Antonio Grugni, il Vangelo della rosa – Padre Gheddo a Radio Maria

Parte prima – Predicare il Vangelo in Asia

Cari amici di Radio Maria, questa sera vi presento un missionario che da 35 anni in India sta realizzando un tipo di missione molto diversa da quella di altri suoi confratelli. E’ bene conoscere le varie forme di evangelizzazione fra i non cristiani, dove la Chiesa sta ancora nascendo e quindi è molto meno legata a formule e schemi delle nostre Chiese d’Europa, che hanno duemila anni di cristianesimo alle spalle.

Come realizzare la missione in India?

L’India è il secondo paese al mondo dopo la Cina, come numero di abitanti, circa un miliardo e 100 milioni. Ma è un paese democratico diviso in 28 stati federati con alternanza al potere sia nel governo nazionale di Nuova Delhi, sia negli stati federati, ciascuno dei quali è dotato di assemblea legislativa e di governo proprio. L’India ha due lingue nazionali, l’hindi (parlato nel Nord India) e l’inglese, ma poi ci sono 28 altre lingue nazionali parlate nei vari stati.

Nonostante questa varietà di lingue e di tradizioni culturali, l’India è unita soprattutto dalla religione nazionale l’induismo: “il vero indiano è solo l’indù”, dice uno slogan diffuso dai partiti politici che fondano l’identità indiana e il sentimento nazionalistico proprio sull’appartenenza alla religione tradizionale.

Ecco perchè la missione alle genti in India incontra molte difficoltà e, soprattutto in alcuni stati (specialmente l’Orissa e il Madhya Pradesh), in certi periodi e situazioni è anche perseguitata. In genere però la Chiesa in India è libera ed è una Chiesa molto viva e ricca di vocazioni alla vita consacrata e di opere educative e caritative di promozione umana, ammirate da tutti. I missionari stranieri sono pochissimi poiché fin dagli anni sessanta, il governo concede difficilmente il visto d’ingresso agli stranieri. All’inizio degli anni sessanta, i missionari italiani del Pime erano in India circa 85, con tre vescovi ancora italiani. Oggi sono solo una decina, anche se ormai abbiamo una quarantina di giovani missionari indiani dell’Istituto.

Il principale problema della Chiesa in India non è la persecuzione, ma come annunziare Cristo al popolo indiano senza suscitare reazioni negative, poiché le conversioni da una religione all’altra sono sempre viste male e proibite in alcuni stati. Chi vuole cambiare religione deve chiedere il permesso ai tribunali indiani, garantendo che lo fa di propria volontà e senza alcuna costrizione. Il rischio è che la Chiesa si chiuda nella cura del suo gregge e perda lo slancio missionario verso i non cristiani, come i missionari avevano vissuto e insegnato. La Chiesa cattolica ha circa 25 milioni di battezzati, ma è difficile conoscere il numero esatto poiché le conversioni avvengono ancora, ma in genere la Chiesa non pubblica cifre esatte per timore di suscitare proteste e reazioni. Comunque in India i cristiani, tutti assieme, sono circa 50-60 milioni, il che significa il 4-5% del miliardo e più di indiani.

Oggi Cristo si annunzia specialmente con la carità verso i più poveri e marginali della società indiana, costruendo strutture adatte a questo scopo: scuole, ospedali, scuole tecniche e fattorie-scuola, cooperative, ecc.

Evangelizzare come Gesù e gli Apostoli”

Nell’ottobre 2006 si è svolto a Chieng-Mai in Thailandia il primo Congresso missionario delle Chiese asiatiche, col titolo “Raccontare la storia di Cristo in Asia”. Il documento finale dice: “Le Chiese locali in Asia saranno fedeli al mandato di Cristo, raccontando la storia di Gesù, sia con la parola che tramite efficaci atti di amore e di servizio… Missione significa mantenere viva la storia di Gesù, formare comunità di fede, mostrando compassione, costruendo ponti di dialogo con i fedeli di altre religioni, portando la Croce, incarnando nella propria vita la persona di Gesù”.

Le testimonianze sentite a Chieng-Mai sul come “raccontare la storia di Gesù in Asia” sono state molto efficaci per dimostrare, in modo concreto, in quanti modi si può annunziare il Vangelo oggi in un continente ancora quasi tutto non cristiano. L’interrogativo: “Come annunziare Cristo nell’Asia d’oggi?” ha ricevuto risposte diverse, tutte valide e approvate dalla Chiesa e tutte complementari.

Padre Antonio Grugni da giovane dottore in medicina è andato in India nel 1976 come volontario con i missionari del Pime ed ha fatto una sua particolare esperienza. All’interrogativo “Come annunziare Cristo nell’India d’oggi?”Antonio ha dato la sua risposta, diversa da quella tradizionale, che vi ho già presentato negli ultimi tempi in missionari come Paolo Ciceri del Bangladesh (agosto e ottobre 2009), Augusto Colombo dell’India (febbraio 2010), Gianni Zimbaldi della Thailandia (maggio 2010) e Cesare Colombo della Birmania (luglio 2010).

Padre Antonio afferma che vuol vivere in India “La missione come testimonianza” (“Mission as Witness”). In questo senso: i missionari hanno sempre evangelizzato costruendo e appoggiandosi a grandi strutture, come scuole, ospedali, centri pastorali e altre costruzioni. Pochi hanno tentato di evangelizzare come facevano Gesù gli Apostoli, quasi senza alcuna struttura d’appoggio e camminando con la gente comune, testimoniando il Vangelo senza alcun sentimento e atteggiamento di superiorità, ma semplicemente da amico, da fratello. E’ interessante vedere come padre Antonio riesce a realizzare questo schematico modello di missionario nel nostro tempo, rispettando quanto pensano gli indiani anche più umili, che dicono al missionario:

Non camminare davanti a me

Perché non sono capace di seguirti e stare al tuo passo.

Non camminare dietro di me

Perché non sono capace di guidarti.

Cammina al mio fianco

Così sarai mio fratello.

Una vita dedicata ai lebbrosi e ai poveri

Padre Grugni nasce a Legnano (Milano) nel 1941, si laurea in medicina e chirurgia all’Università di Milano nel 1966 e lavora come medico cardiologo nell’ospedale di Legnano e come direttore del consultorio familiare delle parrocchie cittadine. Viene da una famiglia credente e fin da giovane si appassiona al tema missionario. Nel 1976 parte per l’India e ricorda quanto è stato drammatico il suo impatto con l’India a 35 anni, dopo una vita di giovane medico già impostata.

Ho dovuto cambiare radicalmente il mio stile di vita, adattarmi al clima, alla lingua, alla cultura, al cibo (mangiare tutto condito col peperoncino!); e soprattutto sperimentare, in una grande città come Hyderabab, cosa vuol dire appartenere ad una piccola comunità cristiana che vive in un popolo di indù e musulmani. Ho perso otto chili in pochi mesi, però, con l’aiuto di Dio, ho potuto superare senza traumi quelle difficoltà perché avevo scelto io quella vita e anche perché, man mano che mi immergevo nell’India, vedevo attorno a me tante realtà affascinanti: un popolo semplice e cordiale, le sue feste così gioiose e piene di vita, l’ospitalità calda e gentile, specialmente la religiosità della gente comune, che vede in tutto la presenza del Dio che non conoscono, ma che venerano e invocano. Tutto era così diverso dal nostro Occidente e così umano che ho sentito la vocazione missionaria come un grande dono di Dio. Ho capito che valeva la pena di affrontare i sacrifici necessari per spendere la vita col popolo indiano”.

All’inizio padre Antonio abita in una parrocchia di città e lavora come medico in un programma diocesano di sviluppo dei poveri. Vede la situazione sanitaria molto difficile e le molte istituzioni cristiane per gli ammalati, tutte fondate dai missionari e dalle suore per i più poveri, ma poi, quando vengono a mancare gli aiuti dall’estero, sono costrette a chiedere agli ammalati un contributo alle spese e allora gradualmente diventano ospedali e dispensari per i benestanti e i ricchi, con qualche attenzione per alcuni casi di povera gente. Così pensa di fare qualcosa di diverso. Con alcuni studenti della parrocchia che lo seguono, impiantano un piccolo dispensario medico in una sala della parrocchia. Decidono di lavorare gratuitamente per i più poveri e di essere autosufficienti per le spese. I pazienti aumentano rapidamente e le famiglie accettano di pagare una piccola somma al mese per avere visite mediche e medicine gratuite. Il dispensario è aperto tre sere la settimana, i giovani vanno a chiedere campioni di medicine nelle farmacie cittadine e diversi medici accettano di lavorare gratuitamente per una sera la settimana nel dispensario, che in poco tempo rimane aperto tutte le sere. In seguito, la parrocchia regala un terreno a padre Antonio, sul quale costruiscono un piccolo edificio di sole quattro stanze, per avere più spazio nel visitare e curare i malati.

Il missionario dice: “Quella piccola struttura è vista subito dal popolo come costruita da loro, non regalata dall’estero, la nostra fama si diffonde e arrivano aiuti dalla gente stessa. Allora ho incominciato a capire che quello era il mio tentativo missionario come medico e laico cattolico, perché animava i poveri ad essere responsabili e non suscitava reazioni negative di alcun tipo. Ho capito che la dipendenza dall’estero e la preoccupazione di trovare finanziamenti diminuisce la forza della testimonianza cristiana e la Chiesa appare come una potente organizzazione con forte disponibilità finanziaria che è vista con sospetto”.

Al dottor Grugni la diocesi chiede di fare corsi di preparazione al matrimonio e nel 1983 pubblica un volumetto ” Preparing for Marriage”, che è raccomandato dalla Chiesa indiana ed è stato tradotto in tre lingue locali. Intanto, vivendo con i missionari, matura la sua vocazione sacerdotale e nel 1982 si trasferisce a Pune, città dello stato di Maharashtra, dove frequenta gli studi teologici alla Facoltà di teologia dei gesuiti. Nel 1984 inizia nella vicina Bombay, un servizio come medico dell’associazione “Lok Seva Sangham” (Società per l’aiuto al popolo) fondata e diretta da padre Carlo Torriani per la cura dei lebbrosi e l’aiuto ai baraccati della maggior città industriale e commerciale dell’India. Antonio continua a studiare teologia, ma si specializza anche nella cura della lebbra e compie delle ricerche sulla terribile malattia, pubblicando le sue conclusioni sulla rivista medica indiana “Indian Journal of Leprosy” (1988, numeri 2 e 4).

“Per me – dice padre Antonio – quella è stata un’esperienza veramente formativa, a contatto quotidiano con i poveri che lottano per poter nutrirsi ogni giorno e nutrire i loro figli. Non hanno altro reddito che il lavoro quotidiano, quindi non possono seguire le cure che dovrebbero fare per guarire dalla lebbra. Preferiscono diventare lebbrosi inguaribili, piuttosto che morire di fame con i loro cari. Così ho deciso di aprire un dispensario medico per i lebbrosi aperto tutte le sere, quando per i più poveri era più facile venire a farsi visitare e curare. Temevo di non riuscire a mantenere aperto il mio dispensario, ma mi sbagliavo. La gente vicina si è offerta di tenerlo pulito e in ordine e di aiutarmi. Ero circondato dall’affetto di tutti”.

“A volte mi chiedevano: “Ma perché tu fai questo? Perché hai lasciato il tuo paese dove potevi vivere meglio e dedicarti a noi che non possiamo darti nulla?”. Ho manifestato ai miei pazienti la mia fede cristiana e nel 1988 il mio sacerdozio, quando sono stato ordinato sacerdote e membro del PIME. Sono stato incoraggiato a seguire questa via di missione da una giovane mamma che una sera mi ha portato suo bambino ammalato. Le ho chiesto come si chiamava e mi ha detto: “Gesù”. Ho pensato: se anche Gesù viene a farsi curare da me, vuol dire che sono sulla retta via. Poi ho letto quanto aveva detto il cardinale Sin al IV Congresso missionario latino-americano: “Il dialogo inter-religioso più che una teoria è un atto di amore a Cristo e all’umanità”. In altre parole,va bene anche il dialogo intellettuale fra teologi e sadhu indù, ma molto meglio dare la vita per i poveri dell’India, testimoniando la mia fede in Cristo. In India, gli “slum” delle grandi città sono un luogo di sofferenze, miserie, violenze, dove vivono popoli da tutte le parti di questo paese-continente, di ogni lingua e religione, un luogo privilegiato per il dialogo della vita e la missione”.

Il 3 aprile 1989 padre Antonio è ordinato sacerdote del Pime a Eluru, una delle 12 diocesi fondate dall’Istituto in India (comprese le tre che sono rimaste in Bangladesh), dov’è la sede della casa regionale e del superiore dell’Istituto per l’India. Poi ritorna a Bombay come medico e sacerdote. E’ destinato alla parrocchia della Madonna di Velankanni, santuario fondato dal Pime. Metà giornata è in parrocchia, l’altra metà la dedica ai lebbrosi. Poi l’arcivescovo di Bombay, card. Pimenta, lo chiama per la pastorale familiare nella diocesi, corsi di educazione affettivo-sessuale e consulenze per la coppia. Così la sua giornata è divisa fra lebbrosi e problemi familiari. Scrive un libro sui metodi naturali della regolazione delle nascite e dal 1992 va ogni anno nelle Filippine per un corso su “La missione come testimonianza” all’ “Euntes Centre” di Zamboanga nell’isola di Mindanao, iniziato dal Pime per la formazione pastorale di preti e suore e operatori pastorali dell’Asia.

Finalmente, nel 2005 si stabilisce a Fatimanagar, dove ci sono la sede del vescovo di Warangal e alcune strutture sanitarie create da padre Augusto Colombo (1927-2009), col quale padre Grugni collabora per l’assistenza e la cura dei lebbrosi. Intanto a Legnano nasce un gruppo di amici che lo aiutano, il Gaag (Gruppo Amici Antonio Grugni) e un altro Antonio lo crea a Fatimanagar: il “Sarva Prema Welfare Society” (l’associazione dell’amore per il benessere universale). All’inizio Padre Colombo gli chiede di portare avanti il progetto diocesano per la lebbra, che lui non voleva più continuare e quindi di trovare i fondi e i volontari necessari1.

In seguito padre Grugni inizia sue attività. Attualmente è impegnato, con un piccolo gruppo di collaboratori laici,  nella cura e riabilitazione socio-economica di poveri pazienti affetti da lebbra, TBC e HIV/AIDS, nonchè nella salute di bambini poveri e handicappati, nella città di Warangal. Questa attività è svolta non in strutture ospedaliere proprie, ma sul territorio, visitando personalmente i pazienti e le loro famiglie. Il tutto svolto in collaborazione con le autorità sanitarie governative, che forniscono gratuitamente i farmaci. Questo progetto è parzialmente finanziato dal Ministero della Sanità del Governo Indiano.

“La Sarva Prema – dice padre Antonio – si prende cura non solo di una persona ammalata di lebbra o TBC o HIV/AIDS, ma dell’intero nucleo familiare in crisi. Si forniscono informazioni mediche per rassicurare i pazienti circa le terapie e i tempi di cura, poi si interviene con misure d’urgenza, come dare cibo a chi non ne ha, o interventi a lunga scadenza quali adozioni a distanza per i bambini, pensioni per gli anziani, concessione di micro-crediti per iniziare piccole attività artigianali o commerciali. Ai senzatetto costruiamo piccole case in muratura (finora ne abbiamo costruite 100!). I nostri pazienti e i loro vicini di casa capiscono che non siamo degli assistenti sociali, ma veri amici che aiutano nelle loro necessità e spesso colgono nella nostra fede cristiana la motivazione profonda del nostro agire”.

“Negli ultimi anni, dopo la pubblicazione del mio libro “Il Vangelo della Rosa” sono molto impegnato nella predicazione di ritiri spirituali e nel condurre seminari di studio sull’evangelizzazione nel contesto indiano. Questo mi permette di animare missionariamente la Chiesa locale”.

II) Seconda parte – La missione della testimonianza

In Asia vivono il 62% di tutti gli uomini e prosperano le grandi religioni dell’umanità, toccate solo marginalmente dalla missione cristiana, che invece ha portato a Cristo l‘Europa, le Americhe, in buona parte l’Africa nera e l’Oceania. In India, dove la missione è iniziata dall’Apostolo San Tommaso, duemila anni dopo i cristiani sono ancora una percentuale minima del popolo indiano e oggi il cristianesimo è considerato religione “straniera”, per convertire la gente più povera.

Perchè fate tutto questo per me?”

Padre Antonio dice che non ha la pretesa di dare una soluzione a questi problemi e nemmeno una risposta esauriente agli interrogativi di fondo che molti si pongono. Scrive2: “Nel contesto multiculturale e multi religioso di questo continente, dei conflitti dovuti a disuguaglianze socio-economiche e alla povertà estrema di larghi strati della popolazione, qual è il ruolo della Chiesa? Come può essa diventare una presenza efficace e significativa, specialmente nella prospettiva dell’evangelizzazione? Come svolgere la missione nel presente contesto indiano? Qual è il volto di Cristo che può toccare il cuore delle popolazioni indiane e asiatiche?”. Dice che ha intrapreso questa ricerca ed esperienza “con grande senso di umiltà e con la preghiera perchè il Signore mi guidi nel discernimento di dove e come lo Spirito Santo vuole condurre la sua Chiesa.

Da più di trent’anni padre Antonio lavora fra i poveri più poveri dell’India, i lebbrosi e i paria, prima fra i baraccati di Bombay, oggi fra i villaggi dell’Andhra Pradesh. Racconta alcune sue esperienze che ambientano la sua vita missionaria.

Mangamma è una giovane donna indù di 34 anni. La lebbra le ha paralizzato e rattrappito le mani, togliendole la possibilità di lavorare. Ai primi segni della malattia, il marito l’abbandonò con il loro figlio. Lei viveva col ragazzo in una baracca alla periferia di Warangal e sopravviveva con l’accattonaggio. Incontra i volontari della SPWS, Sarva Prema Welfare Society (Sarva significa universale e Prema amore) che padre Antonio ha fondato a Warangal per la cura e la riabilitazione dei lebbrosi. Padre Antonio trova in Italia una “adozione a distanza” per il figlio che garantisce un introito regolare alla famigliola e l’istruzione del ragazzo. Le costruisce una casetta in muratura e inizia un corso di fisioterapia per le mani di Mangamma, in preparazione a un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva che Antonio stesso opera nell’ospedale cattolico di Fatimanagar. Così Mangamma può trovare un nuovo marito. Un giorno, dopo la seduta di fisioterapia, si rivolge a padre Grugni e gli dice piangendo: “ Perchè fate tutto questo per me? Finora nessuno si era mai interessata di me e di mio figlio, credevo non ci fosse più speranza nella nostra vita”.

Antonio aggiunge: “Prima che potessi risponderle, lei si rivolge a un ritratto del Sacro Cuore di Gesù, tocca il volto di Cristo e lo fissa in silenzio per alcuni momenti. Un dialogo misterioso e sublime che si svolge nel segreto dell’anima. Forse Gesù le ripete quello che disse alla donna siro-fenicia: “Grande è la tua fede” (Matt. 15, 28) e le concede quello che il suo cuore desiderava. Gesù guariva i malati e i peccatori guardandoli negli occhi in un dialogo che ridava speranza e apriva alla fede”.

Tu sei tutta la mia famiglia”

Un’altra esperienza è quella di Praveen (pron. Pravin), un ragazzo vivace di 12 anni, al quale la lebbra aveva contratto e paralizzato la mano destra. Nel novembre 2006 il papà che guadagnava da vivere facendo il conduttore di riksciò a Warangal, muore in un incidente ferroviario. La mamma rimane sola a provvedere a Praveen ed ai tre fratellini minori di lui. Svolge un lavoro manuale e guadagna molto poco, inoltre vivono in una baracchetta in condizioni disumane di degrado. I vicini di casa, nella loro povertà, facevano il possibile per aiutare la famigliola.

Padre Antonio viene a sapere di questa situazione, trova una “adozione a distanza” per Praveen e un fratello minore, assicurando un reddito alla famiglia, che permette ai due figli maggiori di frequentare la scuola. E inizia a costruire una casetta per loro. Racconta: “Un giorno, ero andato a visionare la costruzione e tutto il vicinato si raduna intorno alla casetta in costruzione. Qualcuno dice in lingua telegu: “Devuni pani cestunnaru”, “Stanno facendo il lavoro di Dio”. Mentre mi avvio per lasciare il quartiere di baracche, un gruppo di persone mi avvicina, ho pensato che venissero a chiedere un aiuto e dico: “Di cosa avete bisogno?”. Mi sono commosso quando una donna anziana, in silenzio, mi prende la mano destra e se la mette sulla testa. Un gesto che significa: dammi la benedizione di Dio. Tutti gli altri, uomini e donne, vollero che facessi lo stesso gesto con loro. Pur essendo poveri, non chiesero nulla, se non di condividere l’esperienza dell’amore di Dio. Il Regno di Dio è davvero presente in mezzo a noi e i poveri ce lo insegnano”.

Una terza esperienza di padre Antonio è questa: Ajay è un adolescente indù ospite di un orfanotrofio. Gli viene diagnosticata una forma avanzata di lebbra, per fortuna ancora senza deformità esterne. Lo curano bene e guarisce del tutto dopo un anno di cure. La lebbra, se presa a tempo, guarisce e non lascia conseguenze, se non ha ancora creato deformità nel corpo e specialmente nel volto. Padre Grugni parla col ragazzo molte volte durante la cura e viene a galla una terribile esperienza e incubo dell’adolescente. Anni prima aveva visto il padre alcolizzato dare fuoco alla madre versandole dell’alcool sul sari e sul corpo e poi dandole fuoco e uccidendola. Poi è sparito e nessuno l’ha più trovato.

Padre Antonio si prende cura di Ajay con una “adozione a distanza” e il ragazzo può iniziare gli studi ospite di un ostello per studenti della missione. Adesso ha finito il liceo. Antonio dice: “Lo incontro di frequente e regolarmente e cerco di dargli un senso di sicurezza e di appartenenza. Mi ripete spesso: “Tu sei tutta la mia famiglia”. L’anno prossimo, a 18 anni, inizierà gli studi universitari. Recentemente ha chiesto con insistenza di ricevere il Battesimo e ora è un fervente cristiano”.

La difficoltà di proclamare Cristo unico Salvatore

Nell’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II ”Ecclesia in Asia” del 1999, in seguito al Sinodo per l’Asia (18 aprile – 14 maggio 1998 in Vaticano) si legge: “L’Asia è una grande sfida per l’evangelizzazione…. E’ un mistero il fatto che il Salvatore del mondo, nato in Asia, sia rimasto finora largamente sconosciuto alle genti asiatiche” (EA 2). Il Papa così continua: “Il coinvolgimento con le culture è particolarmente urgente oggi, nel contesto multi-etnico, multi-religioso e multi-culturale dell’Asia, dove il cristianesimo è spesso considerato come “straniero” al continente. Poi il Papa invita la Chiesa in Asia a “discernere la chiamata dello Spirito a testimoniare Gesù uno Salvatore in modi nuovi ed efficaci” (EA 18)…

Molti vescovi asiatici al Sinodo hanno anche parlato della difficoltà di proclamare Cristo come unico Salvatore…. Alcuni seguaci delle grandi religioni sono pronti ad accettare Gesù come una manifestazione e incarnazione divina o come un “illuminato”, ma è difficile per loro considerarlo come l’unica manifestazione di Dio. Il tentativo di condividere la fede in Gesù come unico Salvatore si scontra con gravi difficoltà di ordine filosofico, culturale e teologico, specialmente in considerazione del fatto che la fede delle religioni asiatiche è profondamente legata ai valori culturali e a specifiche visioni della vita e del mondo” (EA 20).

“Il mistero e le difficoltà della situazione presente – scrive padre Antonio – sono un invito ad una visione coraggiosa e profetica della realtà asiatica e a ritornare alla scuola di Gesù e al suo modo semplice e personale di proclamare il Regno di Dio. Lui è il primo e più grande evangelizzatore delle genti dell’Asia”.

Come si realizza la missione della testimonianza

L’esortazione apostolica “Ecclesia in Asia” (1999) è un documento veramente interessante, che apre prospettive nuove alle Chiese asiatiche. In pratica Giovanni Paolo II dice ai cristiani d’Asia di non accontentarsi dei metodi missionari del passato e del presente, ma di continuare a sperimentare e discutere nuovi approcci alle culture e religioni asiatiche. Padre Grugni è convinto che da questo spirito di ricerca nascerà qualcosa di buono anche per la Chiesa universale. D’altra parte, lo stesso problema, sia pure in termini diversi, si pone anche per la “nuova evangelizzazione” dei nostri popoli e paesi di antica cristianità, di fronte alle forme nuove di vita e di cultura che allontanano molti dalla Chiesa e da Cristo.

Secondo padre Antonio ecco come si configura in India la “missione della testimonianza” che lui stesso sperimenta nella sua vita.

1) Il valore del contatto personale da parte dell’evangelizzatore: “Il ministero di Gesù stesso mostra chiaramente il valore del contatto personale, che richiede da parte dell’evangelizzatore di coinvolgersi a fondo nelle situazione di chi incontra” (EA 58). Non basta quindi insegnare una dottrina, bisogna trasmettere una forte esperienza di Dio e per fare questo occorre coinvolgersi nella vita del prossimo. Gesù, da ricco che era si è fatto povero assumendo la natura umana per poter condividere i bisogni degli uomini e identificandosi con i poveri: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete….” (Matt. 25, 35-38). Quindi, non solo fare beneficenza ai poveri, ma vivere una vita austera, sperimentare la rinunzia al superfluo. La Ecclesia in Asia ha un passo significativo: “La solidarietà con i poveri diventa più credibile se i cristiani stessi vivono una vita semplice, secondo l’esempio di Cristo. Semplicità di vita, fede profonda e coraggioso amore per tutti, specialmente i poveri ed i fuori casta, sono segni luminosi del Vangelo in azione… in modo che la Chiesa possa diventare davvero la Chiesa dei poveri e per i poveri” (EA 34).

2) “La Chiesa in Asia – scrive padre Antonio – dovrebbe essere disposta non solo ad insegnare, ma anche ad ascoltare e imparare da altre espressioni di fede. La missione non è la proclamazione di verità assolute, ma la condivisione dell’amore appassionato e fedele di Dio con l’umanità che ha trovato il suo compimento in Gesù di Nazaret. Dio è innamorato dell’uomo”.

“La missione quindi non deve apparire come una crociata contro altre religioni, con una proclamazione aggressiva e pretese di esclusivismo, ma come un’esperienza di condivisione e di solidarietà, specialmente coi poveri e i sofferenti. Invece di un atteggiamento di superiorità, dobbiamo assumere l’umile atteggiamento di chi è compagno di pellegrinaggio con credenti di altre religioni, dal momento che partecipiamo tutti della stessa origine (siamo creature di Dio) e dello stesso destino (il Regno di Dio). La specificità cristiana è quella di manifestare al mondo la nostra esperienza di Dio in Gesù Cristo e come questa fede ha trasformato la nostra vita, infiammandola di amore. Questo racconto, questa condivisione della nostra storia, riletta e interpretata alla luce del Vangelo, è una forma di proclamazione di Cristo che il mondo moderno è disposto ad ascoltare…. Questo richiede una conversione quotidiana ai piano di Dio nella nostra vita”.

3) “Non c’è dubbio – continua padre Antonio – che la Chiesa ha bisogno di un minimo di strutture per funzionare ed essere visibile. Le attività di formazione del clero e dei religiosi, il culto, la catechesi, l’educazione dei giovani, ecc. richiedono strutture adeguate. Il problema sorge quando le istituzioni si moltiplicano a dismisura in tutti i settori, quasi ci si volesse mettere in concorrenza coi governi locali e altre organizzazioni internazionali di sviluppo. Questo influisce sull’immagine della Chiesa, che appare un’organizzazione potente, ricca di fondi all’estero (che vengono visti con sospetto o invidia), più orientata al lavoro sociale che a trasmettere una profonda esperienza di Dio”.

In una consultazione nazionale sulla Evangelizzazione organizzata a Pune nel 1994 dalla C.B.C.I. (Conferenza episcopale indiana, nelle conclusioni si legge: “Sta crescendo nella Chiesa un senso di insoddisfazione nei confronti dello stile amministrativo prevalente nella Chiesa istituzionale, dove tutto il potere decisionale è nelle mani della gerarchia e del clero, con scarsa partecipazione dei laici. E’ un fatto accertato che il coinvolgimento in attività di evangelizzazione è molto minore là dove ci sono più istituzioni ecclesiali e viceversa”.

La soluzione è di imitare il più possibile Gesù e gli Apostoli, cioè la prima evangelizzazione in un mondo allora totalmente non cristiano. Nella difficile situazione in cui si trova la Chiesa in India, occorre ritornare al metodo di Cristo.

4) La lotta contro mammona. Gesù ha proclamato che è venuto a liberare i poveri e gli oppressi, si è messo con i poveri, i marginali e i pubblicani, contro il potere del denaro. La sfida alla missione oggi non è di fare la carità o di essere benefattori dei poveri (questo l’abbiamo sempre fatto), ma di essere noi stessi poveri, se si vuole che l’opzione per i poveri sia credibile. “Non è raro – dice Antonio – visitando distretti e città, imbattersi in vescovati principeschi (nello standard di vita locale), conventi lussuosi con tutte le comodità, clero che circola con auto o moto ultimo modello in mezzo a gente che su muove su carri trainati da buoi”.

Mons. Matthew Cheriankunnel del Pime, vescovo emerito di Kurnool, scrive nella Prefazione a “Il Vangelo della Rosa”: “La Chiesa in India dà a volte l’impressione di essere una istituzione potente, ricca di strutture prestigiose, preoccupata soprattutto della propria immagine e sopravvivenza, col rischio che questo diventi una contro-testimonianza”. Il teologo indiano padre Felix Wilfred scrive: “Purtroppo i valori e gli atteggiamenti connessi con l’economia globale sono penetrati nella psiche di molti nostri vescovi, preti e religiosi, anche più che tra i laici. Calcoli di profitto determinano la scelta di istituzioni, le priorità, i campi di azione sociale. Attività meno sovvenzionate e vantaggiose in favore dei poveri vengono accantonate. L’attrazione dei soldi, di comodità personali, attrezzature moderne, carriera, ecc. caratterizzano lo stile di vita di non poco personale della Chiesa”.

5) “Nell’evangelizzazione dell’Asia, la priorità del silenzio, della contemplazione e della preghiera non ha ricevuto la dovuta importanza. La manifestazione di una profonda spiritualità e vita di preghiera può avere da se stessa un valore di evangelizzazione e testimonianza. La fede si diffonde da sola, se si presenta nella forma di umile servizio di compassione” . Così si legge nella “Ecclesia in Asia” (n. 23).

Padre Antonio ritiene, secondo la sua esperienza, che “la testimonianza della preghiera, del servizio e della compassione (a volte testimonianza silenziosa), la comunicazione di fede da persona a persona è il miglior metodo di evangelizzazione in Asia”. E cita la “Redemptoris Missio”, che al n. 42 dice: “La prima forma di evangelizzazione è la testimonianza, la vita stessa dei missionari, delle famiglie cristiane e della comunità ecclesiale… Il missionario che, nonostante tutti i limiti e difetti umani, vive una vita semplice di umiltà e servizio è un segno di Dio. In molti casi questo è l’unico modo di essere missionari”. E al n. 90 la stessa enciclica dice: “Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità… Occorre suscitare un nuovo ardore di santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana…Il missionario deve essere un contemplativo in azione”.

III) Fede unica, molte esperienze di missione

Fin dall’inizio dei suoi 35 anni di India, padre Antonio Grugni ha avuto modo di leggere le opere del Mahatma Gandhi, ed ha trovato alcune citazioni, che propone ai suoi amici e lettori italiani come spunti di riflessione sulla missione alle genti e anche perché descrivono lo spirito di padre Antonio nella sua missione:

Gli insegnamenti del Mahatma Gandhi

“Vorrei che la vita di voi cristiani

ci parlasse nel modo in cui lo fa la rosa,

che non ha bisogno di parole,

ma semplicemente diffonde il proprio profumo.

Anche un cieco, che non vede la rosa,

ne percepisce la fragranza.

E’ questo il segreto del Vangelo della Rosa.

La vita di voi cristiani diffonda il profumo del messaggio di Cristo.

Questo per me il solo criterio di giudizio:

mettete in pratica il Vangelo,

invece di fare lunghi discorsi su ciò che voi credete.

Sono giunto a questa conclusione

dopo una faticosa ricerca e molta preghiera”3.

Un’altra citazione di Gandhi citata da padre Antonio è questa4:

“I missionari cristiani dovrebbero capire

che anche l’India ha un messaggio spirituale

da offrire al mondo e che anche

le religioni indiane contengono la verità,

anche se (come tutte le religioni)

contengono imperfezioni legate

ai limiti della natura umana.

In questo modo diventerebbero

amici che ci aiutano,

che cercano con noi

e ci sarà un ruolo anche per loro.

Ma se vengono come predicatori

dell’unica Buona Novella,

per illuminare un popolo che vive nelle tenebre,

non saranno più i benvenuti qui,

perché ci ingannerebbero”.

Ecco ancora una terza e quarta citazione di Gandhi5:

“Se i missionari stranieri,

invece di parlare di Cristo all’India,

avessero cercato di vivere

il messaggio delle Beatitudini,

non sarebbero stati guardati con sospetto,

ma apprezzati per essere venuti a vivere qui.

Gesù non venne a predicare una nuova religione,

ma una nuova vita.

Chiama le genti al pentimento.

Disse: “Non chi dice Signore! Signore!

entrerà nel Regno dei Cieli,

ma chi fa la volontà del Padre mio che sta nei Cieli”.

Il cancro della Chiesa è il relativismo

Due missionari del Pime in India vivevano nello stesso posto, pregavano e mangiavano assieme, parlavano, scherzavano fraternamente, si volevano bene e si stimavano a vicenda, ma erano profondamente diversi nei metodi di missione adottati, come risulta a chi leggerà la biografia di padre Augusto Colombo (1927-2009), che è nelle librerie dall’inizio del dicembre 20106. Augusto, più anziano e forse più prudente e saggio, non ha mai voluto confrontarsi con Antonio Grugni sui due metodi di missione, perché immaginava che avrebbero “finito per bisticciare”! Però questa storia dimostra in modo molto concreto che, nell’unica fede in Cristo e fedeltà alla vocazione sacerdotale e missionaria, nella Chiesa c’è spazio per molte esperienze e molti modi di realizzare la missione. “Cristo…ha dato diversi doni agli uomini: alcuni li ha fatti apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e maestri…. E così si costruisce il corpo di Cristo”7 (Ef, 4, 11-12).

Specialmente nel nostro tempo, il mondo e l’umanità sono realtà così complesse e varie, che Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (1990) ha scritto (n. 41): “La missione (ad gentes) è una realtà unitaria ma complessa e si esplica in vari modi, tra cui alcuni sono di particolare importanza nella presente condizione della Chiesa e del mondo”.

L’importante è che ci sia il comune fondamento della fede in Cristo e nella Chiesa, perché se manca la fede, manca tutto. E’ vero che la fede la vede solo Dio, ma oggi, nella cultura corrente, Cristo dà fastidio. Non i valori del Vangelo, ma la persona di Cristo. La crisi che attraversa la Chiesa e il popolo italiano è la fede in Cristo, cioè il relativismo religioso, spesso denunziato da Papa Benedetto XVI. Non pochi dicono: tutte le religioni sono delle “vie che portano a Dio”, bisogna andare d’accordo per giungere ad un’integrazione vicendevole.

Si ripete spesso in testi della Cei, che dobbiamo “rendere più missionaria la Chiesa italiana”. Vero, ma bisogna precisare che la missione viene dalla fede in Cristo, dall’amore a Cristo, dall’esperienza che Cristo solo può risolvere i problemi dell’uomo. Il cancro che oggi corrode dall’interno il corpo della Chiesa è la riduzione del cristianesimo a una forma di umanesimo religioso, una specie di “religione dell’umanità”. Ricordo che Henri de Lubac, padre della “Nouvelle Théologie” che influì in modo determinante sul Concilio Vaticano II, proprio durante e subito dopo il Concilio nelle sue opere metteva continuamente in guardia dal pericolo di seguire anche inconsciamente l’”umanesimo radicalmente anticristiano” di Auguste Comte, che parlava di una “nuova religione dell’umanità, costruita al di là dell’ateismo”. Non più il “Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i pagani” (1Cor. 1, 23), ma una sorta di “religione dei valori e dei buoni sentimenti”, che tutti facilmente condividono.

L’unicità di Cristo unico Salvatore è stata riaffermata con forza dalla “Redemptoris Missio – Lettera enciclica circa la perenne validità del mandato missionario” (1990) nel capitolo I intitolato appunto “Gesù Cristo unico Salvatore” (nn. 4-11); e poi nella “Dominus Jesus – Dichiarazione circa l’unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa” (2000)8.

Come presentare Cristo ai non cristiani?

Questo relativismo di natura teologica (o ideologica) è diffuso nei nostri paesi “post-cristiani”, come si dice, che Papa Benedetto propone a noi tutti battezzati nelle Chiese locali d’Occidente di rievangelizzare. Scalza dalla base il Credo che tutti i cristiani professano: Gesù Cristo unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. E’ un problema dottrinale, prima che pastorale. Invece, nelle missioni ad gentes in Asia, mi dice padre Antonio, il problema dell’unicità di Cristo Salvatore si pone in modo diverso, che bisogna spiegare per capire la differenza che passa, ad esempio, fra India e Italia e quindi fra le due Chiese locali: da noi c’è anzitutto un problema dottrinale, in India un problema pastorale, di come realizzare l’annunzio missionario nella società indiana oggi.

Padre Antonio ha letto diversi teologi indiani e, a partire anche dalla sua esperienza, mi spiega come si annunzia la salvezza in Cristo oggi in India (e più in genere in Asia). Da più d’un secolo – dice (ma sto sintetizzando) – assistiamo alla riforma e alla rinascita dell’induismo, che specialmente dopo l’indipendenza nel 1947 ha occupato molti spazi mediatici, culturali e politici, attraverso i partiti hindù e le varie associazioni, le università, i centri di studio, i monasteri, i santuari e le grandiose feste popolari. L’India è un grande paese-continente con popolazioni di diverse razze, lingue e religioni. L’unico fattore di unità alla base di questi molti popoli è l’induismo, vissuto da circa l’83% degli indiani. Per cui lo slogan “l’unico vero indiano è l’hindù” è entrato nella cultura comune anche della gente più umile. Il popolo indiano ha una grande tradizione di tolleranza e di non violenza, è forse l’unico che ha raggiunto l’indipendenza lottando contro il colonialismo, ma con metodi non violenti.

L’abitudine alla violenza di massa si può dire che è iniziata con la divisione del paese fra l’India e il Pakistan nel 1947-1948, con due milioni di morti ammazzati in quei mesi di migrazioni di massa: gli hindù scappavano in India, i musulmani in Pakistan. Poi, negli anni cinquanta è nato il movimento dei “Naxalites”, rivoluzionari che terrorizzano la gente con la loro “guerra di liberazione” come fece in Cina il loro idolo Mao Tze Tung e poi Ho Chi Minh in Vietnam. Negli ultimi 20-30 anni è aumentata molto anche la violenza di radice religiosa, specialmente le lotte fra hindù e musulmani e la persecuzione dei cristiani con l’accusa di “proselitismo” e di “comperare le conversioni”.

In genere, in India i cristiani sono visti come dipendenti dallo straniero, la conversione a Cristo è intesa come un tradimento della propria nazione. Le notizie degli attentati e violenze contro i cristiani giungono raramente in Occidente, ma ogni giorno si ripetono queste brutalità contro i cristiani, le loro case e proprietà. I cristiani sono preoccupati per una politica dei partiti o gruppi di fanatici che approfittano della semplicità del popolo per manovrare il sentimento religioso e farne strumento di violenze.

Padre Antonio scrive9: “In un paese come l’India dove il fondamentalismo religioso e i “comunalismi”10 sono forze che dividono, portando anche a conflitti violenti, la gente è molto sensibile ad ogni atteggiamento o parola aggressivi. Questo non significa che noi non dobbiamo proclamare la Buona Notizia di Gesù, ma che bisogna farlo in modo dialogante e non escludente”.

L’esempio per tutti è la Beata Madre Teresa

Ecco il problema: come annunziare Cristo in questa situazione? Padre Antonio scrive11: “L’evangelizzazione deve esprimere una vita, non alienare un popolo dalla propria storia e cultura. La Chiesa non deve mirare primariamente alla proclamazione dottrinale (ortodossia), ma a costruire comunità di amore e di servizio (ortoprassi), nelle quali i fedeli possono impostare la loro vita secondo i segni dei tempi e la voce dello Spirito. Solo quelli che danno un’autentica testimonianza di Cristo danno senso alla proclamazione della Parola e dei Sacramenti e li giustificano. Il cristiano è chiamato ad “amare gli altri come io ho amato voi”.

E padre Antonio cita il teologo indiano Jacob Kavunkal, il quale scrive12: “Cristo è segno di comunione, non di divisione e di dispersione. La nostra fede in Gesù Cristo come piena rivelazione di Dio non è un pretesa di superiorità a spese di altre religioni, ma una missione, un impegno personale di vivere questa rivelazione nella nostra vita. Così la nostra fede nella centralità di Cristo non deve portarci a condannare le altre religioni o ad un senso di superiorità. La nostra vita spesa per gli altri è segno della presenza di Dio fra di noi. Questo tipo di missione non offende e non provoca . Il nostro impegno per Gesù Cristo non significa che dobbiamo salvarlo dalle altre religioni o da altri salvatori. Lo stesso Gesù prende cura di se stesso e della sua verità. Quello che noi siamo chiamati a fare è di vivere la sua vita e di seguirlo”.

Insomma, dice ancora padre Antonio, “I fatti parlano più alto e forte dei discorsi e delle proclamazioni”. E cita l’esempio di Madre Teresa, la grande missionaria dell’India che ha speso la vita per i più poveri, attirando le simpatie e l’appoggio di tutte le forse culturali e politiche, meritando anche, unica personalità straniera, il funerale di stato. Quando nel 1973 Indira Gandhi le assegnò il prestigioso “Premio Nehru”, la più alta onorificenza indiana, le ha detto: “Con la sua vita lei esprime tutto quello che cui l’India ha più bisogno, un amore fattivo per i più poveri”.

Madre Teresa ha sempre parlato di Cristo, ha convertito e battezzato molti hindù (che liberamente chiedevano il battesimo), senza mai suscitare reazioni negative; non mai studiato l’induismo, ma ha dialogato nella forma più alta col mondo hindù ed è venerata come una santa (nei templi e in molte case e anche baracche di poveri in India, c’è la sua immagine); ha sempre fatto venire in India le sue suore missionarie da ogni parte del mondo (mentre ai missionari stranieri non è concesso alcun visto d’ingresso se non come turisti); nelle sue case e istituzioni, all’entrata c’è un grande crocifisso ligneo con la scritta “I thirst!” (ho sete) e nessuno ha mai detto di toglierlo; una sentenza molto citata di Madre Teresa è questa: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo” e nessuno ha mai protestato. E si potrebbe continuare.

Certo, Madre Teresa era una santa e la santità è il Vangelo vissuto oggi che provoca in modo positivo e suscita simpatie per il cristianesimo e Gesù Cristo.

Cari amici di Radio Maria, concludo dicendo che da quanto ho detto questa sera possiamo ricavare un insegnamento. La missione alle genti è diventata complessa, come anche il nostro mondo moderno. Questo richiede a tutti i battezzati un ritorno all’amore e all’imitazione di Cristo e alla Chiesa una grande flessibilità e adattamento ai tempi moderni e alle culture locali; a tutti i cristiani una disponibilità ad aiutare e, per i giovani che sono chiamati, a consacrare tutta la loro vita a Cristo, alla sua Chiesa e all’apostolato. Il dono della fede che abbiamo ricevuto da Dio dobbiamo comunicarlo ad altri, secondo le nostre possibilità e nelle linee tracciate dalla Chiesa.

1 Lettera di padre Antonio Grugni a padre Gheddo del 30 agosto 2010.

2 I testi citati tra virgolette sono presi dai due volumetti di padre Antonio: “The Gospel of the Rose”, pubblicato da “The Bombay Saint Paul Society”, Bombay 2007, pagg. 107; e da “Il Vangelo della Rosa”, pubblicato in italiano dall’editrice “Le Fonti”, Milano 2008, pagg. 32. Le due edizioni sono diverse, come si vede dal numero delle pagine.

3 Dal giornale “Harijans”, 17 aprile 1937.

4 Dal giornale “Harijans” 17 gennaio 1939.

5 Dalla rivista “Giovane India” del 20 ottobre 1927 e dal giornale “Harijans”, 12 gennaio 1937.

6 P. Gheddo, “Augusto Colombo, apostolo dei paria (1927-2009)”, Emi, Bologna 2010, pagg. 130 più 32 pagine di foto, Euro 15,00.

7

8 Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Congregazione presieduta a quel tempo dal Card. Joseph Ratzinger.

9 Grugni A., “The Gospel of the Rose”, pag. 77.

10 In India “Communalism” significa particolarismi locali, .linguistici, etnici, castali.

11 Grugni A, “The Gospel of the Rose”, pag. 23.

12 J. Kavunkal, “Ministry and mission”, in “Vidyajoti”, vol. LVI, n. 12, pagg. 650-651.

Padre Gheddo a Radio Maria (2010)

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