Bangladesh, la nuova tigre asiatica – Padre Gheddo su “Avvenire”

bangladesh tigreDacca, febbraio – Venti giorni in Bangladesh, venendo dall’Occidente in crisi, aprono il cuore alla speranza. Due dati sintetizzano la situazione. Primo, uno dei paesi più poveri del mondo, tormentato ogni anno da tifoni, inondazioni, terremoti e privo di risorse naturali, in un territorio che è meno di metà Italia ospita 150 milioni di abitanti (l’ultimo censimento del 1991, poi solo proiezioni di dati); eppure l’atmosfera che si respira non è di pessimismo, ma di ottimismo, di gioia di vivere. Secondo, da una ventina d’anni il Bangladesh sta beneficiando di due risorse impreviste: i bengalesi in Occidente e paesi arabi sono circa 10 milioni (in Italia 70.000 legali e 30.000 illegali), le loro rimesse in patria sono di circa 14 miliardi di dollari l’anno, più degli aiuti che vengono dall’estero. Secondo, la globalizzazione ha portato industrie tessili e dei “garments” (vestiti) che stanno arricchendo il paese e causando una vera rivoluzione sociale. Anche Cina, Corea del Sud e Taiwan vengono qui a investire nel tessile. Per la prima volta, migliaia di donne musulmane lavorano fuori casa, guadagnano e prendono coscienza dei loro diritti. Cambiando le donne, cambia tutta la società.

Il tipo umano bengalese, l’hanno sempre detto i missionari del Pime presenti in Bengala dal 1855, è “la miglior razza del mondo”: aperto e senza complessi, cordiale, lavoratore, tollerante, non ama la violenza e si adatta ad ogni situazione e lavoro. Ho chiesto a padre Luigi Scuccato, in Bengala dal 1948, perché questo carattere felice. Risposta lapidaria: “La povertà educa, la ricchezza diseduca”. A padre Fabrizio Calegari, giovane milanese direttore del “boarding” (ostello) diocesano di Dinajpur con circa 150 giovanotti, ho chiesto come fa a tenere tanti giovani. Risponde. “Se fossero italiani non ce la farei, noi siamo troppo complicati. Gli studenti bengalesi studiano e obbediscono senza che io glie lo dica.  Sanno bene che, se bocciati, torneranno in capanne di fango e paglia, a fare i manovali nei campi”.

Il 29 dicembre 2008, le elezioni politiche nazionali hanno dato al paese una svolta politica radicale. Il governo militare provvisorio aveva preparato le elezioni con un comitato civile che ha cancellato dalle liste elettorali circa 10 milioni di votanti non esistenti (morti, votanti in posti diversi due volte), sostituendoli in parte con votanti esclusi, dotando tutti i cittadini della carta d’identità e mettendo regole severe per la campagna pubblicitaria, che hanno calmato gli animi. Proibiti i manifesti più grandi del formato A4, proibite le manifestazioni che bloccano le strade, proibite le auto dei partiti per città e villaggi assordando la gente con discorsi a pieno volume. Per la prima volta, le elezioni politiche si sono svolte senza gravi incidenti e senza morti negli scontri tra opposte fazioni. I bengalesi si appassionano alla politica, discutono, ragionano. E’ un popolo povero ma non ingenuo o manipolabile. Hanno votato 81 milioni di elettori, il partito moderato della Awami League ha preso 260 seggi al Parlamento nazionale e l’alleato “Partito popolare” 26 seggi. Ha vinto la Sheikh Hasina che da sola ha la maggioranza parlamentare, mentre l’altra candidata, la Khaleda Zia, è precipitata a 32 seggi e i giornali scrivono che è a capo della più piccola opposizione che ci sia mai stata in Bangladesh. La Jamat Islam, il partito islamico coalizzato con la Khaleda, è sceso da 17 a 2 seggi! Bisogna dire che questo sistema elettorale è fatto su quello inglese che dà tutto a chi ha un voto in più in un distretto elettorale e i voti dei perdenti sono inutili. Ad esempio, la Jamat, a giudicare dai seggi, avrebbe lo 0,90 dei voti, invece ha almeno il 10% dei votanti. Comunque, l’estremismo islamico e i vari altri estremismi politici (maoisti, ecc.), hanno subìto una clamorosa sconfitta. Il governo attuale esprime meglio l’animo bengalese che non approva il terrorismo, la guerra santa e le forme di intolleranza comune nei paesi islamici.

Il nuovo governo ha già preso provvedimenti coraggiosi, per risolvere i problemi del paese che sono enormi. Ad esempio, tutta l’industria si concentra attorno alla capitale, nel 1980 con un milione di abitanti, oggi 12-13 milioni! Una concentrazione quasi inevitabile perché Dacca è l’unica città unita all’unico porto di Chittagong, altre regioni e città sono isolate dai grandi fiumi che dall’Himalaya sboccano nel Golfo del Bengala, Gange, Brahmaputra, Jamuna, Tista; e dalla mancanza di ponti e di strade adeguate. Il governo militare ha reso Dacca più vivibile di come l’avevo vista nell’ultima visita del 2001, preferendo i riksciò umani alle auto-taxi (e dando lavoro a migliaia di giovani), espellendo dalla città i taxi-motorette con tre ruote che esalavano un fumo nerastro, obbligando le nuove industrie a costruire impianti di purificazione degli scarichi, proibendo l‘uso dei sacchetti di plastica e imponendo i sacchetti di carta, sostituendo il gas (unica risorsa naturale del paese) al carbone per la produzione di energia elettrica.

E’ vero che il progresso moderno lascia indietro circa il 40% dei 150 milioni di bengalesi, che vivono sotto il livello minimo di povertà, ma anche visitando le regioni rurali si notano notevoli miglioramenti in strade, scuole, assistenza sanitaria, meccanizzazione, ecc. Padre Gregorio Schiavi, nel paese dal 1965, vive nel villaggio di Mohespur, in zona rurale e tribale (santal e oraon). Gli chiedo da dove vengono i molti cambiamenti che vedo nella vita della gente più umile. Dice: “Con le pompe per l’acqua e i fertilizzanti, è cambiata radicalmente l’agricoltura. Quando sono venuto qui nel 1975 tutto dipendeva dalle piogge, adesso tirano su l’acqua e fanno tre raccolti l’anno. Coltivano riso, frumento, patate, ortaggi, canna da zucchero, banane. Poi sono arrivate le macchine, soprattutto quei piccoli trattorini giapponesi che si guidano con le mani. Secondo, è cambiata la scuola. Quando sono venuto io c’era solo la scuola elementare, oggi c’è la high school (scuola media). In paese non c’era niente, oggi, oltre alla chiesa, ci sono negozi, il community centre (centro comunitario), la cooperativa, la Credit Union, il mulino del riso, varie associazioni, le strade sono spesso lastricate e anche quelle in terra sono praticabili, le case in muratura aumentano. Io vivo ancora in una casa di terra, ma è bella e voglio vivere come la gente comune. Da sette anni abbiamo l’elettricità che va e viene, ma c’è. Il segreto dello sviluppo è stata l’educazione del popolo con le scuole, la stampa libera e la democrazia”. Carlo Cozzi, volontario del COE di Milano (Centro orientamento educativo), mi dice: “Noi siamo presenti in vari paesi africani, ma in Africa se noi occidentali veniamo via tutto muore, in Bangladesh se noi veniamo via tutto va avanti lo stesso, magari in modo diverso, ma crescono. Hanno voglia di cambiare, sono propositivi, lo stato c’è, la coscienza della gente cresce, soprattutto i giovani sono impegnati e capaci di grandi sacrifici”.

Piero Gheddo
febbraio 2009 – Avvenire

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