Bangladesh una chiesa nella missione Ad Gentes – Padre Gheddo a Radio Maria

Nel gennaio 2009 sono stato in Bangladesh dove c’è una Chiesa che vive e pratica la missione ad gentes: su 150 milioni di bangladeshi (i cittadini del Bangladesh) i cattolici sono 300.000, cioè lo 0,3% e i cristiani, tutti assieme, l’1%.

Quando noi diciamo o sentiamo dire che “la missione ormai è anche qui da noi”, cari ascoltatori di Radio Maria, non ci rendiamo conto di dire o di sentire una grande sciocchezza. La differenza fra un paese cristiano e uno, diciamo, pagano, è abissale. Ne ho visitati molti di paesi del mondo, credo poco meno di cento, e vi assicuro che la differenza appare a prima vista, quando non ci si ferma agli aspetti “turistici” di un paese, perché le società e i costumi sono profondamente diversi. Ecco perché, parlando della Chiesa e della missione ai non cristiani in Bangladesh, voglio dilungarmi in alcune trasmissioni, per dare un’idea precisa di cosa vuol dire essere cristiani ed essere missionari in un paese non cristiano.

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Tre parti della catechesi di oggi:

  1. Come si presenta Cristo ad un popolo non cristiano.

2) Una Chiesa non ancora autosufficiente in campo economico.

3) uli le prioprità dllaqqQuali le priprità della Chiesa in Bangladesh?

I) Come si presenta Cristo ad un popolo non cristiano

Il Bangladesh è un tipo paese asiatico, dove i cristiani sono un’infima minoranza, meno dell’1% tutti i credenti in Cristo presi assieme, cioè nemmeno uno su mille e i cattolici da soli sono uno su tremila bangladeshi. Eppure le Chiese cristiane sono ben visibili e godono di una fama vasta e positiva, cioè sono considerate positive per lo sviluppo di quel popolo. Le conversioni a Cristo sono pochissime e vengono in genere solo dalle popolazioni più umili del paese, i tribali, i fuori casta e le basse caste indù; ma i princìpi e i valori evangelici si diffondono spontaneamente nell’animo del popolo, causando profondi cambiamenti nei costumi, nei modi di vita.

La missione della Chiesa è una sola, ma è molto diversa nei vari continenti. In Europa e America Latina i battezzati sono in genere la maggioranza dei popoli e in diversi paesi la Chiesa cattolica è maggioritaria. Nell’Africa nera, i battezzati sono circa il 30% degli abitanti, la Chiesa cattolica e le Chiese cristiane contano sia in campo politico che culturale, e diciamo anche economico.

Tutta diversa la situazione in Asia. Rispetto al cristianesimo in Asia, distinguo tre categorie di paesi:

  1. Filippine e Libano sono in maggioranza o in buona percentuale cattolici.
  2. In Corea del Sud, Sri Lanka, Vietnam e in alcune regioni di India e Indonesia, la Chiesa ha una percentuale di battezzati che si aggira dal 4 all’8% della popolazione. Però in tutto il resto dei grandi paesi di India e Indonesia, Cristo è quasi totalmente sconosciuto e i cattolici sono meno del 2%.
  3. In tutti gli altri trenta e più paesi: Cina, India, Giappone, Pakistan, Birmania, Thailandia, Malesia, Cambogia, Taiwan, Mongolia e poi tutto il Medio Oriente e l’Asia russa (o ex-russa) i cristiani e le Chiese sono infima minoranza e non contano nulla, non hanno alcun potere di tipo politico, culturale, economico.

Eppure, le piccole minoranze cristiane sono ammirate o combattute, esaltate o perseguitate, ma non lasciano indifferenti. E’ un chiaro segno del fatto che siamo fra popoli e culture “di prima evangelizzazione”, cioè nella “missione alle genti”, alla quale si riferisce il decreto del Concilio Vaticano II “Ad Gentes”. In Asia letteralmente, sta nascendo la Chiesa, come negli Atti degli Apostoli.

Il Bangladesh è appunto uno di questi paesi di vera attività missionaria, cioè di primo annunzio di Cristo ad un popolo che ancora non lo conosce e di fondazione della Chiesa locale, anche se già vi sono sei diocesi costituite, con propri vescovi, sacerdoti, suore, catechisti e strutture ecclesiali.

La domanda che ci facciamo è questa. Come la Chiesa locale esercita la missione alle genti in Bangladesh? Come annunzia Cristo? Sono domande che hanno significato anche per la nostra Chiesa italiana, poiché anche noi in Italia, a volte, ci sentiamo quasi come in un ambiente totalmente non cristiano, lontano da Cristo, che ignora Cristo.

Ho posto la domanda a mons. Moses Costa, vescovo di Dinajpur da 13 anni, una delle sei diocesi del Bangladesh. Le sue risposte ci danno l’idea della situazione in tutto il paese, anche se a Dacca la situazione è molto diversa. Ma dedicherò una trasmissione intera alla pastorale nella immensa metropoli di Dacca, che con 12 milioni di abitanti ha solo cinque parrocchie (di cui due fondate e costruite dal Pime) e cinque o sei sottocentri delle parrocchie!

In sintesi mons. Mosè mi dice di aver trovato una diocesi, fondata dal Pime nel 1927, in pieno sviluppo “con grandi prospettive e anche grandi sfide davanti a sé”. Le conversioni ci sono, ma questo non deve illudere. La diocesi di Dinajpur si è sviluppata soprattutto fra i tribali, con qualche tentativo di evangelizzare gli indù Khotryo e gli Hazra, nei quali gli uomini in genere fanno i pescatori e le le donne lavorano in casa di altri.

La popolazione totale della diocesi – continua mons. Moses – è di circa 20 milioni, con 45.000 battezzati, presenti in 600 villaggi e 14 parrocchie, che come territorio sono molto grandi, ma non riescono a raggiungerli tutti abbastanza di frequente. Ho promosso la fondazione di sottocentri delle parrocchie in modo da raggiungere meglio i villaggi in cui ci sono famiglie cristiane. Già tre di questi sottocentri sono diventati parrocchie e altri due o tre sono prossimi a questo. Non vi sono sufficienti sacerdoti per questa presenza pastorale sul territorio perché i preti diocesani sono 32 e poi una quindicina di sacerdoti del Pime e adesso anche alcuni degli Holy Cross (missionari della Santa Croce) e poi i preti colombiani associati al Pime. Ogni anno abbiamo uno o due nuovi sacerdoti diocesani. Io vedo grandi prospettive per la diocesi”.

Il vescovo aggiunge: “La diocesi d Esempio, la parrocchia di Dhanjuri ha 256 villaggi, Mariampur più di 100, Ruhea 117, Suihari ha villaggi anche a 67 chilometri dal centro della parrocchia, con queste strade! Ecco la necessità di dividere queste parrocchie, ma non si può perché non abbiamo personale sufficiente e mezzi”.

Il vescovo ha, come si dice, un grande “magone”. La diocesi è fondata, ma non è presente in vaste zone territoriali, dove ancora non c’è nessuna presenza cristiana istituzionale, ma solo qualche famiglia dispersa. Anche grandi città come Rangpur, Lalmonirhat, Gaibandha, con decine di migliaia di abitanti, non hanno ancora nessuna cappella o scuola o convento cattolico. Tutta la vasta parte orientale della diocesi, con circa 10 milioni di abitanti, è scoperta e il vescovo vorrebbe mandarci qualcuno per fondare qualcosa, ma è impotente, perché i preti e i catechisti di cui dispone non riescono nemmeno ad assistere i 45.000 cattolici battezzati e i circa 8-10.000 catecumeni che si preparano al battesimo, dispersi in circa 600 diversi villaggi!! E’ come se in tutta la Lombardia, che ha circa 10 milioni di abitanti, non ci fosse né una chiesa o cappella, né un prete né una suora né un catechista cattolico, né qualsiasi altra presenza cattolica!

Questa la situazione generale della Chiesa nel Bangladesh, che dà l’idea di com’è la missione nei paesi non cristiani dell’Asia! Quando diciamo che la Chiesa locale è fondata e deve andare avanti con le proprie forze, diciamo una grande sciocchezza: con le proprie forze non riesce nemmeno a mantenere i battezzati e le opere ereditate dal tempo dei missionari stranieri! Questo lo dico non per scoraggiare, ma per far capire quanto è vero quel che ha scritto Giovann Paolo II nella “Redemptoris Missio”: “La missione alle genti è appena agli inizi”. Eppure qualcuno dice che è finita, è tramontata per sempre.

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Nella diocesi di Dinajpur il vescovo Moses dispone di sessanta suore e 56 catechisti stipendiati, comprendendo anche le suore che lavorano come catechiste a tempo pieno. Inoltre circa 500-600 prayer leaders che abitano nei villaggi e guidano la preghiera nel proprio villaggio, mentre i catechisti sono quelli che visitano i villaggi cristiani e non cristiani per evangelizzare.

Uno dei problemi che la Chiesa del Bangladesh deve ancor affrontare e risolvere è quello dei catechisti, nel senso che non esiste una struttura nazionale di formazione dei catechisti e una specie di testo orientativo per la formazione. Praticamente, ogni parroco forma i sui catechisti.

La conferenza episcopale non ha mai lavorato per un catecumenato sistematico e ben fatto, praticamente ciascuno ha fatto e fa quel che può e vuole. C’è il “Centro catechetico” fondato dai missionari saveriani a Jessore che manda materiale di lavoro per il catecumenato, ma lo segue chi vuole. Un esempio concreto di questa confusione di spirito e di metodi me l’ha raccontato un sacerdote locale d ella diocesidi Rajshahi, che ho incontrato nella casa del Pime di Dacca. Mi diceva che nella parrocchia di Chandpukur, il parroco padre Emilio Spinelli andava molto adagio prima di battezzare. Poi hanno messo un parroco bengalese, che in un colpo solo ha battezzato più di mille catecumeni, che aveva preparato Spinelli. La parrocchia è passata da 2000 a 3000 cristiani in una sola giornata!

“L’anno scorso – mi dice padre Franco Cagnasso – i missionari saveriani e noi del Pime abbiamo fatto un meeting sul catecumenato, ascoltando anche testimonianze di due missionari di Hongkong e della Thailandia sul catecumenato in area urbana e fra i tribali. E poi una lezione teorica sul catecumenato. Ma non si è ancora giunti ad un progetto di formazione catecumenale per il Bangladesh”.

Negli ultimi tempi si è aperto, nel sud-ovest del Bangladesh ai confini con Birmania e India, un campo nuovo di missione fra i tribali, che si stanno convertendo. Si tratta della regione degli Hill Tracts (cioè, regione collinare), abitata in maggioranza da varie etnie tribali. Qui sta proprio nascendo la Chiesa perchè fino a pochi anni fa in questa vasta regione c’era una sola parrocchia con 100 cristiani. Adesso la diocesi di Chittagong ha aperto cinque parrocchie e fra poco la sesta, tutte con personale locale perché gli stranieri non ci possono andare. I tribali vengono al cristianesimo, anche tribù intere come i marna e i tripura che finora non si erano mai incontrati con la missione cristiana.

Per questo la percentuale dei cattolici tribali ha superato il 50% dei fedeli bangladeshi. Si convertono facilmente al cristianesimo perché i loro capi capiscono che nel cristianesimo c’è il loro futuro, la loro religione tradizionale non tiene più nel mondo moderno. Non tutti diventano cristiani, ma i primi contatti sono molto promettenti.

Come avvengono in genere le conversioni? Il mezzo principale è la scuola.

Uno dei problemi più gravi dei popoli in via di sviluppo è l’educazione di base dei bambini e ragazzi e, soprattutto, delle bambine (nei paesi musulmani pochissime vanno a scuola). In Bangladesh una statistica ufficiale del 2003 diceva che gli analfabeti sono ancora il 59% (fra le donne molte di più). Una recente indagine del governo ha valutato che il 49% dei bambini che iniziano le scuole elementari non arrivano fino alla classe quinta. Del 51% che ci arriva, afferma una successiva ricerca, circa il 60% non sa leggere, scrivere o fare di conto. Il 69% non sa leggere titoli di giornale in lingua bengalese; l’87% non sa compiere un calcolo matematico elementare; il 72% non sa scrivere una breve composizione.

Le scuole sono ormai abbastanza diffuse in tutto il paese e i genitori sono per lo più convinti dell’opportunità di mandare i bambini a scuola, perciò il governo promette di concentrare i proprio sforzi sulla quantità e sulla qualità dell’insegnamento. Ma finora non ha le risorse necessarie per fare scuole per tutti i bambini e soprattutto di assicurarsi che queste scuole funzionino a dovere.

Fra i tribali la situazione è ancora peggiore, le scuole che ci sono valgono poco, anche perché il governo ha intenzione di bengalesizzare i tribali. Gli insegnanti sono bengalesi e non sanno la lingua dei tribali locali e poi sono pagati poco e debbono vivere in un ambiente culturalmente diverso da quello bengalese.

Quando arriva la scuola cristiana, tutti vedono la differenza con le scuole di stato e tutti vorrebbero mandare i loro figli alle scuole cristiane, che in genere sono gratuite, aperte anche alle bambine e danno da mangiare ai piccoli studenti. Proprio attraverso la scuola e poi i dispensari medici e gli ospedali delle missioni, le famiglie conoscono la carità cristiana verso i più poveri e spesso chiedono l’istruzione religiosa. Le popolazioni tribali sono circa il due per cento della popolazione totale del paese, cioè tre su 150 milioni di bangladeshi.

I bambini cristiani – mi dice padre Franco Cagnasso – grazie all’impegno della Chiesa di fare scuole ovunque, vanno a scuola al 90-95%, comprese le bambine e quelli che non ci vanno è proprio perchè abitano in villaggi isolati, lontani dalla scuola. Questo è un aiuto decisivo che la Chiesa dà per l’elevazione dei tribali”.

Dato che il paese non ha terre sufficienti per tutti e le terre dei tribali sono in buona parte incolte e forestali il governo dice che nelle Hill Tracts ci sono terre da coltivare, i bengalesi vengono e a poco a poco occupano e disboscano le foreste mettendole a coltivazione. Se i tribali si difendono, interviene l’esercito e fanno il processo nel quale i tribali perdono o sono svantaggiati in ogni modo. Tra polizia e bengalesi si combinano tranelli in cui cadono i marma e perdono le terre. Non è possibile che in un paese così piccolo come il Bangladesh vi siano ancora foreste e terre libere come ci sono ancora nelle regioni dei tribali specie negli Hill Tracts. E’ inevitabile che i bengalesi le occupino. Nel 1947 nelle Hill Tracts gli abitanti erano per l’88% tribali, adesso sono il 48%. Il fondo valle è ormai totalmente occupato dai bengalesi, hanno fatto le loro moschee e le case, coltivano le terre. Gli adibasi risalgono verso le colline e le foreste verso il confine con India e Birmania, poi non possono andare oltre, perchè di là li rimandano indietro. Capiscono che il loro futuro è oscuro perché sempre nuovi contadini bengalesi occupano e disboscano le foreste per mettere il terreno a coltivazione.

Le scuole cattoliche e protestanti sono la prima o quasi l’unica salvezza per i tribali. Un missionario mi dice: “Il ragazzino tribale che va nella scuola statale con i bengalesi non capisce la lingua, è meno furbo dei bengalesi, il maestro non lo aiuta, gli altri ragazzini lo prendono in giro. Dopo un po’ non ci va più. I bengalesi si rafforzano nell’idea che gli “adibasi” (aborigeni) sono stupidi e gli “adibasi” si rafforzano nella convinzione che i bengalesi sono i loro nemici. Il successo delle scuole cristiane è dovuto anche al fatto che esse elevano i tribali in modo autonomo, separato dagli alunni bengalesi. Però insegnano loro la lingua e la cultura bengalese e poi possono affrontare la società bengalese e farsi accettare”.

II) Una Chiesa non ancora autosufficiente in campo economico

Nella prima parte di questa catechesi sulla Chiesa in Bangladesh, ho spiegato la scarsezza di clero e di personale religioso di fronte all’immensità del popolo bangladeshi, a cui annunziare Cristo e in cui fondare la Chiesa.

Vorrei ora parlare di un tema spesso trascurato: come la Chiesa del Bangladesh tenta di raggiungere l’autosufficienza economica. Ho chiesto a mons. Moses Costa, vescovo di Dinjapur: “La Chiesa del Bangladesh, e la sua diocesi di Dinajpur, sono autosufficienti dal punto di vista economico?”.

Mons. Mosè risponde deciso: “Oggi assolutamente no, ma cerchiamo in tutti i modi di raggiungere questa autosufficienza. I settori che richiedono maggiore impegno economico sono l’educazione e la sanità. Per finanziare l’educazione ci sono vari sistemi di adozione legati alla Caritas e poi ai vari istituti missionari presenti, compreso il Pime, che hanno radici nei paesi ricchi. Un altro mezzo che cirmette di avere reddito sono i terreni coltivabili delle singole parrocchie: si pagano i mezzadri che li coltivano, ma danno un certo rendimento economico. E’ urgente cercare di rendere la diocesi autosufficiente, ma siamo tra un popolo molto povero e nella mia diocesi i cristiani tribali sono i più poveri fra i poveri del Bengala”.

La diocesi investe molto denaro, secondo l‘orientamento della Conferenza episcopale del Bangladesh, per le scuole e l’assistenza sanitaria. In tutte le parrocchie e anche nei sottocentri parrocchiali ci sono almeno le scuole elementari e in alcune anche le scuole medie: nella diocesi di Dinajpu ci sono 25 scuole elementari e tre scuole medie, oltre ad alcuni asili. Il vescovo Moses aggiunge: “Negli ultimi anni abbiamo investito molto nella sanità e sto cercando di migliorare e qualificare l’ospedale San Vincenzo qui a Dinajpur, che ha 17 dispensari medici nei villaggi della diocesi, anche distanti da Dinajpur. Se qualche malato richiede ospitalizzazione, lo mandiamo all’ospedale cattolico, dove da qualche anno si è iniziata una scuola per infermiere, esperienza molto interessante. Oltre all’ospedale c’è il “Leprosy Centre” a Dhanjuri fondato da padre Obert all’inizio degli anni trenta e oggi diretto dalle Missionarie dell’Immacolata, che da alcuni anni hanno iniziato un piccolo centro per i disabili a Dhanjuri, collegato con l’ospedale di Dinajpur”.

Chiedo al vescovo quali aiuti riceve dalla Santa Sede, cioè dalla Propagazione della Fede e dalle altre Pontificie opere missionarie. Risponde: “Riceviamo 36.000 dollari l’anno, una piccola percentuale delle spese annuali che dobbiamo sostenere, però è uno dei redditi fissi e quindi sicuri e preziosi. Una somma più o meno uguale viene dalle richieste di aiuto per il seminario alla Pontificia Opera di San Pietro Apostolo e dai vari “progetti” che sono finanziati da benefattori stranieri. Altre istituzioni benefiche dalle quali riceviamo aiuti sono la “Missio” tedesca, l’”Aiuto alla Chiesa che soffre” e altri enti benefici. Inoltre i missionari stranieri hanno i loro benefattori che in genere riescono a coprire le spese delle loro parrocchie”.

Come voi capite benissimo, cari amici di Radio Maria, in un paese povero, molto povero al punto di avere circa 45-50 milioni di uomini e donne che sopravvivono con il reddito di un dollaro al giorno e in genere riescono a mangiare una volta al giorno, la Chiesa non può essere autosufficiente. Per esercitare la carità verso gli ultimi, annunziare Cristo ai non cristiani, catechizzare i catecumeni, formare i battezzati, creare le strutture per il culto (chiese e cappelle ad esempio), educative e sanitarie adatte al suo compito, deve ricevere sostanziali aiuti dall’estero.

Come vi ho detto nel mese di marzo, il Bangladesh conosce oggi un buon sviluppo economico, ma più del 30% della popolazione, cioè circa 45-50 milioni di bangladeshi, sono in condizioni tali di miseria, che un missionario mi ha descritto con queste parole:“Per una certa parte del mio popolo, la principale preoccupazione è di poter mangiare almeno una volta al giorno tutto l’anno, anche nei periodi di siccità e di carestia”!

Il Bangladesh ha un reddito medio pro capite di circa 400 Euro all’anno, in Italia siamo a circa 30.000 Euro! Questo l’abisso economico-finanziario fra Italia e Bangladesh.

Ho chiesto al vescovo Costa di Dinajpur: “Nel bilancio annuale della sua diocesi, qual è la percentuale degli aiuti dall’estero, rispetto a quanto la diocesi trova nel paese? Il 30-50-70 per cento?”. Mons. Mosè risponde: “E’un calcolo molto difficile o quasi impossibile e non mi sento di avanzare ipotesi precise. Bisognerebbe chiedere agli amministratori diocesani, fra i quali padre Adolfo L’Imperio del Pime. Non ho proprio un’idea, ma so che se non ci fosse la Provvidenza che ci aiuta con i benefattori, la diocesi dovrebbe dichiarare fallimento. Un’organizzazione religiosa come la nostra, fra un piccolo popolo cristiano molto povero e disperso, non potrebbe sussistere facendo così tante opere di evangelizzazione, educative, sanitarie, caritative, di promozione umana e di promozione della donna, senza consistenti aiuti dall’estero”.

Parlando con i missionari, l’idea comune è che la Chiesa bengalese ha ancora bisogno di ricevere aiuti dall’estero, per più della metà di quanto spende in Bangladesh. Il costo della vita è molto basso se paragonato a quello italiano, ma i prodotti e le macchine moderne sono esageratamente cari per i bengalesi. Ad esempio, nessun prete potrebbe avere l’auto, se dovesse dipendere da quello che riceve dai suoi cristiani. Ma l’auto oggi è indispensabile per qualsiasi sacerdote che è in parrocchia e che deve visitare 30-50 o più villaggi cristiani o dove ci sono famiglie cristiane, dispersi in un vasto territorio e anche molto lontani l’uno dall’altro.

Le “banche dei poveri” renderanno autosufficiente la Chiesa bengalese

Quando i cristiani diventeranno autosufficienti in campo economico, anche la Chiesa potrà superare la sua dipendenza dall’estero. Un grande aiuto in questo senso lo danno le “Credit Union”, banche di credito, che sono “banche dei poveri”.

Le “banche di risparmio e credito” (Credit Union) in Bengala sono state iniziate dai missionari del Pime negli anni venti e trenta e poi riprese negli anni cinquanta e sessanta, ma sono fallite per l’inesperienza dei missionari. La svolta è avvenuta nel 1991, quando il vescovo di Dinajpur, Theotonius, incaricò padre Giulio Berutti per riprendere l’iniziativa e nel 1996 lo nomina incaricato diocesano per le “banche dei poveri”. Giulio si informa, studia e capisce che abituare i tribali al risparmio per restituire il prestito vuol dire rivoluzionare la società.

Infatti, la cultura tribale è incapace di iniziative, vive di tradizioni ed è chiusa alle novità. I leader tribali tradizionali sono preoccupati soprattutto di conservare l’etnia, il villaggio, la tradizione. Tutti i problemi che noi oggi avvertiamo, lo sviluppo, i rapporti con altre razze, l’educazione, la salute non sono considerati di interesse primario per i leader di vecchio stampo. L’ideale dei villaggi tribali è l’uniformità, la solidarietà tra eguali, per cui non ci devono essere ricchi e poveri, ma tutti debbono essere eguali. Questa mentalità, che ha pure il suo valore, impedisce la formazione del capitale e il crescere della imprenditorialità. Se un tribale ha bisogno di soldi, va da chi ne ha e chiede un prestito, ma resta sottinteso che non lo restituirà perché egli ha bisogno di quel denaro, l’altro no. Il fatto che nelle C.U. il prestito debba essere restituito è qualcosa di rivoluzionario e per i tribali non è facile da capire e soprattutto da realizzare. Il dover mettere da parte, ogni settimana, cinque o dieci take (88 take valgono un Euro) per saldare il debito, comporta un salto culturale non indifferente.

La società santal ha i suoi valori: solidarietà, pazienza, uguaglianza di tutti, capacità di godere con poco, però è una società bloccata, che si propone di conservare la tradizione, non di migliorare la vita. Le C.U. sono fondate sul principio che i prestiti vanno restituiti e vengono fatti soprattutto per stimolare l’inizio di piccole attività che producono un nuovo reddito: allevamento e vendita di animali da cortile, di uova, produzione di dolci, di lavori in legno, ferro, paglia, fibre vegetali, acquisto di una macchina da cucire o di un rikshiò, ecc.

Com’è organizzata la banca dei poveri? In ogni parrocchia esiste il comitato delle “Credit Union” e il parroco ne è il presidente.Della C.U. parrocchiale fanno parte i comitati di villaggio della C.U., alla quale partecipano i tribali, non i musulmani perchè dominerebbero i tribali in quanto, come bengalesi, hanno spirito di iniziativa e sono aperti alle novità. Basta che si metta un bengalese in mezzo a cento santal, che subito ne diventa il capo. Nella C.U. di villaggio la gente partecipa, discute, entra in una nuova mentalità e cultura. Il primo risultato è che il santal acquista fiducia in se stesso e questa è la prima molla per lo sviluppo, perché supera il complesso di inferiorità di fronte ai bengalesi, che lo blocca in tutto. Quando vede che può capire e far funzionare la C.U. anche nel suo piccolo villaggio, allora inizia la sua maturazione personale e sociale. I tribali del Bangladesh non sono come quelli dell’Amazzonia, che come popolo hanno grandi territori come loro “riserva”, in cui possono vivere secondo le loro tradizioni, anche se poi sono attratti anch’essi dal mondo moderno. Qui i tribali non hanno più le foreste in cui abitavano e, se vogliono sopravvivere, debbono affrontare la società moderna con il suo sistema economico.

La “banca dei poveri” della missione non è più diretta dagli anziani depositari della tradizione, ma da gente giovane alfabetizzata, che non si preoccupa di salvaguardare le usanze tribali (come non sposarsi con persone di altre tribù, conservare l’uguaglianza assoluta fra tutti), ma promuove i valori d’unità e solidarietà inserendoli nel contesto del mondo d’oggi. I piccoli prestiti che fa la C.U. vengono restituiti col modico interesse del 12% in un anno, molto più basso di quello che fanno le banche (del 22-24%) e meno della metà di quello che fa la famosa Grameen Bank del Premio Nobel Yunus, che arriva a pretendere il 28% annuo di interesse sui prestiti, cioè più del doppio delle C.U. cattoliche. “Il fatto è – dice padre Berutti – che il loro scopo è il profitto, il nostro è di aiutare i poveri stimolandoli a diventare produttivi col loro denaro”.

Si può aggiungere che l’iniziativa della Grameen Bank di Yunus viene dall’esempio delle missioni cristiane, cattoliche e protestanti, che fin dagli anni venti e trenta hanno iniziato varie forme di “banche dei poveri”, proprio per aiutare i tribali che si convertono a Cristo. Lui poi ne ha fatto una vera banca, che ha lo scopo di guadagnare, capitalizzare e distribuire molti dividendi ai soci; quindi, in Bangladesh è anche criticato per la eccessiva rigidità e durezza verso famiglie che non sono in grado di restituire i prestiti con quell’altissimo tasso d’interesse (comunque inferiore a quello degli usurai!) e quindi gettando nella disperazione e degrado umano (fino al carcere o al suicidio) i poveri più incapaci. Insomma, la Grameen Bank, che pure nel quadro bengalese ha molti meriti e capitali, è una banca di puro capitalismo, le “Credit Union” cristiane sono forme di banche che vogliono educare al risparmio, ma anche creare solidarietà fra i poveri.

Il successo delle C.U. è molto superiore al previsto. Secondo i dati del 2009, sempre nella diocesi di Dinajpur, i soci titolari di un deposito sono 8.500. Le credit union sono 19, una per ogni parrocchia più alcune in sottocentri delle parrocchie. “Da sette-otto anni – mi dice padre Berutti – abbiamo un capitale sociale del valore di circa 250 milioni di lire. Negli ultimi tre anni abbiamo dato prestiti per circa 200 milioni di lire e i risparmi che hanno tirato su sono di circa 100 milioni di lire. Non penso che ci siano altri progetti di sviluppo che abbiano avuto risultati così buoni e creato un cambiamento di mentalità e di cultura così profondo. I risultati delle C.U. a Dinajpur sono lì da vedere. A cosa è dovuto il successo? Ad alcuni principi a cui ci atteniamo con rigore:

1) L’educazione dei risparmiatori attraverso corsi, riunioni, raduni. Bisogna far

capire e accettare le nuove norme con pazienza e consistenza.

2) Controllo, supervisione. La tentazione di approfittare dei prestiti per risolvere

a breve scadenza problemi familiari, di villaggio, personali, è forte. L’unico

modo per vincere questa tentazione è di fargli capire che la banca controlla

quello che tu fai attraverso la supervisione. Uno dei motivi perché in passato

sono fallite le banche per i poveri è stato che il missionario fondava e avviava

la banca, metteva delle regole e poi la lasciava andare, cioè senza controlli

dall’alto.

Oggi abbiamo tre supervisori diocesani che sono incaricati di visitare mensilmente le C.U. e nel raduno mensile che fa il comitato di gestione della C.U. della parrocchia si vede se le cose sono fatte bene e senza abusi di sorta. Una volta l‘anno fanno il controllo fiscale e il bilancio annuale amministrativo. Avvenuto e pubblicato il controllo amministrativo, c’è l’assemblea dei soci a livello parrocchiale, in cui tutti i soci o alcuni soci delegati dai villaggi partecipano e decidono come dividere il guadagno.

Impiegare il guadagno è il grosso problema, che dimostra come l’ostacolo principale al sottosviluppo non è la mancanza di soldi, ma l’incapacità di usarli in modo produttivo. “Perché – mi dice padre Giulio Berutti – alcune di queste C.U. hanno più soldi di quanti ne possono e sanno investire e si limitano a lasciare il capitale in banche che danno interessi. I singoli soci, essendo piccoli contadini o mezzadri o piccoli artigiani, non hanno la creatività o capacità per fare investimenti produttivi. Hanno preso il piccolo prestito per i fertilizzanti, per irrigare i campi, per i pesticidi, debbono solo lavorare e aspettare che la natura produca il raccolto e loro sono a posto, non hanno altra attività produttiva di beni o di soldi per la famiglia. I tribali, mettendosi assieme, potrebbero investire in piccole aziende artigianali o qualcosa d’altro di produttivo. Invece nelle riunioni che fanno sul come impiegare i soldi in deposito non sanno dire altro che “Mettiamo i soldi in banca”. Io mi arrabbio, ma non hanno mentalità imprenditoriale e nemmeno fantasia o capacità di immaginazione. Loro sono contenti già così e basta”.

“Ormai abbiamo, a livello diocesano, un capitale sociale che è discreto e permette non soltanto di investire in attività produttive di tipo agricolo, ma addirittura di riscattare terreni che erano stati messi a pegno in passato per imprevidenza o malattie e addirittura l’acquisto di nuovi terreni per i tribali, i santal.

In conclusione, dice padre Berutti, la Credit Union crea una nuova leadership, preoccupata di salvare la tribù da un punto di vita fisico, culturale, etnico, ma anche i valori della tribù che sono l’unità e la solidarietà. Nel 1997 Mani Tese ci ha dato un piccolo aiuto per pagare alcuni dipendenti che girassero i villaggi a spiegare come tenere i conti, perchè e come risparmiare, insomma la dinamica della C.U. Io mi incontro con questi dipendenti, a livello diocesano, ogni due mesi e loro mi danno i conti. In ogni villaggio c’è un piccolo comitato il quale elegge il suo rappresentante nel consiglio che c’è nella missione. Questa struttura è efficace perché responsabilizza i capi eletti di fronte alla comunità, in una cosa molto concreta come i soldi. Quindi, la “banca dei poveri” ha portato una maturazione nella comunità e nei singoli capi, perché oggi ci sono decine e decine di uomini che sanno partecipare ad una riunione, sanno discutere e spiegarsi, sanno tenere i registri contabili. Il primo risultativo che noto in questa brava gente è la self-confidence, il rispetto di se stessi, la presa di coscienza di essere uomini di valore, che è la molla di ogni sviluppo. Altrimenti il tribale ha sempre dentro di sé un complesso di inferiorità in confronto al bengalese.

La cultura santal, come tutte le culture asiatiche, stanno subendo un impatto enorme dalla cultura occidentale, per cui sono tutte quante in crisi. Guarda la reazione estrema dei talebani in Afghanistan, guarda la rinascita indù in India contro il cristianesimo che è un tentativo di difesa dei valori tradizionali indù. Un impatto così forte che gli anziani e i capi villaggio non riescono più a controllare i giovani, si va disfacendo la stima reciproca, l’aiuto reciproco. La povertà poi rende gelosi, invidiosi, la gente è di animo piccino, quindi aumenta la litigiosità. La vecchia tradizione controllava bene tutti questi aspetti, ora non riesce più a rispondere alle esigenze moderne. In passato non c’era nessuno che moriva di fame o che era senza lavoro, c’era poco per tutti e tutti avevano il necessario alla vita, ma era una società bloccata, anchilosata, che non si sviluppava. Anzi, l’ideale non era il progresso, ma la conservazione dei valori e delle forme di vita tradizionali.

“Il mondo moderno, che irrompe con le sue radio, televisioni, scuole, città frenetiche, industrie, distrugge l’ordine sociale tradizionale, la cultura e religione. Di qui la rivolta contro l’occidente e il cristianesimo. Per il tribale, la sua priorità è la salvezza della tribù, vista come salvezza dell’endogamia: cioè, ci si deve sposare solo tra di noi per far vivere la tribù. Quindi i contatti con le altre razze devono essere limitati il più possibile e non ci si deve sposare con loro, introdurre persone estranee nella nostra tribù, altrimenti la tribù va a morire. E’ solo un esempio per dire che i valori del tempo antico, fra le popolazioni tribali, nel mondo moderno diventano almeno in parte negativi, bisogna sostituirli con qualcosa d’altro. La “banca dei poveri” crea una mentalità nuova, fa prendere coscienza del valore di ogni uomo e, superando il complesso di inferiorità, permette di confrontarsi col mondo moderno e i suoi modi di agire, per risolvere i problemi della sopravvivenza. Nascono quindi i nuovi leaders che stanno guidando le comunità tribali, non più orientati alla conservazione del passato, ma all’evoluzione della propria cultura per entrare nel mondo moderno.

“Se si vuole che nella C.U. le cose vadano bene, bisogna educare e controllare, altrimenti la gente comincia a perdere il ritmo, a saltare le date dei conti, a disperdere quel poco che hanno. Se togli gli educatori ed i controllori, in poco tempo tutto cade. Per cambiare le mentalità tradizionali non bastano pochi anni. Molti progetti delle Ong falliscono perché i volontari italiani od occidentali vengono, iniziano un’impresa, la fanno funzionare per qualche anno, poi dicono che i locali sono autonomi, autosufficienti, e se ne vanno. Noi missionari, che stiamo qui sul posto una vita, ci accorgiamo che dopo un po’ tutto ritorna come prima. Il principio base di tutto lo sviluppo è l’educazione dell’uomo”.

Significativo il caso di Dacca, dove da 50 anni esistono le C.U. ma c’è un padre responsabile a tempo pieno. Oggi esse contano 14.000 soci e un giro di denaro di poco meno di un miliardo di lire al mese, una cifra notevole per il Bangladesh. A Dinajpur l’organizzazione comprende un presidente, il sottoscritto, due supervisori, un uomo e una donna, e 17 dipendenti dispersi nelle missioni più importanti, che visitano i villaggi. Solo a Dhanjuri sono 65 villaggi da visitare e un solo supervisore locale non basta. Ma il segreto resta il controllo continuo e la formazione per creare e sostenere la nuova mentalità. Ogni supervisore non deve avere più di 15-20 villaggi da seguire, se vuol mandare avanti l’impresa. I dipendenti sono pagati da Mani Tese, che però vuol chiudere il progetto quest’anno, io vorrei continuasse per altri cinque anni. Una C.U. per funzionare bene ed essere autosufficiente deve avere almeno 100 milioni di lire di deposito. Solo allora è in grado di pagare i dipendenti e avere un piccolo dividendo da distribuire a fine anno. Ma siamo ancora ben lontani dall’aver raggiunto questa meta. Comunque, detratte le poche spese, tutto il profitto viene distribuito con una cifra che varia e di anno in anno. Diamo lo stesso dividendo che danno le banche ai loro clienti, mentre l’interesse sul prestito è molto inferiore a quello comune. Così le Credit Union danno un bel contributo sul piano dello sviluppo sia culturale che finanziario.

III) Quali sono le priorità della Chiesa in Bangladesh?

Nel 2002 si è celebrato il cinquantesimo di fondazione della diocesi di Dinajpur da parte dei missionari del Pime nel 1927. Mons. Moses Costa mi dice che nel 2002 la diocesi ha avuto il suo sinodo e si è impegnata a valutare la situazione locale dell’annunzio missionario ed a pianificare cinque priorità, che sintetizzo con le parole stesse del vescovo bengalese:

1) La catechesi e la formazione alla fede. Il nostro tempo richiede la testimonianza di cristiani maturi nella fede. In diocesi è stata fondata nel 1952 da mons. Giuseppe Obert la congregazione delle suore di Santi Rani, che hanno il carisma della catechesi. Esse sono diffuse in tutto il paese e si impegnano nella formazione dei battezzati. E’ necessario investire particolarmente su questa congregazione, sia in termini numerici che di qualità, per poter raggiungere una più efficace e intensa azione di catechesi sia in diocesi che nel paese, dove non ci sono altre congregazioni che hanno questo specifico carisma della catechesi.

2) L’educazione e la cultura. Dal punto di vista dell’educazione occorre riconoscere che oggi ci sono ancora tanti bambini anche cristiani che non accedono alle scuole, perchè non ci sono scuole sufficienti e vicine ai loro villaggi. Una grande struttura tradizionale della diocesi sono i “boarding”, ostelli per ospitare la gioventù, dove ci sono circa 2000 bambini e giovani, numero del tutto insufficiente. Per il basso numero di scuole i bambini e ragazzi dei villaggi sono costretti a venire nei boarding. Ci vorrebbe un forte investimento per moltiplicare le nostre scuole, in modo da raggiungere gli alunni nei loro villaggi, anche perché la scuola è un potente mezzo di dialogo concreto con le comunità musulmane e indù che mandano volentieri i loro piccoli alle nostre scuole. Nella nostra cultura bengalese, l’insegnante è un personaggio particolarmente rispettato e ascoltato. Se ci fossero in molti più villaggi nostre scuole con due-tre maestri, questi insegnanti diventerebbero naturalmente le guide culturali e di vita delle comunità locali.

Un aspetto legato all’educazione è quello della cultura. Nella nostra diocesi ci sono dieci diversi gruppi etnici e c’è tutta la fatica di creare una comunione fra questi diversi gruppi.

3) La promozione della giustizia e della pace. Ci sono tanti problemi legali e di diritti umani. C’è in diocesi un comitato che si occupa dell’assistenza legale e della formazione alla legalità del nostro popolo. Per la giustizia e la pace è necessaria la formazione di leader che possano portare a rapporti di giustizia e di collaborazione fra la gente. L’azione delle parrocchie in difesa dei diritti dei più poveri, delle donne dei lavoratori è già ad un buon livello d’impegno.

4) Lo sviluppo economico. Da alcuni anni funziona un progetto, coordinato da padre Giulio Berutti di micro-credito (Credit Union), che sta avendo risultati molto positivi e ha investito negli ultimi anni anche nella formazione dei presbiteri perchè possano giocare un ruolo all’interno di questa struttura a servizio della gente più povera. Importante è la promozione dello sviluppo e l’assistenza sanitaria.

5) L’evangelizzazione missionaria. Ogni parrocchia si prende la responsabilità di raggiungere nuovi villaggi. Quest’anno, in relazione all’anno paolino, come decisione all’interno dell’assemblea pastorale si è deciso che ogni parrocchia deve raggiungere almeno un nuovo villaggio non cristiano entro l’anno. La diocesi ha 14 parrocchie, ma con un’estensione enorme. Un territorio esteso poco meno della Lombardia, con 20 milioni di abitanti, diviso in 14 parrocchie!

L’Annuario della Chiesa in Bangladesh (2007) è un volume di 323 pagine dense di informazioni sulle sei diocesi del paese, preti, suore, parrocchie, scuole, chiese, cappelle, ospedali, dispensari, boarding (ostelli per studenti o lavoratori), opere sociali, lebbrosari, case per handicappati, Caritas, ecc. Il volume dà l’idea di una Chiesa ben organizzata, con una forza di evangelizzazione di notevole peso. Ma se si fanno le somme dei cattolici delle singole diocesi si arriva a poco meno di 300.000, cioè lo 0,3% dei 150 milioni di bangladeshi! Eppure la Chiesa ha una grande visibilità, grazie alla fama delle sue scuole, ospedali, opere di promozione umana e femminile, iniziative varie in campo sociale e anche alla sua presenza in molte regioni del paese, con le piccole comunità cristiane che sono esemplari nella vita quotidiana (matrimoni monogamici, libertà delle donne, bambine che vanno a scuola, unità e solidarietà, amore e aiuto ai più poveri, ecc.) e le loro diversità fanno discutere. Quando parlano i vescovi, la loro voce è riportata da giornali e televisioni, un esempio classico di com’è la presenza della Chiesa in Asia (Cina, India, Indonesia, Giappone, Pakistan, Thailandia, ecc.): comunità di infima consistenza numerica (dallo 0,3 al 3%) eppure spesso alla ribalta dell’attualità.

La diversità cristiana che più stupisce in genere in Asia, ma soprattutto in un paese musulmano come il Bangladesh, è la condizione della donna cristiana e la difesa dei diritti delle donne perseguita dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese cristiane. In questo quadro si capisce il valore delle suore nel mondo missionario in Asia. Ricordo il vescovo di Feisalabad in Pakistan, mons. John Joseph, che nel 1982 mi diceva: “Qui una suora vale più di un prete, perché i musulmani ammirano le suore, donne consacrate, libere, diplomate e laureate, che maneggiano soldi, dirigono scuole e ospedali, sono insegnanti e infermiere. Sono modelli per le loro donne e fanno capire la diversità cristiana più delle nostre prediche e lettere pastorali”.

Nell’islam, specie nelle regioni rurali, esiste ancora la poligamia e la considerazione per il valore della donna è scarso. Compito della donna è servire l’uomo. Questo poi non significa che il marito non ami la moglie, anzi le famiglie sono molto unite proprio nell’amore fra marito e moglie e verso i figli. Ma in genere l’uomo considera la moglie al suo servizio: deve essere amata, mantenuta, assistita, ma deve obbedire all’uomo e servirlo. Ancor oggi, nelle famiglie musulmane tradizionali (che sono l’assoluta maggioranza nelle zone rurali), prima mangia il marito con i figli maschi, poi la moglie con le figlie femmine. E’ solo un esempio e se ne potrebbero citare altri. Un antico proverbio indiano (non musulmano ma indù) dice: “Il paradiso della moglie è stare sotto i piedi del marito”. Questo, specialmente oggi, non piace alle donne musulmane che cercano in qualche modo l’emancipazione e ammirano il costume matrimoniale e le donne cristiane. Anche questo è un “annunzio di Cristo”, fatto con la convivenza nello stesso villaggio e con la vita.

Una delle priorità del piano pastorale nazionale del Bangladesh parla di “pastorale familiare ed emancipazione della donna”. Il programma di pastorale familiare non si limita solo ai cattolici, ma riesce ad entrare anche nelle famiglie musulmane e cerca di far penetrare in loro i valori dell’amore vero, del rispetto reciproco, dell’uguaglianza e complementarietà fra uomo e donna. Si sono create in varie parrocchie dei centri di ricamo-cucito per le donne. Con il loro lavoro esse possono guadagnare un salario che permette loro di sentirsi utili e soprattutto di credere alla loro dignità.

Nel viaggio che ho fatto in Bangladesh nel 2001, ho visitato il Centro di taglio-ricamo-cucito di Muladuli (diocesi di Rajshahi) fondato e diretto dalle Missionarie dell’Immacolata italiane. In questo centro un centinaio di giovani donne sono alfabetizzate e imparano un mestiere, anzi già lavorano per le suore e sono ricompensate: producono ricami, vestiti, paramenti sacri, che poi in buona parte sono esportati in Italia. Quando hanno terminato il loro periodo di apprendimento e di alfabetizzazione, quella ragazze si sposano e sono capaci di guadagnare contribuendo al mantenimento della famiglia. Acquistano dignità di fronte al marito e alla società, diventano modelli di cosa può fare una donna se va a scuola e non è tenuta prigioniera del marito o del padre in casa.

Una decina di anni fa un sacerdote diocesano di Rajshahi, padre Subashi, ha costituito un gruppo di donne per difendere i diritti delle donne. Il gruppo (o comitato) si è diffuso in quasi tutte le parrocchie della diocesi e padre Piero Parolari del Pime ne fonda uno anche lui. Le donne si accordano su questo: la prima di noi che viene picchiata dal marito, portiamo il caso in tribunale e diamo al marito una bella lezione, in modo che tutti i mariti imparino a rispettare le moglie. Capita che una di esse è picchiata dal marito, la portano in ospedale che certifica le violenze e fanno la causa in tribunale, chiamando una donna avvocato da Dacca, membro di una associazione femminile che difende le donne. La causa poi finisce perché le donne ritirano la denunzia per vari motivi, soprattutto per la corruzione della polizia. ma anche questo caso, pubblicato con risalto sui giornali, fa discutere e sensibilizza uomini e donne sul rispetto dovuto alla moglie.

Oggi in Bangladesh ci sono leggi che difendono la moglie dalle violenze del marito e i comitati di difesa delle donne sono molto forti e finanziati anche dall’estero. Per lo stupro anche del marito sulla moglie c’è la pena di morte. Naturalmente bisogna poi vedere quando questa legge è applicata. Ma l’importante è che ci sia, come deterrente alle violenze dell’uomo sulla donna. Pochi anni fa, a Dinajpur, una giovane sposa si è rifugiata nella polizia per liberarsi dalle offese del marito. Alcuni poliziotti l’hanno sequestrata e violentata. Pensavano di farla franca, invece i testimoni c’erano. Il tribunale ha messo a ferro e a fuoco quella caserma di polizia, arrestato i poliziotti, processati e condannati a morte, impiccati. Un caso del genere è esemplare e viene reclamizzato da giornali e televisione e dimostra quanto la donna ha visto migliorare le sue possibilità di difesa. Tutto questo movimento è nato e si è sviluppato per influsso della civiltà moderna dell’Occidente e l’esempio delle missioni cristiane, che hanno sempre difeso le donne e formato i gruppi femminili con questo scopo.


Padre Gheddo a Radio Maria (2009)

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