Bangladesh Paolo Ciceri Missionario – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, come voi sapete nel gennaio 2009 ho visitato il Bangladesh. Ho già parlato in tre trasmissioni di questo paese asiatico, tipico dell’Asia meno fortunata e meno sviluppata: marzo, maggio e giugno. Un paese esteso meno di metà Italia, con 150 milioni di abitanti in grande maggioranza musulmani, ma di un islam moderato, che ammette l’ingresso di missionari e suore stranieri e alla Chiesa di costruire chiese, scuole e opere sociali e religiose. Nei prossimi mesi andrò avanti a parlare di altri aspetti della Chiesa in Bangladesh, importanti per capire bene come si svolge la “missione alle genti” in Asia.

Quest’anno celebriamo l’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI il 19 giugno scorso, festa del Sacro Cuore di Gesù, che dura fino alla stessa data dell’anno prossimo 2010. Un anno di preghiera e di riflessione sul sacerdozio, per far conoscere la vocazione sacerdotale e suscitare nelle famiglie e nei giovani nuove vocazioni.

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Credo sia interessante che io presenti alcune belle figure di preti e di missionari. Potrei fare una catechesi sul sacerdozio da un punto di vista biblico, teologico, giuridico, pastorale. Ma penso che questo compito, a Radio Maria, lo svolgono altri più competenti di me. Io posso dirvi che nei miei molti viaggi missionari ho incontrato decine e decine di sacerdoti dei quali sono rimasto ammirato e ho ringraziato il Signore che dà alla sua Chiesa sacerdoti santi e innamorati della loro vocazione e del loro popolo per il quale si spendono totalmente.

In questo mese d’agosto voglio presentarvi la figura di un missionario del Pime, che merita davvero di essere conosciuto: padre Paolo Ciceri, un personaggio davvero fuori del normale. L’ho visitato la prima volta nel 2001 e intervistato a lungo; e anche quest’anno gli ha fatto un’altra intervista e mi ha raccontato tanti fatti anche avventurosi e curiosi della sua vita missionaria.

I Parte – Le prime esperienze con i musulmani

Paolo è nato nel 1942 a Monte Siro in provincia di Milano, ha studiato nei seminari milanesi ed è stato ordinato sacerdote diocesano nel 1967 con altri 60 sacerdoti! Dopo cinque anni di vita parrocchiale a Figino di Milano ed a Cesano Maderno, il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, gli ha dato il permesso di entrare fra i missionari del Pime e, dopo un anno di studio dell’inglese a Londra, nel 1973 è partito per il Bangladesh.

Padre Paolo arriva in un paese povero che è appena uscito da un anno di sanguinosa guerra civile (o guerra di liberazione) nella quale il Bengala musulmano ha acquistato la sua indipendenza dal Pakistan col nome di “Bangladesh”. Il primo anno di missione lo passa in un centro di studio della lingua nazionale bengalese con altri giovani missionari e suore che arrivano nel paese. Poi viene mandato a Beneedwar, dove studia la lingua santal, parlata dai tribali che si convertono a Cristo. Ma del santal non esistono grammatiche o vocabolari, bisogna arrangiarsi parlando, ascoltando e chiedendo consiglio a chi la pratica da molti anni.

Gli è capitato questo fatto che l’ha fortemente toccato. Durante la guerra di liberazione, quando Paolo ancora non c’era, in un grosso villaggio un musulmano ha denunziato ai militari pakistani i cristiani che davano ospitalità ai “mukti bahini”, i partigiani della libertà, per potersi appropriare delle loro terre. I pakistani sono venuti di notte, hanno requisito 25 uomini e sul fiume li hanno fatti fuori.

Paolo racconta: “Io sono arrivato dopo la liberazione e ho visto una cosa che mi ha fortemente stupito e rallegrato e ha inciso profondamente nella mia vita. I partigiani sono andati alla ricerca dei “rajakar”, cioè i traditori che avevano denunziato coloro che ospitavano i partigiani. Alcuni li hanno presi e hanno fatto le loro vendette, come è successo anche da noi in Italia.

“Nel villaggio di Mashakandor vicino a Beneedwar (la mia prima destinazione), villaggio santal, hanno scoperto uno di questi e ho visto questa scena. I partigiani hanno chiamato una delle mogli che avevano perso il marito ucciso dai pakistani, le hanno dato in mano il coltellaccio e le hanno presentato quel musulmano dicendole: “Ecco, questo è uno di quelli che hanno denunziato tuo marito e l’hanno ammazzato. Adesso hai diritto di vendicarti”.

“Questa donna aveva in mano l‘arma per ucciderlo. Ha esitato un po’ e poi ha deposto l’arma ed è andata a casa. Io l’ho seguita e le ho chiesto perchè non si è vendicata, dato che la vendetta è permessa ed è un costume comune. Mi ha detto: “Mio marito era catechista. Il Venerdì santo ha fatto lui la predica perché il padre non poteva venire e ha detto che Gesù ha perdonato in croce e che anche noi dobbiamo perdonare. Sono cristiana anch’io ed ho pensato che non sarebbe stato contento se io avessi ucciso quell’uomo, come avevo tentazione di fare”.

“Io sono rimasto stupito – continua padre Ciceri – perché il clima era proprio di vendicarsi di tutti quelli che avevano combattuto con gli oppressori dei bengalesi. E’ una catena che non finisce più e avrebbe compromesso l’avvenire di tutto il villaggio cristiano, circondato da musulmani, che prima o poi si sarebbero vendicati. La cosa che più mi stupiva era che non erano cristiani d’antica data, ma di data molto recente. Questa è una delle scoperta che fa contento il missionario. Il Vangelo, che per noi cristiani d’antica data è diventato troppo normale, loro ne percepiscono le freschezza e la novità rivoluzionaria”.

Cari amici, la vita missionaria è molto diversa da come noi la possiamo immaginare. In un ambiente non cristiano, con piccole comunità di battezzati che sono minoranze spesso disprezzate, il missionario ha grandi soddisfazioni come quella che ho raccontato, ma corre anche grandi pericoli. Racconto due episodi dei primi tempi della vita di padre Paolo Ciceri.

Nel 1975 parroco di Beneedwar era padre Giulio Schiavi, in Bangladesh da 11 anni, mentre Paolo era arrivato da poco più d’un anno. Il villaggio della missione era un cristiano, ma attorno c’erano tutti villaggi musulmani. In genere, la convivenza è tranquilla e pacifica, ma quando capita qualche litigio, c’è sempre il rischio che diventi un conflitto fra cristiani e musulmani. Durante la guerra di liberazione, molti fuggivano nella vicina India per evitare gli assalti dei militari pakistani. I cristiani, protetti dalla missione, non scappavano. Allora un musulmano di un villaggio vicino ha consegnato la catenella e gli orecchini d’oro della moglie ad un amico cristiano di Beneedwar. “Tienili tu, gli ha detto, poi passerò a ritirarli”:

Ma finita la guerra e tornato a Beneedwar, quel musulmano si è sentito dire dal cristiano che l’oro non ce l’aveva più, perché, pensando che lui non sarebbe più tornato in quanto molti rifugiati in India non tornavano, l’aveva dato alla sua fidanzata come pegno d’amore. Il musulmano, che aveva ragione, ha minacciato il cristiano e questo ha cominciato a gridare “Al ladro! Al ladro!”.

I santal cattolici accorrono e nella zuffa uccidono il musulmano. Succede il pandemonio, arriva la polizia e arresta parecchi uomini, uno dei quali, per salvarsi, dice che è stato il parroco a dire di uccidere i musulmano! La voce si diffonde, la polizia e decine di musulmani inferociti vengono da padre Giulio per arrestarlo. Giulio protesta la sua innocenza e si rifiuta di seguire la polizia, perchè sapeva che se lo arrestavano per lui era finita, in un modo o nell’altro lo facevano fuori. Riesce ad ottenere che la polizia torni il giorno dopo con un mandato di cattura.

Intanto, padre Paolo Ciceri era in un villaggio lontano col giovane padre Emanuele Meli, anche lui da pochi mesi in Bangladesh. Alla sera tornano a Beneedwar. Padre Giulio racconta tutto e dice che per salvarsi la vita deve scappare. Così, nella notte, Ciceri accompagna in auto Giulio alla stazione ferroviaria di Joypur, nella quale al mattino passava il treno. E’ riuscito a scappare e si è salvato, poi è andato a fondare la nuova missione del Pime in Papua Nuova Guinea e oggi è parroco negli Stati Uniti. In Bangladesh non è più tornato. Chi finisce in prigione, anche se ha mille volte ragione, è sempre a rischio di perdere la vita!

I due giovani padri Ciceri e Meli, che ancora non sapevano le lingue locali, hanno passato giorni di gravi pericoli senza abbandonare la missione perché sapevano che l’avrebbero saccheggiata e distrutta. “Tutte le notti – dice padre Paolo – venivano i cristiani a difenderci, mentre si attendeva l’improbabile ritorno di padre Schiavi. Poi a poco a poco la situazione si è calmata”.

Ecco un secondo episodio successo nell’anno 1983 quando padre Paolo Ciceri era parroco a Chandpukur. Anche in questo caso di trattava di una lite fra santal cattolici e bengalesi musulmani, per questioni di terre. Il Bangladesh, come o già detto, ha un territorio piccolissimo rispetto ai suoi 150 milioni di abitanti: ha più del doppio di cittadini dell’ Italia e meno della metà del nostro territorio. Quindi il bene più prezioso è il terreno. Un villaggio santal vende un terreno agricolo di 15 ettari ad un villaggio musulmano vicino, poi vuole ricuperarlo pagandolo; la vendita era illegale in quanto avvenuta senza il permesso del ministro dei tribali, i cui terreni non posso essere venduti senza che il ministro approvi.

Quando scoppia il caso, padre Paolo era in Italia. Il suo viceparroco santal, padre Samson, appoggia i santal. Ricorrono in tribunale e vincono la causa.

Ma vincere una causa in tribunale non basta, bisogna avere il coraggio di occupare la terra. Padre Ciceri riceve una lettera da Samson che dice: “Abbiamo vinto, il tribunale ci ha dato ragione. Adesso abbiamo mille santal con arco e frecce e andiamo ad occupare quei terreni”. Temendo guai, Paolo torna in missione quando i santal hanno già occupato i terreni.

Ma poco dopo i musulmani si vendicano mandando i “dacoits”, le bande di briganti ad assaltare di notte la missione, che era ancora di fango e di paglia. Padre Samson che temeva questo, si è salvato fuggendo poco prima che arrivassero. Ciceri racconta: “Io dormivo e mi sono svegliato perché stavano sfondando la porta della mia capanna. In certi momenti ti affidi al Signore, non hai altro da fare. Ho acceso il lume a petrolio, mi sono vestito e ho incominciato a gridare anch’io. Nel frattempo, Samson è andato a chiamare i santal che sono venuti numerosi e hanno cominciato a scagliare frecce e hanno ferito un brigante. L’hanno preso e bastonato, per farsi dire chi li aveva mandati ad assaltare la missione, ma lui non sapeva, comunque nella notte è morto.

Cari amici di Radio Maria. Capite cosa succede a volte nelle missioni? Sono fatti che i missionari non raccontano volentieri, ma fanno parte della realtà del mondo in cui vivono, dove la vedetta e le violenze sulle persone sono ancora cose abbastanza comuni.

Comunque, il mattino dopo Ciceri e Samson vanno a denunziare il fatto alla polizia e il “daroga”, capo della polizia, porta la lite dal giudice che condanna padre Samson a cinque anni di carcere. Paolo ricorda: “Io non vivevo e non dormivo più, cambiavo posto in cui dormivo tutte le notti perché temevo venissero a prendermi per ammazzarmi”. Poi il superiore del Pime in Bangladesh di quel tempo, che era padre Gianni Zanchi, oggi superiore generale del Pime, è intervenuto e mi ha mandato nella missione di Ruhea, molto distante da Chandpukur.

Per scrivere queste pagine su padre Paolo Ciceri ho avuto una lunga conversazione con sua sorella Maria, che abita con la mamma a Besana Brianza ed è andata sei volte in Bangladesh a trovare il fratello Paolo. Mi dice: “Veniamo da una bella famiglia che ci ha trasmesso la fede e la vita cristiana in modo profondo attraverso l’esempio dei genitori. Ad esempio, ci avevano educati a recitare tutti i giorni il Rosario in famiglia e ancor oggi padre Paolo, quando viene in vacanza dal Bangladesh, alla sera dopocena recita Santo Rosario con me e la mamma. Fin da giovane studente in seminario e poi da sacerdote nella diocesi di Milano, Paolo si caratterizzava per l’amore ai piccoli, ai poveri, ai marginali. Ricordo quand’era viceparroco a Cesano Maderno dove c’erano parecchi profughi e immigrati. Oltre al lavoro in parrocchia andava a visitarli, li aiutava come poteva anche dando del suo”.

In famiglia – continua Maria – teniamo care le sue non molte lettere, perché ogni tanto, raccontando le sue avventure, ha dei pensieri spirituali molto belli”. Maria mi legge alcuni brani delle lettere di Paolo, che purtroppo non mette quasi mai la data! “Una volta – dice – gli avevo scritto di essere più prudente nel trattare con gli ammalati che avevano anche malattie infettive. Lui mi risponde: “Vedi, cara Maria, il fatto è che noi vogliamo veramente bene a questa gente e loro ci vogliono bene. E’ questo rapporto di amore che fa felice il missionario”.

Un’altra volta parla delle sue costruzioni e dei problemi economici che lo affliggono e aggiunge: “La priorità della mia missione non sono questi fatti materiali, ma è la catechesi, che faccio agli studenti delle scuole e dell’Università, alle infermiere, ai giovani che si preparano al matrimonio, oppure quando riesco a riconciliare gli sposi in difficoltà e li convinco a ritornare assieme ed a volersi bene. Infine, la pastorale dei malati che vengono mandati molto numerosi qui a Rajshahi. Assistere i malati è delicato e difficile, ma molto bello”.

E ad un parente che lo lodava per il suo impegno nel lavoro sociale e nel costruire scuole, ospedali e case per i poveri Paolo scrive: “Quando tu devi parlare dell’amore di Dio a gente che dorme per terra, è ammalata, mangia poco ed è affamata, come fai ad essere credibile se non ti interessi di aiutarli? Manifesti l’amore di Dio se rispondi ai loro bisogni primari. Bisogna ridare all’uomo la sua dignità, allora capisce anche il riferimento all’amore di Dio”.

Un’altra volta padre Paolo racconta che l’ha visitato il superiore del Pime in Bnagladesh, padre Enzo Corba, e scrive: “Mi ha incoraggiato perché ha visto che non mi limito a costruire muri, ma cerco di costruire una comunità cristiana che sia modello in tutti gli aspetti della vita. Alla messa settimanale ci tengo tantissimo, corro come un matto per celebrare ovunque ci sono cristiani. Faccio volentieri questo sacrificio per poter dare a tutti l’assistenza religiosa a cui hanno diritto”.

Ecco, cari amici, voi adesso capite meglio perché dobbiamo pregare tanto per i sacerdoti: che Dio conceda alla sua Chiesa tanti e santi sacerdoti secondo il suo cuore. Noi preti, nella nostra piccolezza e debolezza, dobbiamo rappresentare Gesù Cristo nella nostra vita. Non solo parlare di Cristo, ma essere per gli uomini come Gesù era per i suoi contemporanei. Impresa impossibile per un uomo, ma con l’aiuto di Dio tutto è possibile.

II) Parte seconda – La fondazione della diocesi di Rajshahi

La Chiesa in Bangladesh ha sei diocesi, una delle quali, Rajshahi, è nata da quella Dinajpur il 21 maggio 1990, col vescovo locale mons. Paulinus Costa. In questa quarta città del Bangladesh (dopo Dhaka, Chittagong e Khulna) con circa 750.000 abitanti, la Chiesa è presente solo dalla fine degli anni settanta. Al tempo degli inglesi era città proibita per i missionari cattolici. 

La persona che per prima ha portato la Chiesa a Rajshahi è suor Silvia Gallina, superiora delle suore di Maria Bambina nella missione di Andarkhota, che andava in moto nella vicina Rajshahi per prendersi cura degli aiuti e dei malati. Poi ha preso in affitto un appartamento e vi si è stabilita con due consorelle, vincendo non poche resistenze e anche minacce, insulti, boicottaggi. I musulmani radicali non volevano una missione cattolica in città.


Negli anni settanta, p. Faustino Cescato, direttore della Caritas di Dinajpur, ha aperto a Rajshahi un «Sick Shelter» (centro di accoglienza per ammalati). Il missionario e le suore si accorgono che la città è piena di «adibasi» (tribali) che vivono negli «slums» (baraccopoli), dove si sfasciano le famiglie. Cescato e suor Silvia fondano tre quartieri di tribali, in maggioranza animisti. Cescato compera dei terreni di poco valore perché paludosi e all’estrema periferia della città  (oggi sono quasi in centro); li ha redenti, ha portato terra, ha spianato e ha costruito tre villaggi con casette di fango e tetto di lamiera (circa 200 in tutto) che ha dato ai tribali, cominciando per loro le prime scuole, assistenza sanitaria, aiuti.

Nel 1987 arriva a Rajshahi p. Paolo Ciceri, che all’inizio ha avuto parecchie difficoltà e dice: “Senza l’aiuto di suor Silvia non ce l’avrei fatta, per i troppi ostacoli anche nel lavoro pastorale con i cristiani. Nei villaggi tribali costruiti dalla missione c’erano lotte continue e immoralità gravi. Alcune famiglie vivevano sulla vendita illegale di vino di palma che importavano dai villaggi, venivano a berlo di notte anche i musulmani. Poi, ubriachi, mettevano le mani sulle donne, succedevano risse furibonde. Ragazze e donne andavano di notte in città a prostituirsi. Questo nei villaggi fatti da Cescato, ancora quasi tutti animisti”.

Padre Ciceri fonda la parrocchia di Rajshahi nel 1987. I cristiani dispersi hanno un punto preciso di riferimento e un prete sempre a loro disposizione. In pochi mesi, il consiglio parrocchiale, stabilisce delle regole precise per le famiglie cristiane che vivevano sui terreni e nelle casette della Caritas: chi vuol fare il commercio illegale dell’alcool o la prostituzione vada fuori dai villaggi costruiti dalla Caritas. “Il terreno – dice padre Paolo – era sempre nostro e potevamo mandarli via: voi siete ospitati gratis e assistiti, se non osservate le regole andate via. Ma le minacce non funzionavano: dicevano di sì e continuavano. Io diventavo matto e mi sono infuriato. Rischiando molto, sono andato là con alcuni miei giovani e ho tirato via i tetti di lamiera alle famiglie che non volevano andare via. All’inizio hanno reagito e anche i musulmani implicati in questi traffici illeciti mi minacciavano: avevo paura più dei musulmani che dei tribali.

Infatti, ad esempio, una volta mi hanno seguito con due moto, minacciosi, cercando di chiudermi in un angolo: mi avrebbero battuto per bene. Ma io che guido la moto da molti anni, sono riuscito a sfuggire buttandomi giù per la scarpata di un fiume quasi a secco».

Così la parrocchia si stabilisce a Rajshahi, aiutando i tribali e unendoli in villaggi propri, dove possono conservare lingua, cultura, tradizioni. Si è cominciato con scuolette elementari, pagando le insegnanti e fornendo tutto il materiale didattico. Poi, con l’aiuto della Cei (Conferenza episcopale italiana), p. Ciceri ha costruito una grande scuola, costata 240 milioni di lire (in Italia sarebbe costata almeno due miliardi).

Oggi vi sono 460 alunni, tutti tribali e un po’ di bengalesi cristiani. È un’ottima scuola perché hanno fatto scelte precise: ad esempio le classi devono avere non più di 40 alunni, mentre nelle scuole statali sono da 80 a 120! Chi può studiare a casa propria impara qualcosa, gli altri non imparano nulla. Poi la scuola di padre Paolo non dà vacanze, eccetto il mese nel tempo natalizio: insegnano tutto l’anno, mentre nelle altre scuole fanno vacanza più della metà dei giorni, anche per scioperi e manifestazioni politiche. Infine, le insegnanti sono tutte cattoliche, parlano inglese, bengalese e santal e accettano questo impegno con scarsa paga per fare un servizio ai tribali. La scuola è fino all’ottava (Junior High School) e si è acquistata buona fama. Paolo dice che curano molto anche l’insegnamento della religione.

Così nella grande città di Rajshahi, con 750.000 abitanti, nel 1990 nasce la diocesi e in città anche oggi c’è la sola parrocchia della cattedrale di padre Ciceri, che ha 7-8.000 battezzati e 600 catecumeni, i battezzati in un anno sui 250-300 e a volte anche di più. In un anno Paolo ha battezzato 700 catecumeni. “Io non battezzo rapidamente – dice padre Ciceri – come fanno alcuni. Battezzo quando sono sicuro che hanno capito cos’è la vita cristiana, sono decisi a viverla e posso fidarmi di questa loro decisione. Voglio vedere se l’entusiasmo iniziale di diventare cristiani dura e produce una vita cristiana o no, se è autentico o no, se è finto per avere la scuola e altro. Noi siamo più prudenti dei preti locali, in genere. A Rahutara, 25 km. da Rajshahi c’è padre Emilio Spinelli, anche lui del Pime. Noi due abbiamo la missione fra gli oraon e usiamo lo stesso metodo.

A Rajshahi ho quattro giovani coadiutori, due santal e due bengalesi. Poi ci le suore di Shanti Rani, di Maria Bambina e di Madre Teresa, che fanno la visita e la catechesi nei villaggi. La parrocchia ha cinque catechisti stipendiati.

Dopo aver fondato la parrocchia in città, padre Paolo si è accorto che anche fuori, in campagna, ci sono adibasi, che vivevano come servi e schiavi dei proprietari di terre. Racconta:

«Andavo a trovare questi tribali che abitavano sul terreno del proprietario e non erano liberi di incontrarsi con me. Alcuni erano cattolici, gli altri volevano diventarlo. Allora ho comprato i terreni meno costosi (ad esempio non serviti dalla strada asfaltata) e ho fatto sei villaggi con scuola, chiesa e case, riunendo i santal dispersi: le suore di madre Teresa mi aiutano nell’assistenza e nella catechesi fuori città. Oggi abbiamo circa tremila cristiani in campagna. Lavorano come prima dai proprietari di terre, ma sono in casa propria e nel proprio villaggio, i figli vanno a scuola, sono assistiti sanitariamente e aiutati. Non sono più servi o schiavi, ma uomini liberi anche se poveri. Ho fatto casette unifamiliari, con due stanze, una veranda, il servizio e un cucinino. Ogni famiglia ha in media 5-6 membri, alcune hanno anche i loro vecchi e allora sono di più. Ogni villaggio ha casa, scuola e chiesa. Ogni domenica c’è la messa.

Oltre ai villaggi da me costruiti – continua padre Paolo – oggi abbiamo altri 35 villaggetti adibasi nelle campagne che vogliono diventare cattolici. Gli adibasi sono pahari, santal e oraon. Parlano anche bengalese, ma con 200 parole, in casa usano ancora la loro lingua. I bambini invece, se vanno a scuola, imparano bene. Una delle mie consolazioni più belle è vedere quelle bambinette che ho preso negli ‘‘slums’’ piccole, povere, denutrite, stracciate: oggi sono maestre, infermiere, hanno un diploma e una loro dignità e capacità».

Gli «adibasi» in Bangladesh sono dai tre ai quattro milioni (su 150, in grandissima maggioranza musulmani). Sono animisti, ma prendono coscienza che la loro fede tradizionale non ha senso e sono disprezzati per questo: per cui si volgono al cristianesimo. Se entrano nella Chiesa acquistano identità, forza sociale e poi assistenza, scuola, sanità, ecc. Il governo è contento che le Chiese cristiane si interessino degli adibasi, perché nessun altro fa qualcosa per loro.

«Se noi convertissimo un musulmano — dice p. Paolo — saremmo subito mandati fuori; ma un adibasi no, sono contenti, tanto non si faranno mai musulmani. Se ti interessi di loro, si convertono, anche perché vedono che a farsi cristiani ci guadagnano, anzitutto nella pace nei e fra i villaggi. Io non ho mai visto un villaggio tribale che viva in pace: c’è la legge della giungla, il più forte comanda e opprime gli altri. Anche nella  famiglia, il cristianesimo porta molti vantaggi e mentalità nuove, di rispetto per la donna e il bambino, di perdono, di aiuto vicendevole.

Quello che li convince è la scuola. Quando i loro bambini vengono a scuola, vedono subito che diventano svegli, sanno parlare e leggere, crescono senza complessi. Le ragazze che sono state nelle nostre scuole quando si sposano non perdono più tempo, non chiacchierano, fanno la piccola economia domestica, guadagnano con diverse attività: allevano anatre, polli, caprette, cuciono, ricamano, insomma diventano attive mentre prima erano passive; e quando c’è un malato in famiglia se la sbrigano, sanno dove portarlo, sanno leggere le prescrizioni… I musulmani non possono diventare cristiani, ma ho anche giovani musulmani che vengono in missione. Alcuni per chiedere qualcosa, ma altri sono interessati a conoscere il cristianesimo… Sono stufi dell’islam, i più sensibili non ne possono più».

Chiedo a padre Paolo se ha molte conversioni fra gli aborigeni, gli “adibasis” e mi risponde: “Potrebbero essere molte di più se avessimo più personale missionario e più mezzi. Oltre alla scuola, la missione attira per l’aiuto concreto che diamo nelle loro necessità”. E mi racconta un esempio significativo.

“Visitando i tribali nelle baraccopoli di Rajshahi, ci siamo accorti, suor Silvia ed io, che c’era un’altissima percentuale di tubercolotici e di lesmaniosi, il kalajor, la febbre nera. Famiglie intere distrutte. Abbiamo chiesto l’intervento dell’Università medica della città. Hanno mandato una commissione medica a indagare, cinque medici studiosi, che quando hanno visto le capanne in cui abitano gli abibasis hanno detto: “Qui c’è l’infezione”. Io ero abituato alle capanne di terra rossa dei tribali, che sono abbastanza sane, robuste, che resistono alle penetrazione di germi e animaletti. Qui invece le capanne sono vicine al fiume e la terra è formata da sabbia di fiume che si scioglie come neve al sole o alla pioggia. Usano la terra che hanno che è piena di germi. Sono venuti con una grande siringa, l’hanno fatta penetrare nella terra delle capanne, hanno tirato su, con la terra, decine di piccolissime mosche con le ali rotondette e mi hanno detto: “Queste sono le mosche del kalajor, che diffondono la febbre nera, peggiore della tubercolosi”. La Tbc con la cura giusta migliora, la febbre nera praticamente non è curabile. E quei medici ci hanno detto: “Quello che voi spendete per curare questa gente, spendetelo per far venire 30-40 camion di terra rossa e fategli fare le capanne con quella terra”.

Così abbiamo fatto, ma poi in quell’anno 1992 o 1993 siamo venuti in vacanza sia io che suor Silvia e siamo andati dalle sue suore di Maria Bambina a Romano Lombardo dove lei aveva fatto l’asilo prima di venire in Bengala. In quel paese e nei paesi vicini abbiamo raccolto 200 milioni di lire e tornati in Bangladesh, avendo già i terreni, abbiamo costruito casette in muratura per tre villaggi in città e tre in campagna, circa 400 casette in tutto: due stanzette, la veranda e il servizio igienico, pavimento di cemento e tetto di lamiera. In pochi anni è sparita la febbre nera e la tubercolosi si è ridotta moltissimo. Inoltre, le case in bambù, terra e paglia vanno rifatte ogni due-tre anni e in città è tutto materiale trasportato dalla campagna che costa molto. Una casetta in muratura dura intatta per almeno 20-25 anni e se è tenuta bene anche di più. Molti tribali sono diventati cristiani proprio in seguito a questo fatto. La voce si è diffusa e tutti l’hanno conosciuto e sono venuti a vedere.

Le conversioni sono venute perché hanno visto che noi non siamo come una delle molte Ong che vengono dai paesi occidentali, realizzano un progetto, lo avviano e se ne vanno e spesso dopo un po’ tutto torna come prima. Noi stiamo con loro una vita e se qualcuno di noi muore o torna in patria, altri ci sostituiscono in quegli stessi progetti.

Ho imparato da suor Silvia che devi fare anche gesti eroici per penetrare nel loro cuore. Essere a disposizione giorno e notte. E’ questo che tocca il cuore degli adibasis, non le nostre parole. I tribali hanno tutta una storia di disprezzi, ingiustizie, razzismi e varie forme di umiliazione, anche fra preti e suore a volte, il bengalese su sente superiore al tribale. Ecco, i tribali quando hanno visto che questa suora gli voleva veramente bene così come sono e si sacrificava per essi senza ricevere nulla, hanno capito che la sua fede nel Dio dei cristiani era la molla di tutto e sono diventati cristiani.

C’è poco da fare: un Vangelo non incarnato in gesti di amore, non ha valore. Un esempio. Una volta è venuta una donna santal pagana con un bambino in braccio con il femore rotto. Lei l’ha portato dal “kubiraj”, lo stregone, che ha fatto sul bambino tutte le sue stregonerie, sacrificando una gallina e altre cose perfettamente inutili anzi dannose, recitando delle formule e agitando una specie di scopa, per scopare via il bonga (lo spirito cattivo) che gli aveva provocato la rottura dell’osso. Il bambino aveva la gamba gonfia e gli veniva fuori il pus, era già da qualche giorno in quella situazione. Io ho detto: “Lo porto a Dacca”, dove c’era allora, all’inizio che ero a Dingaduba, l’unico ospedale pediatrico. Sono arrivato a Dacca con un viaggio in auto di ore, certamente sette o otto. All’ospedale mi hanno detto: “Ci sono decine di prenotati e venuti prima di te, mettiti in coda e aspetta”. Poi ha guardato il bambino e la ferita e mi ha detto: “Questo bambino è spacciato, è inutile aspettare”. Ho protestato ma non c’era nulla da fare. In quel momento sono crollato, mi sono messo a piangere. Tutta quella fatica per niente! La mamma del bambino anche lei piangeva. Io poi morivo dal sonno e dalla fame e tremavo tutto.

Ma la Provvidenza arriva sempre. C’era un altro uomo che era il primo a portare il suo bambino nella sala operatoria. Mi ha visto, mi ha chiesto chi ero e ha detto all’infermiera: “Lasci andare prima lui”. Quando è arrivato il dottore ha portato dentro il mio bambino. Mi è passata tutta la stanchezza e mi sono messo in giro a cercare e comperare le medicine e quanto occorre per l’operazione. A farla breve, in sei ore di operazione, il bambino è stato sistemato. Il dottore viene fuori e mi dice: “Tu devi aver pregato qualcuno perché a questo bambino si è fermato il cuore due volte. Ma adesso è salvo, tornerà come prima”. L’hanno messo nel reparto dei degenti, il bambino poi è tornato a casa, sta bene, gioca al pallone, anche se ha una gambe leggermente più corta dell’altra. Ma sono piccole cose in confronto ad una vita salvata. E questo mi ha dato la chiave per entrare in quel villaggio. Ma se non fai queste cose qui, non ci credono, non tocchi il loro cuore. E quando hai quelle soddisfazioni lì, i sacrifici non contano più. Ti spendi tutto davvero, senza risparmio.

III) Terza parte – Perché è bello fare il missionario

Padre Paolo parla con entusiasmo della sua missione. Nell’estate 2009 è stato in vacanza due mesi e a 67 anni, con numerosi mali e acciacchi, ritorna volentieri in missione. La sorella Maria mi dice che quando viene in vacanza, “tutto il suo tempo è impegnato per la missione in Bangladesh. Gli proponiamo qualche viaggio o passeggiata, ma lui ha sempre molto da fare e vive solo per i suoi bengalesi”. Chiedo a Paolo di parlarmi dei suoi cristiani. Risponde:

“La prima cosa che voglio dire è questa. I miei cattolici sono aumentati e sono di esempio. Quando ho fondato la parrocchia vent’anni fa i cattolici conosciuti erano meno di mille, oggi sono 7-8.000 e debbo dire molto fervorosi. Ogni venerdì di Quaresima, che in Bangladesh è giorno di festa come in Italia la domenica, facciamo il ritiro spirituale per tutti i cristiani. Io ho predicato quello per gli anziani, il vescovo per gli adulti e un mio coadiutore quello per i giovani, un altro coadiutore per i bambini delle elementari e delle medie. Una partecipazione favolosa. Alla Via Crucis del Venerdì Santo la cattedrale è strapiena. Ogni sabato sera facciamo un’ora di adorazione eucaristica ben preparata e animata con canti, brevi omelie e preghiere: 250 partecipanti ogni sabato sera.

Questi giovani cristiani sono all’inizio del loro cammino di fede e godono di pregare, cantare, fare le cerimonie, sentire spiegare i misteri della fede, i fatti della vita di Gesù e della Madonna.

Il loro entusiasmo è travolgente. I vescovi hanno insistito molto per creare gruppi di cristiani che nei villaggi in cui c’è il prete leggano assieme il Vangelo, recitino il Rosario tutti i giorni. Una iniziativa che in Italia forse fallirebbe, là ha avuto un buon successo, proprio per il gusto di pregare assieme e il sentirsi responsabilizzati di fare qualcosa di loro iniziativa. Amano le cerimonie, l’intronizzazione della Bibbia, i fiori, l’incenso, i canti, le processioni. Ogni volta mi stupiscono. Anche agli studenti cristiani di College, dai 16 anni in su, abbiamo chiesto di responsabilizzarsi del Rosario nella loro comunità di villaggio e di altri incarichi e lo fanno.

“Faccio un altro esempio – continua padre Paolo – nella Settimana Santa 2009 ho sgobbato come un matto, tre villaggi da visitare al giorno, le confessioni, le cerimonie, la catechesi in ogni villaggio. Nel giorno di Pasqua ho celebrato tre Messe in tre villaggi. Vengo a casa in moto ed ero stanchissimo. Il catechista mi telefona: “Vieni subito a Baya che è importante. Vieni subito, se non vieni ti pentirai. A Baya non ci sono cristiani ed ero tentato di non andare, stanchissimo come ero, anche perché sapevo che là c’erano i tribali paharia che vivevano facendo commerci illegali e avevano già rifiutato l’istruzione religione. Invece ci sono andato. C’era una chiesa fatta con una intelaiatura di bambù coperta con i sari delle donne tutti colorati e un altare già preparato con i fiori e le candele. Il catechista mi dice di celebrare la Messa, io rispondo che quei paharia non sono cristiani e lui dice: “Sì, però hanno chiamato proprio oggi i loro parenti battezzati che risponderanno e faranno la Comunione”. Mi è passata la stanchezza e ci ho messo dentro il fuoco nel fare l’omelia.

Alla fine della Messa ho detto: “Ma perché mi avete chiamato proprio quest’oggi che sono cos impegnato e stanco?”. Rispondo: “E’ vent’anni che stiamo a guardare quello che fai tu e i tuoi cristiani. Primo: abbiamo visto che i musulmani ci pagano il nostro lavoro, però ci disprezzano. Secondo, i nostri parenti sono diventati cristiani e, dopo un periodo di fatiche e rinunzie, oggi hanno i figli che vanno tutti a scuola e sono ben sistemati con un lavoro onesto, le ragazze sono infermiere o insegnanti e alcune laureate e sono accettate e non più disprezzate nella società musulmana. Noi abbiamo deciso, vogliamo diventare cristiani anche noi, non possiamo più aspettare. Devi prenderci, adesso o mai più”.

“Questo è successo il giorno di Pasqua di quest’anno e io so che i paharia sono gente dura, decisa, forte, se fanno una promessa la mantengono. Ero così felice che non sentivo più la stanchezza. E adesso stanno incominciando un cammino di catechesi e di introduzione nella vita cristiana. Queste sono le grandi gioie che il Signore mi dà. Non ho lavorato invano, i frutti si vedono”.

Ecco un altro fatto. “Prima della Pasqua di quest’anno – continua padre Paolo – ho visitato i nostri villaggi cristiani, consigliando a tutti di fare a Pasqua il pranzo comune, durante il quale fare la riconciliazione delle liti, delle inimicizie, delle antipatie e dei problemi che ci sono tra voi. Il pranzo pasquale è la festa della pace di Gesù e deve essere segno di una riconciliazione e sistemazione dei problemi. In questi pranzi ciascuno paga la sua quota, chi non può è a carico della missione. Nel villaggio si radunano tutti a pranzare e cucinano assieme. Ho avuto la consolazione di vedere che ovunque, nel grande pranzo pasquale al quale erano invitati i cristiani, la riconciliazione è avvenuta. Questo mi ha commosso ed ha dimostrato la forza della fede vissuta in modo autentico. E’ bello vedere centinaia di cristiani seduti in circolo a mangiare con gioia e cordialità!”.

L’elemento iniziale e fondamentale nella costruzione della comunità cristiana è la scuola. Paolo mi dice che tutti i 12 villaggi che ha costruito sono triplicati di abitanti perché con la scuola trovano un lavoro, sono rispettati, entrano nella società. All’inizio dicevano: “La scuola è una mania del padre”, adesso tutti mandano i figli e le figlie a scuola e si dicono l’un l’altro: “Noi non abbiamo terre, non abbiamo capitali per fare commercio, siamo disprezzati dai bengalesi. La nostra unica via per crescere è la scuola della missione”.

Il vescovo di Rajshahi, mons. Gervas Rozario, ha chiesto al missionario di costruire una scuola di taglio, cucito e ricamo per le donne. Una suora dell’Addolorata di Piacenza, suor Luisa, ha già ottenuto un grande successo con una scuola come questa in una baraccopoli a Dacca. Quelle donne lavorano molto bene ed esportano in Italia. Suor Luisa accetta dal vescovo la proposta di fare a Rajshahi un’opera simile, però vuole la casa. Il vescovo dice a Paolo: “Pensaci tu, compera tre bighe di terreno”. “Dato che al vescovo bisogna sempre obbedire – dice padre Ciceri – mi dò di fare per trovare i benefattori e dopo un po’di mesi il terreno è acquistato. Suor Luisa, che a Piacenza è aiutata dal Lyons Club, viene, mi paga metà del terreno e ha già incominciato a costruire un grande centro a U a due piani, che comprenderà la scuola materna per i bambini delle donne che verranno a studiare e lavorare, la scuola elementare fino alla quinta, i laboratori, l’abitazione per le suore, la cappella, il dispensario medico e altri servizi. Con questa scuola, la parrocchia della cattedrale avrà un nuovo e forte impulso”.

La vita in missione – continua padre Paolo – è una grande fatica, ma c‘è anche una soddisfazione immensa vedere le mie famiglie tribali, trent’anni fa poverissime e disprezzate, che attraverso la scuola e il Vangelo si tirano su e sono alla pari con i bengalesi musulmani. Quando un tribale è elevato dalla scuola e trova lavoro presso ditte serie, il problema della marginalizzazione nella società bengalese è risolto, scompare. Sono trattati come gli altri, nessuno ti ricorda che sei un tribale. Per esempio, ho una quindicina di infermiere cattoliche che lavorano al “Medical College”, Università di medicina, che dicono tutti che sono le migliori, perché la bontà del cristiano è dentro di loro. E’ spontaneo per loro curare il malato con amore, con pazienza, con delicatezza e sono stimate da tutti”.

Padre Ciceri ricorda: “Qualche mese fa l’ambasciatore d’Italia, dott.sa Itala Occhi, educata dalle suore di Maria Bambina, è venuta a visitare la nostra missione. L’ho portata a Delubari, dove si sta iniziando una missione tra gli oraon, ancora ai primi passi. Non abbiamo potuto offrirle un’accoglienza degna del suo ruolo, perché la missione è agli inizi, l’abbiamo fatta sedere su un sgabello di legno e corda. Però è rimasta impressionata bene e me l’ha detto. Il capo di quegli oraon le ha fatto un discorsetto d’augurio e io traducevo. Diceva: “Noi siamo uno dei popoli meno evoluti del Bangladesh e siamo abituati a vederci disprezzati da tutti. E’ la prima volta che un personaggio di alto livello come lei viene a trovarci, con rispetto e interesse per noi”.

“Oggi puntiamo ad alzare il livello dell’educazione. Nelle nostre scuole, fino alla III elementare i bambini non possono andare a lavorare e quelli che continuano gli studi li portiamo all’ostello della missione, così siamo sicuri che studiano. Li ospitiamo alla scuola della Cattedrale che ha 650 alunni e oggi arriva fino all’ottava classe, ma la porteremo fino alla decima. In Bangladesh si insegna ancora col metodo antico di imparare a memoria per passare l’esame, noi stiamo incominciando a insegnare col “metodo attivo”. Imparare a memoria va bene, ma anche ragionare, rendersi conto della realtà delle cose, essere critici. I tribali non sono abituati a ragionare sui fatti, sulla realtà che vedono e che vivono. C’è un abisso culturale fra noi e loro e per accorgersene bisogna starci assieme per lunghi anni”.

“La fortuna che ho avuto è stata di rimanere qui per un lungo periodo, quindi posso rendermi conto del valore enorme che hanno la scuola, il Vangelo, il catechismo che insegna i principi cristiani del vivere: amore, gratuità, perdono, sacrificio, valore della donna, gioia di vivere e serenità di vita pur nelle difficoltà, solidarietà con i meno fortunati e via dicendo. Adesso vedo questi ex-bambini ed ex-bambine diventati uomini e donne, papà e mamme, e mi rendo conto di non aver lavorato invano. Un grande motivo di soddisfazione è di vedere quei ragazzi e ragazze, figli di tribali poveri e bevitori e di famiglie sgangherate, che oggi occupano posti importanti nella società bengalese e aiutano quelli della loro etnia”.

“All’ostello femminile di Rajshahi abbiamo 137 ragazze con le suore di Shanti Rani e quando vi portiamo queste bambine e ragazzine, sono proprio a terra, sono mezze selvaggette. Entro un anno di collegio e di scuola e di compagnia con altre ragazze delle loro età, c’è un cambiamento enorme e si vede che sono personcine intelligenti, vivaci, che imparano in fretta. Anche perché non è solo la formazione scolastica, ma è la formazione cristiana e umana che danno le suore”.

La scuola e il Vangelo cambiano davvero la società. Per esempio, nei matrimoni fra cattolici. In passato, con scarsa formazione umana e cristiana, il matrimonio era dominato dal marito e capitava spesso che il missionrio dovesse intervenire perché venivano donne sposate a lamentarsi che il marito le batteva, si ubriacava, non dava i soldi per comperare da mangiare. Il padre doveva intervenire. Oggi non capita più, giovani e ragazzi educati nelle nostre scuole e ostelli sono abituati a discutere, si rispettano. Possono anche bisticciare ma vanno d’accordo. Abbiamo in missione delle famiglie giovani meravigliose”.

La nuova “Novara School” di Rajshahi

La «Novara Technical School» di Dinajpur, fondata nel 1963 e finanziata dalla diocesi e dalla città di Novara, è diventata la più stimata scuola professionale del Bangladesh (ce ne sono poche altre). Fino ad una decina d’anni fa formava falegnami, meccanici, carpentieri, elettrotecnici. Il direttore attuale fratel Massimo Cattaneo, fratello del Pime, l’ha rinnovata introducendo nuovi corsi richiesti dallo sviluppo che sta prendendo l’industria. Ad esempio, con l’uso di macchine computerizzate per l’automazione nel lavoro e il controllo numerico della produzione. Ma non ci sono i tecnici e la “Novara School” li prepara. I diplomati trovano lavoro a Dacca attraverso la scuola, che è in contatto con diverse ditte e non si limita più a dare un diploma, ma accompagna lo studente nella ricerca del primo impiego a Dacca, dove si concentra l’industria nazionale.

“Il collegamento con le ditte – dice Massimo – è stato positivo perché ci prendono i diplomati come lavoratori stabili con la paga in proporzione alla professionalità e sono ben contenti di avere ragazzi preparati anche come disciplina e onestà. Per mandare i nostri giovani, abbiamo scelto le ditte più moderne che assicurano non solo un buon stipendio, ma il rispetto dell’uomo, l’assistenza sanitaria, il rapporto umano con i dipendenti. Io vado a Dacca a parlare con i dirigenti di queste ditte, assicuro loro la professionalità e onestà dei giovani, ma loro danno altre garanzie. La maggioranza degli studenti sono cristiani, perchè nel nostro ostello qui a Suihari (Dinajpur) sono tutti cristiani in quanto abbiamo regole come la preghiera comunitaria tutti i giorni. Nella scuola più dei due terzi sono cristiani, gli altri musulmani o indù. La scuola è nata per i tribali e all’ostello vengono quasi tutti da famiglie tribali molto povere. Da poco ci sono anche una dozzina di ragazze, ospitate dalle suore, a cui insegnamo le tecniche di produzione tessile, l’inglese e l’uso dei computer”.

Pochi anni fa al vescovo di Rajshahi è venuta l’idea di fondare una scuola tecnica come quella di Novara a Dinajpur, anche perché Rajshahi si sta industrializzando rapidamente. Il vescovo ha parlato col fratel Massimo Cattaneo e con padre Rapacioli (superiore regionale del Pime) e poi chiama padre Ciceri dicendogli di comperare sei bighe di terra per questa scuola. Con notevole fatica perché i terreni liberi non esistono più e i prezzi aumentano di giorno in giorno, padre Paolo riesce ad acquistare terreni contigui per sei bighe (tre ettari).

“La terra l’ho pagata io – dice Paolo – con l’aiuto della Provvidenza e di diversi benefattori, all’estrema periferia di Rajshahi, in collegamento con strade importanti. In una città del Bangladesh è un terreno enorme, ma che serve tutto. Poi abbiamo cominciato a costruire con i miei operai, cioè quelli formati dalla missione a cui diamo lavoro, e con l’assistenza dell’ing. Alberto Malinverno, volontario dell’Alp(Associazione Laici Pime), che ha progettato e segue le nuove costruzioni di alcune diocesi. Ci fa risparmiare il 25% di quanto avrei speso con un progettista, un ingegnere e una ditta locale, e sta portando il prezioso aggiornamento delle ultime tecniche di costruzione che qui sono del tutto ignorate.

“A Rajshahi, continua padre Paolo, siamo amici di tutte le autorità, che ci ammirano e partecipano ad esempio alla festa della nostra scuola e alla distribuzione dei diplomi. Per questa scuola tecnica che sta nascendo ho già il doppio di prenotazioni degli studenti che potremo ospitare. Ma non vogliamo ancora essere riconosciuti dallo stato, per essere liberi di ospitare soprattutto i tribali. Un riconoscimento governativo ci obbligherebbe ad avere un altro criterio e a noi basta che i nostri ragazzi trovino subito un impiego. E’ uno dei modi migliori per promuovere le popolazioni più povere e marginali. La nostra scuola avrà un ramo che non c’è ancora a Dinajpur: l’insegnamento della tecniche di costruzione. Poi formeremo carpentieri, elettricisti, meccanici-motoristi e saldatori. In seguito verrà la scuola di computer e quella per le ragazze che vogliono lavorare nelle fabbriche di abiti a Dacca. Se poi qui a Rajshahi porteranno il gas, la città si svilupperà in modo grandioso e la nostra scuola acquisterà un’importanza enorme”.

Per concludere, chiedo a padre Paolo Ciceri se è contento di essere venuto in missione nel Bangladesh. Risponde: “Io non cambierei la vita del missionario con niente altro. E ringrazio il Signore che mi ha chiamato, ho una vita piena di sacrifici e di gioia, perchè tocchi con mano che il tuo lavoro è utile a qualcuno”.

Un episodio che ho sentito raccontare da diversi confratelli dimostra questa affermazione di padre Paolo, l’unico missionario del Pime che è stato investito da un treno e può ancora raccontare com’è andata! Lo stesso Paolo dice:

Era una giornata di pioggia battente e dovevo andare a parlare tutta la giornata con i catechisti che si erano riuniti. Parto in auto al mattino con un ragazzo. La pioggia era talmente forte che si vedeva poco e avevo chiuso il finestrino perché non piovesse dentro. Passo la ferrovia col passaggio a livello incustodito. Non sento il treno e non c’era nessun segnale luminoso che ne indicasse il passaggio. Fatto sta che proprio mentre passo il treno arriva, andava adagio perché era vicino alla stazione di Rajshahi. Per fortuna mi ha preso in modo che mi ha scaraventato nel vicino laghetto (pukur). L’auto non si è rovesciata, ma si è lanciata saltellando nel pukur dove si è fermata nel fango. Il treno ci ha presi al punto giusto: bastava che ci prendesse mezzo metro prima o dopo e avrebbe schiacciato e accartocciato l’auto con noi due dentro. Ci siamo trovati con l’acqua fino alla cintola, la macchina scassata e non si poteva aprire la porta dalla mia parte dove il treno mi aveva colpito.

Noi due non ci siamo fatti nulla. Un grande spavento, ma sani e salvi. Siamo usciti in qualche modo dall’auto e io ho pensato: è inutile che vada a cercare una gru: oggi è venerdì, giorno di festa dei musulmani e non lavora nessuno. Così col ragazzo che mi accompagnava siamo andati a piedi dove i catechisti mi aspettavano. Ci siamo arrivati bagnati come pulcini e ho fatto la mia giornata di istruzione e di preghiera. Proprio in quel tempo stavano costruendo la circonvallazione di Rajshahi e c’era vicino al luogo dell’incidente una grande gru per i lavori, che il giorno dopo mi ha tirato su l’auto e sono venuti a prenderla per aggiustarla”.

Fin qui il racconto il racconto di Paolo, ma altri missionari aggiungono che la gente vicina al passaggio a livello ha sentito lo scontro e quando sono venuti hanno riconosciuto l‘auto del padre ma lui dentro non c’era più. Sono corsi alla missione per avvisare che padre Paolo era morto dentro l’auto o era finito in fondo al laghetto. La voce si è diffusa, sono corsi diversi padri anche da altre missioni, ma di padre Ciceri non c’era traccia. Finalmente uno si ricorda che in quel giorno doveva parlare ai catechisti. Vanno nel luogo del raduno e trovano Paolo che sta facendo la sua lezione. Investito da un treno, ma fedele alla sua missione fino in fondo!

Padre Gheddo su Radio Maria (2009)

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