Basta odio e violenze contro i cristiani – Padre Gheddo su Radio Maria

Cari amici di Radio Maria, questa sera dedico la mia catechesi ad un tema di grande attualità: il martirio e le stragi di tanti cristiani in Asia e Africa che negli ultimi due-tre anni è aumentato d’intensità. All’inizio del terzo millennio, dieci anni fa, si scriveva che il secolo XX, cioè il Novecento, è stato il secolo nel quale i martiri cristiani sono stati i più numerosi. E si poteva prevedere che il nostro secolo, il primo del terzo millennio, con l’affermarsi della democrazia e dei diritti del’uomo, avrebbe portato ad un miglioramento della libertà religiosa. Dopo dieci anni dall’inizio del secolo, dobbiamo dire che queste previsioni e speranze erano illusorie.

Infatti, all’inizio di questo anno 2011, giornali e telegiornali italiani hanno dedicato per diversi giorni le prime pagine e ampio spazio ai massacri dei cristiani in Egitto, in Iraq, in Nigeria, in Cina, in Pakistan, nelle Filippine. E’ la prima volta, ch io ricordi che stampa e televisione italiane danno questo risalto alla persecuzione anti-cristiana. Il governo italiano e il parlamento europeo hanno espresso condanna e sdegno, promettendo di adottare misure concrete per proteggere i cristiani ingiustamente perseguitati. In Occidente si incomincia a capire che l’odio e le violenze contro i cristiani egiziani, nigeriani, indiani, cinesi, pakistani e di numerosi altri paesi non sono rivolti solo contro i fedeli che vivono e praticano il Vangelo, ma contro al religione di Cristo, che difende l’uomo e i diritti dell’uomo e dà fastidio.

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Ecco perché, cari amici di Radio Maria, dedico questa puntata della mia rubrica ad illustrare la situazione che stiamo vivendo noi cristiani nel momento attuale. Sviluppo la mia catechesi in tre parti:

  1. Un panorama delle persecuzioni anti-cristiane oggi nel mondo.
  2. Perché i cristiani sono perseguitati più dei fedeli di altre religioni?
  3. Cosa ci insegnano i martiri oggi.

Parte I – In quali paesi i cristiani sono perseguitati?

La persecuzione è sempre più un fatto quotidiano nella vita della Chiesa. In Europa viviamo in pace e siamo liberi di praticare la fede, senza dimenticare che fino alla caduta del Muro di Berlino solo vent’anni fa (1989) in metà Europa i cristiani erano perseguitati. Ma se allarghiamo lo sguardo ad Asia e Africa, vediamo che i cristiani subiscono discriminazioni gravi o anche persecuzione in quasi tutti i paesi islamici (e sono una trentina) e in tutti i paesi comunisti (in Asia cinque: Corea del Nord, Vietnam, Cina, Laos e Birmania). Con due eccezioni, Libano e Bangladesh, paesi a maggioranza islamica molto tolleranti.

La persecuzione anti-cristiana si sperimenta anche, sia pure in modo saltuario, in altri paesi: India, Nepal, Sri Lanka, paesi dell’Asia russa, persino nelle regioni meridionali delle Filippine (paese a maggioranza cristiana), attacca i villaggi, le chiese e le istituzioni cristiane. Siamo informati sulla persecuzione in Cina, in alcuni stati dell’India e paesi islamici, ma altre situazioni non le conosciamo nemmeno.

Nell’Africa i cristiani sono perseguitati in Nigeria, Zimbabwe, Eritrea e in certi tribali di conflitti inter-tribali i credenti in Cristo sono perseguitati perché si impegnano a cercare la pace e sono visti come nemici. Ho in mente una situazione precisa. Nel novembre 1995 ho visitato Ruanda e Burundi. In quell’anno sono stati uccisi quattro vescovi su nove, 112 sacerdoti su poco più di 200, 92 suore. In Ruanda e Burundi il 60-70% della popolazione sono cattolici battezzati e hanno una fede giovane ed entusiasta. “Ma quando scoppiano queste faide inter-tribali, mi diceva un missionario canadese, non si ragiona più. Solo lo Spirito Santo può ispirare i nostri cristiani a rischiare la vita per un gesto di autentico eroismo evangelico, cioè ospitare e nascondere un membro dell’altra tribù. Gesto che rischiano di pagare con la vita. Come più volte è successo”.

Sono andato in auto dal Burundi al Ruanda e poi nel Congo, con un missionario siciliano molto coraggioso, che parlava bene le lingue locali. Ci hanno fermati cinque-sei volte gruppi armati per dei controlli e l’abbiamo scampata bella. Passando da un villaggio vicino alla città di Butare nel sud del Ruanda, in un silenzio di morte abbiamo visto che quella chiesa era stata bruciata con tutti quelli che c’erano dentro e di fianco. Avevano scavato una fossa comune buttandoci dentro i corpi dei poveri morti bruciati vivi, ricoprendoli con un po’ di terra. Mi vengono ancora i brividi se ripenso a quella scena. Da quella fosse comune uscivano resti umani, un piede, una mano, una scarpa…. In quel villaggio aleggiava un terribile puzzo di carne bruciata che prendeva alla gola.

Giunti nella città di Cyangugu, sul Lago Tanganika vicino alla frontiera col Congo, siamo andati nella casa del vescovo, che ci ha ringraziati di quella visita. Il vescovo ci diceva: “Sono ancora vivo perchè ho qui con me quattro suore polacche che mi assistono e mi difendono. La mia casa è circondata da militari che mi farebbero fuori volentieri. Se queste care sorelle dovessero per qualsiasi motivo andare via, la mia vita non varrebbe nulla”. Era l’anno in cui gli hutu avevano organizzato il genocidio dei tutsi e i vescovi condannavano questa criminale operazione.

In Burundi, un missionario saveriano italiano mi diceva a Kamenge: “Non immagini quanti martiri della carità abbiamo nelle nostre comunità, Persone che, pur sapendo di rischiare la vita, hanno ospitato membri dell’altra tribù, sono stati puniti con la morte”.

Vi racconto un altro episodio dei miei viaggi nel mondo non cristiano. Voi sapete quanto io ami il Vietnam perchè ci sono stato durante la lunga guerra civile fra Nord e Sud. Nel 2002 a Bangkok ho incontrato un prete vietnamita, il quale mi diceva che fra i “montagnards” del Vietnam, i martiri della fede si contano a centinaia, in seguito alla campagna lanciata dal governo per “convertire” questi orgogliosi tribali cristiani all’ideologia del partito comunista, rinunziando alla propria fede religiosa. E mi raccontava di sacerdoti e catechisti arrestati e mandati in “campi di rieducazione”, di chiese chiuse e trasformate in sale di riunione del partito, di insegnamento dell’ateismo nelle scuole pubbliche con la Chiesa cattolica sempre ricordata come serva dell’imperialismo e del colonialismo.

In Italia, di questa persecuzione non si sa nulla. Ho molto viaggiato fra i montagnards del Vietnam del sud, nelle diocesi di Kontum, Pleiku e Banmethuot e mi sono reso conto che, negli anni sessanta e settanta, nelle zone occupate (o “liberate”) dai vietcong e nord-vietnamiti la fede cristiana aveva scarse speranze di sopravvivenza, per le continue pressioni e violenze contro i cristiani. Cosa che poi si è verificata quando nel 1975 tutto il Vietnam è stato conquistato e governato dal partito comunista, com’è ancor oggi.

Le radici delle persecuzioni: comunismo e islam

Nella panoramica della persecuzione anticristiana nel mondo d’oggi, bisogna notare un dato di fatto indubitabile. Dal 1946, dopo la seconda guerra mondiale, fino al 1989, la radice principale principale della persecuzione anti-cristiana era l’ideologia marxista-leninista-maoista, cioè praticamente i paesi a regime comunista, di discendenza sovietica o cinese. In tutti i paesi governati dal partito, anche in quelli di forte tradizione cattolica come la Polonia, la Lettonia, Cuba e alcune province dell’ex-Jugoslavia, era riconosciuta la piena libertà religiosa.

Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia e i regimi comunisti si sono afflosciati e sono crollati senza nessuna guerra dall’esterno, ma per debolezza e inconsistenza ideale propria. Fino a quella data il maggior pericolo per la libertà religiosa dei cristiani veniva proprio da quell’ideologia e da quei regimi totalitari. Oggi non si è ancora estinta l’eredità di quella nefasta ideologia, ma dopo il 1990, anche a causa della prima “Guerra del Golfo” nel 1991, i protagonisti delle persecuzioni sono diventati i paesi a maggioranza islamica; e la situazione è ancora peggiorata dopo il 2002 con l’inizio della seconda “Guerra del Golfo” che ha spodestato Saddam Hussein in Iraq e il regime dei “talebani” in Afghanistan.

Oggi si può dire che nei circa trenta paesi a maggioranza islamica in Asia e Africa i cristiani soffrono quasi ovunque di pesanti discriminazioni. di pressioni per convertirsi all’islam e anche di autentica persecuzione. Persino i governi che si dichiarano democratici e filo-occidentali, come Turchia, Malesia, Tunisia, Indonesia, non riescono a far rispettare la libertà religiosa.

Ad esempio, la Malesia è un paese più esteso dell’Italia e con soli 28 milioni di abitanti, molto ricco a causa del petrolio e di altre ricchezze naturali. Ci sono stato nel 2004 invitato dal vescovo di Kota Kinabalu nel Borneo, che aveva invitato il Pime nella sua diocesi. In Malesia i musulmani sono solo il 65% della popolazione, ma discriminano gli appartenenti ad altre religioni, costringendoli a fuggire all’estero, cosa che sta avvenendo, specialmente da parte dei cinesi (il 20% della popolazione) che vanno a Singapore o ad Hong Kong.

Ecco alcune limitazioni alla libertà religiosa in Malesia:

  1. se un cattolico sposa una musulmana, deve prima convertirsi all’islam.
  2. I cristiani non possono pronunziare o scrivere il nome di Allah.
  3. Scuole e università, esercito e burocrazia statale, discriminano i cristiani, cittadini di seconda categoria, che non fanno carriera.
  4. Il governo favorisce in ogni modo i villaggi islamici, penalizza gli altri.
  5. A Kuala Lumpur è quasi impossibile costruire chiese. I cristiani aumentano, ma le chiese restano quelle che c’erano.
  6. Le librerie cattoliche non possono esporre in vetrina libri cristiani, hanno una saletta all’interno con questi libri, dove è proibita l’entrata ai musulmani. Nelle chiese e istituzioni cristiane è proibito esporre all’esterno statue o immagini di santi o della Madonna.

In Iraq la fuga continua dei cristiani rischia di sancire la scomparsa definitiva dei cristiani che vent’anni fa erano un milione. Tanto che i politici iracheni e i diplomatici arrivano a concepire un piano che creerebbe una sorta di “riserva indiana” nel Nord dell’Iraq, dove raccogliere i cristiani in pericolo di vita.
Anche in Tunisia, paese che si proclama democratico e liberale, la libertà religiosa non è rispettata. In Arabia Saudita opera una polizia religiosa, la Muttawa, che vigila sul comportamento islamicamente corretto della popolazione, compiendo raid nelle case degli immigrati filippini o indiani che si riuniscono per recitare il rosario o leggere la Bibbia, reati considerati gravissimi nel territorio “santo” dell’islam e per i quali sono previsti il carcere, il sequestro di ogni bene e il rimpatrio immediato.

Altrove, la pressione si esercita in modo diverso, impedendo per legge la conversione ad altre religioni e limitando amministrativamente la diffusione pubblica e privata del messaggio evangelico. Se si abbandona l’islam si può essere messi a morte in Iran, in Sudan, in Mauritania, mentre in Pakistan si perde la tutela dei propri figli e il diritto di ereditare patrimoni dai propri parenti musulmani.
Ho visitato quasi tutti i paesi islamici, dal Marocco all’Indonesia, dalla Turchia alla Nigeria e alla Somalia. Bisogna dire che la grande maggioranza dei popoli non sono affatto fondamentalisti, anzi, a livello di popolo, le suore e i sacerdoti cristiani si sentono amati e anche protetti dalla gente comune. Questo in Libia, in Marocco, in Algeria, ecc. Eppure l’intolleranza violenta per chi non crede nel Corano è in crescita ovunque. Questo è dovuto ad una strumentalizzazione della religione islamica, da parte di partiti politici e di autorità religiose. La profonda fede del popolo del popolo diventa strumento di potere per le caste politiche e religiose.

Quanto ho detto dei cristiani perseguitati e discriminai nei paesi dell’islam, in parte vale anche per l’India, dove a livello popolare si manifesta sempre più violento l’estremismo indù con assalti a villaggi cristiani, uccisioni di sacerdoti e di fedeli, incendi a chiese e istituzioni cristiane; e poi la minaccia giuridica delle leggi anti-conversione, adottate da dieci stati dell’Unione Indiana su 28. Anche in Sri Lanka e in Birmania, il nazionalismo politico strumentalizza la religione di maggioranza, cioè il buddhismo, per promuovere azioni e discriminazioni contro le minoranza cristiana.

II parte – Perché i cristiani sono perseguitati?

In questa seconda parte ci chiediamo: perché i cristiani sono, nella storia ed anche oggi, i credenti in una religione più perseguitati? La risposta l’ha data Gesù stesso quando ha detto ai suoi Apostoli: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giov. 15, 20). Profezia fortissima, che si è sempre realizzata in duemila anni di storia della Chiesa. Tradotta in termini attuali si può dire che Gesù è stato perseguitato e ucciso perchè andava contro al potere di quel tempo, alla mentalità comune, cioè alla cultura dominante in quella società in cui è vissuto. Anche chi vive il cristianesimo, senza fare nulla di straordinario, senza provocare e senza offendere, diventa un elemento disturbatore della quiete pubblica.

Ricordiamo che Gesù Cristo è stato l’unico fondatore di una grande religione ucciso a causa della verità che la sua persona rappresentava (il Figlio di Dio fatto uomo) e di quello che insegnava a chi lo seguiva. I fondatori delle altre grandi religioni dell’umanità, Buddha e Maometto, non sono stati nè perseguitati, né tanto meno processati e uccisi. Anzi, Maometto addirittura era il capo carismatico e fondatore dell’islam, ma anche il capo politico e condottiero militare che ha iniziato la conquista militare arabo-islamica del Medio Oriente e del nord Africa, condotta poi dai califfi suoi successori.

Il Vangelo, unica vera rivoluzione

I cristiani e la Chiesa (come le Chiese cristiane), che continuano la missione di Cristo, danno fastidio perché il Figlio di Dio ha portato nel mondo l’unica vera rivoluzione che ha cambiato radicalmente il corso della storia, la rivoluzione dell’amore. Il punto di riferimento della storia umana è Gesù Cristo, i secoli e i millenni si calcolano in questa prospettiva: prima e dopo Cristo, proprio perché l’insegnamento di Gesù, con la parola (il Vangelo) e la sua vita va contro corrente rispetto alle credenze e ai modi di agire comuni prima di Cristo.

Ricordo brevemente i principali valori del Vangelo sui quali è fondata la rivoluzione di Cristo, che non si trovano in altre fedi religiose, ad esempio l’islam che viene dalla nostra stessa radice dell’Antico Testamento, cioè dalla Bibbia:

– Dio uno e trino, la Trinità che mostra la natura di Dio, l’amore (“L’amore viene da Dio… perché Dio è amore”, 1Gv. 4, 7; “Dio ci ama… e chi vive nell’amore è unito a Dio” 1Giov. 4, 16 ). Il comandamento dell’amore, di diretta derivazione divina, è la novità più rivoluzionaria che Cristo ha portato alla storia dell’uomo.

– Dio Creatore del cosmo e di tutti gli uomini, creati “a sua immagine e somiglianza”. Quindi la dignità assoluta di ogni uomo e la fraternità universale fra i popoli, senza alcuna diversità o preferenza o razzismo o schiavismo.

– Il dominio dell’uomo sulla natura, creata per servire l’uomo (nelle religioni orientali l’uomo è un elemento della natura).

– Il valore del lavoro per l’uomo. Gesù è l’unico fondatore di religione che ha lavorato manualmente fino ai trent’anni. In molte culture, comprese quelle greco-romane, il lavoro manuale e faticoso era fatto dagli schiavi, dai prigionieri di guerra. Il ”civis” romano faceva lavori nobili, non coltivava la terra. Nelle civiltà orientali e in quella islamica, tradizionalmente (oggi nel mondo moderno tutto cambia) era fortunato l’uomo che poteva vivere senza lavorare (S. Paolo scrive: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi” (2Ts., 3, 10).

– La pari dignità e complementarietà fra uomo e donna e il matrimonio monogamico. Il filosofo giapponese Tatsuo Okakura scrive: “Il più grande principio che l’Occidente ci ha portato è la parità fra uomo e donna. Nella tradizione religiosa e culturale giapponese non c’è nulla che possa farci pensare a questo”).

– La fede religiosa è una libera scelta dell’uomo, non va mai imposta o mantenuta con la violenza; quindi la libertà di coscienza dei singoli, che poi solo Dio potrà giudicare (a capire e codificare questo principio noi cattolici ci siamo arrivati solo nel Concilio Vaticano II).

– La legge dell’amore: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv., 13, 34). Tutto il prossimo, anche il più povero e ributtante: da qui vengono la giustizia sociale e la solidarietà (nel 1960 in un paese non cristiano come l’India, più dell’80% dei lebbrosari erano fondati e gestiti dalle missioni cristiane).

– Il perdono delle offese. Mentre in altre culture la vendetta è un principio sacro, Gesù dice di perdonare “Perdonatevi non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt, 18, 22) (per i giapponesi, dicono i missionari, il perdono delle offese è il maggior ostacolo all’accettazione del cristianesimo).

– La distinzione tra fede e politica : “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Lc. 20, 24-25), fondata sulla laicità delle autorità civili e la libertà di coscienza dell’uomo (principio che non c’è nell’islam).

– Gesù ha fondato la Chiesa per tramandare nei secoli e millenni la sua Parola e la sua dottrina, assicurando al Papa, suo vicario in terra, la protezione dello Spirito Santo. Quindi c’è un’autorità che, in comunione con il popolo di Dio, prende le decisioni necessarie nei vari tempi (esempio i vari Concili Ecumenici). Nell’islam (e nelle altre religioni) non esiste nulla di simile, per cui l’islam rimane bloccato rispetto ai tempi che cambiano.

Forse pochi sanno che la Carta dei diritti dell’uomo e della donna, varata dall’Onu nel 1948, è fondata su principi biblico-evangelici che non si trovano in altre culture e religioni ed è maturata nei paesi occidentali cristianizzati da lunghi secoli. Il segretario generale dell’Onu, il fedele buddhista birmano U Thant (1960-1972), aveva costituito comitati di studiosi islamici, indù e buddhisti, per stilare diversi modelli di Carta dei diritti dell’uomo, partendo dai principi e valori di queste grandi religioni, ma non si è giunti a nessuna proposta accettabile.

La rivoluzione cristiana della storia è l’amore

Dopo questo rapido e sommario elenco delle novità rivoluzionarie portate da Cristo, la domanda: “Perché i cristiani sono perseguitati più di altri credenti?” ha già trovato risposta. Le piccole comunità cristiane in paesi non cristiani danno fastidio perché diffondono il Vangelo e cercando di viverlo rappresentano un modo di comportarsi che provoca e condanna l’ambiente circostante.

La persecuzione dei cristiani in India è dovuta essenzialmente a questo motivo sociale. Le missioni hanno lavorato tra i paria, i fuori casta, da sempre servi della

gleba dei proprietari terrieri. Hanno portato loro il senso della dignità dell’uomo e dell’uguaglianza di tutti gli uomini, per cui, nell’India democratica, i paria chiedono il rispetto dei loro diritti, si organizzano in associazioni, sindacati, partiti e qualcosa ottengono. Il Vangelo sta rivoluzionando la società rurale dell’India.

In Guinea-Bissau, nella tribù dei felupe la Chiesa è stata portata da padre Spartaco Marmugi, missionario del Pime, nel 1952. Quando battezzava le prime famiglie il missionario voleva che vivessero nei loro villaggi come cristiani, dando buon esempio in tutto. Poi, queste famiglie non erano accettate, per la vita troppo diversa che conducevano: il diverso rapporto con la moglie, il rifiuto dei sacrifici di animali agli spiriti del villaggio, di certe feste che finivano in orge, ecc. Così per venti e più anni i primi cristiani venivano discriminati, derubati, battuti, privati delle loro terre. Finche padre Marmugi si è convinto a fondare, vicino alla missione di Suzana, il villaggio Santa Maria, dove sono andati a vivere.

Oggi la situazione è del tutto diversa e la missione, come i cristiani, sono pienamente accettati in una tribù che sta cambiando radicalmente vita, anche se molti ancora non sono entrati col battesimo nella Chiesa. Il successore di padre Marmugi, padre Giuseppe Fumagalli, nell’ultima visita che gli ho fatto nel 2006, mi diceva che il dono più grande che Gesù Cristo ha portato in quella tribù è lo spirito di pace. Prima i vari villaggi e clan erano sempre in lotta fra loro, si bruciavano le capanne, si combattevano con arco e frecce. Oggi la situazione è sostanzialmente pacifica.

Nel 1982 sono stato per la seconda volta in Pakistan e nella pianura del Punjab ho visitato il villaggio cristiano di Kushpur (che in lingua punjabi significa “villaggio della felicità”) con 8.000 abitanti. I missionari cappuccini belgi all’inizio del Novecento avevano comperato grandi terreni per fondare Kushpur, nel quale andavano a vivere i neo-convertiti. Il parroco locale mi diceva: “Vengono gruppi di uomini anche da lontano per vedere come vive questo villaggio. La presenza delle donne in pubblico, come le bambine e le ragazze che vanno a scuola li scandalizza; agli uomini che lavorano i campi dicono: “Ma voi siete così stupidi che fate queste fatiche quando avete le vostre mogli e i vostri figli che possono lavorare per voi?”.

Nel villaggio c’era la cooperativa delle donne che dirigeva alcuni servizi sociali (l’acqua corrente nelle case, la farmacia e il dispensario). Il parroco mi diceva: “Kushpur dà veramente un annunzio di Cristo attraverso la vita, che molti ammirano, ma alcuni condannano. Oggi viviamo in pace, ma se domani scattasse la scintilla dell’odio e della violenza, pagheremmo il nostro modo di vivere”.

I veri nemici della Chiesa sono quelli interni

Il 28 giugno 2010, imponendo il pallio a 38 metropoliti, Benedetto XVI ha detto: “Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare che – come aveva preannunciato il Signore Gesù (cfr Mt 10,16-33) – non sono mai mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi hanno assunto il carattere di vere e proprie persecuzioni. Queste, però, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il pericolo più grave per la Chiesa. Il danno maggiore, infatti, essa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto”.

Poi cita la “Prima Lettera ai Corinzi”, dove San Paolo parla delle divisioni, incoerenze e infedeltà al Vangelo, che minacciavano seriamente la Chiesa. Mentre la “Seconda Lettera a Timoteo” tratta degli atteggiamenti negativi che appartengono al mondo e possono contagiare la comunità cristiana: egoismo, vanità, orgoglio, attaccamento al denaro, eccetera (cfr 3,1-5). La conclusione dell’Apostolo è rassicurante: gli uomini che operano il male – scrive – “non andranno molto lontano, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti” (3,9). “Vi è dunque – conclude il Papa – una garanzia di libertà assicurata da Dio alla Chiesa, libertà sia dai lacci materiali che cercano di impedirne o coartarne la missione, sia dai mali spirituali e morali, che possono intaccarne l’autenticità e la credibilità”.

Nel quadro delle persecuzioni anti-cristiane, queste del Papa sono parole molto forti: il vero pericolo mortale per la Chiesa non sono le persecuzioni che vengono dall’esterno, ma quelle che vengono dall’interno, che indeboliscono la fede dei suoi membri e la testimonianza di Cristo e del suo Vangelo.

In questo quadro siamo tutti chiamati in causa. Ciascuno di noi deve riflettere in questo momento su questa verità molto concreta: La persecuzione peggiore alla Chiesa non viene dall’esterno, ma dall’interno ed è il peccato, il mio peccato.

Alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo, Giovanni Paolo II aveva più volte chiesto perdono per tutte le colpe dei credenti in Cristo, suscitando all’interno della Chiesa non poche incomprensioni (“Perché chiedere perdono se nessun altro lo chiede?”). Però, riflettendoci bene, quelle richieste di perdono sono state provvidenziali, ci hanno aperto gli occhi sul fatto che il peccato dei cristiani è oggi il principale ostacolo all’evangelizzazione del mondo. Questo me l’hanno detto spesso nelle missioni tra i non cristiani.

Ma soprattutto il nostro peccato ha prodotto la società dell’Occidente, con popoli in maggioranza battezzati che vivono “come se Dio non esistesse”, dove fioriscono tanti costumi e ideologie che di evangelico non hanno assolutamente nulla. Ad esempio, l’ideologia che la religione è un fatto privato, ci si vergogna persino di parlarne in pubblico. La cosiddetta “secolarizzazione” ha generato l’idea molto diffusa che il cristianesimo è l’ultima “alienazione” dell’umanità premoderna. La fede in Cristo può forse sopravvivere come sentimento illusorio di intima consolazione, ma non certo come verità assoluta da credere e come Chiesa che pretende di dettare le norme di comportamento dell’uomo e dei popoli, in nome di un Dio che può anche esserci, ma nessuno l’ha mai visto e non si conosce cosa pensi.

Ci lamentiamo spesso del nostro tempo, ma siamo noi, adulti e anziani, che l’abbiamo preparato, proprio seguendo le mode correnti e questo spirito di considerare il tema religioso come un fatto privato, da non manifestare in pubblico. Ad esempio, in passato almeno nelle famiglie credenti si pregava in famiglia: il Rosario alla sera era un costume ampiamente diffuso. Oggi pare scomparso.

Nel mondo occidentale in cui viviamo, le leggi danno piena libertà di religione, ma la persecuzione viene dalla cultura dominante che ritiene il fatto religioso irrilevante nel cammino della società. Il nostro mondo secolarizzato (nato dalla continua diminuzione della fede e della vita cristiana dei battezzati) tende a ridurre la religione ad un fatto privato, che non interessa la politica, la scuola, la famiglia, l’economia, i dibattiti culturali. Ecco la mancanza di libertà: un credente non è più libero di praticare la sua fede, se è considerato un “alieno” negli ambienti di lavoro, specialmente in giornali e televisioni, scuola e università. Conosco giornalisti cattolici che hanno dovuto uscire dalla redazione di importanti giornali nazionali, altri si sono camuffati per poteri. restare. L’amico Giorgio Torelli, che ha lavorato in importanti giornali e settimanali nazionali, mi dice: ”Piero, ricordati, che nei giornali il cattolico non passa, non fa mai carriera”.

La cultura moderna senza Dio porta ad un mondo più disumano. Ad esempio, periodicamente tornano d’attualità il turismo sessuale nei paesi poveri, la pedofilia, la sessualità trasgressiva e violenta. Ma se la cultura dominante in Occidente, il divertimento con le varie forme di trasgressione, il permissivismo nei rapporti extra-coniugali, il pullulare di sex-shop e di locali notturni a luci rosse, le discoteche che chiudono alle cinque del mattino, favoriscono un sesso senza regole morali, non si capisce perchè questa macchina lanciata a tutta velocità debba fermarsi solo davanti ad un bambino o ad una minorenne o non partecipare ad un turismo sessuale, che costa così poco. Superfluo dire: bisogna fare delle leggi e reprimere. Ma la cultura dominante non si elimina con la polizia, ma osservando i dieci Comandamenti.

In un ambiente di non credenza, per vivere da cristiano, il credente deve andare contro-corrente: tanto più se questo ambiente è sostenuto da leggi, che legiferano senza tenere in alcun conto i valori morali e religiosi della nostra tradizione cristiana: ad esempio nel campo delle biotecnologie, dell’aborto, del divorzio.

Si riduce lo spazio alla religione nelle scuole, nei giornali e nella televisione, nella cultura corrente, e poi ci lamentiamo che i giovani non hanno ideali. La Chiesa ha creato in passato gli oratori che formavano i giovani al bene. Oggi, per mancanza di preti e suore non pochi oratori debbono chiudere, ma la “morale laica” cosa ha creato per i giovani? Le discoteche e le “notti bianche”, prima a Roma (sindaco Veltroni) e poi in varie altre città. Che ideali trasmettono le discoteche ai giovani, se non che la vita è un divertimento, un divertirsi fino alla sballo?

III parte – Cosa ci insegnano i martiri oggi

Fino a 20-30 anni fa si potevano leggere, in Occidente, numerosi studi e inchieste da cui risultava che la religione era sempre meno presente nella vita e nella coscienza dei popoli. Si scriveva della “morte di Dio” e, in concreto, progrediva il processo della secolarizzazione, che porta alla religione come un “hobby” privato, senza influsso nella vita dell’uomo e della cammino della storia. C’è in Italia l’associazione degli atei, alla quale aderiscono scienziati, docenti universitari, scrittori, che ancor oggi sostiene questa tesi, la stessa di Marx e di Feuerbach: la religione è una superstizione del passato, che deve scomparire in un futuro non troppo lontano, perché alienante rispetto alla realtà quotidiana che l’uomo deve affrontare nella lotta per la vita.

I fatti che tutti conosciamo ci dicono però che è vero tutto il contrario. Le religioni hanno sempre più peso nella storia dell’umanità, semplicemente perché l’uomo è naturalmente religioso e la religione è il più forte segno d’identità di un popolo. Persino in Occidente, due fra i maggiori esperti mondiali del pluralismo religioso contemporaneo, Rodney Stark e Massimo Introvigne, dimostrano con dati precisi che oggi c’è più religione di ieri1. E affermano: “Il secolo XXI non sarà segnato dalla morte di Dio – annunziata da qualche profeta di sventure. – Ma piuttosto dal suo ritorno”.

Perché i martiri sono segno di speranza?

Ricordo quando la sera del 20 maggio 1992 giunse a Milano la notizia che un nostro confratello del Pime, padre Salvatore Carzedda, era stato ucciso da un estremista islamico a Zamboanga, nell’isola di Mindanao (Filippine). Il superiore padre Giacomo Girardi chiama tutti i membri dell’istituto in chiesa. Nessuno sa perchè, ma ci andiamo tutti. Dev’essere una notizia importante. Infatti Giacomo comunica che padre Salvatore è stato ucciso da un killer a Zamboanga nelle Filippine e già si può sospettare di quello che poi le indagini hanno confermato: padre Salvatore, con padre Sebastiano D’Ambra (costretto poi a rimpatriare per qualche anno) è stato ucciso perchè si occupavano del dialogo con i musulmani della città.

Padre Girardi ha dato tutte le informazioni di cui era in possesso e poi ha detto: “Padre Carzedda è già in Paradiso. Noi cantiamo il Te Deum e il Magnificat per ringraziare il Signore di questo dono che ha fatto alle Filippine e al Pime”. E

Giacomo cita la Parola di Dio che ci invita a leggere in modo positivo la tragedia umana di un nostro confratello ucciso a 51 anni. Nell’Apocalisse leggiamo: “Essi (cioè i martiri) hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie all’eloquenza della loro testimonianza” (Ap. 12, 11).

Quando le cronache del mondo lontano portano sulle prime pagine dei giornali la notizia di nuovi “martiri”, dico la verità, provo dolore per quelle vite spezzate, ma penso subito che per la Chiesa e per gli uomini la loro morte è un segno di speranza. Lo Spirito Santo, protagonista della missione, attraverso il martirio segnala la sua costante presenza in mezzo ai credenti e nella Chiesa locale e universale.

Perché i martiri sono “buona notizia”? Anzitutto perchè dimostrano che la Chiesa è ancora quella di Gesù, non ha perso la sua identità, non ha deviato dalla via che Cristo le ha indicato. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giov. 15, 20). Se per anni e anni la Chiesa non avesse più persecuzioni e martiri, bisognerebbe incominciare a preoccuparsi!

C’è un altro motivo molto profondo. La fede e la vita cristiana sono una rottura rispetto alle vie del mondo, perché la storia dell’umanità si svolge sulla falsariga ereditaria del peccato originale, cioè l’allontanamento da Dio dei nostri progenitori. Ora, l’irruzione del Figlio di Dio Gesù Cristo nella storia plurimillenaria dell’uomo rappresenta una rottura, un capovolgimento di tendenza e questo non può avvenire senza sofferenza, senza sangue. L’effusione del sangue è la suprema testimonianza di questa rottura e della nuova via che riporta l’umanità a Dio.

La novità del messaggio evangelico è talmente contraria alle “vie del mondo”, che inevitabilmente viene rifiutata, combattuta anche con la violenza. Naturalmente c’è anche un altro motivo che spiega il valore redentivo del martirio: Gesù è morto in Croce per ottenere il perdono a tutte le offese fatte a Dio con il peccato. Così i martiri cristiani, versando il loro sangue, dimostrano che anche gli uomini partecipano alla Passione e Morte del Redentore donando la loro vita.

Se tutto questo è vero, ne viene una conseguenza molto pratica anche per me, semplice fedele di Cristo e sacerdote della Chiesa: quello che conta nella mia vita è di dare testimonianza a Cristo: Non conta il successo personale né l’applauso degli uomini e nemmeno i buoni risultati delle mie azioni pastorali e di evangelizzazione. Conta la sincerità e la trasparenza della testimonianza di fede che sono chiamato a dare con la mia vita. Quando questa testimonianza è davvero autentica, diventa un martirio quotidiano anche senza effusione del sangue. Perché andare contro corrente rispetto alle mode del mondo è una scelta difficile che si può fare solo con l’aiuto di Dio, ma che costa molte rinunzie e sofferenze.

Cari amici di Radio Maria, lasciate che vi legga la preghiera composta dal primo martire del Pime, il beato Giovanni Mazzucconi, ucciso nel 1855, a Woodlark, un’isoletta della Papua Nuova Guinea in Oceania. L’avevano letta i primi sette missionari dell’istituto il 16 marzo 1852 quando partivano da Milano per il lungo viaggio in Oceania, durato tre mesi e mezzo, fra popoli che vivevano ancora nell’età della pietra!

“Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, mio primo Principio e mio ultimo Fine…. ho risoluto col vostro soccorso di adoperarmi, a costo di qualunque fatica o disagio, vi andasse pur anche la vita, per la salvezza di quelle anime sventurate, che costano esse pure tutto il sangue della Redenzione. Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e incontrare fra i tormenti la morte! Mio Dio, che mi ispirate questi proponimenti tanto superiori alle mie deboli forze, avvalorateli con quello spirito onnipotente di cui investiste i vostri santi Apostoli. Maria Santissima, Immacolata, Avvocata e Madre nostra amorevolissima, otteneteci la grazia di portare fino agli ultimi confini della terra il nome adorato del vostro divin Figlio congiunto al vostro. Angeli tutelari delle nazioni. SS. Apostoli Pietro e Paolo, San Francesco Saverio, pregate per noi”.

Bisogna dire che un secolo e mezzo dopo il martirio di Giovanni Mazzucconi, la Papua Nuova Guinea è un paese quasi totalmente cristianizzato. La Costituzione stessa di questo vasto paese oceanico (due volte e mezzo l’Italia), indipendente dall’Australia dal 1975, recita: “La Papua Nuova Guinea è una nazione cristiana, il cristianesimo è la religione nazionale”. Il martire è segno di una speranza che non sempre, ma a volte si realizza già su questa terra.

Cosa ci insegnano oggi i martiri cristiani?

La Chiesa diventa testimone di speranza, se forma dei cristiani pronti a dare la vita per la fede e l’amore a Dio e all’uomo. Che senso ha il martirio oggi? Il martire è, come Gesù, un segno di contraddizione. Richiama il dovere di andare contro-corrente rispetto alla cultura e alla vita mondana. Due riflessioni:

1) Il mondo “globalizzato” in cui viviamo tende ad omologare tutti: stesse mode, stessi costumi, stesse idee, stessi discorsi, stessa vita. Soprattutto i mezzi di comunicazione, televisione, cinema, stampa, impongono una cultura unica, fondata sul “consumismo” e su falsi valori: denaro, fama, carriera, piaceri a buon mercato, fuga dal sacrificio, disimpegno nella vita, ad esempio nel matrimonio, nell’avere figli, nel proprio dovere, nel rispetto del bene pubblico…. Il cristiano, se mantiene viva e autentica la fede e vuol amare e imitare il Figlio di Dio, non è omologabile: egli si ispira non alle mode correnti, alle ideologie trionfanti, ai modelli “culturalmente e politicamente corretti”. Ma a Gesù Cristo.

Noi spesso ci lamentiamo del mondo moderno, la violenza, le prepotenze, le ingiustizie, la mancanza di ideali, le famiglie disunite, la droga, la mafia. Lamentarsi degli altri non serve, ciascuno di noi deve dare testimonianza di un modo di vivere diverso, secondo il Vangelo! La Chiesa predica un “modello cristiano di vita” secondo le Beatitudini e produce molti buoni esempi, molti santi. Ma non riesce a generare modelli concreti di una società diversa, validi ed efficaci su vasta scala.

Mi spiego. Da più d’un secolo (almeno dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII, 1891) i Papi e la “Dottrina sociale della Chiesa” condannano il capitalismo, il consumismo, lo sfruttamento del lavoro umano, l’oppressione dei poveri. Ma in un secolo, il capitalismo è certamente migliorato nelle sue leggi e regole, ma non fino al punto da rappresentare un sistema giusto ed esemplare, ad esempio per il rapporto fra Nord e Sud del mondo. Altro piccolo esempio. Nel 1982 il Comitato della Cei sulla fame nel mondo, di cui facevo parte, ha lanciato la campagna “Contro la fame cambia la vita”: belle idee, qualche buon esempio, ma assenza di modelli concreti ed efficaci.

La domanda è questa: c’è alternativa concreta al capitalismo consumista? Pare di no! Tutti ormai siamo omologati al suo modello di vita: produrre di più, guadagnare di più, consumare di più, avere di più, più soldi, più possedimenti, più conti in banca e proprietà. Tutti sanno e sperimentano che questo modello non funziona, è fonte di molte ingiustizie e di molti altri segni negativi: famiglie che si dividono, giovani fragili e senza ideali. La gente deve vedere il cristianesimo vissuto, i documenti non li convincono più: vogliono i fatti. Ecco perché i santi tornano di attualità.

2) Dialogo e inculturazione – Il valore del dialogo, ma bisogna andare contro corrente rispetto alle culture dell’uomo, che non sono valori assoluti.

Il valore del dialogo è ormai affermato nella missione della Chiesa. Nel 1964, la prima enciclica di Paolo VI “Ecclesiam suam” metteva il dialogo come primo impegno della Chiesa oggi e poi il Concilio Vaticano II raccomandava il dialogo con i non credenti, i non cristiani, i cristiani separati.

Il dialogo è un valore perchè “lo Spirito soffia dove vuole” e quindi dobbiamo essere attenti a tutte le esperienze umane positive, a tutte le culture e religioni. Ma non è detto che col dialogo e la buona volontà di intendersi si riesca a risolvere tutto: prima del dialogo c’è il rispetto della verità di Dio, della dignità dell’uomo. Il cristiano vuol andare d’accordo con tutti, ma non a costo della verità del Vangelo, che è sempre contro-corrente.

Oggi c’è questo grande dibattito nelle missioni: le culture, l’inculturazione, le religioni non cristiane che possono essere via per la salvezza. Lo stesso è successo per le ideologie umane: pensate al marxismo, considerato anche da cristiani “via alla liberazione dell’uomo” fino a vent’anni fa! La Chiesa e il missionario devono “inculturarsi”, ma fino ad un certo punto: le “culture” non sono valori assoluti, anch’esse debbono essere purificate e battezzate da Cristo, che le umanizza.

Un giovane mi diceva: “Io aiuto i poveri e amo tutti, che senso ha pregare e ricevere i sacramenti?”. Gli ho risposto: “Il cristianesimo è aver fede in Cristo, amare e imitare Gesù Cristo, osservare tutta la Legge di Dio, non solo aiutare i poveri; essere cristiano vuol dire combattere il peccato personale, le tendenze cattive che tutti portiamo in noi… Siamo in un tempo di debole identità cristiana. Cosa vuol dire essere cristiano? Molti non lo sanno più: pensano che voglia dire andare a Messa la domenica o aiutare i poveri…

I Comandamenti di Dio sono dieci, non sette od otto! Non si parla quasi più di purezza, di combattere le mode correnti che portano al sesso facile, alla convivenza coniugale prima del matrimonio o al posto del matrimonio, alle relazioni extra-matrimoniali: sono comportamenti che vanno contro la Legge di Dio, per osservare i quali si richiede eroismo, un martirio quotidiano per tutta la vita: questo non si raggiunge senza l’aiuto di Dio, cioè senza la preghiera e la mortificazione…

Il martire testimonia questo: chi cerca sinceramente di vivere secondo il Vangelo, pur nella debolezza della natura umana e quindi nei difetti e peccati personali, va contro-corrente rispetto al mondo, finisce prima o poi per dare fastidio.

3) Il martirio della santità a cui tutti siamo chiamati, con l’ “eroismo quotidiano fatto di piccoli e di grandi gesti” (“Evangelium Vitae”, n. 86).

Anche noi siamo chiamati al martirio, cioè alla santità, che è il lento martirio di tutta la vita. Dobbiamo riflettere di più sul fatto che essere cristiani vuol dire amare e imitare Gesù Cristo, che è morto sulla croce. Oggi, credo, nessuno di noi morirà martire, ma c’è anche il martirio della fedeltà al Battesimo, alla vocazione della nostra vita, matrimonio o consacrazione al Signore. Se siamo fedeli a Cristo, in qualunque situazione noi siamo, diventiamo a poco a poco martiri, pur senza spargimento di sangue. Fare davvero il prete è un martirio, essere buoni papà e mamme di famiglia è un martirio, ecc…

San Gregorio Magno scrive che ci sono due tipi di martirio: uno è quando c’è una persecuzione e i cristiani sono uccisi, l’altro quando “noi stessi trucidiamo nel nostro animo i desideri carnali con la spada spirituale”. “Trucidiamo i desideri carnali”: bisogna vivere secondo lo Spirito, non secondo la carne: ad esempio, educare alla purezza di vita, al rispetto del VI e del IX Comandamento. Questo significa andare contro-corrente rispetto allo spirito del nostro tempo, che presenta come modello il sesso a buon mercato, l’uso egoistico della potenza sessuale…

Il martirio è la purificazione radicale di una vita, come il Battesimo. Più ancora, è la purificazione radicale di una Chiesa e “seme di nuovi cristiani”, come dice Tertulliano. Nel 1993 è venuta a Milano Wang Xiaoling e suo marito, due cattolici di Shangai che hanno trascorso 20 e 19 anni nelle carceri cinesi. Il libro che hanno presentato in vari incontri, “L’allodola e il drago – Sopravvissuta nei gulag cinesi” (Piemme, 1993), è una toccante testimonianza di come la fede vissuta contro-corrente rispetto alla cultura dominante, porta alla persecuzione, ma evangelizza.

Nella prefazione, la giornalista Renata Pisu, esperta della Cina e in passato entusiasta del maoismo, afferma che nel 1989, visitando Pechino dopo la repressione di Piazza Tienanmen, si rese conto del crollo di tutti i suoi ideali e continua: “Sono andata in chiesa. Quei fedeli cinesi che cantavano inni sacri in latino erano gli unici esseri umani che, in quella città devastata dalla violenza, riuscivano ad esprimere una speranza”.

1 R. Stark, M. Introvigne, “Dio è tornato – Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente”, Piemme 2003.

Padre Gheddo su Radio Maria (2011)

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