Ai confini del mondo per incontrare Cristo – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera voglio raccontarvi la missione alle genti come l’ho vista nei miei viaggi di visita alle missioni. Una panoramica del mondo non cristiano, che spero vi dia l’idea di come varia e bella è la missione alle genti, là dove sono all’opera le truppe missionarie, la task-force della chiesa e di Dio.

Nel 2003, quando ho celebrato i 50 anni di sacerdozio, ho mandato a parenti e amici lettere per chiedere preghiere. Una cara amica, suora di clausura nel monastero delle Carmelitane di Crotone in Calabria, mi risponde: “Che bella missione è stata la tua! Sei andato fino ai confini del mondo per informarci sui missionari e i giovani cristiani, che sono la speranza della Chiesa”.

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Ecco, cari amici di Radio Maria, io sono un semplice collaboratore di Radio Maria, che ringrazio sempre di queste trasmissioni, perchè girando l’Italia e il mondo vedo quanto sono seguite e apprezzate. Non voglio parlarvi di me, ma raccontarvi quel che ho visto nel mondo delle missioni e cosa mi ha insegnato la vita delle giovani Chiese e dei giovani cristiani. Ma anche l’importanza del comunicare la bellezza dell’ideale missionario, per suscitare nuove vocazioni per la missione.

Il grande Indro Montanelli (1909-2001), che mi aveva invitato a collaborare al suo “Il Giornale”, nella prefazione ad un mio libro (“Missionario. Un pensiero al giorno”, Piemme 1997, pagg. 648) ha scritto: “Se gli uomini di prima linea non raccontano la propria epopea, essa rimane nota e gradita solo al Cielo, ma non evangelizza. Piero Gheddo l’ha capito”.

La mia catechesi si sviluppa in tre parti:

  1. La mia vocazione di missionario giornalista.
  2. Quattro incontri con la realtà missionaria.
  3. Cosa mi hanno insegnato le visite alle missioni.

Parte prima – La mia vocazione di missionario giornalista

   Sono stato ordinato sacerdote dal beato card. Schuster il 28 giugno 1953 nel Duomo di Milano e i superiori del Pime, invece di lasciarmi partire come missionario per l’India com’era previsto, mi hanno trattenuto “per un anno o due” ad aiutare l’anziano direttore della stampa Pime, dato che da giovane studente già mandavo qualche articoletto al quotidiano “L’Italia”, precursore di “Avvenire” e facevo il giornalino del seminario “Operarii”.

     Poi il provvisorio è diventato a poco a poco definitivo e ho incominciato a visitare le missioni, prima quelle affidate al Pime, poi molte altre dove ero invitato, specialmente dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) vissuto da giornalista all’Osservatore Romano e come corrispondente de “L’Italia” (da cui è nato nel 1969 “Avvenire”) e di altri giornali, intervistando molti vescovi missionari che poi mi hanno invitato.

Il giornalismo come testimonianza

Sono entrato nel PIME in prima liceo (nel settembre 1945) perché mi avevano assicurato che tutti i missionari andavano in missione, ma personalmente non sono riuscito a realizzare questo ideale. Nel 1977 Madre Teresa ha raccontato a Milano questo fatto: “Un giorno un fratello della nostra Congregazione, che era medico, è venuto a dirmi che aveva delle difficoltà perchè, diceva: “Io sono venuto da voi per servire i lebbrosi e gli ammalati, invece debbo fare altro”. Gli ho detto: “Figlio mio tu sei venuto in convento perché amavi il Signore e volevi farlo amare, non per curare i lebbrosi. Questo è solo una conseguenza, uno strumento”.

Così è stato anche per me: nella mia vita missionaria ho fatto soprattutto il giornalista, lo scrittore, il conferenziere. Naturalmente ho fatto anche il prete, per più di quarant’anni andavo tutte le mattine in un ospedale di Milano, la Clinica Columbus, per la S. Messa, la visita e le confessioni dei malati; e per otto anni tre volte la settimana, compresa la domenica, andavo nelle carceri di San Vittore a Milano per la S. Messa e incontrare come prete i carcerati.

Ho chiesto più volte ai miei superiori di “andare in missione”, secondo la logica di un istituto “esclusivamente missionario” come il PIME e mi hanno sempre risposto che la mia missione era ed è qui nella stampa. Questo però non mi ha mai causato complessi: solo un po’ di rimpianti, sì, di rincrescimento per non aver realizzato in modo pieno l’”andate in tutto il mondo ad annunziare il Vangelo” che ha animato la mia giovinezza. Ma poi penso che in tutto il mondo ci sono andato davvero e il Vangelo, nella mia pochezza, spero di averlo annunziato, anche se in modo diverso da come mi ero immaginato.

Sono cresciuto alla scuola di due grandi maestri della stampa missionaria: il Beato padre Paolo Manna, fondatore della “Pontificia Unione Missionaria del Clero e dei Religiosi”. E il p. G. Battista Tragella, per lunghi anni direttore di “Le Missioni Cattoliche”: due missionari del PIME che, tornati in Italia dalle loro missioni di Birmania e Hong Kong per motivi di salute, hanno lavorato nell’animazione missionaria in Italia per mezzo secolo, lasciando un’impronta profonda nella Chiesa italiana della prima metà del secolo scorso. La loro vita dimostra come l’animazione e la stampa missionaria fatte con serietà e spirito apostolico, danno un contributo notevole al rinnovamento della Chiesa italiana.

I padri Manna e Tragella erano rigorosi nella loro vita e pretendevano piena dedizione in chi si dedicava alla stampa missionaria. Padre Tragella scrive nella biografia di p. Manna (P. Tragella “Un’anima di fuoco p. Manna”, PIME, Napoli 1954, pag. 233): “ Padre Manna conosceva per esperienza quanto bene si potesse fare con la stampa missionaria alla causa delle missioni: concepiva il lavoro di redazione come apostolato e voleva che fosse condotto con spirito missionario. Per questo esigeva che chi ne era incaricato dedicasse tutto se stesso e tutto il suo tempo e fosse lasciato libero da altri impegni anche buoni, ma per forza di cose distrattivi. Comprendeva che perché uno si impossessi dell’argomento e si lasci investire facendolo sangue del suo sangue e respiro della sua vita, è indispensabile questa totalità ed esclusività di dedizione”.

Sono parole che hanno inciso molto nella mia vita: ho sempre inteso la professione giornalistica come una missione di informazione e di formazione dell’opinione pubblica, che deve nascere da una forte carica spirituale ed essere sostenuta da una organizzazione severa della vita e da uno spirito di umiltà e di curiosità che disponga all’ascolto, allo studio, alla compassione. P. Tragella mi ha insegnato molto. Era un uomo austero, burbero, parco di lodi e facile al rimprovero. Non mi ha mai detto “bravo!”, ma io sapevo che mi seguiva con amore forse un po’ troppo soffocante per i miei gusti ma senza dubbio benefico per la mia formazione.

Racconto un aneddoto di Tragella, per far capire com’era severa la formazione di un prete cinquant’anni fa. A quel tempo ero appassionato di calcio, mi piaceva a giocare (ho fatto anche parte della squadra dell’Università Urbaniana di Propaganda Fide) e mi appassionavo alle cronache giornalistiche delle partite di calcio. Ma allora noi, giovani missionari, non potevamo acquistare altri giornali oltre al quotidiano cattolico che arrivava in comunità, che di sport aveva poco. P. Tragella acquistava invece il “Corriere della sera” e il giorno dopo me lo passava strappando però le pagine sportive: “ Non servono alla tua vocazione, mi diceva, sono solo perdita di tempo. Devi appassionarti ad altre cose…”.

Fatto sta che un lunedì, dopo non so più quale partita internazionale dell’Italia, chiesi a P. Tragella il favore di farmi leggere le pagine sportive. Niente da fare: le pagine finirono, strappate, nel cestino della carta straccia. Mi procurai quei pezzi di giornale, con pazienza li incollai nel modo giusto ed eccomi alla sera, nella mia cameretta, a divorare la cronica sportiva. Sfortuna volle che proprio quella sera, per un caso del tutto eccezionale p. Tragella venisse da me. Mi sorprese con le pagine proibite davanti, comprese, fece finta di nulla, ma poi continuò per anni, quando anche ormai la passione di leggere le cronache sportive mi era passata, a dirmi in tono ammonitorio: “Eh, tu potresti fare tanto nella stampa missionaria, ma perdi tempo con le cronache dello sport….”.

Mi piaceva suonare piano, organo e fisarmonica: ho smesso per l’insistenza del caro, rigido Tragella (il suo principio era: “Non perdere tempo”): non comandava, ma non si poteva fare a meno di obbedirgli perchè incalzava i suoi pupilli, che sperava continuassero la sua opera. Concepiva la vita missionaria come una consacrazione totale all’ideale, senza distrazioni.

Soprattutto Tragella mi comunicò la passione per le missioni: le testimonianze dei missionari, gli studi di religioni non cristiane, la storia missionaria. Mi diceva sempre: “Noi siamo qui a servizio delle missioni, non dobbiamo lasciarci distrarre da altri interessi”. Mi guidò nello studio del tedesco e volle che andassi due estati in Austria e Germania per perfezionare la conoscenza di quella lingua, che riteneva indispensabile per gli studi missionari.

Il giornalismo come missione di una vita

A questa scuola non ho mai concepito il giornalismo in un altro modo che come missione, anzi una missione di frontiera in quanto il giornalismo è spesso concepito al di fuori di una logica cristiana e di un servizio alla crescita integrale dell’uomo e di tutti gli uomini. I giornali, per vendere sempre di più e aumentare i profitti, cercano lo “scoop”, la notizia che fa scandalo; scrivono di politica, sport, economia, turismo. A me interessano la missione alle genti e la vita delle giovani Chiese, il rapporto tra cristiani e religioni non cristiane, le conversioni a Cristo, la vita dei missionari e dei popoli.

    Non so preciso quanti paesi ho visitato, ma penso una novantina in ogni continente, alcuni per pochi giorni, altri per mesi. In molti paesi sono tornato più volte. In genere non mi interessano i luoghi turistici o intervistare i capi politici, mi interessa vedere come si svolge la vita missionaria, i metodi dell’annunzio e della formazione cristiana, come  vive e cosa pensa la gente comune, cristiani e non cristiani. Mi piace fermarmi due-tre giorni in una missione, in un villaggio, registrare e trascrivere subito al computer quel che vedo, sento e rifletto, per non perdere l’onda di emozioni che mi prende quando visito la Chiesa che nasce, come negli Atti degli Apostoli. Ho vissuto diciamo dal di dentro guerre e guerriglie, rivoluzioni e persecuzioni, carestie e pestilenze, disastri naturali e feste popolari. Soprattutto ho vissuto molte guerre e guerriglie: Vietnam, Cambogia, Sri Lanka, Filippine, Salvador, Nicaragua; e poi, in Africa, Rhodesia e Namibia, Ruanda e Burundi, Angola e Mozambico, Congo, Somalia, Eritrea, Ciad, Uganda, Etiopia e via dicendo. Ovunque celebravo la Messa a Cristo nostra Pace!

La scelta dei paesi da visitare dipendeva dagli inviti che ricevevo e dall’interesse che i paesi da visitare presentavano riguardo alla stella polare della mia vita, la missione alle genti:

  • in senso positivo: numerose conversioni a Cristo, novità liturgiche e di vita cristiana, formazione cristiana e dei preti, dialogo interreligioso;
  • oppure anche in senso negativo: persecuzioni, guerre, situazioni di oppressione dei popoli. Ad esempio, sono andato due volte in Sud Africa per studiare l’evoluzione di quel grande paese verso il superamento dell’apartheid, il razzismo che era codificato nelle leggi di separazione fra bianchi e neri. E poi per rispondere agli inviti di vescovi locali: ad esempio, nel 2007 ho visitato la Libia invitato dal vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli; in Vietnam sono andato diverse volte perchè invitato dall’arcivescovo di Saigon, mons. Nguyen-van- Binh, che avevo intervistato a Roma durante il Concilio Vaticano II, il quale mi chiedeva di far conoscere in Europa la voce dei vescovi e della Chiesa nella guerra del Vietnam; nel 1980 in Papua Nuova Guinea per rispondere all’invito del Nunzio apostolico mons. Andrea Cordero di Montezemolo, oggi cardinale, che invitava i missionari del Pime a ritornare in P.N.G., ecc.

Una delle caratteristiche del mio giornalismo missionario è stata di collaborare anche con giornali laici, oltre che a quelli cattolici, specialmente “Gente” ai tempi di Edilio Rusconi e “Il Giornale” negli anni ottanta e novanta con Indro Montanelli. Ma ho scritto anche su altri giornali e parlato in radio-televisioni.

Preziosa è stata per me la scuola di giornalismo dell’università Pro Deo (oggi Luiss) a Roma (1954-1958). Venendo da una formazione filosofico-teologica, le lezioni di giornalismo, cinematografia, tecniche del teatro e della radio, psicologia dell’opinione pubblica, pubblicità commerciale, rappresentavano per me non solo un linguaggio diverso, ma un modo totalmente altro di trasmissione del pensiero, che non sapevo come inquadrare nei modi di comunicazione pastorale (omelie, catechesi, documenti ecclesiali, conferenze su temi religiosi).

Mi sono reso conto dell’abisso che separa l’annunzio del messaggio evangelico dai modi e strumenti della comunicazione moderna che trasmettono altri messaggi spesso opposti a quelli del Vangelo. Non solo, ma la mia sensibilità di missionario mi portava verso il mondo esterno, sia nel giornalismo che nell’animazione culturale; mi rendevo conto che, noi preti, raggiungiamo con i nostri messaggi una percentuale minima degli italiani. In un’indagine promossa dall’Azione cattolica negli anni settanta (Presenza pastorale”, novembre 1979) si legge:“I dati riguardanti la “catechesi degli adulti” sono decisamente preoccupanti. La proposta catechistica raggiunge solo lo 0,8% dei giovani e adulti italiani e lo 0,7% degli anziani, nel 50% dei casi essa si attua nei gruppi dell’Azione Cattolica”. Alla domenica andavano in chiesa dai 14 ai 15 milioni di italiani, ma solo il 14% erano contenti delle omelie.

Personalmente ho fatto tante esperienze positive, attraverso il giornalismo, i libri, le conferenze, le radio-tv. Quando parlavo tutti i giorni a Radio-Due (al mattino alle 7,18) e poi alla Tv di Rai-Uno (alla sera del sabato alle 19,30), ricevevo una media da 15 a 20 lettere al giorno e non solo da parte di cattolici. Mi stupisco del fatto che, da quando ho finito di presentare il Vangelo al sabato sera alla Tv di Rai-Uno (1992-1994), ancor oggi incontro gente che mi ringrazia dei messaggi che lanciavo. Al sabato sera avevo dai 2,6 ai 2,8 milioni di telespettatori e non dicevo nulla di straordinario, ma, dopo la lettura del Vangelo della domenica, partivo sempre raccontando un’esperienza personale o missionaria, un fatto d’attualità, per agganciare l’attenzione di chi era in ascolto: parlando di fatti concreti che avevo visto e vissuto. Mi capitava anche di commuovermi davanti alla telecamera (ho sempre chiesto al Signore il dono delle lacrime).

La riflessione dottrinale, l’esortazione veniva dopo, verso la fine. Montanelli diceva ai suoi redattori e collaboratori: “All’uomo interessa l’uomo”. Cioè la notizia, i fatti della vita quotidiana, non le teorie o le teologie. Naturalmente le teorie e teologie ci vogliono, ma se si vogliono interessare il messaggio evangelico il più persone possibili, è meglio non incominciare con discorsi che pochi sono disposti ad ascoltare. Un altro grane giornalista col quale ho collaborato, Edilio Rusconi fondatore di “Oggi” e di “Gente”, mi diceva: “Se vuoi attirare l’attenzione del lettore

Devi raccontare un fatto. Se non ti leggono, è inutile che tu scrivi”. Si può dire lo stesso delle omelie: se non ti ascoltano, è inutile che tu parli”.

II) QUATTRO INCONTRI CON LA REALTA’ MISSIONARIA

     A volte mi chiedono: qual’è il paese, fra i molti che ho visitato, che mi ha colpito di più? Rispondo che ogni viaggio in missione è stato per me un bagno di fede, mi ha nella bellezza della vocazione missionaria. In 50 anni di giornalismo, ho visitato missioni e missionari possiamo dire fino agli ultimi confini della terra. La scelta è difficile, ma racconto quattro ricordi che mi rimangono ben impressi nella memoria e nel cuore. Altri due nella III parte della catechesi.

Racconto questi viaggi, cari amici di Radio Maria, per trasmettere anche a voi le emozioni, le commozioni, le paure, i sentimenti di gioia e di esaltazione che hanno dato un senso di pienezza alla mia vita missionaria.

Missione a Woodlark: il fallimento e la gloria

Nell’Oceano Pacifico c’è un’isoletta che ancor oggi è quasi sconosciuta, di una bellezza incantevole e incontaminata: l’isola si chiama Woodlark. Fa parte dello stato di Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia dal 1975, che l’Enciclopedia britannica definisce “the last unknown”, l’ultima terra ancora inesplorata del pianeta. Nel 1980 sono stato a Woodlark e ho fotografato i luoghi del martirio del beato Giovanni Mazzucconi (1826-1855), missionario del Pime beatificato da Giovanni Paolo II il 19 febbraio 1984. Un giovane di 29 anni la cui avventura cristiana, come ha scritto il card. Carlo Maria Martini nella prefazione alla sua biografia, “può affascinare il mondo giovanile e suscitare un’ondata di energie apostoliche”.

Prima di partire per la PNG mi ero informato se era possibile andare a Woodlark e il Nunzio apostolico che mi aveva invitato, mons. Andrea Cordero di Montezemolo (oggi cardinale), mi scriveva che si poteva andare solo con un piccolo aereo-taxi con circa 3.000 dollari di spesa. L’ultima sera prima della partenza ero a Lecco, nella casa di riposo dei missionari del Pime, e sono stato intervistato dalla Tv locale. Ho detto che il giorno dopo tornavo a Milano e partivo per l’Oceania sperando di poter visitare Woodlark, ma che il viaggio verso la piccola isola costava troppo.

Il mattino dopo, vengono a trovarmi due coniugi. Hanno visto la Tv di Lecco e mi dicono: “Quanto le costa il viaggio per andare a Woodlark? Vorremmo darle l’occorrente perché una nostra figlia, ormai adulta, da giovane aveva un male che la stava portando alla tomba. Abbiamo pregato molto il nostro martire lecchese e lei è guarita”. A farla breve, mi hanno firmato due assegni in lire, che, cambiate in dollari, erano esattamente la somma che poi ho speso per affittare un aereo taxi, da Alotau a Woodlark, andata e ritorno!

Così, cari amici di Radio Maria, sono andato a Woodlark su un traballante aereo a sei posti e siamo atterrati su una stretta striscia di terreno lasciata dagli americani nell’ultima guerra mondiale e mantenuta libera dai locali, per le visite di funzionari della P.N.G. Vi sono andato con un confratello della missione di Hong Kong, padre Giancarlo Politi, e tre missionari australiani del Sacro Cuore che erano da una vita ad Alotau, ma mai avevano potuto visitare Woodlark: in nave ci vogliono due-tre giornate di viaggio, in aereo un’ora e mezzo! Conservo una foto, circondato da una dozzina di ragazzini con gli occhi spalancati e il volto festoso, mi toccano perché, forse, pensano che sia un fantasma. In quella isolatissima isola di Woodlark, non avevano mai visto un bianco! Mi hanno poi spiegato che i bambini e ragazzini di quell’isola, isolatissima nel Pacifico, non avevano mai visto un bianco.

Abbiamo visitato i luoghi vicini alla baia, dove hanno lavorato i nostri missionari 130 anni prima del 1980! Il villaggio che si raggiunge in un quarto d’ora di cammino dalla baia, attraverso un sentiero nella lussureggiante vegetazione tropicale è ancora con capanne di legno, bambù e paglia.

Il momento più commovente è stato la celebrazione della Santa Messa in una scuoletta prefabbricata di legno con tetto di lamiera nella baia di Guazup dov’è stato martirizzato padre Mazzucconi. Gli indigeni si accalcavano da porte e finestre, commentando e ridendo. I nostri antichi padri raccontavano nelle loro lettere che mentre celebravano la Messa senza fedeli, tanta gente veniva a curiosare.

La prima missione del Pime in Oceania è durata circa tre anni. I missionari non convertono nessuno, quel popolo non conosceva altro che la propria isola, in un ambiente di terrore: guerre continue fra villaggi e famiglie, potere tirannico di capi e stregoni, cannibalismo, infanticidio, immoralità e crudeltà spaventose erano costumi accettati da tutti. Le loro idee erano terribilmente limitate. I missionari svolgono opera di carità e di pacificazione. Sono accettati perché insegnano a coltivare la terra con prodotti nuovi: grano, mais, cipolle, pomodori; curano gli ammalati e portano ai locali oggetti di ferro, pentole, coltelli, asce, ami da pesca, aghi, forbici. Ma quando condannano l’uccisione dei gemelli, le orge sessuali, le guerre per futili motivi e le crudeltà sul nemico, i capi decidono di sterminare gli stregoni bianchi.

Nel luglio 1855 i missionari, con la navicella che una volta l’anno porta loro i rifornimenti e la posta, decidono di ritirarsi in Australia per tentare la missione in isole più evolute. Ma a gennaio Mazzucconi era già partito per l’Australia per rimettersi in salute. Quando si sente in forze, riparte per la missione, senza sapere che i suoi confratelli non ci sono più. La navicella giunge nella baia di Guazup, urta contro gli scogli di corallo e non può più muoversi. I locali si avvicinano, vi saltano sopra e massacrano il missionario e tutti i 15 marinai dell’equipaggio. Rimane in Oceania la salma di fratel Giuseppe Corti, morto di malaria mesi prima.

Uno degli aspetti più toccanti della vita del beato Giovanni Mazzucconi e degli altri missionari del Pime è la gratuità e il fallimento umano della loro vita missionaria. In un mondo efficientista come il nostro, tutto teso ai risultati visibili e immediati, è l’uomo del gratuito, l’uomo dell’unico Amore che conta.

La prima missione del Pime, avventurosa e ai limiti estremi del mondo, del tutto gratuita e mossa solo dall’amore a Cristo e ai popoli più lontani e abbandonati, è simbolica della storia e dello spirito dell’istituto missionario milanese, che è stato spesso mandato alle frontiere estreme della Chiesa e del mondo. Oggi, un secolo e mezzo dopo, si raccolgono i frutti di quegli eroici pionieri. Woodlark e la P.N.G. sono cristianizzate, nella Costituzione la P.N.G. si definisce “paese cristiano”.

Terrore nella guerra dell’Angola

      Nel giugno 1975 ho visitato l’Angola, mentre i portoghesi si ritiravano e non intervenivano nella guerra civile fra i tre “movimenti di liberazione”, Mpla al nord (filo-occidentale), Flna al centro (con la capitale Luanda, sostenuto da Urss e Cuba), Unita al sud (sostenuto dal Sudafrica). Visitavo le missioni dei Cappuccini veneti.

    Arrivo a Luanda venendo dal Portogallo, ma con me scendono tre passeggeri, che appena sbarcati avevano già chi li aspettava e li portava in città. Era pomeriggio avanzato e sono rimasto solo. In città c’è la guerra. Dormire in aeroporto? Trovo un taxista che non voleva partire, ma accetta con una buona mancia. Sono arrivato alla parrocchia Madonna di Fatima nella notte, passando attraverso sparatorie, incendi, guerriglieri che fermavano minacciosi. Quando finalmente arrivo, mi apre un cappuccino che mi dice: “Ma lei è matto? Non siamo venuti a prenderla perché ad uscire di casa si rischia la vita”. Hanno ospitato anche il taxista. Il mattino dopo mi portano al vicino ospedale cattolico dove due camion col cassone ribaltabile portano nell’incineritore camionate di morti! Un fetore di morte su tutta la città.

      Il giorno dopo, con un padre cappuccino, andiamo alla sede di un movimento di liberazione e sono spettatore impotente (e sento un brivido alla schiena), della fucilazione di alcuni avversari che chiamano “spie”. Ho fatto alcune foto poi pubblicate da “Epoca” e dallo “Spiegel”, con compensi stratosferici per “Mondo e Missione”. Con padre Flaviano Petterlini ho poi visitato l’Angola, da Uige (Carmona) al nord, passando per Malanje, fino a Huambo (Nova Lisboa), cioè le tre parti in cui era diviso il paese tenute dai rispettivi movimenti di liberazione. Siamo passati indenni fra sparatorie, villaggi incendiati, fiumiciattoli i cui ponti erano saltati. La nostra jeep ha attraversato uno di questi su alcuni grossi tronchi d’albero che sostituivano il ponte. Io ero già dall’altra parte e credo di non aver mai pregato il Signore Gesù con tanta intensità.

     Abbiamo passato una notte all’addiaccio in foresta, perché la strada era interrotta dai combattimenti e ho provato credo per la prima volta cosa vogliono dire i crampi allo stomaco per la paura e la fame. Incontrando i posti di blocchi, Flaviano mi diceva: “Nascondi bene le due macchine fotografiche, sorridi sempre e lascia parlare me”. Siamo passati indenni perché perché padre Flaviano sapeva le lingue ed era sempre vestito con la tunica dei Cappuccini, che in quella guerra civile era il miglior passaporto. In uno di questi posti di blocco, Flaviano ha sbloccato la situazione distribuendo caramelle. Allora ho potuto fare fotografie. In una di queste si vede il gruppo di quei cari e poveri giovani in atteggiamenti feroci sventolando i loro mitra e fucili e in mezzo Flaviano che sorride disteso e il Pierino Gheddo col volto tirato e il sorriso forzato. Infatti uno di quei negroni brandiva minaccioso una clava e il padre mi aveva detto che quando volevano far fuori qualcuno, per non sprecare una pallottola, lo bastonavano a morte con quel randello.

     Eppure, cari amici lettori, oggi (36 anni dopo) l’Angola pacificata è stata visitata da Benedetto XVI nel marzo 2009 come il paese che ha la più alta percentuale di cattolici nell’Africa nera. Circa il 70% e altri sono protestanti o ancora animisti. Nel gennaio 2009 intervisto a Roma padre Domingos Soquia, diocesano di Lubango, che mi dice: “L’Angola si definisce un paese cristiano perché il cristianesimo è l’unica religione presente nel paese. Abbiamo numerose vocazioni sacerdotali e religiose, ma tenendo conto della vastità del territorio (quattro volte l’Italia!), siamo pochi. Abbiamo ancora bisogno di  missionari stranieri perché portano uno spirito missionario alla pastorale, indispensabile anche per noi, ci sono di modello in questo. E mantengono la nostra Chiesa unita alla Chiesa universale”.

La Messa alle due di notte in Cina (1973)

Nel 1973 sono andato in Cina come membro di una commissione della Montedison (sostituendo all’ultimo momento un ammalato). Era il tempo della “Rivoluzione culturale” e quella Cina, dico la verità, mi aveva quasi affascinato: disciplina, ordine, pulizia, povertà dignitosa e orgoglio nazionale, uguaglianza nell’avere tutti il necessario, non si vedevano poveri né mendicanti né pazzi né lebbrosi né sciancati, ecc. Poi, leggendo il “Libretto rosso” di Mao Tze Tung si leggevano sentenze degne di San Paolo: “A ciascuno tutto quello di cui ha bisogno, da ciascuno tutto quello che può dare”; “Servire il popolo è l’ideale del buon cinese”; “L’ideale del comunismo è cambiare il cuore dell’uomo”. Ho avuto momenti di dubbio nel mio granitico convincimento che il comunismo senza Dio non poteva produrre frutti positivi per l’uomo. La Cina pareva proprio dimostrare il contrario e la guida non mancava di ripetere: “La Cina ha imparato a fare a meno di Dio”.

In quel tempo, Mao era considerato in Occidente e in Italia, anche da parte di scrittori, “profeti” e stampe cristiane, il vero salvatore della Cina, che ogni giorno dava una ciotola di riso a tutti i cinesi. Poi s’è scoperto che non era vero. Quando Mao muore (9 settembre 1976), viene fuori che la società cinese è la più violenta che si conosca, si scoprono i massacri, le spaventose oppressioni, le decine di milioni di morti di fame, l’uccisione sistematica dei lebbrosi e altri incurabili, la distruzione della cultura e del popolo tibetano, ecc. Oggi la Cina è il paese dove “si vive il capitalismo più selvaggio e primitivo che si possa immaginare”: il progetto maoista non ha educato, non ha lasciato nulla di quegli ideali che sembravano aver trasformato le masse cinesi.

In quel viaggio, mi alzavo alle due di mattino e celebravo la Messa sul tavolo della stanza. Messe commoventi nel silenzio notturno, pensando a tutti i cristiani nelle carceri e nei campi di lavoro e di sterminio cinesi (i “laogai”). Durante la “Rivoluzione culturale” di Mao, non abbiamo trovato nessuna chiesa aperta, sembrava che la Chiesa in Cina fosse scomparsa. Ma dopo la morte di Mao Tze Tung (9 settembre 1976), la Chiesa è risorta dalle ceneri. Oggi si calcola che i cattolici in Cina sono circa 15 milioni e i cristiani tutti assieme circa 40-50 milioni!

In due viaggi seguenti in Cina, con un confratello del Pime che lavora ad Hong Kong e parla bene il cinese, ho avuto la consolazione di incontrare comunità di cattolici, che ricordavano il tempo della persecuzione violenta e totale. Anche chi aveva fatto 20-30 anni di carcere non si lamentava, diceva solo: “Sono stato anch’io sulla Croce con Gesù”.

Cinque giorni in barca sul Rio delle Amazzoni
 
Nulla al mondo eguaglia il Rio delle Amazzoni. Non è un fiume, ma un mare, come lo chiamano gli indios: (O Rio-Mar), il fiume-mare. Fra Belem e Macapà, dove il Rio si getta nell’Oceano Atlantico dopo 5.000 km dalla fonte, la massa d’acqua è larga circa 350 Km., con in mezzo l’isola di Marajiò, estesa come la Svizzera. Il Rio delle Amazzoni non è un fiume ma una combinazione di fiumi giganteschi, ciascuno dei quali supera tutti quelli che scorrono in Europa (escluso il Volga). Il rio Negro, ad esempio affluente delle Amazzoni, ancora vicino a Manaus (a più di 5.000 km dal mare) è largo 30 Km.: il Po, al confronto, è un ruscello.
La misura dell’Amazzonia è data dal fatto che il bacino fluviale del Rio delle Amazzoni (dicono i testi di geografia) è il maggiore del mondo: 7.050.000 kmq. quadratii, cioè circa 21 volte la nostra Italia: pensate, 21 Italie allineate una di fianco all’altra! Le navi risalgono dall’Oceano Atlantico e arrivano fino a Manaus, 2.500 Km. dal mare, mentre i “Cargo” di 3-4-000 tonnellate risalgono fino a Iquitos in Perù, 5 mila km. dall’Oceano: come una nave che partisse da Genova e per via continentale arrivasse fino a Novosibirks in Siberia.
  Sono stato 5 volte in Amazzonia per visitare i missionari del PIME, che in questa immensa distesa di foreste e di fiumi hanno fondato due Diocesi, Macapà e Parintins, la prima estesa due terzi dell’Italia, la seconda più della metà del nostro Paese. Ebbene, ogni viaggio mi ha lasciato nel cuore lo stupore per questa meraviglia della natura che è la foresta amazzonica, mi ha richiamato la presenza di Dio nel mondo e nella mia vita. Cari amici di Radio Maria, noi non ci facciamo un’idea adeguata di Dio. Finiamo per considerarlo un simpatico vecchietto seduto sulle nuvole, con una grande barba bianca che ogni tanto guarda giù sulla terra e distribuisce favori e castighi. No, dobbiamo sempre chiedere a Dio di manifestarci il suo Volto, di farci sentire la sua immensa grandezza, la sua onnipotenza, il Suo Amore senza limiti per l’uomo. Tutta la nostra vita spirituale dipende dell’idea che ci facciamo di Dio,  dal come noi vediamo e sentiamo Dio presente nella nostra esistenza quotidiana.
Ogni tanto penso ai viaggi che ho compiuto in Amazzonia. Una volta sono stato 5 giorni su un barcone a motore. Col p. Giorgio Basile abbiamo risalito quattro fiumi amazzonici: Oyapoque, Curipì, Uacà, e il Rio Cumarumà, per andare a visitare i villaggi di indios ben addentro nella foresta equatoriale (all’estremo nord della Diocesi di Macapà). Che spettacolo! il barcone risale il fiume e la foresta, per giorni e giorni. Di notte la barca si ferma, gettiamo l’ancora e ammiriamo il sole tramontare sul Rio. Qualcuno può pensare: uno spettacolo sempre uguale. eh, no, sempre diverso, sempre nuovo, proprio com’è Dio. Ad ogni svolta del fiume sono panorami e paesaggi nuovi, laghi, cascate, igarapè, volate di “garças” (aironi bianchi dal volo maestoso), coccodrilli, alberi giganteschi e una muraglia verde dai colori cangianti sotto la luce del sole. Contemplare la natura amazzonica è uno degli spettacoli assoluti del creato, come l’Himalaja e il deserto del Sahara.
Ecco, in quei lunghi giorni sulla barca pensavo: se è così bella la foresta amazzonica quanto dev’essere bello Dio che l’ha creata!

III) COSA MI HANNO INSEGNATO LE VISITE ALLE MISSIONI

In questa terza parte della mia catechesi sui miei viaggi di visita alle missioni, vorrei riflettere su cosa mi hanno insegnato la vita missionaria, la nascita e la maturazione delle giovani Chiese, le religioni e culture dei popoli non cristiani. Vorrei mettere in risalto due riflessioni conclusive:

  1. Tutti gli uomini e tutti i popoli hanno bisogno di Cristo.
  2. La nascita e la maturazione delle giovani Chiese è spesso esemplare anche per la nostra Chiesa che ha quasi duemila anni di cristianesimo alle spalle.

Tutti gli uomini hanno bisogno di Cristo

In molti articoli e libri ho sviluppato ampiamente il dato di fatto che lo sviluppo anche materiale dell’uomo viene dal Vangelo. La povertà e la miseria vengono dalla mancanza di educazione e di principi base che portino al progresso, allo sviluppo dell’uomo e della società umana. In altre parole, la Carta dei Diritti dell’Uomo approvata dall’Onu nel dicembre 1948, che ha radici biblico-evangeliche, è la base di partenza dello sviluppo. Ho trattato ampiamente questo tema nel volume “Meno male che Cristo c’è” (Lindau, Torino 2011, pagg. 330).

Ma oltre a questa verità storica dimostrabile con precisi e innegabili dati di fatto (si veda il volume appena citato), un’altra verità va affermata, che corrisponde al comando di Gesù ai suoi discepoli: tutti gli uomini e tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo. Perché?

Tutti i popoli pregano e credono in Dio, tutte le religioni contengono principi sani e condivisibili, e producono sante persone. Allora, perché la Chiesa continua a mandare missionari per annunziare e convertire a Cristo? Ogni uomo ha la sua religione e tutte le religioni sono più o meno eguali. I missionari oggi non hanno più alcun senso, ciascuno viva la sua religione e viviamo in pace con tutti. E’ una mentalità molto diffusa fra il nostro popolo, ma è anche l’eresia del ”relativismo” della quale Benedetto XVI parla spesso: una religione vale l’altra, la missione e il proselitismo sono da condannare perchè contro la libertà di ogni uomo.

Ricordo quando il 5 febbraio 2006 in Turchia venne ucciso a Trabzon (Trebisonda) il prete romano don Andrea Santoro, vero martire della fede. Uno dei più noti editorialisti del più importante quotidiano d’Italia scrisse: “Mi chiedo perché quel bravo prete romano sia andato a vivere tra un popolo che non lo voleva e che aveva già la sua religione. Perchè non è rimasto nella sua Roma dove un prete ha sempre tanto da fare?”. Avevo mandato una lettera nella quale spiegavo perchè noi missionari andiamo anche dove non siamo graditi.

I missionari “ad gentes” vanno dove li manda la Chiesa per dare ai popoli la “Buona Notizia” che è nato Gesù, Figlio di Dio fattosi uomo per rivelare agli uomini il volto del Padre, Creatore e Signore di tutti gli uomini e di tutte la realtà del creato. Tutti i popoli credono in Dio ma non lo conoscono. Dio si è rivelato in Cristo e noi sappiamo che Dio è Amore. Il Vangelo dice sostanzialmente questo e la prima Enciclica di Benedetto XVI “Deus Caritas est” (Dio è amore) spiega e documenta questa fede che fa riferimento a Gesù Cristo.

Cristo rivela all’uomo il volto di Dio che è Amore

1) Non esistono popoli atei. Nel Settecento e Ottocento, quando nascevano le moderne scienze di antropologia ed etnologia tentavano di dimostrare che vi sono popoli atei i quali vivono secondo natura e sono felici. Jean-Jecques Rousseau, uno dei fondatori dell’Illuminismo, lanciò il “mito del buon selvaggio”: l’uomo nasce buono e poi diventa cattivo per influsso della società e delle regole morali portate dai missionari. Per vivere bene, diceva, bisogna tornare alla natura, la religione corrompe l’uomo parlando di Dio e di peccato.

Ma questa tesi ideologica venne clamorosamente smentita dalle prime ricerche etnologiche, cioè tra i popoli senza scrittura, che non sono affatto felici ma che, nel loro stato secondo natura, materialmente e psicologicamente vivono una vita disumana fra guerre, vendette, crudeltà. Anche questi popoli pregano, ma non conoscendo Dio lo immaginano lontanissimo dall’uomo, che è dominato dagli spiriti cattivi, dal malocchio, dalla magia, da capi tiranni, stregoni e società violente.

2) Gesù rivela che Dio è Padre di tutti gli uomini, buono e misericordioso. La Legge dei 10 Comandamenti può essere definita: “Il manuale per essere felici”. Gesù ha portato il nuovo precetto dell’Amore, che ha molte declinazioni: il perdono delle offese, il dare la vita per gli altri, il gratuito nel quotidiano (esempio, il volontariato), l‘amore ai più piccoli, poveri e indifesi, la condanna e il rifiuto della violenza sull’uomo (la tortura, la pena di morte) e della guerra, l’aspirazione universale alla pace, la condanna di costumi barbari che solo un secolo fa erano considerati “onorevoli”, ad esempio il duello.

L’amore e il perdono come legge universale di convivenza è una novità assoluta portata da Gesù Cristo nella storia umana, con una decisiva motivazione religiosa: Dio che ha creato tutti gli uomini è il Dio dell’Amore, che dà il proprio Figlio per farlo morire sulla Croce e salvare gli uomini dal demonio e dalla dannazione eterna.

Il Vangelo sta orientando l’umanità intera verso Dio

Da quasi sessant’anni sono ”viaggiatore della Terra per conto del regno di Dio”, come scrive l’amico Giorgio Torelli nella Prefazione ad uno dei miei libri (“Il Vangelo delle 7,18”, De Agostini, Novara 1989). Ebbene, dico la verità, divento sempre più ottimista per il futuro e non credo di essere un ingenuo. Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della “Buona Novella” e soffro per l’indifferenza di troppi cristiani di fronte al problema primario del gregge di Cristo: portare l’annunzio di salvezza a tutti gli uomini. Ma vedo anche con chiarezza che la Parola di Cristo è ancora e sempre più l’unica via di salvezza per tutti. L’uomo è libero (Dio ci ha creati così) e può sempre scegliere la via sbagliata.

Ma più si va avanti nella storia, più gli uomini vedono che la via per trovare la propria realizzazione personale è quella indicata da Cristo. Come diceva Paolo VI nel messaggio del Natale 1969: “Un vero umanesimo senza Cristo non esiste”.

Una delle letture più affascinanti dei miei anni giovanili, erano alcuni libri di padre Pietro Teilhard de Chardin (1881-1955), che vedeva l’umanità camminare in modo misterioso ma reale verso Cristo, unico Salvatore dell’uomo. Teilhard de Chardin scriveva che l’uomo è la chiave dell’ evoluzione globale dell’universo, il cui fine ultimo è Cristo e Dio. Poi ho letto altri autori che mi sono cari, soprattutto Daniélou e Guardini, che sono sulla stessa lunghezza d’onda e danno speranza.

Vedete, cari amici di Radio Maria, noi non comprendiamo nulla della storia umana: vediamo tanti fatti, siamo sempre informati su tutto, ma non sappiamo giudicarli con il metro dell’eternità, cioè con il metro di Dio. La fede però ci dice che la storia dell’umanità, come la nostra piccola storia personale e quella millenaria della Chiesa, sono nelle mani di Dio. Ecco perché sono ottimista, perché mi fido di Dio, ho fiducia nella Provvidenza.

Il beato Clemente Vismara aveva una visione ottimistica di tutti gli uomini, specialmente i più piccoli e poveri, era accusato di fidarsi troppo di tutti, di essere un ingenuo. E lui scriveva: “Non mi pare che questo sia il mio peggior difetto”.

Era ottimista perché vedeva la vita e le vicende umane con gli occhi di Dio. Ad esempio, parlava sempre bene dei suoi cristiani battezzati di recente, figli di famiglie pagane, povera gente con una vita spesso sotto il livello minimo di sopravvivenza, ancora ignoranti della fede e lontani dalla pratica della vita cristiana, proprio perché stavano ancora iniziando a conoscere e capire il cristianesimo.

Però padre Clemente, alla mia domanda: “E’ contento dei suoi cristiani?” rispondeva1: “Contentissimo! Vorrei tanto che voi in Italia prendeste esempio da loro: dalla loro fedeltà alla preghiera, alla Chiesa e ai Comandamenti di Dio, all’amore del prossimo. Danno buon esempio anche a me… Io sono convinto che, quando tornerà la pace, su queste montagne e tra queste foreste vi sarà una primavera cristiana che stupirà il mondo. Spero di esserci ancora a quel tempo”.

Ecco l’ottimismo di Clemente Vismara, che non corrispondeva alla realtà dei fatti visti con gli occhi umani, ma certamente corrispondeva alla visione che Dio aveva di quella situazione in cui Clemente viveva. Un po’ come Giovanni Paolo II che nell’enciclica missionaria Redemptoris Missio” (1990) ha scritto un paragrafo intitolato (n. 86) “Dio prepara una nuova primavera del Vangelo”, nel quale si legge: “Se si guarda in superficie il mondo odierno, si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma questo è un atteggiamento ingiustificato: noi abbiamo fede in Dio Padre e Signore, nella sua bontà e misericordia. In prossimità del terzo millennio della redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l’inizio”. Nella stessa enciclica si legge (n. 92): “Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria, che diventerà giorno radioso e ricco di frutti” (n. 92).

Il Papa e Clemente avevano ragione: questo è l’ottimismo cristiano che sostiene i credenti in Cristo. Noi che siamo pessimisti sul futuro della Chiesa siamo miopi, non vediamo più in là di quanto si legge sulle gazzette quotidiane. E abbiamo torto.

Quali segni di speranza dalle giovani Chiese?

Giovanni Paolo II ha scritto alle giovani Chiese fondate negli ultimi secoli dai missionari (Redemptoris Missio, 91): “Siete voi, oggi, la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni” e augura loro di “rivivere nei vostri paesi l’epopea missionaria della Chiesa primitiva. E sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche”. In una Nota pastorale della Cei (marzo 2007) si legge:“Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Non solo quelle Chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi abbiamo bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità…. Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione”.

Non c’è più spazio per esemplificare queste affermazioni, ma in sintesi si possono richiamare questi punti:

1) Nelle giovani Chiese la predicazione va all’essenziale: si presenta Gesù Cristo che riassume in sé tutto il cristianesimo. Il Vangelo, prima di essere una guida morale è Gesù Cristo. Nell’annunzio del messaggio cristiano bisogna anzitutto avvicinare le persone a Gesù, farlo conoscere, adorare, amare e imitare. Il cristianesimo è l’avvenimento storico della nascita, passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio che si è fatto uomo per salvare gli uomini, l’unica religione nella quale Dio si fa uomo: nelle altre religioni Dio rimane misterioso e lontanissimo dall’uomo.

2) La fede dei neofiti è spesso entusiasta, poiché vengono dal mondo degli nspirit e incontrano il Dio dell’Amore. In Borneo mi parlavano dei dayak che si convertono a Cristo. Un missionario mi diceva: “Quando conoscono Gesù, si innamorano di lui e si convertono. Non sanno quasi nulla del cristianesimo, ma ne sono entusiasti perchè sperimentano in modo concreto la differenza fra Cristo e i loro spiriti, fra la vita in villaggi cristiani e in quelli pagani”. In Italia la fede c’è in molti, manca l’amore personale a Cristo e l’entusiasmo di averlo incontrato. Bisogna ripensare la formazione cristiana e la predicazione, andando all’essenziale.

3) La Chiesa è stata fondata per portare Gesù a tutti gli uomini. La “missio ad gentes” è il “compito primario” della Chiesa. Le piccole comunità cristiane nel mondo pagano sentono fortemente questo impegno. In Italia dobbiamo operare il cambio di mentalità, da una Chiesa che cura il possesso del “gregge di Cristo” ad una Chiesa “piccolo gregge” che è missionaria in un mondo pagano. Non per chiudersi in difesa, ma per aprirsi e andare a tutti.

4) Infine, la Chiesa non è dei vescovi e dei preti, ma di tutto il popolo di Dio, dei laici. Nel 2004 ho visitato la Malesia e il Borneo, perchè alcuni vescovi chiedevano missionari del Pime. Ci sono molte conversioni è sostenuto. Se avesse più preti, suore e mezzi economici, la Chiesa sarebbe in grado di accogliere e formare tutti i nativi che vogliono entrare nell’ovile di Cristo. I “dayak” (tagliatori di teste!), che escono dalle foreste abbandonano la religione tradizionale e si adeguano al modello moderno di vita, praticamente ateo, oppure diventano musulmani.

40 anni fa nel Borneo malaysiano c’era un sacerdote ogni tremila cattolici, oggi uno ogni ottomila. La giovane Chiesa, ricca di conversioni ma povera di preti, è letteralmente fondata sull’azione dei neofiti laici, di recente conversione.

La grande isola di Labuan (da cui si va in barca a Mompracem, ricordate Salgari e Sandokan?), dopo l’espulsione dei missionari inglesi di Mill Hill nel 1972 non ha avuto un prete residente fino al 2001: 29 anni senza sacerdote, ne veniva uno da Kota Kinabalu ogni 15 giorni per la Messa. E’ nato un forte movimento laicale.

Oggi la parrocchia di Labuan ha un solo prete di 78 anni per 5.000 cattolici e 200 battesimi di adulti l’anno: don Aloysius Tung alla domenica celebra cinque Messe, in inglese, malese e cinese. Mi dice: “I battezzati sono entusiasti della fede, si prestano volentieri per servire la Chiesa, accettano ministeri e compiti organizzati. Dare parte del proprio denaro e del proprio tempo alla parrocchia è entrato nella vita cristiana come un’abitudine a cui non si può rinunciare”. Tutto questo è segno di vitalità della fede e della parrocchia, rimasta per trent’anni senza prete.

Chiedo a mons. William Sebang, vicario generale dell’arcidiocesi di Kuching, cosa i cristiani del Borneo possono insegnare alle Chiese d’Europa. Risponde: “I nostri battezzati si organizzano e aiutano la parrocchia: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni,liturgia,assistenza ai malati e agli anziani, animazione di bambini e giovani, attività culturali e missionarie, tutto è fatto da laici: portano la parola di Dio ovunque, parlano di Gesù Cristo e del Vangelo, invitano a venire alla Chiesa, ecc. Ogni parrocchia ha centinaia di battesimi di adulti, per iniziative dei credenti non del prete.

“Quando studiavo in Italia – continua mons. Sebang – mi stupivo di come i sacerdoti di parrocchia fanno molto, anche dove i laici farebbero anche più e meglio di loro; i fedeli si lamentano della Chiesa ma fanno poco per evangelizzare, non prendono iniziative, aspettano tutto dal parroco e dal vescovo. I cristiani del Borneo sono attivi e fervorosi perchè di recente conversione; non sono istruiti come i vostri, non hanno corsi, ritiri, studi, libri, ecc. Però sentono la diversità fra vivere con Cristo e vivere senza Cristo. Questo li rende entusiasti e pronti a fare grandi sacrifici per servire la Chiesa, tenendo conto che un popolo povero come il nostro ha il problema di provvedere non al superfluo, ma ai bisogni primari della famiglia”.

Questa la sfida nuova per la Chiesa in Italia: il prete protagonista e direttore quasi unico della missione oggi non tiene più. Il vescovo e il sacerdote sono indispensabili perché la Chiesa nasce attorno all’Eucarestia e si fonda su comunità riconosciute dal vescovo e obbedienti al vescovo unito col Papa. Ma non possono pensare e programmare tutto nel campo immenso della “nuova evangelizzazione”.

1 P. Gheddo, “La perla… sono io – Clemente Vismara, 61 anni in Birmania”,in “Mondo e Missione”, gennaio 1985, pag. 51.

Padre Gheddo su Radio Maria (2012)

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