapevano, lo ricordano più di mezzo secolo dopo. La loro santità veniva dalla preghiera, Messa e Rosario quotidiani, devozione alla Madonna (Oropa), letture devote, fedeltà alla Chiesa. Una vita per gli altri e per la Chiesa. Alla sera, dopo la cena (allora non c’era la televisione!), seduti attorno al tavolo si recitava assieme il Rosario e le preghiere della sera.

     Nella nostra famiglia si respirava un’atmosfera religiosa, nella quale è facile educare i bambini alla fede. A volte mi chiedono: “I suoi genitori servi di Dio come hanno trasmesso la fede ai figli?”. Io rispondo che l’hanno trasmessa vivendo una autentica vita di fede, come singole persone e come coppia di sposi e genitori, pregando assieme e creando nella nostra vita familiare una gioiosa atmosfera di fede e di preghiera, di ottimismo e di speranza.

     In noi bambini la fede è entrata nella testa e nel cuore naturalmente, come la lingua italiana. Uno impara l’italiano quasi senza accorgersene e questo vale anche per la fede, se la famiglia è davvero credente e praticante. Uno dei più bei ricordi che ho di mamma Rosetta (morta quanto avevo cinque anni e mezzo!) e papà Giovanni con noi bambini è quando alla sera dopo cena si diceva assieme il Rosario seduti attorno al tavolo e noi bambini eravamo aiutati da mamma e papà a recitare l’Ave Maria, a tenere le mani giunte. E poco dopo ci portavano a letto. Nella camera matrimoniale c’era un bel quadro di Maria col piccolo Gesù in braccio, ci inginocchiavamo tutti davanti a quel quadro, noi tre su un panchetto davanti, e recitavamo assieme le preghiere della sera.

     Qualche anno dopo, mamma Rosetta era già morta, e noi con papà ci eravamo uniti alla famiglia della nonna Anna (Neta in piemontese), che viveva con due sorelle maggiori di papà, Luigia handicappata alle gambe (ma con fatica poteva camminare ed era molto religiosa) e Adelaide, insegnante elementare e direttrice didattica delle scuole di Tronzano. Papà Giovanni, geometra, durante il giorno lavorava molto visitando le cascine e i paesi vicini in bicicletta, ma al mattino ci svegliava alle cinque e mezzo, per portarci alla Messa prima in parrocchia, che era alle sei e alle sette poi incominciava il suo lavoro nelle cascine. I due più grandi di noi servivano Messa e Mario stava con papà in coro, dietro l’altare. Un ricordo bellissimo di quelle Messe all’alba è che io ero incaricato da papà, se lui non veniva, di andare in coro a dirgli di venire per la Comunione. Qualche volta papà dormiva! Veniva subito e poi dopo Messa si scusava col sacerdote in sacrestia.

     Caro papà, lavoravi tutto il giorno e la zia Adelaide ci ha detto molte volte che alla sera stavi alzato fino alle 22-23 per fare i conti e disegnare i tuoi progetti di costruzioni. Ma al mattino montavi la sveglia per non perdere la Messa, pur di portare i tuoi bambini in chiesa! Noi poi andavamo a dormire anche al pomeriggio e alla sera eravamo a letto alle 21, ma tu avevi una giornata piena di lavoro. Sono questi gli esempi che rimangono vivi nella nostra memoria di figli anche 60-70 anni dopo. E ci educano ancora alla fede. Caro papà, nel tuo diario di militare ai tempi della prima guerra mondiale (poi perso nel trasloco della famiglia da Tronzano a Torino nel 1949), ricordo che segnavi con gioia i giorni in cui potevi ascoltare la Messa e fare la Comunione. E anche nelle tue lettere da militare nella seconda guerra mondiale (pubblicate in “Il testamento del capitano”, San Paolo 2002), segni le Messe e le Comunioni.

      Mamma Rosetta, dice zia Emma, anche lei andava a Messa tutte le mattine  ed “era specialista nel fare novene, fioretti, nell’andare a piedi, al mattino di certi periodi ad esempio della Quaresima, alla chiesetta del Tabalino come mortificazione, per ascoltare la Messa (2 km. da Crova), quando chiedeva una grazia”.

     Mortificazioni: papà alla sera mangiava solo pane e latte, anche a mezzogiorno non beveva mai vino. Non era astemio, in certe feste beveva anche un bicchiere di vino, ma lo faceva per mortificazione perché diceva che “bisogna mortificarsi anche nelle cose lecite, per saper resistere nelle cose illecite”. La mamma ci insegnava a fare “i fioretti alla Madonna”, come si diceva allora, piccole mortificazioni che ci abituavano alla rinunzia per amore di Dio.

    

     3) “La testimonianza del loro matrimonio, costruito sulla salda roccia dell’amore di Dio”.

   

    Il matrimonio dei due servi di Dio era un vero matrimonio di amore e per sempre, con l’impegno prioritario e totale nella famiglia, nell’amore coniugale e ai figli, la caritò e il servizio alla Chiesa. 

     Ho raccontato nel libro “Questi santi genitori” il fidanzamento di Rosetta e Giovanni, come l’ha testimoniato al processo diocesano la sorella minore della mamma, zia Emma: non si erano mai incontrati da soli prima del matrimonio Giovanni passava da Crova in bicicletta e vedeva questa maestrina, gli piaceva, chiede informazioni su lei e la famiglia, poi va a trovare suo padre: si dichiara con intenzioni serie, è invitato ad andare nella casa di Rosetta, ma conosce e parla con kei sempre e solo alla presenza della mamma o di un’altra sorella. Non si vedevano fuori! Arrivarono puri al matrimonio eppure si sono voluti bene e per sempre, perché il loro matrimonio era fondato sull’amore umano e sull’amore di Dio che li rendeva perfettamente integrabili l’uno all’altra.

      Rosetta e Giovanni si sono sposati per amore, volevano tanti figli (papà diceva che io dovevo essere “il primo di 12!”) e ne hanno generati tre, poi la mamma è morta di parto con due gemelli. Papà ha perso la moglie a 34 anni e le è rimasto fedele, anche se in un paese come Tronzano, dove era un uomo giovane molto in vista e stimatissimo, aveva tante occasioni di risposarsi e avrebbe potuto dare una mamma a noi bambini. Alla nonna Neta e alla zia Adelaide diceva: “Io voglio ancora bene a Rosetta, non potrei voler bene ad un’altra donna!”. Questo a Tronzano, tutti lo vedevano e lo sapevano: fedeltà alla moglie anche dopo la morte. Forse se noi tre bambini non avessimo avuto una mamma, avrebbe potuto risposarsi, ma la nonna e la zia sono state per noi la mamma e il papà, ci hanno allevati ed educati bene.

     I parenti non ricordano nessun bisticcio o contrasto fra di loro. Tutta la nostra famiglia era unita. Mario racconta che nel 1956 morì nonno Francesco (Cicòt), padre di Rosetta, che aveva delle terre, un magazzino di granaglie, stalle, la grande casa a Crova e soldi in banca. Si è fatta a Tronzano una riunione delle quattro figlie, in un pranzo e nel pomeriggio si è sistemata la grande eredità senza nessun contrasto. La zia Adelaide rappresentava noi tre figli di Rosetta come nostra “tutrice” quando eravamo minorenni. Mario ricorda che dopo la divisione delle terre e dei beni mobili e immobili, si sono messi sul tavolo gli ori e i pochi gioielli della nonna Maria e ciascuna ha scelto qualcosa senza suscitare contrasti. Un fatto indicativo di come la grande famiglia fosse unita, animata dallo spirito di amore e di pace (cosa non comune oggi in caso di eredità da dividere!).

     Papà aveva un grande ricordo della mamma come di una santa e diceva spesso a noi bambini: “Preghiamo mamma Rosetta che ci aiuti, che ci faccia questa grazia”. Quando lei è morta, lui ha scritto un ricordino commovente e pieno di fede (pag. 93 del libro).

     La solidità dell’amore di Rosetta e Giovanni era una roccia perché fondata su Dio, sull’amore a Dio, sull’amore umano ma fondato su Dio: quindi anche le difficoltà della vita, le inevitabili incomprensioni non scuotevano il loro matrimonio, ma lo rendevano più forte, più sperimentato.

      Nell’atto di sposarsi nel 1928 avevano chiesto a Dio di avere molti figli. Dopo la mia nascita papà diceva a tutti che ero il primo di dodici! Anche il fatto di voler molti figli, era una decisione presa di comune accordo. Ci credevano davvero a quanto diceva allora l’Azione cattolica: diamo tanti giovani alla Chiesa. E pregavano per la grazia di avere almeno un figlio prete o una figlia suora! Anche questo oggi è  molto esemplare! Quando parlo di vocazioni alla vita consacrata, ricordo sempre questa preghiera di mamma e papà e chiedo alla gente: avete mai pregato perché qualcuno dei vostri figli figlie o nipoti diventi prete o suora?

     Riflettendo su questo e sulla mia vita di prete, a volte mi dico che mamma e papà avevano trovato la felicità e la serenità di vita proprio nell’amore vicendevole sostenuto da Dio; e capisco anche anch’io, come prete, posso essere contento e felice e sicuro se combatto il mio egoismo per dedicarmi alla Chiesa, alla missione, ai popoli che attendono ancora Cristo.

 

     4) Testimoni della carità e portatori di pace.

     La santità di Rosetta e Giovanni era autentica perché non li chiudeva in se stessi, ma li apriva al prossimo,  specie ai più poveri. Erano ambedue militanti dell’Azione cattolica, che a quel tempo era “una scuola di santità”: abituati alla Messa e Comunione quotidiana, al Rosario detto in comune e ad altre pratiche della pietà tradizionale e partecipazione alle funzioni e manifestazioni religiose.

     La mamma, quand’era ragazza e già diplomata maestra, si dedicava gratuitamente ai bambini nell’asilo e nella scuola elementare e faceva scuola alla sera per alcuni analfabeti. In chiesa, sia a  Crova che a Tronzano, faceva il catechismo ai bambini, partecipava a varie associazioni e attività parrocchiali.

     A Tronzano quando ricevevamo i doni a Natale o altri regalini dai parenti che venivano a visitarci, mamma Rosetta ci accompagnava da una famiglia povera vicina per dare parte dei nostri regali, che erano povere cose ma per noi importanti: qualche giocattolo, caramelle e cioccolatini, dolci di pasticceria torinese.

     I testimoni ricordano che dalla mamma venivano diversi poveri a chiedere e non rifiutava mai di aiutarli o dava loro da mangiare. Una testimone ha ricordato che a

Tronzano c’era una ragazza che aveva dato alla luce un bambino senza essere sposata. Era una sarta e in paese erano scandalizzati, la fuggivano, non le rivolgevano il saluto, la sua stessa famiglia l’aveva cacciata di casa. Abitava in una stanzetta in affitto col suo bambino e viveva del suo lavoro. Ma nessuno andava più da lei che era una “pubblica peccatrice”. Mamma Rosetta, quando da giovane sposa è venuta a Tronzano, ha incominciato a frequentarla, le dava lavoro e le trovava lavoro, l’accompagnava in chiesa, l’ha introdotta di nuovo in parrocchia. La testimone Giulia Bolognini, che abitava vicino a casa nostra, ha detto: “Ho imparato da Rosetta cosa vuol dire praticare la carità cristiana”. Il parroco che era stato a Tronzano mons. Ravetti, che da prete mi invitava nel paese vicino di Santhià, mi diceva che era rimasto ammirato di questo comportamento della mamma.

     Quando mamma Rosetta morì, il parroco del suo paese natale di Crova celebra la Messa di trigesima con la chiesa piena. Ma si presenta all’altare con i paramenti bianchi e dice ai fedeli: “Ho conosciuto Rosetta fin da quando era bambina, sono stato il suo confessore e l’ho confessata ancora pochi giorni  prima che morisse. Era un angelo ed è già in Paradiso. Non celebriamo la Messa da morto, ma cantiamo la Messa degli Angeli”. Un fatto straordinario in quell’epoca (1934), da parte di un sacerdote anziano che aveva sposato i miei genitori nel 1928 e dichiarava dall’altare di essere stato parroco e confessore di Rosetta fino alla morte. Oggi viviamo un tempo di “liturgia creativa”, come si dice, ma settant’anni fa che un prete si prendesse una simile libertà era impensabile.

      Nel 1964, trent’anni dopo la morte, c’è la riesumazione del corpo di Rosetta: era intatta, mentre il parente vicino, nonno Pietro papà di Giovanni, era ridotto in cenere. Una testimone oculare, Anna Gheddo, ha detto: “Non avevo conosciuto la zia Rosetta perché sono nata dopo la sua morte, ma quando l’ho vista nella bara, sembrava dormisse, era ancora tale e quale come nelle fotografie”. Si veda la testimonianza alle pagine 104-105 del volume “Questi santi genitori”,  pubblicato dalla San Paolo nel 2004.

      Papà Giovanni era chiamato “il paciere”.  Non era un incarico ufficiale, ma quando in paese c’era un contrasto in una famiglia o tra famiglie chiamavano lui perché sapeva parlare di pace e di perdono in modo convincente.

     Ricordo che a volte mi portava in bicicletta in queste sue visite alle famiglie e poi tornando a casa mi diceva: “Vedi Pierino, in famiglia bisogna andare d’accordo, anche saper perdere qualcosa pur di andare d’accordo”.

    La testimonianza toccante è quella di Martino Pasteris che racconta come Giovanni ha risolto un forte contrasto nella sua famiglia richiamando ai valori cristiani e facendo pregare tutti assieme (pagg. 79-61 del libro “Questi santi genitori”).

     Giovanni era chiamato anche “il geometra dei poveri”, perché faceva gratis o per poco le sue prestazioni per i poveri e a tutti chiedeva il giusto.

     E’ stato mandato in Russia per punizione perché, come uomo d’Azione cattolica non si era mai iscritto al Partito Fascista e non partecipava alle manifestazioni patriottiche, lui era un ufficiale e reduce della prima guerra mondiale (capitano di artiglieria), conosciutissimo in paese. Non avrebbe dovuto andare in guerra perché padre vedovo di tre figli minorenni, ma l’hanno mandato e proprio in prima linea. Le sue lettere dall’URSS, pubblicate in “Piero Gheddo - Il testamento del capitano” (San Paolo 2003, pagg. 210, “Euro 12), dicono chiaramente il suo spirito cristiano. Chiude la sua vita con un gesto che ricorda quello di San Massimiliano Kolbe ad Auschwitz: rimane tra i feriti intrasportabili mandando a casa il suo sottotenente più giovane. Offre la sua vita per un altro.

       

      5) Grande fiducia in Dio e nella Provvidenza

      Mamma Rosetta e papà Giovanni ci hanno trasmesso una grande fiducia in Dio, nella Provvidenza, nel suo amore. Abbiamo conosciuto e sperimentato nei nostri genitori l’amore totale, profondo, delicato, rispettoso della persona del bambino, che poi ci è stato rivelato essere l’amore di Dio per le nostre piccole persone. E questo non solo a parole, ma ci veniva trasmesso attraverso i sentimenti e i loro atteggiamenti e comportamenti.

     Ad esempio, a quel tempo, gli uomini non si interessavano dei bambini, affidati alle donne di casa. Papà era diverso da tutti gli altri: ci accompagnava in chiesa, qualche volta veniva a vederci giocare all’oratorio, giocava con noi nel cortiletto di casa, voleva vedere i nostri quaderni, ci diceva: “Se non capite qualcosa della fede, ditemelo e ve lo spiego”. Alla sera dopo cena, recitato il Rosario, il papà ci chiedeva cosa ci era successo in quella giornata, chiedeva notizie della scuola, dell’oratorio, dei nostri amici. Tutto questo ci faceva capire, in modo molto concreto, com’è l’amore di Dio, dandoci fiducia nella vita, nel prossimo, nella Provvidenza che papà nominava spesso.

       Ci sono espressioni che sintetizzano bene i sentimenti di mamma e papà e sono il segreto della loro santità: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” diceva mamma Rosetta, papà Giovanni aggiungeva: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

      Rosetta e Giovanni vivevano in un piccolo alloggio in affitto: la mamma era insegnante ma non aveva mai insegnato perché suo padre diceva che alla moglie e alle figlie ci pensava lui! Papà era geometra, ma in paese piccolo come Tronzano a quel tempo lavorava poco. La nostra famiglia era di condizione economica medio-bassa e papà era chiamato “il geometra dei poveri”  perché lavorava gratis o quasi per i poveri e per troppa bontà “non sapeva farsi pagare”.

     Zia Adelaide, che è morta nel 1985 a 88 anni ancora lucidissima, mi raccontava spesso di mamma e papà. Di papà diceva che era un santo, aveva tutte le virtù, però anche un grave difetto. Quale? chiedevo. “Non sapeva farsi pagare, diceva la zia. Quando faceva un lavoro, presentava al committente la parcella con le note delle spese e il suo guadagno. Se pagava subito diceva a noi donne di casa. “Deo gratias! Ringraziamo il Signore che ha già pagato”. Se ritardava nel pagare diceva: “Si vede che non può subito, abbiamo pazienza”. Io ho chiesto: “E se non pagava?”. La zia rispondeva: “Diceva che forse non ha potuto, però la Provvidenza non ci lascia mancare il necessario”.

      Eppure, Rosetta e Giovanni chiedono a Dio molti figli e ne hanno tre subito, uno di seguito all’altro. Questo mi pare un esempio eroico di fiducia nella Provvidenza, specie per le famiglie d’oggi, che per fare un figlio debbono avere la casa, il lavoro, la consistenza del conto in banca…

      Nella nostra famiglia, la volontà di Dio era la trama del vivere quotidiano perché richiamata spesso. Era quasi un sesto senso della vita, una sicurezza che veniva dal profondo, dalla fede e dal cercare la volontà di Dio, la comunione con Dio. Nelle lettere di papà dall’Urss si manifesta chiara questa fiducia in Dio: non è mai triste, mai scoraggiato, sempre pieno di speranza, anche in quelle situazioni tragiche.

     Certo non è comune che nell’atto di sposarsi Rosetta e Giovannii chiedono a Dio la grazia di avere molti figli e che almeno uno si faccia prete o una suora (pagg. 71-72 di “Questi santi genitori”). Questo l’ha detto mons. Ravetti alla mia prima Messa  a Tronzano, per dirmi che la mia vocazione veniva da mamma e papà, che quando si sposano abitavano presso la sorella maggiore di papà Adelaide e la nonna Anna. Non avevano un alloggio e non avevano un lavoro: la mamma era insegnante ma non aveva mai insegnato perché suo padre diceva che alla moglie e alle figlie ci pensava lui! Papà era geometra, ma in paese piccolo come Tronzano a quel tempo guadagnava poco. La nostra famiglia era di condizione economica medio-bassa: con due entrate (di papà e della zia Adelaide) dovevano mantenere tre donne (nonna, Luigia e Adelaide), papà Giovanni con noi tre bambini.

     Papà era chiamato “il geometra dei poveri”  perché lavorava gratis o quasi per i poveri e per troppa bontà “non sapeva farsi pagare”, come diceva la zia Adelaide (si vedano le pagine 124-128 di “Questi santi genitori”). Eppure, Rosetta e Giovanni chiedono a Dio molti figli e ne hanno tre subito, uno di seguito all’altro. Se questo non è un esempio eroico di fiducia nella Provvidenza, specie per le famiglie d’oggi, se ne trovi un altro simile o equivalente.

     Altro fatto da notare. Avevano fatti assieme il voto, e l’hanno osservato, che la prima notte di nozze, a Oropa, dormono separati e la offrono alla Madonna pregando, dopo un lungo fidanzamento trascorso senza nemmeno incontrarsi da soli.

     Rosetta, in punto di morte, al marito che le diceva: “Se guarisci, faremo in altra maniera perché tutti questi figli ti hanno indebolita” (in sei anni di marimonio, tre figli, due aborti spontanei e la morte di parto con due gemelli), ripeteva diverse volte: “Giovanni, faremo la volontà di Dio come abbiamo sempre fatto”.

    ”Fare la volontà di Dio” era una frase abituale di Rosetta e una mamma di 31 anni e mezzo, che lascia tre figli di 5, 4 e 3 anni ed ha la forza e la fede di richiamarsi alla volontà di Dio, pare a molti un fatto straordinario, eroico (vedi “Questi santi genitori” a pagg. 101-103 con le testimonianze).

    CONCLUSIONE

    Rosetta e Giovanni dimostrano, in una vita molto travagliata, che si può vivere il Vangelo in modo eroico. E suscitano simpatia, devozione e desiderio di imitazione, proprio perché erano genitori d’Azione cattolica di vita normale, ordinaria, come quella di milioni di altri credenti in Cristo, tutti chiamati alla santità.    

    I servi di Dio Rosetta e Giovanni erano persone del tutto normali, che vivevano il Vangelo pregando assieme. A Tronzano c’è ancora chi li ricorda con commozione. La Causa di Beatificazione vuol richiamare a tutti proprio questo: la santità è vivere con fede e amore la vita quotidiana nel posto in cui Dio ci ha messi, con tutte le sofferenze e prove che Dio ci manda.

   

    Rosetta e Giovanni dimostrano, in una vita molto travagliata, che anche nel nostro tempo si può vivere il Vangelo in modo straordinario. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati alla santità, cioè all’imitazione di Cristo nella normale vita quotidiana. La vita spesa nell’amore di Cristo e per amore a Cristo e del prossimo è il meglio anche per la nostra realizzazione e felicità personale.

     LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE

      La causa di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo è iniziata nel febbraio 2006 per un disegno provvidenziale di Dio. Nel 2002 ho pubblicato “Il Testamento del Capitano” (San Paolo, pagg. 210) con alcune lettere di papà Giovanni alla famiglia, quando era militare in Russia durante l’ultima guerra mondiale, con il racconto della vita sua e di mamma Rosetta: un buon successo di vendita. Dopo quel libro ho ricevuto inviti per conferenze e per articoli su giornali e riviste e tante lettere e telefonate di persone che si dicevano commosse dalla santità di questi giovani sposi dell’Azione Cattolica. Qualcuno diceva che sono queste le coppie da santificare come modello agli sposi di oggi, che hanno una vita normale come la loro.

      Della santità dei genitori io e i miei fratelli eravamo già convinti, ma non pensavamo ad una causa di beatificazione, che è stata proposta da diversi lettori del libro e ufficialmente dalle suore di clausura Redentoriste di Magliano Sabina (Rieti), in una lettera del 14 gennaio 2004, nella quale mi dicevano di aver pregato i miei genitori ottenendo delle grazie. E proponevano di iniziare la causa di beatificazione. Ho mandato la proposta all’arcivescovo di Vercelli che aveva già letto il volume, ha assunto informazioni e si è dichiarato entusiasta della proposta.

     Dopo l’inchiesta previa e i passi necessari, il 18 febbraio 2006 mons. Masseroni ha assunto come diocesi la causa e ha istituito nella chiesa di Tronzano (Vercelli), dove i due servi di Dio sono vissuti, il tribunale diocesano per il processo informativo, che ha interrogato i testimoni ed esaminato i documenti con risultati positivi. Presidente delegato del tribunale mons. Ennio Apeciti dell’Ufficio cause dei santi di Milano, postulatrice la dott.sa Francesca Consolini. Il 17 giugno 2007 l‘arcivescovo ha chiuso a Vercelli il processo diocesano e nel 2008 tutto il materiale raccolto è stato consegnato alla Congregazione delle Cause dei Santi a Roma. 

     Nella Lettera pastorale per l’anno 2006-2007 su “La buona notizia della Famiglia”, l’arcivescovo di Vercelli mons. Enrico Masseroni ha scritto: “Sono grato a Dio che ci ha consentito di avviare nella nostra Chiesa eusebiana la causa di beatificazione dei coniugi Gheddo, che hanno scalato la vetta della santità attraverso la strada di una vita familiare vissuta con il Vangelo in mano, anzi, con il Vangelo nel cuore. Pare di vedere in questi genitori santi la figura di tanti altri padri e madri che all’ombra delle nostre case e nella storia discreta di un amore fedele e fecondo, alla santità ancora credono”.

     In Italia e nella Chiesa italiana si sta riscoprendo il valore educativo e culturale della famiglia, perché la società in cui viviamo ha mortificato la vita coniugale e familiare fondata sul matrimonio per sempre fra uomo e donna ed ha portato i giovani ad essere sempre più fragili e privi di ideali e la vita moderna sempre più disumana.

     La Causa di Beatificazione non ha nessun scopo di gloria umana, ma richiama tutti a rinverdire e tramandare una tradizione cristiana molto bella. L’inizio del movimento di devozione e di preghiera per la Beatificazione di mamma Rosetta e di papà Giovanni è un aiuto nella nuova evangelizzazione del nostro popolo. Il fatto che appartenevano entrambi all’Azione cattolica (a quel tempo “scuola di santità per i laici”) può già stimolare i membri di questa gloriosa associazione a ricuperare lo spirito di fede e di santità che ha formato in passato tanti autentici cristiani.

     A Vercelli si pubblica il piccolo bollettino quadrimestrale “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni” che viene mandato in omaggio a chi lo chiede, oggi a circa 8.000 indirizzi. Contiene testi del Papa e dei vescovi sul matrimonio e la famiglia, testimonianze di vita familiare e coniugale dei nostri tempi, ricordi di Rosetta e Giovanni, lettere a volte commoventi sull’esperienza di vivere il Vangelo in famiglia oggi, le grazie ricevute per intercessione dei due coniugi servi di Dio, offerte per sostenere la causa di beatificazione.

     L’editrice San Paolo ha pubblicato tre volumi, due dei quali sono miei: “Il testamento del capitano” (2003, pagg. 210) e “Questi santi genitori” (2005, pagg. 182, tradotto in ungherese); poi la biografia di Rosetta e Giovanni di Cristina Siccardi (autrice di numerose biografie i santi): “Genitori per davvero” (2008, pagg. 190). Infine il DVD su Rosetta e Giovanni “Quando l’amore si fa dono” del regista della RAI in pensione Carlo De Biase, con la moglie Paola.

    Il mio indirizzo: P. Piero Gheddo - P.I.M.E. - Via Monterosa, 81 – 20149 Milano – tel. 02.43.82.01 // Mail: gheddo.piero@pime.org // Sito Internet: www.gheddopiero.it

    Per concludere, ecco cosa ha scritto l’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, nella prefazione a “Questi santi genitori”:

      “Considero la  "straordinaria ordinarietà" dell'avventura umana e cristiana dei genitori Gheddo come un dono singolare per gli uomini e le donne di questo tempo; un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una testimonianza incoraggiante sopratutto per tanti genitori in affanno di fronte alle tante violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro la famiglia: "In un'epoca di crisi, o meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità" (Simone Weil)

     “Pertanto, l’avvio del processo di beatificazione dei due genitori Gheddo non ha, innanzi tutto, lo scopo di mettere sul candelabro delle persone, una comunità o un paese; ma semmai vuol essere un'obbedienza all'invito di Gesù: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, Perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al vostro padre che è nei cieli" (Mt. 5,16). E forse i coniugi Gheddo con la luce della loro testimonianza radicalmente fedeli ad un Vangelo preso alla lettera giorno dopo giorno, nel lavoro e nella prova, nella croce e nella gioia, nella speranza e nell'amore, hanno un compito di "rappresentanza", che è quella di dare voce a tante figure splendide di genitori cristiani forgiati dalla grazia e dallo Spirito Santo”.

     “Nella logica del Regno di Dio è necessario che alcuni testimoni vengano ricordati e proposti come esempio, per dire che la santità non è privilegio di pochi: è il destino, la tua vocazione, la parola più vera che esprime quel desiderio di realizzazione che sta nel profondo del cuore umano”.

      “Insomma, la santità è possibile per te, per noi: è una sfida meravigliosa per tutti. Rosetta e Giovanni erano membri ferventi e impegnati dell’Azione cattolica, l’associazione che ha creato in Italia una grande “scuola di santità” laicale: oggi occorre ravvivare, far rifiorire questa scuola di santità, nella ferma convinzione, come ho già detto, che la santità è l'unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare, per rievangelizzare in profondità il nostro popolo”.