Bangladesh Tre parrocchie a Dacca – Padre Gheddo a Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, nel maggio scorso vi ho parlato della Chiesa in Bangladesh, oggi vi parlo di come funzionano le parrocchie in questo paese di 150 milioni di abitanti con soli 300.000 cattolici, lo 0,3% della popolazione. Quando si parla di missioni, molti chiedono come si svolge il lavoro missionario nelle missioni. L’esempio del Bangladesh mi sembra significativo almeno per le Chiese asiatiche.

Ci sono due tipi di parrocchie, quelle rurali e quelle cittadine, molto diverse. Oggi vorrei raccontare la parrocchia di Mirpur e le due quasi-parrocchie di Kewachola e di Utholi affidate dall’arcivescovo al Pime nella capitale Dacca; e il centro cristiano a Uttora, ancora in via di formazione per diventare parrocchia.

Divido la mia catechesi in tre parti:

1) La Chiesa e il Pime nella metropoli di Dacca – Una parrocchia già formata, Mirpur.
2) Tre quasi parrocchie in via di formazione: Kewachala, Utholi, Uttora.
3) La presenza cristiana fuori delle parrocchie.

I) Prima parte – Il Pime a Dacca e la parrocchia di Mirpur

Ho già ricordato nella prima trasmissione sul Bangladesh (marzo 2009), che la capitale Dacca è il simbolo e l’espressione più significativa della rapida e massiccia evoluzione che il Bangladesh ha conosciuto negli ultimi 20-30 anni, con l’industrializzazione nata dagli investimenti stranieri per la produzione tessile, che sta causando un aumento del PIL nazionale (prodotto nazionale lordo) da una media del 2-3% negli anni ottanta, al 7-8% annuale oggi.
Questa produzione si è concentrata quasi tutta nella sola Dacca, vicina all’unico porto del paese, Chittagong. Per cui la capitale è aumentata da un milione di abitanti nel 1980 ai circa 12 milioni nel 2009, trent’anni dopo. Sono nate centinaia di nuove fabbriche, di fornaci per produrre materiale da costruzione, di palazzoni con alloggetti di una-due-tre stanze al massimo, in cui vivono, pigiati come sardine, i milioni di nuove famiglie e di giovani lavoratori e lavoratrici venuti dalle campagne. Uno sviluppo frenetico e caotico, che ha creato enormi problemi umani.
I costi dei terreni sono saliti e continuano a salire perchè il Bangladesh è esteso metà Italia ma con 150 milioni di abitanti (60 milioni in Italia). Le costruzioni sorgono ovunque, vicinissime l’una all’altra, anche con sei-sette piani e spesso senza ascensore perchè l’elettricità va e viene anche nella capitale. E non si capisce come riescano a vivere così tante persone in così poco spazio. Un vero formicaio. Ci sono ancora industrie in città anche se parecchie si spostano sempre più alla periferia. Quindi: gravissimi problemi di vivibilità, di inquinamento, di trasporti per andare a lavorare! Ci sono momenti allucinanti di traffico, di frenesia, anche perché quelli che vengono in città cercano tutti un lavoro nell’industria e quindi i licenziamenti sono facili e avere il posto di lavoro è questione di vita o di morte. Non ci sono gli ammortizzatori sociali che abbiamo in Italia per i disoccupati.

La prima cosa che colpisce visitando Dacca è il traffico, la quantità di veicoli, il modo spericolato di guidare, e poi la marea dei pedoni ovunque, a volte capita che non riesci a passare, devi spintonare fra i passanti anche nella strada, come se fossi all’ingresso di un luogo pubblico. Dacca è frenetica, tutti lottano per la vita, fanno sacrifici enormi per i trasporti che sono scadenti anche se numerosi. E’ normale vedere treni, tram e pullman con giovani attaccati fuori dal mezzo. Dacca, con 12 milioni di abitanti, non ha la metropolitana perché il Bangladesh ha un terreno alluvionare di terra e sabbia e senza rocce, spesso inondato dall’acqua anche in profondità. Per costruire la metropolitana ci vorrebbero grandi somme che il paese non ha.

Una cosa però colpisce: nonostante tutto questo, c’è una accettazione della realtà che stupisce. Noi italiani saremmo più scontenti, più amari, più arrabbiati, più pessimisti. La povertà è una grande educatrice. Il bengalese è abituato ad avere poco fin da piccolo e si adatta facilmente a tutto. C’è una serenità di fondo più grande di quella che avremmo noi. E’ fatalismo? No perché il bengalese si dà da fare per cambiare, migliorare. Direi che è un’accettazione della vita, che ama la vita anche in situazioni difficili e drammatiche. Parlando con giovani e ragazze che lavorano nelle industrie a Dacca in situazioni che in Italia forse c’erano la fine dell’Ottocento nelle nostre industrie nascenti, è di vedere tanti giovani e soprattutto ragazze, contenti di aver conquistato un posto lavoro nell’industria e nel mondo moderno. L’alternativa è tornare a vivere in villaggi rurali, senza elettricità, con poche strade e scuole, in un modello di vita dove la donna è in una posizione di pesante inferiorità.

L’arcidiocesi di Dacca conta circa 31 milioni di abitanti e solo 80.000 cattolici e la città capitale 12 milioni di abitanti, 50.000 cattolici e sei parrocchie, con una dozzina di “sotto-centri”, cioè centri cristiani con chiesa e presenza del sacerdote, che diventeranno presto parrocchie. Trent’anni fa le parrocchie erano solo tre, oggi ce ne vorrebbero una trentina, per assicurare l’assistenza ai cattolici venuti da ogni parte del paese. Visitando il mondo missionario in vari continenti, vedo che soprattutto in Asia e Africa l’urbanizzazione è rapidissima, travolgente e “selvaggia”, le città del sud del mondo in pochi anni aumentano di milioni di abitanti, le campagne si svuotano o perdono di importanza. Ma in genere la missione è iniziata nelle regioni più remote e abitate da popoli che più facilmente accettavano e accettano il cristianesimo. Soprattutto nelle città la Chiesa è ancora da fondare.

La Chiesa nel Bangladesh ha circa 300.000 battezzati, ma almeno altri 100.000 sono emigrati all’estero (i tribali scappano soprattutto in India, i bengalesi in Europa, America, Australia), sei diocesi, tre delle quali (Dhaka, Chittagong e Mymesingh) fondate dai missionari americani e canadesi della Santa Croce (Holy Cross) e tre dai missionari italiani del Pime (Khulna, Dinajpur e Rajshahi). Il Pime si è rivolto fin dall’inizio (1855) ai tribali animisti e alle basse caste o fuori casta indù che vivevano nelle foreste, separati dai bengalesi musulmani più numerosi e con in mano le leve del potere economico e politico-culturale.
Quando sono stato la prima volta in Bangladesh nel 1964 (allora si chiamava Pakistan orientale), visitando i missionari del Pime mi meravigliavo del fatto che le loro chiese e comunità cristiane erano quasi tutte lontane dalle città. Tornando in Bangladesh nel 2008, ho visto la tendenza contraria, cioè la spinta ad andare nelle città per fondarvi la Chiesa e le comunità cristiane. Oggi il Pime sta puntando sulle città ed è presente nel nord di Dhaka, zona caratterizzata da un forte sviluppo industriale dove ci sono molti migranti dalle campagne. Tra loro non pochi cristiani, bengalesi e tribali, a cui i missionari cercano di dare un punto di riferimento spirituale, la chiesa, la scuola, centri di accoglienza e di incontro, aiuti ai più poveri e non solo. Si tratta di una sfida grande per la Chiesa, perché con l’arrivo in città questi cristiani si perdono, se non trovano una guida e una comunità.
In una recente intervista ad “Asia News” (maggio 2008) padre Franco Cagnasso, già superiore generale del Pime (1989-2001) e dal 2002 tornato in Bangladesh, afferma che la Chiesa cresce e che “la città con il suo sviluppo economico e il suo ingente flusso di migranti dalle campagne diventa un’urgente sfida, una nuova frontiera per l’evangelizzazione. I migranti nelle città – continua padre Cagnaso – si aggregano per tribù (santal, oraon, garo…) e non per appartenenza religiosa. Noi accostiamo solo i cattolici, ma quando poi i loro vicini vedono che questi hanno un punto di aggregazione e di sostegno, anche loro li seguono e prendono contatto con le istituzioni cristiane, il sacerdote, le cerimonie e feste cristiane e alcuni chiedono l’istruzione religiosa nel cristianesimo. Nelle città si può dire che non c’era mai stata effettiva missione ai non cristiani, ma l’emigrazione a volte è anche l’unica possibile speranza per chi dall’islam sceglie di convertirsi al cristianesimo. Molti convertiti, come pure coppie miste, scappano in città dai villaggi per liberarsi dalle maglie di controlli e oppressioni esercitate dalle famiglie. In città possono vivere più liberamente la loro scelta di fede. Il problema dell’urbanizzazione crea sbandamento anche ai musulmani e si può dire che da questo punto di vista anche i leader religiosi islamici hanno obiettivi “pastorali” simili ai nostri”.
La presenza del Pime nella capitale Dacca risale al 1986, quando l’Istituto riceve la consistente donazione da una signora milanese la cui unica figlia Cristina era morta per un incidente e voleva fondare una chiesa in missione per ricordarla. Il Pime realizza questo desiderio costruendo nel 1990 la parrocchia di Santa Cristina nel quartiere di Mohammedpur a Dacca, con accanto la casa parrocchiale e poi la prima ed unica casa dell’istituto nella capitale. Oggi la parrocchia è stata donata alla diocesi, il Pime ha conservato solo la sua casa regionale nella capitale, fondando poi un’altra parrocchia, quella di Mirpur.
Parlo con padre Paolo Ballan, parroco di Mirpur, immenso quartiere dove risiedono circa due milioni di persone e una piccola comunità di circa 500 famiglie cattoliche, ma sono molte di più perché se ne scoprono sempre di nuove. La parrocchia assicura ai cattolici la scuola elementare tenuta dalle suore Luigine italiane e bengalesi e adesso si sta costruendo la scuola media cattolica, anche questa grazie a alla notevole donazione dell’anziana signorina Elena di Genova. Le opere che il Pime costruisce nelle missioni, e poi le passa alla diocesi locale quando sono pronte, nascono tutte o quasi da queste donazioni o eredità di amici credenti, che capiscono il valore della missione fra i non cristiani. Padre Ballan mi dice:

“In Bangladesh, ed in particolare in città, c’è una fame che si sta sempre più diffondendo, ed è quella del sapere. Ormai la convinzione che una buona educazione rappresenta la chiave per uscire da forme di povertà e di emarginazione, si è diffusa in tutti gli strati della popolazione, soprattutto in città e in particolare nella comunità cristiana. La richiesta di avere scuole elementari e medie cattoliche, capaci di offrire un livello di preparazione in grado di aprire la strada per essere ammessi alle scuole superiori, rappresenta un’esigenza sempre più sentita dalle famiglie. A Mirpur viviamo in questa situazione. Ci sono buone scuole ma con costi proibitivi per molte famiglie. Ci sono poi tantissime scuole, con costi accessibili, ma che forniscono una preparazione scolastica piuttosto bassa, che non consente ai ragazzi di superare l’esame di stato per accedere alle scuole superiori. Ci sono alcune scuole cristiane, gestite da Ong protestanti che hanno lo stesso difetto, sono inaccessibili per molti, oppure il livello è troppo basso”.

La scuola elementare parrocchiale di Mirpur ha 14 insegnanti oltre alle suore e 350 alunni, 80 dei quali cattolici, gli altri musulmani o indù o di altre Chiese cristiane. I costi della scuola non sono proibitivi per le famiglie. Per i ragazzi poveri della parrocchia ci sono degli sconti e per i più poveri la retta è gratis; e poi il livello, pur non essendo eccellente, è comunque buono, in grado di dare le basi necessarie per un buon proseguimento degli studi. I locali della scuola ospitano anche, in tempi non scolastici, corsi per le ragazze che vengono dai villaggi, non sono andate a scuola e conoscono poco o nulla dei lavori moderni, anche cucina, cucito, ecc.
Da tempo c’è la richiesta di affiancare alla scuola elementare anche la scuola media parrocchiale (High School) che dura cinque anni). Ora, grazie alla generosa donazione di cui ho detto, questo desiderio può diventare realtà perché la missione può acquistare un vasto terreno attiguo alla scuola elementare parrocchiale. In genere, nelle missioni, la scuola parrocchiale ha molto più valore che in Italia.
“Questo progetto – dice ancor padre Ballan – offrirà l’occasione per una crescita di responsabilità di tutta la comunità parrocchiale: dà una buona educazione ai giovani, l’opportunità di istruzione per i più poveri, unisce le famiglie cristiane e le integra nella grande società musulmana. La buona gestione della scuola cattolica (anch’essa affidata a suore), aiuta i nostri cristiani ad essere apprezzati e non emarginati negli altri aspetti della vita sociale. L’esperienza accumulata nella gestione della scuola elementare rappresenta una garanzia perché ciò che già si fa con i piccoli, possa avvenire anche con i più grandi”.

Con padre Paolo visito alcuni quartieri della sua parrocchia, molto vasta, densissimamente popolata e con una grande mobilità di popolazione. Fino a pochi anni fa era una zona di periferia con casupole e baracche, ora sorgono grandi edifici per alloggi, le famiglie sono isolate nell’ambiente islamico. Spesso capita a Paolo di andare a visitare i battezzati, ma non conosce bene a che piano abitano o non ricorda il nome: “Basta dire che cerco la famiglia cristiana – dice – e tutti sanno dire dov’è. E spesso trovi sulla porta delle famiglie cristiane un cartello o cartolina di auguri natalizi “Merry Christmas”, come i musulmani mettono una foto della Mecca. Sono segnali di identificazione, che spesso ci permettono di scoprire nuove famiglie cristiane nella nostra parrocchia”.

Il centro parrocchiale di Mirpur può sembrare ad una parrocchia italiana, ben organizzata e funzionante. Ci sono sale e salette per catechismo, incontri, associazioni cristiane, grande salone per le riunioni e le feste. Poi due piccoli cortili, la casa parrocchiale e il “Sick Shelter”, cioè la casa di accoglienza per gli ammalati cristiani poveri che vengono da fuori Dacca e vogliono farsi visitare o ricoverare negli ospedali. La parrocchia li accoglie in due locali per uomini e donne, assistiti da un’infermiera e un infermiere, li nutre e offre assistenza.
Una grossa difficoltà della parrocchia è che i cristiani immigrati vengono da ogni parte e sono di varie etnie, bengalesi, oraon, santal, garo, ecc. e hanno naturalmente modi diversi di vivere la vita cristiana, la liturgia, i canti sacri. “Riuscire a metterli insieme – dice Paolo – non è facile. Preparare il Natale! Ognuno ha i suoi modi di vederlo, i suoi canti, le sue tradizioni, amalgamare è difficile, ma il Signore ci aiuta e ci riusciamo. I cristiani, dispersi nel mare islamico, proprio nel terreno della parrocchia si ritrovano, collaborano, socializzano, si aiutano a vicenda, collaborano in iniziative di vario genere e persino in un gruppo missionario. Vivendo fra i non cristiani, la fede si rafforza se si crea una comunità di affetti e di solidarietà, ma per tutto questo c’è bisogno di spazio”.

La parrocchia di Mirpur è nata all’inizio degli anni novanta, quando padre Gian Antonio Bajo ha comperato il terreno in questa zona di estrema periferia con prati e villaggi e le Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime) hanno cominciato a costruire la loro casa abbastanza vicino alla nascente parrocchia, con il loro noviziato. Le famiglie cristiane sono venute prima ancora che nascesse la parrocchia. Una volta il terreno sembrava sufficiente, adesso non basta più, la parrocchia ha bisogno di maggiori spazi per le attività pastorali e si vorrebbe alzare di un piano il “Sick Shelter” allargandolo perchè le richieste sono molte.

Nella casa parrocchiale sono anche ospitati quattro giovani bengalesi che sono in fase di discernimento per diventare missionari. Il Pime lavora in Bengala dal 1855 e ha sempre formato i sacerdoti per le diocesi in cui ha lavorato e lavora, com’è nel suo carisma iniziale. Dato nel 1989 che l’Istituto è diventato internazionale, recentemente i missionari hanno incominciato a parlare ai giovani della vocazione missionaria che è possibile realizzare nel Pime, che però non ha ancora alcun seminario in Bangladesh. I giovani che manifestano una intenzione di diventare missionari (sacerdoti o fratelli) sono accolti nel centro di spiritualità di Bogra (per chi studia nella High School) e nella parrocchia di Mirpur per chi va nelle scuole che equivalgono al nostro liceo. Chi poi continua, per la filosofia viene mandato al seminario nazionale di Banani (pron. Bonani) in Dacca, dove insegna ed è padre spirituale padre Franco Cagnasso, che li segue da vicino. Per la teologia andranno poi in uno dei due seminari teologici del Pime di Monza o Tagaytay nelle Filippine. Fino ad oggi il Pime ha due sacerdoti bengalesi, padre Gabriel Costa Amaral, già missionario in Costa d’Avorio e ora rettore del seminario di Monza, e padre Robert Ngairi, nella parrocchia affidata al Pime a Manila (Filippine), il fratello Joseph che è a Mouda in Camerun.

Chiedo a padre Paolo Ballan se ci sono conversioni di musulmani nella sua parrocchia. Risponde: “Sì, ci sono, ma poche e sono personali. C’è la mentalità molto radicata che la donna segue la religione del marito. Se una ragazza islamica sposa un cristiano, si converte a Gesù Cristo e viceversa. Il bengalese è tollerante e qui c’è maggior libertà che nei paesi arabi, ma chi si converte ad un’altra religione deve andare dal giudice e dichiarare che lo fa liberamente. Fanno un atto pubblico e -poi chi si converte rompe tutti i rapporti con la famiglia, deve uscire dall’ambiente, cambiare zone di abitazione. A Dacca è abbastanza facile mentre è molto difficile nei villaggi, e questo vale anche per una ragazza cristiana che si fa musulmana sposando un musulmano. Però per lei è molto difficile accettare la mentalità e i costumi islamici verso la donna, per cui dopo qualche anno vuol ritornare indietro e inizia un lungo e faticoso cammino di ritorno al cristianesimo di quattro, cinque, sei anni, soprattutto perché le famiglie delle ragazze fanno difficoltà ad accoglierle. Abbiamo a Mirpur alcuni casi di cristiane che tornano indietro, magari sposano un cristiano, ma le loro famiglie ancora non le accolgono. Non abbiamo notizia di violenze su donne musulmane che sposano un cristiano e diventano cristiane. Anche loro però sono radiate dalle famiglie”.

II) Seconda parte – Kewachala, Utholi e Uttora in periferia di Dacca

La città di Dacca, con 12 milioni di abitanti, copre un’estensione pari a quella che esiste tra Milano e Como e si estende in ogni direzione, ma soprattutto al nord, dove il governo ha creato sette E.P.Z. (Export Proceeding Zone) cioè sette regioni franche in cui si sistemano le industrie per l’esportazione dei “garments” (stoffe, vestiti) con i loro lavoratori, che sono il motore economico del paese. Nessuno può prevedere quanto crescerà ancora Dacca, ma la megalopoli si estende di giorno in giorno, tanto più che il Bangladesh si sviluppa vertiginosamente quasi solo a Dacca. Tutta la parte occidentale del paese oltre i grandi fiumi, dove lavorano i missionari del Pime (Dinajpur, Rijshahi) e i missionari Saveriani di Parma (Khulna, Jessore), è migliorata ma è ancora quella di prima. L’industria da esportazione è concentrata attorno a Dacca, soprattutto per le difficoltà di trasporto che esistono fra l’unico porto di Chittagong e l’Occidente del paese, a causa dei grandi fiumi estesi 10 e più chilometri: Gange, Brahmaputra, Jamuna, Tista, Meghna. Persino i cinesi e i sud coreani affidano ai lavoratori bengalesi la loro industria tessile!

Da Dacca verso il Brahmaputra, per una trentina km. verso l’unico ponte sul Brahmaputra costruito dai coreani, ci sono decine e decine di fornaci per fare mattoni, perché ormai le costruzioni a Dacca sorgono di continuo e i mattoni non bastano mai. Nella capitale ci sono baraccopoli, ma si spostano di continuo perché nascono nuove città satelliti di Dacca e i baraccati debbono costruire la loro baracca altrove. La Dacca benestante del centro cresce continuamente e abita in quartieri che 10-15 anni fa erano di poveri. Il quartiere in cui sono le “Blu Sisters” (Suore blu) di padre Andrea Gasparino (Cuneo) è cambiato tre volte negli ultimi dieci anni e le suore che vivevano tra i più poveri in una casupola di lamiera hanno dovuto andare in un appartamento in un palazzo per rimanere sul posto. I più poveri o si spostano verso l’estrema periferia oppure di rintanano in qualche angolo o vivono per strada.

Padre Franco Cagnasso mi racconta: “Ieri mattino sono partito dal seminario per andare a celebrare la Messa ed era ancora buio. Vicino al seminario ho contato 41 famiglie che vivono in piccole tende attaccate al nostro muro di cinta. Hanno trovato una strada tranquilla di notte e dormono, ma al mattino debbono chiudere la tenda e rimontarla alla sera. Depositano la loro tenda e le loro poche cose nel lato opposto della strada dove c’è un angolo morto e alla sera ricostruiscono la loro abitazione”.

Tutto questo crea per la Chiesa un problema pastorale impossibile da risolvere con le sole forze locali. I cristiani immigrati a Dacca chiedono al vescovo assistenza religiosa e l’arcivescovo non ha preti in numero sufficiente e non ha i capitali anche solo per comperare i terreni dove costruire chiese e parrocchie. Il Bangladesh è un paese troppo piccolo per 150 milioni di abitanti e specialmente a Dacca i costi dei terreni sono proibitivi. Negli ultimi dieci anni, nelle sette regioni franche EPZ i costi dei terreni sono quadruplicati. Un terreno che costava 50.000 Euro nel 2000, oggi ne costa 200.000 e lo stipendio medio di un’insegnante è di 70-80 Euro al mese! La Chiesa locale di Dacca ha chiesto agli istituti missionari in Bengala di aiutarla nella fondazione di nuove parrocchie nei quartieri EPZ, destinandovi missionari e suore missionarie e trovando in Occidente il necessario sostegno finanziario.

Il Pime ha risposto fondando negli anni ottanta la parrocchia di Santa Cristina (già donata alla diocesi), poi quella di Mirpur e ora le due di Kewachala e di Utholi e sta preparando il primo centro cristiano a Uttora, di cui è incaricato padre Franco Cagnasso che mi dice: “Uttora (“Città a Nord)” è considerato un quartiere di Dacca, ma in pratica è una vera città dove c’è di tutto, banche e baraccopoli, quartieri ricchi e poveri, industrie e negozi di ogni tipo. E’ ad una decina di km. a nord dell’aeroporto di Dacca quindi a 20-25 dalla città. Si calcola che abbia più d’un milione di abitanti, destinati ad aumentare rapidamente. Qui non c’è nessuna presenza cattolica e i cristiani non sono pochi, immigrati da altre parti del paese. Finora dipende da una chiesa ancora più a nord nella città industriale di Donghi, troppo lontana e con una cappella in cui il prete va a celebrare una volta la settimana. Non c’è un prete residente, per cui i cristiani di Uttora sono del tutto abbandonati a se stessi”.
Il 1° marzo 2009, padre Cagnasso ha celebrato la Messa per i cristiani dispersi i città, in un appartamento al pian terreno preso in affitto ad Uttora. Sono intervenuti pochi battezzati, ma aumenteranno sapendo che il missionario ritorna spesso a visitarli. Cagnasso scrive: “La padrona di casa, musulmana devota, mi ha confidato che dopo che avevo preso i primi contatti con lei, ha fatto una delle consuete cinque preghiere quotidiane, e subito dopo ha sentito che darci l’appartamento in affitto sarebbe stata una cosa buona. E’ onorata e contenta di avere cristiani che pregano in casa sua. Ma la nostra presenza è solo l’inizio di una futura parrocchia, quando Dio vorrà”.
Padre Arturo Speziale è a Utholi da pochi anni è ancora ai primi passi

Padre Arturo Speziale era parroco a Santa Cristina in centro a Dacca quando, nel 2005, la sua parrocchia fondata dal Pime (nel 1986) è stata consegnata all’arcidiocesi e padre Arturo è andato a Utholi nel distretto di Manikgonj un’ottantina di km. a sud-ovest dalla capitale Dacca, per iniziare una nuova parrocchia.

La regione di Utholi è soggetta ad alluvioni (vi confluiscono i due maggiori fiumi dell’India, Gange e Brahmaputra) e popolata da povera gente che si è avvicinata alla capitale in cerca di lavoro e rifugio. Padre Arturo, parroco a Santa Cristina, andava a Utholi da Dacca per un servizio pastorale e sociale due giorni ed una notte alla settimana; poi vi è andato ad abitare stabilmente nel novembre 2007, proponendosi anzitutto di dare stabilità e assistenza a questa gente. Ha costruito un salone per la chiesa, poi la residenza delle suore, due convitti (boarding) per 50 bambine e ragazze, 50 bambini e ragazzi. La prima scuola è stata inaugurata il 30 novembre 2007 dall’arcivescovo di Dacca, mons. Paulinus Costa, oggi le scuole aperte e funzionanti sono quattro con 325 bambini delle elementari, finanziate dalle “adozioni a distanza” che funzionano molto bene.

Il nuovo sottocentro (quasi-parrocchia) di Utholi dipende dalla parrocchia e dal parroco di Mirpur. Tre anni fa aveva 600 cattolici registrati, oggi sono circa 1500 perché la presenza del padre e delle suore e i servizi educativi e sociali che stanno nascendo hanno riportato alla Chiesa i cattolici dispersi. Il distretto civile di Manikgonj e altri distretti nel sud nella baia del Bengala sono stati colpiti da un’eccezionale alluvione nei mesi di luglio-agosto-settembre 2007.

Ecco alcuni dati per dare un’idea della gravità del fenomeno. La foresta detta Sunderbund, parco naturale per le tigri del Bengala (e altre rare specie animali), è stata distrutta per un terzo. Ovunque un numero esagerato di piante sono state sradicate. Il Governo parla di 4 mila morti e più di mille dispersi, ma secondo fonti non governative sono molti di più, gli sfollati o profughi 5,5 milioni! Le capanne col tetto in paglia o altro materiale fragile sono state distrutte quasi al 100%, mentre quelle più solide col tetto in lamiera, la maggioranza sono state scoperchiate e la lamiera trasportata a grande distanza. Per quanto riguardo gli animali domestici, il 35-40% sono morti, anche la piscicultura è andata distrutta per il 40%. Le risaie quasi ovunque sono state distrutte e il riso, che doveva essere mietuto fra novembre e dicembre, è andato perso. Per combattere questa piaga naturale, nella missione sono già state piantate centinaia di piante da frutta e alberi di vario tipo.

Com’è facile comprendere, padre Arturo si è trovato, nei primi tempi della sua permanenza a Utholi, nell’urgenza di dover aiutare quante più persone possibile e mi dice:1

“In questi mesi invernali fa freddo e c’è molta umidità, spesso al mattino a Utholi c’è la nebbia. Le sofferenze sono tante, difficili da immaginare vivendo in un paese organizzato come l’Italia. Adesso con l’inverno molti non hanno coperte, né trapunte, né vestiti invernali. Il governo, i militari, la Caritas ed altre organizzazioni non governative stanno facendo tanto, ma sono molti che hanno estremo bisogno e la priorità è di aiutare chi non ha più nulla ed al presente vive in piccole tende. Debbo ringraziare i benefattori, la Conferenza episcopale italiana, il “Cuore Amico” di Brescia, il Pime e i molti amici delle adozioni a distanza, che mi hanno aiutato generosamente. Senza questi aiuti noi missionari sul campo saremmo impotenti di fronte a calamità di questa ampiezza e gravità”.

Ho visitato in auto il Nord di Dacca dove sorgono le nuove zone industriali. Non mi è mai capitato di vedere l’occupazione così rapida di un vasto territorio agricolo da parte della megalopoli che avanza a ritmo sostenuto. Si costruiscono ovunque capannoni industriali. magazzini, palazzi per uffici, supermercati e falansteri attaccati l’uno all’altro per i lavoratori. Poche le piazze, poche le moschee (almeno quelle visibili) e non ho visto un solo parco né campo da gioco. Qui si parte subito da una massiccia occupazione di fabbriche quasi senza terreni liberi e le città-satelliti di Dacca sono da incubo. In meno di dieci anni si passa da un ambiente rurale tradizionale e “primitivo” ad una frenetica città che produce ed esporta tessuti e vestiti giorno e notte (i turni di lavoro sono quasi tutti continuativi). Il modello moderno di vita, rumoroso e aggressivo, allettante e deprimente, è imposto a milioni di giovani che vengono dalle campagne, disposti ad accettarlo per sopravvivere e col miraggio dell’abbondanza e della ricchezza.

Il superiore regionale del Pime in Bangladesh, padre Francesco Rapacioli, mi dice: “Non so quale altro popolo potrebbe sopportare uno shok così terribile, oltre a quello bengalese che è psicologicamente robusto, forte lavoratore che si adatta a tutto, ottimista per natura e per necessità, si piega ma non si spezza. In questa difficile condizione umana la Chiesa deve portare la Buona Notizia che è nato Gesù il Messia, il Liberatore”. E mentre andiamo a Kewachala, 30-35 km. a nord di Dacca, Rapacioli mi spiega che prima di Baio c’era un sacerdote diocesano, padre Dominic Rosario, di ottimo spirito missionario. Lavorava in parrocchia a Dacca ma veniva una volta al mese a Kewachala per radunare e assistere i cattolici dispersi, dopo avervi costruito una cappella e una baracca per sua abitazione. Non poteva assicurare la sua presenza sul posto e non aveva i mezzi per acquistare il terreno necessario per chiesa e parrocchia.
“Nel 2003 l’arcivescovo di Dacca – continua padre Rapacioli – si rivolge a noi del Pime invitandoci a mandarvi un missionario italiano. L’invito è discusso nell’assemblea regionale dell’istituto e abbiamo deciso assieme di accettare l’invito, nonostante che il Pime abbia sempre lavorato con i tribali nelle regioni più remote. Ma siamo giunti alla conclusione che ormai molti nostri cristiani, soprattutto i giovani, inevitabilmente vengono nella grande città per avere un futuro. Proprio in quel tempo, padre Gianantonio Baio, in Bangladesh dal 1974, stava ritornando in missione dopo otto anni trascorsi a Milano come superiore regionale del Pime e va a fondare una nuova parrocchia a Kewachala, dove arriva nel dicembre 2004”.

Sono stato una giornata con padre Baio, che mi porta a visitare la ”cittadella cristiana” che ha costruito partendo quasi da zero. La grande e bella chiesa, la scuola elementare, quella media (High School) che entrerà in funzione nei prossimi mesi, il pensionato (“Boarding”) per 80 giovani che studiano o lavorano in città, il centro pastorale parrocchiale e adesso progetta di iniziare il “Centro sociale” per permettere ai cristiani di incontrarsi e socializzare, giocare, partecipare a qualche festa e incontri comunitari. Poi ci sono casette per i dipendenti, un campo di calcio, un grande orto, pollaio e stalle per animali domestici. Insomma, comperando i terreni in anticipo, gli spazi ci sono, la parrocchia non nasce asfittica come altre in centro città! La casa parrocchiale Bajo non l’ha ancora costruita, per il momento vive nella baracca di padre Dominic col tetto di lamiera. “Fa un po’ troppo caldo d‘estate, dice, ma quando sei stanco dormi lo stesso”.

Chiedo a Baio come ha fatto a fare tutte quelle opere in così poco tempo. “Sono arrivato appena a tempo, mi dice. Cinque anni dopo, i prezzi dei terreni sono quadruplicati, perchè sorgono continuamente nuove fabbriche e case popolari. Oggi non ci sarebbe più posto per la chiesa perchè il terreno, oltre a costare troppo, non si trova più. Mi chiedo anch’io come ho fatto e non so dare una risposta. Appena arrivato ho visto che il piccolo terreno acquistato da padre Dominic non aveva nemmeno un’entrata sulla pubblica strada. Allora ho incominciato a comperare tutti i terreni disponibili, impegnando il mio capitale (25.000 Euro portati dall’Italia pochi mesi prima) e chiedendo soccorso agli amici e al Pime in Italia e in America. Il Signore mi ha aiutato a trovare i benefattori. Io comperavo i terreni e facevo piani per la parrocchia e i soldi arrivavano puntuali quando ne avevo bisogno. Oggi, se rivendessi tutto, mi darebbero quattro volte tanto!”.

Quanto ha speso padre Gianantonio fino ad oggi? “Non ho fatto calcoli precisi, ma credo che in cinque anni ho speso 500.000 Euro e quando ho incominciato avevo in tutto e per tutto 25.000 Euro. Non facevo piani, comperavo terreni e incominciavo a concepire e preparare le costruzioni da fare. Il nostro padre Ezio Mascaretti, che è geometra-architetto ed è qui in Bangladesh da una trentina d’anni, ha fatto un piano generale delle costruzioni e degli spazi da avere e poi, uno dopo l’altro, i progetti dei vari edifici. La Provvidenza è sempre arrivata, in modo misterioso, secondo le necessità che si presentavano. Dove cinque anni fa non c’era quasi nulla di cristiano, adesso c’è un centro della Chiesa che tutti ammirano e i nostri cattolici sono orgogliosi di portarvi i loro amici a visitarlo. Anche questo serve per sostenere la fede di questi poveri tra i poveri, che fanno sacrifici enormi per sopravvivere e costruirsi un futuro migliore”.

Accanto alla parrocchia, le Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime) hanno acquistato un bel terreno costruendovi la loro casa e un pensionato per ragazze lavoratrici e studenti che vengono dalle campagne, con un cortile e un orto coltivato dalle ragazze stesse. Vi sono quattro suore bengalesi che collaborano in parrocchia e nella pastorale fra le donne e collaborano con un dispensario sanitario.
Il campo di lavoro della missione è vasto. Anzitutto ci sono i tribali che sono qui per lavoro e si stabilizzano con la famiglia. Nell’ostello, il 10 per cento dei ragazzi sono cristiani, nessun musulmano ma solo tribali pagani. Vanno in chiesa tutti i giorni a pregare. Poi padre Baio, e il suo giovane assistente bengalese mandato dall’arcivescovo, visitano i cattolici e conoscono altre famiglie tribali, alcune delle quali chiedono l’istruzione religiosa. Insomma, c’è il vero lavoro pastorale.
Un altro grande campo di lavoro è di mantenere viva la fede nei cattolici dispersi nella vasta quasi-parrocchia (che è sotto-centro della parrocchia di Mirpur). La grande chiesa è un punto di riferimento, prima o poi ci vengono tutti o quasi, vedono le nostre strutture, le scuole e i pensionati, i loro ragazzi e ragazze aiutati, educati, trovano il prete disponibile. Insomma, prendono coscienza della loro fede e comunità cristiana. Padre Baio dice: “Il nostro primo compito è ricuperare questi giovani lavoratori cristiani, che vivono una vita difficilissima, gli affitti sono alti, le paghe scarse, il lavoro quotidiano è sulle 12 ore, nella grande città non hanno più punti di riferimento. Ecco, dare a questa gioventù cristiana una chiesa, un centro di prima accoglienza, ricreativo, vedo che ritrovano il senso della vita e la gioia di vivere, socializzano e organizzano iniziative. Questo è un grande servizio ecclesiale ed anche esercizio della missione fra i tribali non cristiani”.

III) Terza parte – Un missionario fra i baraccati di Dacca

Nella frenetica e caotica Dacca, che esprime bene la vitalità e la voglia di vivere dei bengalesi, su dodici milioni di abitanti si calcola che almeno 1,5-2 sopravvivono in capanne di legno, lamiera, bambù, teli impermeabili, fogli di cartone, addossate l’una all’altra nei luoghi peggiori, adattandosi a fare di tutto. In una di queste baraccopoli, Purbar Borthola, vive da tre anni un missionario del Pime, fratel Lucio Beninati, che aveva già lavorato nove anni fra i baraccati dì San Paolo del Brasile.

Lucio abita a 15 minuti di rikshiò dalla casa del Pime, fra i musulmani, in uno stile di vita molto semplice. La mattina del 24 gennaio 2009 viene a prendermi e col rikshiò andiamo a Purbar Borthola. Nella baraccopoli proseguiamo a piedi per stradine e vicoletti stretti e tortuosi, fra casupole e baracche. La casa di Lucio è tutta di bambù, lui abita al secondo piano. Per arrivarci bisogna affrontare una scala di bambù quasi in verticale con gradini alti 30-35 cm. Il peggio è scendere, ma con l’aiuto di Dio ce l’ho fatta. Il secondo piano dove abitano cinque famiglie (in media 3-4 persone per stanza!) nel corridoio ha un solo rubinetto d’acqua che va bollita per berla, mentre i servizi igienici (per modo di dire) sono al piano di sotto. Fra un cubicolo e l’altro, un corridoio largo meno di un metro. Il pavimento, le pareti e il soffitto sono bambù legati assieme. La stanzetta di Lucio non ha nemmeno una finestra, ma l’aria passa fra i bambù. A pian terreno, uscendo dalla capanna, ci sono due cubicoli, uno per i servizi igienici e l’altro per la doccia, che si fa rovesciandosi addosso un secchio d’acqua riempito in precedenza. D’inverno, dice Lucio, l’acqua è fredda, a volte quasi gelata, d’estate è caldissima quasi bollente poiché i tubi passano all’esterno. Tutto questo, e altro ancora, dove Lucio Beninati, napoletano verace, passa i suoi giorni e le sue notti da tre anni, convinto che “per annunziare Cristo bisogna vivere come vive la gente del posto, dando esempio di solidarietà con i più poveri e miseri”, come sono i ragazzi di strada di cui si interessa. E’ devoto del Beato Carlo De Foucauld.

La stanzetta di Lucio è larga due metri e lunga tre. In sei metri quadrati c’è il letto, una valigia sotto il letto con i suoi vestiti e biancheria, uno scaffale dove ha la cucinetta (si fa per dire, l’elettricità viene da agganci precari e penso illegali), due-tre bottiglie d’acqua bollita e un po’ di frutta, alcune scatole di riso, di biscotti e gallette di pane, latte e caffè in polvere e poco altro. In un altro scaffaletto la Bibbia, qualche libro di preghiere e di lettura e poi album illustrati a colori per i bambini che vengono per guardare quelle illustrazioni. Nel piccolo angolo fra il letto e la parete di bambù un tappetino, sulla parete il suo crocifisso di missionario e il mappamondo colorato di plastica. Ai bambini Lucio spiega dove si trova il Bangladesh, l’Italia, l’India, l’America. Nel cubicolo c’è solo un piccolo tavolino davanti al quale si siede per terra per leggere e scrivere. Non ha sedie ma solo uno sgabello per far sedere un ospite e lui si siede sul letto. Nella stanza hanno dormito in tre uno nel letto, uno per terra vicino al letto e uno su un’amaca, attaccata ai due lati della stanza. I bambini si fanno mettere dentro e fanno l’altalena.

Quando arrivo nella cella di Lucio, ci sediamo per parlare e subito arrivano tre, quattro, cinque bambini e bambine. Vogliono essere abbracciati, coccolati, mi guardano, mi toccano, fanno domande che non capisco, rispondo in inglese e in italiano facendoli ridere. Lucio mi dice: “Io sono il nonno di questi bambini. Qui il nonno non esiste, muoiono prima. Mi saltano addosso, gli faccio vedere i libri illustrati e colorati che spiego loro in bengalese”.
I piccoli sono eccitati dalla mia presenza e quando tiro fuori la piccola macchina fotografica digitale, alcuni scatti col lampo (ad ogni luce improvvisa gridano di gioia) e faccio subito vedere le foto! Acute grida di meraviglia. Poi tiro fuori il registratore, Lucio impone il silenzio e incomincio ad intervistarlo. Dopo alcuni minuti di intervista, faccio sentire le nostre voci di poc’anzi. Non gridano più, hanno occhi sbarrati dallo stupore e dalla meraviglia, certamente pensano che questa è una magia miracolosa, che solo quel guru bianco che sono io possiede! Dato che i bambini studiano l’inglese nelle elementari, chiedo a ciascuno il nome e che classe fa. Rispondono bene e io registro. Una bambina, quando ha esaurito i suoi vocaboli inglesi, conta i numeri fino al trenta, meglio non fermarla, è tutta orgogliosa di usare quelle parole che i bambinetti più piccoli non hanno mai sentito. Ma quando risentono le loro vocine da quel macinino che ho in mano ridono, battono le mani, saltano sul letto, gridano di gioia. Lucio mi dice:

“La mia è una presenza di solidarietà, di dialogo, di condivisione, non è di apostolato diretto, ma di presenza cristiana caritatevole. Tutti ormai mi conoscono e sanno che sono un cristiano. Insieme ad altre circa 50 persone abbiamo formato un gruppo di amici che lavorano fra i ragazzi di strada. Non siamo una Ong ma un’associazione registrata dal governo. Spesso si dice che il Bangladesh è il paese dove tutti mandano denaro e altri aiuti, un “bottomless basket”, “un cesto senza fondo” come diceva Kissinger. Noi vogliamo dimostrare che il popolo del Bangladesh è anche capace di aiutare gli altri, ha la capacità di donare. Infatti, siamo un gruppo di 52 volontari che settimanalmente prestano dalle quattro alle otto ore di lavoro volontario. Senza contare che questo gruppo si mantiene anche economicamente per le medicine che comperiamo, il materiale didattico, i giochi tutto viene dalle offerte che ciascuno di noi fa all’associazione.

L’associazione si chiama “Pothoshishu Sheba Songothon”, la nostra sede è in una stanza imprestata da un musulmano, che non vuole affitto. In quella stanza abbiamo il ventilatore, il tavolo e delle sedie e poi tutto il materiale che ci viene donato dalla gente, per essere usato con i ragazzi di strada. Diverse Ong bengalesi ci hanno dato il computer, le sedie, un tavolo e altre cose. Noi cerchiamo di on comperare niente e di bastare con quanto ci danno o diamo noi in Bangladesh. Se fossimo aiutati molto dall’estero, la gente di qui non darebbe più. Invece vedono che siamo poveri e danno, non solo ricevono ma imparano a dare. Anche qui nel posto dove vivo, la gente povera di queste baracche mi aiuta come può”.

“Avviciniamo i ragazzi tutte le sere, a turno, in otto punti precisi della città, ormai è girata la voce e vengono a cercarci. Sanno che siamo persone disposte ad ascoltarli, giochiamo con loro, parlano, ci raccontano la loro vita, diamo medicine. Questo è solo l’amo per entrare in confidenza con loro, per diventare amici.
“Quando nasce la fiducia, allora cerchiamo di educarli ad una vita normale, li portiamo da medici ed ospedali e tentiamo di farli a ritornare a casa. Tempo fa uno di questi ragazzi di circa 12-13 anni mi ha detto: “Io sono scappato di casa da pochi giorni perché ho rubato 40 taka (meno di metà Euro), non sono ritornato perché ho paura di mio padre che mi batte. Però se mi accompagni tu io ritorno”. Prima sono andato a trovare la famiglia, mi sono messo d’accordo con la madre e col padre e li ho preparati a ricevere il figlio, poi siamo tornati assieme e sono stati momenti di grande felicità. Giocando con i bambini, loro ti chiedono aiuto per uscire dalla droga, dalla prostituzione, dalla mafia che li sfrutta”.

“Il nostro compito è di costruire ponti fra questi giovani e la società che loro hanno abbandonato per vari motivi. Per riportarli a casa, per farli andare a scuola, per trovare loro un lavoro, un’occupazione, per curare la loro salute. Oppure anche costruire ponti fra loro e le istituzioni, cosa non facile. Ad esempio ottenere attenzione dallo stato per la loro situazione disumana di vita, oppure anche un lavoro, un ricovero, cure mediche, ecc. Poi ci sono organizzazioni della Chiesa cattolica o di altri, che accolgono questi ragazzi: se li porti tu è un’altra cosa che se si presentano da loro stessi e poi da soli non ci andrebbero mai”.

Lucio ha lavorato nove anni in una baraccopoli di San Paolo del Brasile, con padre Maurilio Maritano. Dice che qui a Dacca i ragazzi di strada non vanno in giro armati e anche l’uso della droga qui è molto più limitato, forse ne fanno uso il 20-25%, mentre a San Paolo pensa che sia il 90-95%. I bambini abbandonati vengono facilmente adottati da famiglie di baraccati o consegnati a strutture comunali collegate alle madrasse islamiche e sostenute dai musulmani. L’islam crea una solidarietà anche in città. Fuori delle moschee ci sono dei grandi cassoni dove i fedeli danno la loro elemosina, poi gli imam raccomandano spesso di essere generosi.

Chi sono e cosa fanno i ragazzi di strada? Lucio risponde: “Bisogna distinguere fra ragazzi che sono in strada e ragazzi che vivono sulla strada. I primi escono al mattino da casa loro e ritornano alla sera, raccolgono carta, stracci, qualsiasi cosa, chiedono l’elemosina, mangiano quel che trovano o prendono dai negozi o glie li danno; oppure vendono acqua o altro. Cioè quelli che hanno una famiglia, magari poverissima e scassata, ma ce l’hanno. Poi ci sono quelli che vivono senza famiglia o perché non ce l’hanno più o perchè sono scappati di casa.
Quelli che vivono sulla strada sono proprio il peggio, perché non hanno proprio nessun punto di riferimento nella società. Campano alla giornata, elemosinando, facendo qualche lavoretto, pulendo le macchine o le scarpe, facendo i posteggiatori di auto o di moto in sosta, di notte dormono dove si trovano, marciapiedi, stazioni dei bus e dei treni, tettoie, sotto i ponti, su una coperta, sacchi o un cartone. Qui non c’è quella carità organizzata della Chiesa cattolica o in Brasile delle Chiese cattoliche e pentecostali, che la notte girano distribuendo cibo, coperte o altro. Però qui non c’è il freddo di notte che in certe stagioni si sente a San Paolo del Brasile. I bambini di strada sono la parte malata della società, quelli che portano il peso di una società ammalata, soprattutto con famiglie divise, non unite, non impegnate ad educare ed allevare i loro figli.

Dico a Lucio la mia ammirazione per la sua vita sacrificata fra i più poveri in un paese povero come il Bangladesh. E gli chiedo: “In questa vita così ridotta all’essenziale, riesci ancora a pregare?”. Risponde: “Sì, prego più che in Brasile perché il Brasile è un paese secolarizzato e non ti stimola alla preghiera, il Bangladesh è musulmano e ti stimola a pregare. Anche i poveri delle baraccopoli sentono molto la fede e il richiamo della preghiera. Il mattino alle cinque il muezzin dà la sveglia per pregare e anche io lo faccio per conto mio. Le persone qui del quartiere che mi conoscono e vedono la vita che faccio, pur essendo un bianco italiano, mi chiedono spesso: “Perché fai questo? Chi te lo fa fare?”. Io rispondo: “Il vostro profeta Gesù, che qui chiamano Isa secondo il Corano, diceva che bisogna servire il prossimo e io cerco di vivere questa sua parola e l’esempio che mi ha dato”. Si stupiscono quando dico che Gesù è nato in una baraccopoli come loro, di famiglia povera come la loro. A ricevere questa nuova notizia su Gesù, che non c’è nel Corano, sono contenti e si sentono valorizzati. Questa è una delle pagine del Vangelo, e ce ne sono molte altre, che cerco di annunziare in questa realtà umana veramente misera, di cui in Italia non si ha nemmeno l’idea. Vado a Messa nella casa del Pime o nella parrocchia vicina e partecipo agli incontri e ritiri spirituali dell’istituto. Se non pregassi e non leggessi ogni giorno la Bibbia e il Vangelo, non potrei resistere per anni in questa situazione di miseria estrema e umanamente degradante”.

Padre Gheddo a Radio Maria (2009)

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