Annunziare Cristo ai musulmani – Padre Gheddo su Sacerdos


“Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi;
agli umili invece dà la sua grazia
. “
Giacomo 4,6

La globalizzazione dell’umanità (il mondo è un piccolo villaggio) sta portando a contatto diretto il mondo islamico con quello cristiano o post-cristiano (come si dice). Al di là dei molti problemi che questo movimento suscita in noi credenti in Cristo (dal terrorismo al dialogo inter-religioso), la domanda che molti si pongono è questa: poiché la Chiesa è missionaria (e non può non esserlo se vuol essere fedele a Cristo) e quindi mandata ai non cristiani, è possibile oggi annunziare Cristo ai musulmani senza suscitare violente opposizioni? Diciamo subito che il problema non si pone nei paesi a grande maggioranza islamica, dove i cristiani non sono liberi di praticare la loro fede e vita religiosa; e quindi anche di annunziare Cristo a chi non crede o crede in altre fedi religiose. Li ho visitati quasi tutti e potrei citare molti casi concreti di come, anche se non sono perseguitati, i cristiani vivono con tali e tanti limiti alla loro fede che il problema è piuttosto l’opposto: ci sono conversioni di cristiani all’islam, per togliersi da situazioni insostenibili. Bisogna aggiungere che anche i musulmani che diventano cristiani non sono rari.

Ricordo nel nord Costa d’Avorio, dove sono presenti i missionari del Pime, uno di essi mi ha raccontato che pochi anni fa, nella situazione attuale di instabilità del paese per una serpeggiante guerra civile fra nord islamico e sud cristiano, il saggio e anziano “imam” della grande moschea della sua cittadina, rispettato da tutti, ha parlato ai suoi fedeli dicendo: “Vi annunzio che dopo una vita da fedele dell’Islam, mi converto al cristianesimo. Vedo che i cristiani aiutano i profughi e i poveri, curano gli ammalati, parlando di pace. Noi musulmani parliamo di guerra e nelle moschee nascondiamo le armi. Io voglio la pace e divento cristiano”.

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Racconti simili li ho sentiti in non pochi paesi islamici. Samir Khalil Samir, il gesuita egiziano che insegna a Beirut, ha scritto su “Asia News” (29 marzo 2006) che nel suo paese, l’Egitto, ogni anno circa 12.000 cristiani si convertono all’islam, ma 10.000 musulmani diventano cristiani: i primi apertamente, i secondi quasi sempre di nascosto, cambiando luogo di abitazione o andando all’estero.

Il problema quindi di “evangelizzare” i musulmani si pone solo nei paesi cristiani, che rispettano i diritti dell’uomo, fra i quali anche a libertà di scelta della propria religione. In altre parole: cosa può fare la Chiesa italiana per annunziare Cristo, presentare Cristo, spiegare cos’è il cristianesimo, ai musulmani venuti in casa nostra?

Anzitutto non avere il complesso della nostra presenza pubblica di cristiani, come quelli che non fanno il presepio nella scuola per non scontentare i pochi ragazzi musulmani. Una decisione profondamente sbagliata, che anzi li confermano nell’idea di base che hanno gli islamici: l’Occidente è una civiltà ricca, tecnicizzata, democratica, ma corrotta, vuota di ideali perché senza Dio! Le moschee, le scuole coraniche e la stampa islamici di tutto il mondo insistono su questo concetto: noi musulmani abbiamo il compito storico di dare un’anima alla civiltà occidentale! In ogni modo, riporteremo gli occidentali, gli europei a Dio! Il presepio (o il crocifisso o altre immagini e processioni o feste sacre) sono tradizioni occidentali che richiamano una fede religiosa. Se vogliamo incontrare l’islam, dialogare con l’islam, dobbiamo riprendere questi segni, viverli, frequentarli, perchè dimostrano più di ogni discorso che l’Occidente non è senza Dio.

Mesi fa mi ha scritto un insegnante di Bassano del Grappa, raccontandomi che la scuole statale elementare e media di cui lui è preside aveva deciso di invitare il loro parroco a celebrare una S. Messa nel cortile della scuola, nel quadro delle celebrazioni per il cinquantesimo (mi pare) della scuola. La decisione era stata presa all’unanimità dal Consiglio scolastico (metà insegnanti e metà genitori). Il parroco ha ringraziato dell’invito, ma ha detto che non poteva andare per non offendere gli eventuali alunni musulmani o di altre religioni o di famiglie non credenti! Rifiuto che aveva scandalizzato quegli insegnanti!

Il dialogo con l’islam è fondato quando chi dialoga ha una certa comunanza di idee, di credenze, di convinzioni: noi cristiani abbiamo molte cose in comune con i musulmani, a patto che ricuperiamo non solo l’”identità” esterna, ma la fede e la vita cristiana e ci presentiamo come credenti che non temono di andare contro-corrente rispetto alla secolarizzazione comune e culturalmente dominante in Italia. Un ateo non può pensare di “dialogare” con l’islam: può dialogare e intendersi su aspetti tecnici (esempio, approvare o no certe norme giuridiche per gli extra-comunitari), ma non c’è alcuna possibilità di intesa sugli aspetti fondamentali della vita. Nel libro che ho scritto “La sfida dell’islam all’Occidente” (San Paolo, 2007, pagg. 160, 9 Euro), l’ultimo capitolo è intitolato: “Per incontrare l’islam ritorniamo a Cristo”. La nostra conversione sincera a Gesù Cristo è il passo di partenza basilare per poter capire i credenti nel Dio del Corano e sfatare l’immagine che essi hanno di noi cristiani occidentali, che oggi molto spesso viviamo “come se Dio non esistesse”.

Poi vi sono le altre tappe per un incontro sincero e fruttifero. L’accoglienza, la carità, l’aiuto nelle loro necessità umane, familiari, la solidarietà e naturalmente l’evangelizzazione. Cioè, dove è possibile, annunziare Cristo anche ai musulmani.

Occorre dire, anzitutto, che è sbagliato mettersi a discutere con un musulmano sui contenuti della nostra fede, confrontandola con la loro, quasi a dire: noi siamo nel giusto voi nell’errore! I membri di religioni non cristiane in genere non gradiscono questi discorsi e rispondono che ciascuno ha la sua fede e soprattutto noi cristiani non possiamo fare “proselitismo”. Invece, possiamo e dobbiamo stabilire e curare i rapporti con i musulmani e le famiglie musulmane, cercare di capire i valori che una persona o famiglia o comunità incarna nella sua vita quotidiana, cioè in cosa crede concretamente, che orienta la sua esistenza. Qui si possono trovare, soprattutto sul piano della solidarietà e della giustizia, molti punti comuni e quindi fare quel “dialogo della vita” che Giovanni Paolo II racomandava ai cristiani viventi in paesi islamici.

Questa è “evangelizzazione”, se anche noi parliamo di Gesù Cristo e della Chiesa in rapporto ai nostri comportamenti e alla nostra vita quotidiana. Un esempio. L’anno scorso, in Libia, ho scoperto che ci sono numerose infermiere e medici cattolici soprattutto indiani e filippini che lavorano negli ospedali nazionali, con suore cattoliche di molte nazionalità (i libici sono tutti musulmani). Mi dicevano che i pazienti sono ammirati della loro gentilezza, dedizione al malato, fedeltà nel servizio, volto sorridente; e a volte qualcuno chiede come mai si donano con tanto amore a persone non cristiane. Questo è l’annunzio di Cristo che può diventare esplicito se non è imposto, ma viene da un dialogo che nasce dalla vita. Il vescovo di Tripoli, il francescano mons. Giovanni Martinelli (40 anni di Libia), mi diceva che la testimonianza delle 10.000 infermiere filippine e indiane (i libici non hanno ancora molti medici e infermiere) è l’annunzio più efficace che la Chiesa può fare oggi fra i musulmani di Libia.

Mi chiedo se il gran lavoro di carità, accoglienza, solidarietà che in Italia si fa nelle parrocchie, caritas, ordini religiosi, volontariato di gruppi cattolici verso gli immigrati islamici diventa espressamente dialogo di valori ed evangelizzazione, quando è possibile e opportuno, oppure se anche noi siamo schiavi di una mentalità secolarizzata, per cui la fede e i discorsi religiosi sono fatti privati da non manifestare all’esterno!

Esistono poi altri modi per evangelizzare, sperimentati qua e là in diocesi e parrocchie italiane. Ad esempio, nei corsi di lingua italiana che si fanno, presentare il cristianesimo in termini molto popolari; distribuire Vangeli, volantini ed opuscoli sul cristianesimo, se possibile nelle lingue locali degli immigrati (in Libano e in Egitto si stampa molto in arabo su Gesù Cristo e la nostra fede). Una parola per concludere sui matrimoni misti, che sono sempre fra un uomo musulmano e una donna cattolica; l’opposto è impossibile per la comunità islamica, a meno che l’uomo non si converta all’islam prima del matrimonio. Che dire di ragazze cattoliche che vogliono sposare un musulmano? La Conferenze episcopale italiana è stata molto negativa al riguardo, nel comunicato del Consiglio permanente del gennaio 2000 e nell’opuscolo sull’argomento pubblicato dal Segretariato per l’ecumenismo e il dialogo della CEI (“Lettera di collegamento n. 23”).

Secondo la mia piccola esperienza e in genere secondo quel che sento visitando molte realtà ecclesiali, i matrimoni misti con la parte islamica sono assolutamente da sconsigliare: nello stato attuale dell’evoluzione dei popoli islamici (e anche di quelli cristiani), le differenze culturali, religiose, giuridiche fra i paesi cristiani e quelli musulmani sono ancora troppo abissali, per poter pensare che un matrimonio fra una donna cattolica e un musulmano possa durare a lungo. Infatti, personalmente non sono venuto a conoscenza di un matrimonio che ha tenuto a distanza di 20 e più anni: sto parlando dell’Italia, non di alcuni paesi africani che ho visitato, come il Mali, il Senegal e il Burkina Faso, dove però l’islam è molto diverso da quello del Nord Africa e del Medio Oriente, tant’è vero che si verificano anche conversioni di musulmani al cristianesimo e in genere non suscitano opposizioni violente (ma il tema è troppo lungo da fare). Se una ragazza assolutamente vuole sposare un musulmano, sarebbe bene far giungere dal paese di provenienza del fidanzato (attraverso l’ambasciata italiana o la nunziatura) un’informazione completa e aggiornata sulle leggi e gli statuti familiari in vigore in quel paese: documenti che la ragazza italiana dovrebbe ben conoscere per capire la situazione impossibile in cui accetta di vivere. Non sposa un uomo, sposa una famiglia, una cultura che ha i suoi costumi, una religione, che non sono quelle cristiane che lei conosce!

Padre Gheddo su Sacerdos (2007)

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