Alberto Di Bello e la difficile missione in Giappone – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi presento la missione cattolica in Giappone, attraverso l’esperienza di un missionario del Pime padre Alberto Di Bello, dal 1972 nel Paese del Sol Levante. Il Giappone è molto interessante per la missione “ad Gentes”, perché pone parecchi problemi e interrogativi. E’ un paese democratico che assicura totale libertà alle religioni, la missione cattolica è molto apprezzata e stimata, il Vangelo è uno dei libri più diffusi (ma non si sa quanto sia letto), eppure le conversioni a Cristo sono pochissime. La Chiesa giapponese, con meno di un milione di cattolici su 126 milioni di giapponesi, presenta aspetti di estremo interesse anche per la nostra Chiesa italiana. Questa sera trattiamo questo tema raccontando l’esperienza di padre Alberto Di Bello, che è parroco a Shizuoka, una parrocchia della diocesi di Yokohama, vicina a Tokyo.

La mia catechesi si svolge in tre parti:

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  1. Come si inserisce un missionario nella vita e cultura del Giappone. Diversi modi di vita fra Giappone e Italia.
  2. Il forte impatto del Vangelo sulla cultura giapponese. Perché i giapponesi si convertono meno di altri popoli asiatici?
  3. La vita cristiana in un parrocchia e in Giappone. La missione in Giappone è profetica per la Chiesa in Occidente?

I) Come un missionario italiano diventa giapponese?

Il Pime è presente in Giappone da cinquant’anni, dal 1951. Allora, il Paese del Sol Levante appariva una meta ideale per la missione in Asia. Molti paesi asiatici erano chiusi ai missionari, mentre in Giappone la Chiesa godeva di una totale libertà e le conversioni erano numerose. Le riviste missionarie pubblicavano articoli intitolati: “Lo Spirito Santo soffia con forza in Giappone”, “I giapponesi si convertono numerosi a Cristo” e lo stesso Pio XII aveva fatto un appello per mandare missionari in Giappone. Poi sappiamo come sono andate le cose. La spinta iniziale verso Cristo si è esaurita presto e ancor oggi i singoli sacerdoti in parrocchia amministrano non più di 6-7 battesimi di adulti l’anno a volte anche meno.

La sfida della lingua giapponese

Padre Alberto Di Bello è nato a Milano nel 1940, è diventato sacerdote del Pime nel 1967 ed è partito per il Giappone nel 1972. Lo incontro a Milano nel giugno 2011, in Italia per problemi di salute e per una vacanza. Nel Pime la missione in Giappone è ritenuta una delle più difficili, non per le difficoltà materiali che si incontrano in altre missioni d’Asia e d’Africa, ma per la lingua e l’ambientazione. Chiedo a padre Alberto se ha fatto difficoltà ad inserirsi in Giappone.

Per il giovane missionario che arriva in Giappone i primi due anni sono i più difficili. Sei alle prese con una lingua, che esprime la cultura tradizionale giapponese, che è molto ma molto diverse da quella italiana. Però, dopo 40 anni, parlo abbastanza bene e a volte mi sorprendo a pensare in giapponese, specie nel caso dell’omelia e dello studio della Bibbia, tanto che mi diventa difficile, quando ritorno in Italia, fare l’omelia in italiano. In Italia, più d’una volta qualcuno, credendomi straniero, mi ha lodato perché parlavo bene l’italiano! In Giappone mi trovo a casa mia, ma ci vuole tempo e amore a questo popolo. Chi ama impara facilmente”.

Chiedo ad Alberto di dirmi qualcosa della lingua giapponese. “Nei primi tempi avevo l’impressione di essere tornato bambino dell’asilo. A parte un po’ d’inglese che puoi usare solo con poche persone, nel primo anno di studio del giapponese l’unico linguaggio che potevo usare era il silenzio. Poi, man mano che la scuola di lingua andava avanti, aumentava anche la mia capacità di comunicare con i giapponesi, di capire e farti capire. Le difficoltà vengono dalla stessa lingua, scritta in caratteri cinesi adattati, formati ciascuno da un numero di tratti che possono arrivare anche a una trentina (in genere una decina). Alla fine delle elementari un bambino conosce 600-700 caratteri, alla fine del liceo arriva a 1800-2000, che è lo standard della gente di cultura media. Sono il minimo necessario per una conversazione normale. Per arrivare a questo livello per il missionario ci vogliono due anni di studio con scuola quotidiana e serio impegno di studio e di memoria. E’una lingua che abitua fin da piccoli alla precisione e alla pazienza, caratteristiche della cultura giapponese.

La prima crisi viene dopo due o tre mesi di scuola, quando si incomincia a balbettare qualcosa. Cerchi di salutare un giapponese e lui ti risponde: “Mi scusi, ma non parlo inglese”. Dopo cinque-sei mesi di scuola ti convinci che il giapponese non riuscirai mai ad impararlo. Un giovane missionario diceva che studiare il giapponese è come imparare a memoria i due volumoni dell’elenco telefonico di Milano! Invece, dopo due anni di studio alla scuola per stranieri, il missionario è in grado di esprimersi abbastanza bene e di capire cosa dicono gli altri. Viene mandato in una parrocchia e incomincia a fare esperienza di pratica della lingua. In genere ci vogliono 4-5 anni di studio e di pratica per esprimersi veramente bene.

Però, continua padre Di Bello, la sfida della lingua non è finita. Ad esempio per leggere i giornali bisogna continuare a studiare, perché per ogni argomento ci sono caratteri propri che bisogna aver studiato. Però poi, dopo anni di permanenza in Giappone, se sei riuscito a raggiungere un certo livello, come penso di aver raggiunto io, vedi che il giapponese è una bella lingua, ma totalmente diversa, nella logica, dalla nostra e ti apre ad un mondo culturale del tutto diverso”.

La cultura giapponese lontana dalla nostra

“La cultura del cibo, che c’è in Italia, dice padre Aberto, non c’è in Giappone. Si dice che “i giapponesi mangiano con gli occhi”. Infatti sono maestri nel presentare esteticamente i piatti, con varietà di piattini, verdurine e pescetti. Famosi in tutto il mondo i sushi e i sashimi. Ma il menu quotidiano è monotono. Mattino, mezzogiorno e sera mangiano riso, pesce (oppure carne, ma poca) e verdure; da bere l’acqua o il tè verde, amaro e senza zucchero. A volte, al posto del riso ci sono gli spaghetti cotti in brodo di verdura, ma fino a qualche tempo fa tanti nostri cibi come i salumi e il formaggio erano poco accessibili. Comunque i giapponesi mangiano meno di noi italiani e non si riesce a capire come facciano a lavorare così alacremente mangiando così poco. Forse il segreto è che la loro dieta è scarsissima di grassi e di zuccheri. Poca carne e molto pesce, quasi nessun fritto ma molta verdura e frutta, non c’è il pane ma c’è il riso. Hanno un nutrimento più sano del nostro. Quello che per noi è la carne bovina, di maiale, per loro è il pesce. Ne hanno tante qualità e sono maestri nel cucinarlo. Il vino ce l’hanno ma è bevuto soprattutto dalle donne; gli uomini bevono la birra o il saké, che è l’alcool ricavato dal riso.

La maggior difficoltà per i missionari, in qualsiasi paese vadano e specialmente in Giappone, non è la lingua o il cibo, ma il dover vivere in un mondo completamente diverso dall’Italia, dalle nostre abitudini e mentalità. Cioè in una cultura nella quale uno deve ambientarsi. Chiedo a padre Alberto se questo sforzo di inculturazione gli è costato molto.

“Sì, mi è costato, perché nei primi tempi devi svuotarti del tuo sapere occidentale e cristiano, per entrare in un mondo talmente diverso che all’inizio ti respinge, ma poi ti attira e ti piace. Devi imparare la storia del Giappone, l’arte, la letteratura, la filosofia giapponese. Oggi posso dire che in Giappone mi sento come a casa mia, lo amo come una mia seconda patria. Noi missionari dobbiamo amare il popolo al quale siamo destinati. Se ami questo popolo, superi tante difficoltà e i nostri cristiani, che vivono vicini a noi preti stranieri, capiscono bene questo tuo sacrificio, i ricompensano con il loro affetto e sperimenti che in questo non sono secondi a nessuno”.

Cari amici di Radio Maria, il mondo globalizzato in cui viviamo ci mette in contatto con tanti popoli che vengono anche in Italia per lavoro o per fuggire da situazioni disumane. Il missionario è anche un ponte fra i popoli e le culture. Non possiamo e non dobbiamo essere chiusi nella nostra Italia, nei nostri problemi nazionali. Dobbiamo avere la curiosità di conoscere come vivono altri popoli. Parlando con padre Di Bello, scopro molti aspetti della vita giapponese che mi fanno capire, anche da lontano, com’è questo popolo. Ad esempio, nei miei due viaggi in Giappone mi sono convinto che la vita dei giapponesi è più povera della nostra, anche se il loro paese è più ricco del nostro. Padre Alberto dice: “In Giappone lo stato è ricco e il popolo povero, in Italia lo stato è povero e il popolo ricco”.

E poi continua: “In confronto alla nostra, la vita del giapponese è austera, povera. Ad esempio, la casa di abitazione in genere è piccola, due stanze strette. In Giappone non ci sono spazi, il costo del terreno è enorme, gli appartamenti sono piccoli, eccetto in pochi casi. Con qualche amico andiamo qualche volta al ristorante, ma in casa sua non mi invita mai perché hanno vergogna di avere appartamenti così piccoli, nei quali ci sta poco o nulla. Ad esempio i vestiti. In Italia una persona normale ha quattro o cinque o più vestiti, molte camicie e pantaloni; il giapponese va vestito più poveramente di noi, anche se le ragazze si vestono alla moda. Nei loro piccoli appartamenti non ci sta molta roba, debbono liberarsi dei vestiti che non usano perché in casa non ci stanno. Nella nostra parrocchia noi facciamo raccolte di vestiti che poi mandiamo alle missioni in Africa e ne raccogliamo molti. Loro tengono in casa lo stretto necessario. In campagna le case e gli appartamenti sono unpiù grandi, ma nelle città tutto è piccolo e la maggioranza dei giapponesi vivono in città.

Poi c’è il lavoro. I giapponesi lavorano molto, devono sempre fare qualcosa, non concepiscono passeggiare senza fare nulla e nemmeno fare delle vacanze. Non concepiscono le vacanze se non per brevi giorni. Anche noi missionari prendiamo le loro abitudini, siamo sempre sotto, sempre al lavoro. Ad esempio, il Giappone è fatto di molte isole, quindi hanno tantissime spiagge, ma non vanno al mare per prendere il sole o nuotare. Noi stessi, missionari del Pime, avevamo nel Kyushu una parrocchia al mare, Karatsu, ma non siamo mai andati in spiaggia a nuotare. Se vai in spiaggia non trovi nessuno. Siamo andati con i bambini dell’asilo per visitare la spiaggia, ma proprio una visita, come visiti il museo. Ci sono anche le gite in comune, pagate magari dalla ditta dove lavorano. La loro passione è fare viaggi all’estero, vedere il mondo, specialmente l’Europa e l’Italia, tanti vengono in Italia. I pensionati che non lavorano più, stanno in casa, vedono la televisione, leggono giornali (i quotidiani in Giappone sono tanti e molto più letti che in Italia), hanno il loro club dove giocano, le loro associazioni che promuovono cultura, concerti musicali, hobby, oppure visitano i luoghi storici e religiosi del Giappone. Nelle città godono anche entrando nei grattacieli, nei supermercati dove ci sono giochi di luce, giochi per bambini e altri segni della modernità”.

La sete di Dio del popolo giapponese

Ma come si divertono i giapponesi?

Il loro divertimento è la natura, godono a vedere un giardino fiorito, coltivano piccoli orti o giardini, anche nelle case tengono dei vasi di fiori o nel cortiletto coltivano fiori. La loro passione è la natura, si divertono nel guardare la natura. Nelle case giapponesi c’è sempre un giardinetto attorno che coltivano con cura. Attorno ai templi buddhisti c’è sempre un giardino oppure i templi sono in un bosco. Non hanno l’idea di un Dio personale, Dio è la natura, l’armonia della natura, la bellezza dei fiori di ciliegi. Non conoscono Dio e lo vedono nell’armonia della natura, nei fiori, negli alberi. Se c’è una cosa che si può dire del Giappone oggi è che c’è davvero una sete di Dio molto forte”.

E’ un giudizio che danno molti missionari, però dico a padre Alberto: come mai così pochi giapponesi si convertono a Cristo? Risponde:

Perché i giapponesi non immaginano il Dio persona e meno che mai Dio fatto uomo per salvarci. Della divinità hanno un’idea molto vaga. Per loro è la natura. C’è il senso religioso, il senso del sacro, ma orientato alla natura, allo scorrere delle stagioni. I giapponesi dicono spesso “grazie”, ma grazie a chi? Non lo sanno. Grazie alla natura che mi ha fatto nascere e mi ha dato tutto quello che ho.

Dio si trova nel bello, nell’armonia della natura e delle cose. L’uomo è un elemento della natura e quando muore ritorna nel tutto, nella natura. Non si sa bene dove va, ma non ha importanza, l’uomo è un elemento del tutto e ritorna al tutto del mondo, del cosmo. Ho discusso parecchie volte con persone che vengono a trovarmi e cercano Dio, vogliono spiegazioni sul cristianesimo.

Ma la rivelazione che Dio è una persona precisa, che si è rivelato, si è fatto uomo per salvarci è troppo lontano da quanto tutti pensano e dalla tradizione giapponese. Non è che siano contrari, ma non capiscono il Dio persona che adoriamo e amiamo. Infatti quando parliamo di amare Dio, in genere noin capiscono, non ci seguono. D’altra parte accettano un po’ tutto, la Chiesa va bene così, basta che faccia un buon funerale, un bel matrimonio. Il Dio persona non ce l’hanno e non ci hanno mai pensato, è una novità che cambia il loro modo di pensare alla divinità.

“Di qui la prima difficoltà per una conversione a Cristo, che si supera a poco a poco, ma con molte difficoltà, perché cambia tutto quel che loro pensano della divinità, che è lontanissima dall’uomo e si manifesta nella natura. Quindi, se l’uomo ama la natura, ammira l’opera di questa misteriosa divinità, rende già un omaggio a chi l’ha creato. Di conseguenza, accettare la Rivelazione di Dio, con i comandamenti, la Chiesa, i precetti evangelici e tutto il resto, richiede un gran coraggio che non tutti hanno.

Il giapponese non è un popolo secolarizzato come noi italiani, riferiscono tutto alla Divinità che ha creato l’universo e l’uomo. Cosa aggiunge la fede in Cristo?

Di Bello risponde: “E’ vero, l’ateismo che conosciamo in Italia non esiste in Giappone. Ma della divinità hanno un’idea molto vaga. E questo impedisce loro di capire i dieci Comandamenti, le Beatitudini del Vangelo, il valore della redenzione portata da Cristo. Non conoscendo Dio, non hanno il senso del Dio che perdona e quindi anche di perdonare le offese degli altri. Non avendo l’idea di Dio che vigila e giudica le vicende umane e giudica anche noi, ciascuno ha quel che si merita. Dio che muore in Croce per liberarci dal peccato e perdonare le nostre colpe è una verità che non capiscono per salvarci, non capiscono perchè debbono perdonare. Chi sbaglia paga il suo debito ed è giusto che io mi vendichi del torto ricevuto”.

Ricordo, dico a padre Alberto, che padre Luigi Soletta abitava in un monastero di Carmelitane e aveva una chiesetta aperta sull’esterno. Era vicino ad un grande tempio della dea Kannon, dove andavano molti giovani genitori che avevano fatto un aborto a chiedere perdono e portavano un pupazzo da offrire alla dea o un giocattolo del loro bambino come segno di offerta. I vialetti del parco attorno al tempio avevano tutti questi segni di pentimento e di offerta. Ma Soletta diceva che parecchi di quei coniugi, dopo aver fatto la loro preghiera al tempio della dea, venivano dal missionario chiedendo il perdono al Dio dei cristiani e dicevano: “E’ vero che il vostro Dio perdona? Date anche a noi questo perdono”.

“Sì, dice padre Di Bello, tutti sentono il bisogno di essere perdonati. Per loro un Dio che ama e perdona è inconcepibile. Però quando ne sentono parlare, si commuovono e sentono il desiderio di ricevere questo perdono. E’ capitato anche a me qualcosa di simile e questo ci dice che oggi la missione deve sempre più diventare una testimonianza personale, cioè di persone che ci credono e comunicano la fede”.

II) Il forte impatto del Vangelo sulla cultura giapponese

In questa seconda parte della catechesi sulla missione in Giappone parlo delle conversioni a Cristo: come avvengono? Perchè sono poche in confronto a quanto avviene in altri paesi asiatici? Negli istituti missionari italiani impegnati in Giappone, come il Pime e i Saveriani, si discute sulla missione nel Paese del Sol Levante: è proprio necessario continuare a mandare missionari in un paese dove la Chiesa è ormai fondata e ha un buon numero di vocazioni alla vita consacrata? Domanda interessante, alla quale i missionari che sono in Giappone rispondono dicendo che la missione giapponese è, come dire, profetica per il nostro Occidente e in tutto il mondo, che sarà sempre più secolarizzato e laicizzato. La piccola Chiesa giapponese aiuterà la Chiesa intera a liberarsi da quell’apparato di potenza e di ricchezza che, se la pone a livello di molte e potenti istituzioni umane, tuttavia col Vangelo a poco a che fare.

Il valore assoluto della singola persona umana

Chiedo a padre Di Bello se pensa che il Giappone ha ancora bisogno di Gesù Cristo. E perché. La prima risposta l’ha già data: “Il Giappone ha bisogno della fede che Dio è persona, non un qualcosa di vago e di irraggiugibile, ma che si è rivelato in Gesù Cristo. Capiscono bene il comandamento di amare il prossimo, non capiscono quello di amare Dio. I cristiani, a poco a poco, entrano in questa visione, ma è un messaggio difficile da fare accettare. Per loro tutto è divinità e poi magari niente è divinità. Quando tu concepisci Dio come un qualcosa di inafferrabile, inconoscibile, che si manifesta nella creazione, nella natura, nel bello, nell’armonia delle cose, questo Dio non conta più nulla nella tua vita”.

Per i giapponesi la vita dopo la morte è come una goccia d’acqua che ritorna nel mare. L’uomo non è la persona vivente oggi che rimane tale e quale e gode della vita eterna con Dio. Ma è un elemento della natura, quando muore ritorna alla natura e perde la sua individualità, la sua identità. Quindi la persona umana ha un valore relativo, non assoluto, anche se questo giudizio sta cambiando. Oggi serve alla società, ma domani non servirà più. Per questo è difficile capire che Dio ci ama. Possibile che quel Dio che ha creato tutto possa amare il piccolo uomo, i miliardi di uomini che passano come tutte le cose della natura che sono state create?

“Questo nulla toglie all’intelligenza e ai buoni sentimenti del popolo giapponese: ad esempio il servizio al bene comune, l’onestà nel lavoro, il senso della fedeltà alla parola data, il rispetto e la devozione per gli anziani, anzi il culto degli antenati, il senso di disciplina nella scuola, nella ditta, nello stato. Il contributo fondamentale che il cristianesimo e la modernità portano al Giappone è il valore assoluto della singola persona umana1. Lo sviluppo tecnico-scientifico del Giappone ha portato benessere e innalzamento del livello di vita, ma ha un grosso limite che riguarda la persona, spesso sacrificata alla società e allo sviluppo. In Giappone, più che una società per l’individuo, c’è l’individuo che lavora per la società.

Lo si vede anche nell’impianto urbanistico delle grandi città, che non hanno luoghi dove la gente si possa incontrare o anche solo riposarsi, pensare, pregare, chiacchierare. I centri di incontro sono le stazioni ferroviarie e della metropolitana, i grandi magazzini, i ristoranti, i luoghi di divertimento. L’uomo giapponese, super-impegnato, ha poco spazio per coltivare se stesso e spesso spreca in modo banale e alienante le poche ore libere, giocando ad esempio nelle sale di “pachinko” (bigliardini elettronici) o con tutte le altre novità elettroniche che portano in un mondo virtuale e non reale. Soprattutto i giovani che studiano o lavorano vivono spesso lontani dalla famiglia, hanno poche possibilità di incontrare amici, di socializzare. Le chiese cattoliche e le parrocchie sono apprezzate anche perché offrono spazi per l’incontro fra amici, la riflessione, la preghiera, la cultura.

“Il contributo del cristianesimo diventa così un’esigenza di vita. Il Giappone moderno, sorto dalla macerie della seconda guerra mondiale, non sarebbe quello che è se non ci fossero le Chiese cristiane. E questo vale soprattutto perchè il cristianesimo ha portato in Giappone il concetto del valore assoluto della singola persona umana (che sta entrando nella mentalità e nella cultura comune) e di uno sviluppo materiale che deve servire ad ogni persona non solo per il benessere e l’abbondanza dei beni materiali, ma per l’elevazione culturale e spirituale.

In Giappone conta il gruppo non la persona

Le religioni tradizionali giapponesi hanno contribuito a preparare una base per lo sviluppo della nazione e della società, trascurando la persona umana. Lo shintoismo ha insegnato al giapponese la divinità della natura, nella quale Dio si manifesta. Il confucianesimo, ripreso dalla Cina, ha abituato il giapponese ad una visione statica dell’universo e della società, dove la suprema norma morale è quella del rispetto e dell’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo poi, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

Il giapponese è figlio di queste religioni che lo rendono ottimo lavoratore, senza grandi ambizioni, sobrio, obbediente alle direttive. In una società tecnologica, dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. Anche questo è un aspetto della natura, della vita familiare. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per cui uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

Tutto questo rivela l’influsso delle religioni tradizionali, in gran parte positivo, sul comportamento del giapponese. La morale buddhista ha educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, che si esprime ad esempio nella “Carta dei Diritti dell’uomo” varata dall’Onu nel 1948: il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria è a servizio della persona umana, non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

E’ facile capire perché il Vangelo e la persona di Gesù Cristo sono importanti anche per il Giappone. Maritain diceva, più di 60 anni fa, che lo sviluppo di un popolo dipende essenzialmente del concetto che questo popolo ha di Dio, dal concetto che si fa di Dio. Dal quale dipende il rapporto con gli altri uomini, con la natura e con la storia. Ecco perché i missionari che sono in Giappone, e la stessa Chiesa giapponese, sostengono che l’invio di missionari dall’estero è ancora e sempre più importante. Specialmente oggi quando più di mezzo milione di lavoratori e famiglie di cattolici vengono in Giappone e hanno assoluto bisogno di assistenza religiosa da parte della Chiesa universale.

Importanza della testimonianza cristiana

In Giappone le conversioni a Cristo sono poche. Su 126 milioni di giapponesi, i cattolici sono circa 400.000 anche se negli ultimi vent’anni sono aumentati molto i lavoratori stranieri, non pochi dei quali vengono dalle Filippine, dal Brasile, dal Perù e da altri paesi cattolici dell’America Latina. Comunque i cattolici, tutti assieme, sono circa un milione, come i protestanti, un’infima minoranza. Però bisogna aggiungere che i Comandamenti, i precetti del Vangelo, le idee e i valori cristiani penetrano nella società giapponese. Dice padre Di Bello:

“E’ verissimo. Il giapponese è un popolo eccezionale per la serietà, la disciplina, l’impegno. Manca completamente l’amore di Dio, il rapporto con Dio perché non lo conoscono. La Chiesa in Giappone è nata a metà del 1500, ma per tre secoli le persecuzioni sono state terribili e gloriose. E nel periodo ultranazionalista, dalla metà dell’Ottocento fino al 1945, la Chiesa era solo formalmente libera. Le missioni cristiane moderne sono attive nel paese solo dopo la seconda guerra mondiale e hanno avuto un forte influsso culturale e morale. La differenza fra il Giappone di 50-60 anni fa e oggi è abissale, tutti lo sanno e lo dicono. Prima erano più crudeli, non avevano sensibilità verso i poveri, gli handicappati, oggi le associazioni caritative e di volontariato sono tante e fiorenti. Le idee cristiane fanno difficoltà ad affermarsi, ma la tendenza è quella. Ad esempio, la pena di morte c’è ancora nelle leggi giapponesi. Però c’è il movimento per abolirla e poco per volta la sensibilità del popolo cambia”.

Dico a padre Di Bello che un nostro grande missionario in Giappone, padre Fedele Giannini, mi diceva che quando lui arrivò nel paese, non esisteva il senso del gratuito. C’erano molti poveri, le minuscole presenze cristiane li aiutavano, ma le gente diceva: “Perché fate questo? Ai poveri ci pensa lo stato”. “E’ vero, dice padre Alberto, in questo il popolo giapponese è cambiato molto. Ad esempio, nel recente tsunami sono andati come volontari migliaia di giovani giapponesi. Si parla addirittura di 50.000. Tant’è vero che poi le autorità hanno detto di non andare più perché parecchi finivano per dare fastidio. Quindi le Chiese cristiane, al di là delle scarse conversioni a Cristo, hanno il compito molto importante di formare comunità cristiane che poi testimoniano a tutti vari aspetti di cultura e di mentalità cristiana. Il Vangelo è molto diffuso, ma chissà se lo leggono perché, senza una guida, in genere non lo capiscono. Il Vangelo è stato preparato da tutto il Vecchio Testamento, ma qui il Vecchio Testamento non c’è stato”.

Padre Alberto è ottimista sul futuro della Chiesa giapponese, che è stimata e non incontra opposizioni violente come a volte avviene nei paesi cristiani. Dice: “Anche gli scandali dei preti pedofili, che in Occidente hanno avuto un forte risalto sui mass media, in Giappone non sono stati registrati dai giornali e dalle televisioni. Un altro esempio. Quel romanzo di Dan Brown “Il codice Da Vinci” che ha fatto scandalo in Occidente, in Giappone è passato quasi sotto silenzio. L’immagine del cristianesimo e della Chiesa in Giappone è assolutamente positiva”.

750 cattolici su 150mila giapponesi

Padre Alberto è parroco di due parrocchie della città di Shizuoka, vicina a Tokyo, nella diocesi di Yokohama. Gli abitanti delle due parrocchie sono 150.000 e i cattolici 500 in una e 250 nella seconda parrocchia.

“In Giappone noi siamo la minoranza delle minoranze, dice padre Di Bello. Però questa piccola minoranza è fedele, viene in chiesa quasi tutte le domeniche, nonostante le distanze a volte notevoli dalla parrocchia. A Tokyo abbiamo circa il 25% di frequenza domenicale: 150-200 nella mia parrocchia maggiore, 70-80 nell’altra. Siamo in una società diversa dalla nostra, i giovani ad esempio sono sempre impegnati anche la domenica, per lo studio e altre attività di gruppo specialmente sportive. Anche da noi è come in Italia, vengono fino alla Cresima e poi non si vedono più. Ma anni dopo in genere riprendono, perché il senso di identità cristiana e di appartenenza alla Chiesa è molto forte.

I giapponesi vanno a fondo nei loro impegni, quello che possono fare per la Chiesa lo fanno. Ad esempio, adesso che sono venuto un mese in Italia, i laici fanno andare avanti la parrocchia. Viene un prete a dire una Messa la domenica, ma poi loro fanno tutto, ogni giorno la liturgia della parola, le preghiere, il Rosario, l’asilo e l’accoglienza di chi viene, l’amministrazione, le riparazioni, gli incontri serali.

Le conversioni, dice padre Alberto, vengono in genere dai contatti che il sacerdote e i cattolici riescono ad avere con persone non cristiane. Come parrocchia cerchiamo di cogliere tutte le occasioni per farci conoscere e lanciare appelli. Specialmente con le feste cristiane della Liturgia oppure le feste dei brasiliani, dei peruviani, dei filippini. Abbiamo anche gruppi che vengono per incontrarsi in parrocchia, per la musica, per la danza, per la lettura in comune della Bibbia o di qualche libro e commentarlo assieme. Sono tutte occasioni per farci conoscere e parlare di Cristo. Mandiamo in giro dei volantini e adesso va molto l’Internet. Abbiamo fatto un Sito della parrocchia che è abbastanza visitato, fatto da nostri parrocchiani giovani che lanciano messaggi, propongono incontri. Diversi non cristiani vengono e prendono contatto col cristianesimo”.

La presenza e il lavoro del missionario in Giappone è veramente fra i non cristiani, bisogna incontrare le persone, le famiglie e proporre loro il messaggio cristiano. Quasi tutti sanno che c’è la Chiesa cattolica, ma vanno ad incontrare il missionario quando hanno qualche occasione, qualche necessità. Padre Alberto dice: “Le conversioni vengono dall’accogliere bene tutte le persone che vengono in parrocchia. Le conversioni avvengono una per una, non in gruppi familiari o di villaggio come in altre missioni. Accogliere bene vuol dire cordialità e pazienza per ogni incontro e ogni persona. Questo è l’impegno principale e vale per tutte le persone che incontri o che vengono alla chiesa, insegnanti e assistenti dell’asilo, persone che vengono per un funerale o un matrimonio o hanno conosciuto qualcosa del cristianesimo e sono curiose di saperne di più. Se li accogli bene ritornano e poi, dopo qualche volta chiedono di fissare un incontro con me, perchè vogliono conoscere meglio il cristianesimo, che suscita in essi ammirazione.

Allora io accolgo questa persona e parto dall’annunzio cristiano senza girarci attorno troppo. Dico che il cristianesimo risponde ai problemi della vita, è la risposta di Dio alle sofferenze e all’isolamento che ogni uomo sente. Dio si è rivelato in Gesù Cristo, il Figlio di Dio che s’è fatto uomo per condividere la nostra vita, le sofferenze e le gioie dell’uomo. Cioè rivelo l’esistenza di Dio come persona, mentre il non cristiano crede in Dio creatore ma pensa che sia lontanissimo e l’uomo non può conoscerlo, deve solo ammirarlo e ringraziarlo della vita e della natura”.

Questa rivelazione di Dio che si fa uomo come noi e dà la sua vita per salvarci, è accettata o rifiutata? “La prima reazione spesso è negativa. Pare loro impossibile quanto dico, non l’hanno mai sentito né ci hanno mai pensato. Ma poi, se ritornano ed entrano in contatto con i cristiani e le opere della parrocchia, incominciano a pensarci seriamente e noi preghiamo lo Spirito Santo di illuminarli, come a volte avviene, allora incominciano il catecumenato, cioè il cammino di preparazione al battesimo”.

Perché queste persone vengono per conoscere il cristianesimo? Padre Alberto risponde: “I motivi sono molti. Il giapponese ad esempio, soffre la solitudine, difficoltà a sopportare una sofferenza acuta, sentono il bisogno di trovare una risposta decisiva ai loro problemi esistenziali. C’è un uomo che ha scoperto il cristianesimo attraverso l’internet e il sito internet della mia parrocchia ed è venuto a trovarmi, poi ha fatto un cammino di preparazione e adesso è pronto per il battesimo.

III) Cosa la missione in Giappone insegna alla Chiesa italiana

In questa terza parte della catechesi sulla missione in Giappone, padre Alberto Di Bello come vive la missione fra un popolo non cristiano e orienta la riflessione su quanto 40 anni di vita in Giappone gli hanno insegnato, riguardo al compito principale del missionario, cioè annunziare Cristo a un popolo che ancora non lo conosce. Questa esperienza di un prete italiano è utile anche alla nostra Chiesa italiana, impegnata nella nuova evangelizzazione del nostro popolo. Dopo duemila anni di cristianesimo, ci troviamo anche noi, cari amici d Radio Maria, in una situazione simile a quella giapponese: anche in Italia bisogna ritornare al primo annunzio di Cristo al nostro popolo.

La mia giornata di parroco a Shizuoka

Chiedo a padre Di Bello come si svolge la sua giornata di parroco a Shizuoka. Mi dice che, nonostante lo scarso numero di battezzati (750 in due parrocchie su 150.000 giapponesi), è impegnato tutto il giorno. La sua parrocchia ha una bella chiesa, vari fabbricati con la casa parrocchiale, l’asilo infantile con 200 bambini, il centro pastorale e un cortile abbastanza vasto, acquistato dai missionari più di mezzo secolo fa, perché oggi i costi sarebbero proibitivi. Dice: “In casa non ho la persona di servizio, faccio tutto io: la pulizia la faccio io, lavare, stirare, mi preparo da mangiare…. E trovo questo positivo dal punto di vista della salute. Però per tutto il resto sono molto aiutato dai miei cristiani. Ogni giorno ci sono due donne che vengono a tener aperto il “salotto dell’accoglienza”, dove vengono cristiani e non cristiani per parlare, chiedere un aiuto o un consiglio, farsi spiegare qualcosa del cristianesimo, conoscere i nostri programmi, esporre i loro problemi di famiglia, ecc. In genere sono persone anziane, ma anche adulti. Da queste visite quotidiane di molte persone vengono buona parte dei nostri catecumeni.

Durante la giornata si incontrano in parrocchia vari gruppi: degli alcolizzati, dei drogati, di lavoratori stranieri. E’ un servizio che facciamo alla società, molto apprezzato, che ti permette di venire in contatto con le famiglie e le autorità. Poi ho l’asilo parrocchiale con 200 alunni, dove mi invitano a parlare ai bambini, alle mamme, alle insegnanti. Io faccio una mezz’ora di catechismo, spiego cos’è il cristianesimo e i Comandamenti di Dio. Ci sono una ventina di maestre, quasi tutte non cristiane come gli alunni. Una volta il missionario era il direttore dell’asilo, adesso non potrei più perché ho la seconda parrocchia più piccola, anche quella con asilo con 30 bambini.

La presenza della Chiesa nella società giapponese, pur essendo limitato il numero dei credenti, è significativa e avvertita. La Chiesa in Giappone è stimata, perché le comunità cristiane testimoniano una vita diversa. Anche i cattolici che si allontanano dalla pratica religiosa, rimangono in fondo credenti e se capita l’occasione ritornano nell’ovile di Cristo.

La Chiesa sia molto più conosciuta di quanto si potrebbe pensare, data appunto la sua piccolezza numerica. I giornali parlano spesso del cristianesimo, citano le idee cristiane, i vescovi che fanno qualche intervento, le scuole cattoliche molto frequentate e stimate. Poi ci sono i matrimoni e i funerali che facciamo e vengono anche persone estranee che poi ne parlano o chiedono qualche spiegazione, e mi dicono: “Anch’io vorrei studiare il cristianesimo” e si incomincia un contatto.

I buddhisti per i funerali fanno poco, dicono delle preghiere ma non si capisce cosa dicono. Noi facciamo cerimonie solenni con incenso e benedizioni, processioni e riti partecipati dai fedeli; inoltre abbiamo dei bellissimi canti, fatti in Giappone per i funerali e i matrimoni. Sono canti che piacciono e commuovono i giapponesi per le belle parole che dicono. Prima si traducevano i canti italiani o francesi e con la stessa melodia, poi hanno incominciato a farli in Giappone.

Ai giapponesi piace molto la musica, i canti. Gradiscono anche il gregoriano. Poi conta molto il turismo, quando vengono nei paesi cristiani, specie in Italia e dal Papa, rimangono ammirati, scossi, ne parlano, non pochi vogliono studiare il cristianesimo in seguito a questi giri turistici. E anche i film biblici o cristiani. Le televisioni ripetono spesso i film come I dieci Comandamenti o Ben Hur. Anche le nostre piccole chiese attirano, essendo aperte sulla pubblica via, a volte sono visitate dai non cristiani che vi sentono quasi una presenza divina, un’atmosfera di riflessione, di preghiera, di fraternità e di pace.

Le conversioni avvengono una ad una

Quali sono le difficoltà maggiori che un giapponese incontra per convertirsi? “In genere – risponde padre Alberto – la prima difficoltà viene dalla tomba di famiglia. Ogni famiglia ha la sua tomba dove sono poste le ceneri di tutti i propri defunti. In Giappone, la cremazione dei defunti è obbligatoria. Noi del Pime siamo riusciti ad evitare questo solo per un nostro missionario, padre Pio Oggioni, che assolutamente non voleva essere cremato. Abbiamo dovuto ottenere permessi speciali. La tomba di famiglia è sacra perché è legata al culto degli antenati e unisce la famiglia. Quindi è impegno di ogni membro della famiglia curare quella tomba, riunirsi sulla tomba negli anniversari per onorare i defunti, pagare l’affitto della tomba per mantenerla. La tomba è sulla terra come per noi, ma non conserva le casse da morto con dentro i resti dei defunti, ma i vasi con le ceneri di ogni defunto. Tutto questo lega ogni membro alla tomba, alla famiglia, al culto degli antenati. Cambiare religione è una difficoltà. Oppure, altra difficoltà: se il catecumeno non capisce bene il significato del sacrificio della Messa, viene qualche volta, non capisce, non si trova bene e non viene più”.

Il mio compito principale, come parroco, è di prendere le persone una per una, non tutti assieme. Incontrare le singole persone, stabilire un rapporto cordiale e parlare, spiegare, rispondere con amore e pazienza. Si potrebbe dire che è la pesca all’amo e non con la rete. Bisogna sfruttare tutte le situazioni possibili per farsi conoscere e conoscere persone, gettando semi di bontà, di amore, di Vangelo. Per questo facciamo concerti, incontri, gruppi, pellegrinaggi, conferenze, feste dell’asilo.

Padre Di Bello dice e ripete che il giapponese è un uomo serio, capace di mantenere gli impegni. In genere queste conversioni sono solide. Chiedo se sono anche fedeli. “Sì sono fedeli, risponde, anche se purtroppo per mancanza di tempo o lontananza dalla chiesa, non sempre vengono in chiesa”.

“La parrocchia non ha un catecumenato per molte persone, perché vengono persone di cultura diversa, età diversa, preparazione culturale diversa. Io seguo i catecumeni adulti uno per uno. C’è una suora che prima della Messa domenicale insegna il cristianesimo, il catechismo, non solo ai catecumeni ma anche ai cristiani. I catecumeni possono andare e vanno da questa suora, ma poi li seguo io personalmente, anche per rendermi conto di come sono maturi per il battesimo. Uno ci mette sei mesi, un altro cinque anni. Ci metto parecchio tempo, ma questo è il tempo più importante. Per i bambini cristiani c’è la preparazione ai sacramenti, tenuta da cristiani, prima della Messa domenicale in parrocchia”.

Chiedo se i laici cattolici sono impegnati ad aiutare la Chiesa.

Padre Alberto dice: “Sì, i giapponesi sono gente seria e fanno grandi sacrifici per la parrocchia. In mezzo a loro, ne sono sicuro, ci sono dei santi. Invece, per gli adolescenti facciamo programmi comuni con le altre parrocchie vicine: esempio, campo estivo, prima di Natale e prima di Pasqua facciamo una specie di ritiro spirituale. Per i ragazzi c’è un prete giapponese giovane a Shizuoka e prende in mano lui queste iniziative e altre simili.

“Personalmente – continua padre Di Bello – sono molto impegnato. l’importante è essere sempre presente. Però, nonostante questo, in Giappone ti rimane sempre tempo libero, non sei assediato come i preti in Italia. E questo è una grazia perché ti serve per coltivare la tua vita spirituale. Il missionario straniero è importante in Giappone anche per un altro motivo. Il Giappone è un’isola e ha sempre avuto la tendenza a chiudersi. La presenza di missionari stranieri apre molti orizzonti. Il missionario è apprezzato anche per questo. Con i miei parrocchiani ho fatto diversi pellegrinaggi a Roma e a Lourdes, ai quali sono venuti anche amici non cristiani”.

Atmosfera di gioia nelle celebrazioni religiose

Chiedo a padre Alberto di parlarmi delle conversioni di adulti. Quante sono e da dove vengono? Perché alcuni si convertono? Parlami della tua esperienza personale.

Nelle mie due parrocchie, i convertiti adulti sono una quindicina all’anno. A Yamato, dove lavoravo prima, erano molti di più perché c’erano condizioni più favorevoli. Dove sono adesso a Shizuoka non sono molti. Mi è capitato di battezzare una intera famiglia giapponese, poi un’altra famiglia che era stata prima con la setta del Moon coreano, ma normalmente i convertiti sono singole persone del popolo. In un’altra parrocchia in cui lavoravo avevo una famiglia di cattolici con marito, moglie e tre figlie. Due delle figlie si sono fatte suore e una si è sposata. Marito e moglie, ancora giovani, sono andati lui dai Carmelitani e lei in un ordine femminile.

“Ho battezzato anche il centravanti della nazione giapponese di calcio, che si è convertito. Aveva una vita travagliata, sempre in giro per il gioco, incidenti di gioco anche gravi. La madre era un’infermiera che si era già convertita lei da adulta ed è stata brava a sostenerlo. L’ho battezzato io da grande e si è mantenuto cattolico, ma io in chiesa non lo vedo mai, sono troppo impegnati tra partite e allenamenti e viaggi. Però si è sposato in chiesa e so che prega ed è devoto”.

“Le famiglie che si convertono non sono discriminate nella società, tra parenti e amici. In Giappone c’è piena libertà religiosa. Anche la Chiesa non è discriminata. I giovani in Giappone sono molto, troppo impegnati. Ogni scuola ha le sue strutture sportive e poi i giovani si impegnano seriamente negli studi. Comunque io trovo nei miei cristiani persone che sono veramente credenti e praticanti, devote che sopportano le loro sofferenze con grandissima fede e pazienza, sono dedicate alla chiesa. Oso dire che tra i cristiani giapponesi ci sono dei veri santi.

La cosa bella poi è che nelle cerimonie cristiane c’è sempre un’atmosfera di gioia che fa piacere. La gioia di essere cristiani la sentono. In Italia temo che ci sia indifferenza, non dico nei singoli, ma come atmosfera, partecipazione. In Giappone il fatto di essere una minoranza favorisce questa gioia, anche perchè poi, in una parrocchia, i cristiani si conoscono tutti. E questo è un elemento contagioso, i non cristiani che vengono alle nostre celebrazioni ne rimangono colpiti e attratti, con la curiosità di conoscere il cristianesimo.

“Così parte l’incontro personale col parroco e poi seguono altri incontri, letture, partecipazioni alle feste cristiane e, se Dio vuole, il catecumenato e il battesimo. Bisogna dire che le conversioni sono sempre misteriose, perchè riguardano il mistero del cuore umano e la corrispondenza alla Grazia divina, che solo Dio conosce. Ecco perché noi missionari in Giappone siamo ottimisti sul futuro cristiano di questo grande popolo. Siamo piccoli strumenti nelle mani dello Spirito.

Il tema fondamentale per i missionari e i cattolici giapponesi è di testimoniare Cristo ai non cristiani e di attirare alla Chiesa altre persone. Chiedo a padre Di Bello se i suoi cristiani hanno questo spirito missionario. “Sì, risponde, si sforzano di portare alcuni amici o parenti soprattutto alla Messa domenicale, che è una bella cerimonia partecipata. La parrocchia ha parecchi incontri alla sera, consiglio parrocchiale, lettura della Bibbia e altri, si parla spesso di questo e ci scambiamo le nostre esperienze.

L’occasione migliore per parlare di Gesù Cristo ai non cristiani sono i funerali. Con 500 cristiani, in tre anni ho fatto 22 funerali nella mia parrocchia e 12 nell’altra più piccola; sei-sette battesimi di bambini di cristiani e una quindicina di battesimi di adulti (nella parrocchia in cui ero prima avevamo 100 battesimi di adulti l’anno). Ormai anche in Giappone sono più quelli che muoiono di quelli che nascono. Nelle parrocchie abbiamo ancora una generazione di cristiani del dopoguerra, quando c’è stato un boom di conversioni. Poi sono diminuite”.

Cosa la Chiesa giapponese insegna a quella italiana?

Padre Di Bello dice che “i cattolici giapponesi hanno un forte senso di identità cristiana e di appartenenza alla Chiesa cattolica e danno una bella testimonianza di fedeltà alla Chiesa e a Cristo. Le nostre parrocchie, avendo poche centinaia di battezzati, diventano davvero comunità unite nella fede. C’è una bella abitudine. Dopo la Messa domenicale, i fedeli si incontrano nelle sale della parrocchia, parlano, si informano di varie cose. In Italia non vedo questo: finita la Messa domenicale ciascuno esce e va per conto suo. In Giappone c’è proprio questo incontrarsi e formare una comunità, una grande famiglia, aiutarsi a vicenda. Non solo, ma parlano della parrocchia, vedono cosa c’è da fare, si impegnano nelle opere parrocchiali anche per i giorni seguenti. C’è il senso di essere una comunità e di dover aiutare la casa comune. Veramente sono esemplari, hanno un forte senso di appartenenza alla parrocchia e quindi di responsabilità verso la parrocchia”.

Gli chiedo com’è la sua vita di prete in Giappone. Risponde: “Una volta pensavo che, rispetto ai preti italiani, noi eravamo eroici ad abbandonare la patria per andare in terre lontane e incontrare fatiche, pericoli, difficoltà per le lingue e le culture. Adesso penso che eroici sono i preti italiani, così stressati per i troppi impegni, perchè uno come me in Giappone, pur lavorando molto, però si forma la sua comunità cristiana e posso seguirla bene, creare rapporti umani con molte persone, coltivare amicizie e la vita spirituale mia e delle mie pecorelle. Io mi trovo veramente bene. Certo non ho molte cose e comodità che avete in Italia, ma ho tempo per tutto e sono circondato da cristiani che mi vogliono bene”.

Chiedo a padre Alberto com’è la predicazione nelle Messe domenicali in Giappone. “I preti giapponesi dicono a noi preti italiani che siamo troppo teorici nelle prediche. Loro sono molto pratici e intuitivi, vanno per intuizione e commozione. Se presenti la predica in modo commovente, loro si commuovono subito. Se non metti anche una parte più solida, di dottrina, loro vanno a finire nei sentimenti e sono contenti. Ci vogliono tutte e due le cose. Ci vuole il cuore che si commuove e ci vuole la dottrina che ti spiega perché le verità della fede ti fanno stare bene, ti sostengono.

Il giapponese ha poca tendenza ai problemi speculativi, filosofici. Sceglie il cristianesimo perchè vede che produce buoni frutti nella vita quotidiana: ti rende sereno, pieno di speranza e di gioia, caritatevole, impegnato nel tuo dovere; se ti toglie la paura degli spiriti cattivi. Nella predicazione ci vuole la dottrina, ma poi bisogna anche incarnare quella verità nella vita, raccontare un esempio, un fatto che tutti capiscono. Come faceva Gesù con le parabole, raccontando fatti comprensibili che facevano capire la verità. Prediche non lunghe e basate sulla Bibbia attualizzata. Per esempio, se parlo adesso del Buon Samaritano, parlo dei volontari che sono andati ad aiutare i terremotati travolti dello tsunami di Fukushima. Oppure citando certe notizie di cronaca conosciute da tutti.

L’importante è che il prete racconti la vita di fede in modo convinto, che commuova, tocchi il cuore di chi ascolta. Certe prediche che sento in Italia, astratte, teoriche oppure semplice ripetizioni delle verità di fede, in Giappone non funzionano. Io vivo la vita dei miei cristiani e parlo in modo familiare e molto concreto”.

1 Articolo di padre Di Bello su “Mondo e Missione” dicembre 1977, “Influsso delle religioni nella società giapponese”.

Padre Gheddo su Radio Maria (2011)

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