Chiesa straniera in un paese islamico – Padre Gheddo su “Mondo e Missione”

Tripoli-sanfrancescoPartecipando alla vita della Chiesa e incontrando parecchi cattolici, due fatti mi hanno subito colpito: l’unità ecumenica di tutti i cristiani e il ritorno alla fede di non pochi occidentali. Ho capito meglio il valore di una minoranza cristiana in un mondo totalmente islamico. Un ingegnere e signora, incontrati durante una festa italiana, mi confidavano: “In Italia a Messa andavamo qualche volta, in questa società islamica ci andiamo sempre: abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti e devozioni che avvicinano a Dio”. Il secondo motivo di stupore è l’importanza della testimonianza cristiana in una società islamica di per sé molto chiusa. La vita del popolo e la mentalità comune stanno cambiando molto, anche in forza del confronto quotidiano con i cristiani.

    La commovente “festa delle candele”  

La Chiesa di Libia è straniera, ma significativa per i rapporti  con l’islam. Forse non esiste altro paese arabo-islamico in cui la minoranza cattolica e cristiana è così tranquilla, rispettata nei suoi limitati diritti di libertà religiosa ed esercita un buon impatto con il “dialogo della vita”, il vivere assieme ai fedeli dell’islam. Questo è frutto del cambiamento di linea politica che Gheddafi ha realizzato dopo il 1986, ma anche merito del vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, l’unico sacerdote nato in Lìbia da genitori italiani nel villaggio di Breviglieri (oggi El Qadra). Parla il libico meglio di tanti altri e si sente veramente inserito nel suo paese natale: è uno degli ultimi resti della presenza italiana in Libia, che un tempo raggiungeva i 50.000 coloni. Il vescovo ha stabilito buoni rapporti con le autorità e lo stesso Gheddafi che addirittura, dopo il 1986, ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per gli ospedali della Libia (suo padre è stato assistito dalle suore nella malattia e nella morte); e nell’incontro solenne e pubblico che ha avuto il 29 dicembre 2006 “ha voluto offrire alle due comunità musulmana e cristiana di Tripoli un’esperienza di amicizia e convivialità nel contesto delle due celebrazioni del Sacrificio di Abramo e del Natale, mettendo in evidenza la ricchezza del messaggio delle due fedi che richiede il rispetto vicendevole”.

I cattolici in Libia sono in maggioranza africani (vengono da Nigeria, Ciad, Camerun, Benin, Costa d’Avorio e altri paesi); e poi filippini, indiani e un certo numero di occidentali (italiani, polacchi, spagnoli, francesi, tedeschi, oggi anche americani). Poi c’è la comunità araba di Iraq, Siria, Giordania, Palestina, Libano e naturalmente Egitto. Più di due milioni di egiziani lavorano in Libia, nei commerci e nell’artigianato, ma anche numerosi professionisti, medici, insegnanti, professori universitari; e poi panettieri, meccanici, falegnami, parrucchieri, ecc. Gli egiziani parlano arabo e sono in genere musulmani come i libici, ma ci sono anche copti e cattolici.

Alla “Festa delle Candele” ecumenica (quasi quattro ore), celebrata in preparazione al Natale nella cattedrale cattolica di Tripoli, più di venti nazionalità hanno cantato i loro canti natalizi sul palco eretto al posto dell’altare ed è terminata con la benedizione del vescovo cattolico, di quello ortodosso e di quello copto, di una ventina di sacerdoti, pope e pastori ai fedeli che, spente tutte le luci, tenevano in mano una candela accesa. Una cerimonia commovente. Mi hanno detto che qui in Libia i cristiani sono molto uniti, si aiutano e si incontrano come fratelli. La chiesa cattolica di El Garabulli (una volta Garibaldi), dove non c’è più una comunità cattolica, la dirige il vescovo copto per gli egiziani; le autorità religiose delle varie chiese si incontrano e a volte si presentano unite alle autorità libiche.

La Chiesa è libera, ma in un quadro limitato di diritti. I francescani e altri sacerdoti assistono gli stranieri, per i quali c’è libertà di praticare la fede, però apparendo all’esterno il minimo possibile. In tutta la Libia ci sono solo due chiese degne di questo nome, S. Francesco a Tripoli e Maria Immacolata a Benghazi; poi cappelle private in case di suore, in alcune ambasciate e ditte straniere che lavorano nel petrolio e quelle costruite da p. Bressan nel deserto libico per i profughi neri (vedi più avanti). Nessun libico può diventare cristiano, per cui, ad esempio, la Chiesa non può stampare nessuna rivista o libro. La cattedrale e unica chiesa di Tripoli ha un ciclostile per gli avvisi della parrocchia da distribuire in chiesa ai fedeli. Ma la testimonianza dei cristiani è ben visibile, specie quella delle suore e infermiere cattoliche in ospedali, orfanotrofi, case per handicappati e anziani.

  Suore e infermiere cristiane negli ospedali

  Parlo con una suora indiana di Madre Teresa, lavora nell’assistenza agli handicappati. Come vede il popolo musulmano la vostra presenza? Risponde: “Siamo benvolute e rispettate da tutti. Soprattutto le donne sono contente di parlare con noi, di raccontarci le loro pene e problemi. Anche gli uomini che ci avvicinano ammirano la nostra dedizione ai malati, la pazienza, il fatto che vogliamo bene a tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri. Ma questa è la nostra vocazione cristiana e siamo educate fin da giovani ad amare il prossimo sofferente, non per nostro interesse, ma per amore di Dio”. Perché infermiere e suore cristiane? Un medico indiano mi dice: “La sanità purtroppo funziona poco e male, specialmente fuori delle città, per mancanza di coscienza, di amore al malato, per ignoranza, per mille motivi. Per questo negli ospedali ci sono le suore e le infermiere cattoliche che danno esempio di come si lavora. Le strutture sanitarie ci sono, il personale è anche preparato tecnicamente, ma manca lo spirito del servizio all’ammalato”.

La Chiesa di Libia è concentrata attorno alle due chiese di Tripoli e di Benghazi (e poi a quella nel deserto a Sebha, vedi più avanti): i cattolici sono di una ventina di nazionalità, pochi i preti; poi una dispersione di piccole comunità e gruppi in città e villaggi. A Tripoli la chiesa di San Francesco è molto frequentata anche perché unico luogo d’incontro e di fraternizzazione dei vari gruppi di queste nazionalità e, con i locali attigui, permette lo svolgimento di varie attività: biblioteca, uffici di curia e della Caritas, funzioni religiose, catechismo, prove di canto, locali per riunioni e gruppi di preghiera, salone per feste, teatri e concerti, cortile per i giochi dei bambini. In passato a Tripoli c’erano una decina di chiese fra grandi e piccole, compresa la maestosa cattedrale oggi trasformata in moschea.

Gli orari di Messe, incontri di preghiera catechismo in cattedrale sono un rompicapo: giorno per giorno, ora per ora si susseguono appuntamenti in inglese, arabo, italiano, francese, tedesco, spagnolo, polacco, persino in tagalog, coreano e sudanese. Lo stesso vescovo e il vicario generale, il maltese padre Daniele Farrugia, dato che un francescano polacco viene una volta al mese da Derna (dove c’è un salesiano polacco), hanno imparato a celebrare in polacco! I filippini e gli indiani sono tanti e richiedono molto i preti. Poi ci sono le ambasciate e le multinazionali (la principate è l’AGIP) che lavorano per il petrolio nel deserto (o su piattaforme in mare) e una volta ogni tanto chiedono la Messa. Infine, la S. Messa anche nelle comunità di suore (sei a Tripoli) e  in cittadine fino a Sirte, limite estremo, dove un francescano va spesso in auto (450 km.), ma la strada è bella!

Sempre a Tripoli in S. Francesco si celebrano numerosi battesimi e cresime di filippini, indiani, africani e altri; la religione si insegna nelle ambasciate e nelle scuole private francese e italiana; i catechismi per adulti sono per persone già cristiane di famiglia o di nazione ma non battezzate. Parecchi gli arabi (egiziani, siriani, iraqeni, libanesi, palestinesi, giordani) e anche i libici che vengono a chiedere l’istruzione religiosa e il battesimo, ma la Chiesa osserva rigorosamente le norme del governo: non si possono battezzare. A Tripoli ci sono solo sette frati francescani e altrettanti a Bengasi, dove i cristiani sono più numerosi e dispersi in villaggi fuori città: tre padri risiedono a Tobruk, El Beida e Derna. Per assistere in modo minimamente adeguato i cattolici in Libia ci vorrebbero non 14, ma una ventina di sacerdoti! Il governo darebbe i permessi, ma dove si trovano i preti?

  Cosa dice una suora che vive con i musulmani

Le suore in Libia sono 60-70. Mentre stavo partendo per l’aeroporto, ho incontrato suor Giannina Olga Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966. E’ nata a Cavaglià, poco distante dal mio paese di Tronzano vercellese! Mi dice: “Noi del De Foucauld viviamo in mezzo ai libici: dialogare, fraternizzare con i musulmani e ci rendiamo conto che è molto importante per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare: sono buoni, ci accolgono cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me è più anziana di qualche anno e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

  Nei musulmani una fede autentica e profonda

Com’è l’islam in Libia? Il regime punisce duramente gli oppositori, soprattutto i seguaci dell’estremismo islamico. Le moschee sono controllate dallo stato che finanzia gli imam: l’istruzione religiosa del venerdì nelle moschee è preparata e approvata dal governo che poi la manda alle moschee. L’imam deve leggere solo quel lungo testo, se toglie o aggiunge qualcosa perde il posto. A volte il potere centrale perde il controllo delle masse popolari scatenate, come nel caso delle vignette danesi. A Benghazi venne bruciata l’unica chiesa esistente e la polizia consigliò i francescani di andare a Tripoli perché non riuscivano a controllare la situazione. Tornarono dopo alcuni mesi. Ma quella era più una protesta politica della Cirenaica contro Gheddafi che contro la Chiesa cattolica e gli italiani.

Naturalmente, una cultura secolare non cambia in pochi anni o decenni. Andando in auto verso Sirte si vedono case di campagna con un alto muro che circonda il loro cortile, dove stanno le donne e probabilmente non escono di casa se non accompagnate dal marito, come ho visto in Bangladesh e in Pakistan quarant’anni fa. A Tripoli sono maggioranza le donne col velo in testa, ma si respira un’altra atmosfera di libertà, con ragazze delle scuole superiori e università diverse dalle loro coetanee europee solo per il velo che copre i capelli.

Il padre Daniel Farrugia, maltese e vicario generale della diocesi di Tripoli, è in Libia da dieci anni. Si dice che la preghiera islamica è formalistica e molto condizionata dal controllo della comunità. Risponde: “Certo, c’è anche del formalismo come fra noi cristiani, ma io vedo che per rimanere fedeli alla preghiera fanno sacrifici, ci credono davvero. Ad esempio, al mattino presto in inverno qui fa freddo, io esco per celebrare la Messa da alcune suore e vedo non pochi giovani che vanno alla moschea presto per pregare. Devono pregare cinque volte al giorno e pregano davvero. Nei musulmani c’è l’adesione all’atto formale che devi fare: l’hai fatto e l’hai fatto bene e quindi sei a posto; ma non c’è dubbio che la gente comune prega anche quando non la vede nessuno o si fermano per strada e si inginocchiano rivolti alla Mecca per pregare”.

Un segno forte che padre Daniel vede nella fede dei musulmani è la celebrazione del Ramadan, il mese del digiuno che si può paragonare alla nostra Quaresima: ma ormai nei paesi cristiani quanti celebrano la Quaresima col digiuno e preghiere speciali? “In Libia il Ramadan è celebrato da tutti, è un tempo sacro in cui la vita cambia, tutti ricordano che viene da Dio e ritorna a Dio. Seguendo il calendario lucare, il Ramadan capita anche d’estate. Qualche anno fa era in piena estate e faceva molto caldo. Ero su una spiaggia di Tripoli del tutto deserta. I musulmani in quel mese non vanno a bagnarsi, per paura di toccare l’acqua con le labbra! Ero coricato e prendevo il sole dopo il bagno. Lontano da me ma non troppo perché non li vedessi, c’erano quattro giovanotti: se era in tempo normale avrebbero fatto il bagno. Invece hanno tirato fuori due abiti della preghiera, bianchi e tutti lunghi. Due li hanno indossati e si sono messi a pregare rivolti alla Mecca; poi hanno passato le due tuniche agli altri due, anche loro hanno pregato e sono andati via. Non era per farsi vedere, perchè non c’era nessuno e io ero nascosto ai loro sguardi. Pregavano proprio perchè ci credevano”.

Com’è l’atmosfera nel tempo del Ramadan? “E’ come il nostro Natale, è l’attesa della liberazione dal peccato e dal demonio, come noi aspettiamo il Salvatore. La fede si rinnova. Alla fine c’è una grande festa, si mangia, si canta, si balla, c’è un’atmosfera di gioia, il senso della liberazione dal male. Il Ramadan è anche un’affermazione dell’identità islamica. Una delle grandi risorse dell’islam è che crea la “Umma”, la comunità, il senso di appartenenza alla comunità e quindi il senso delle relazioni inter-personali, l’incontrarsi, scambiarsi opinioni, saluti e notizie, ecc. Se tu vai al mercato, trovi tanti giovani uomini e anche non più giovani seduti a chiacchierare. In quel momento non lavorano, ma per loro l’importante è mangiare, dormire bene e far parte della comunità e della tua famiglia. Il resto viene dopo, il lavoro ad esempio. Lavorano molto se sono in difficoltà per le cose essenziali della vita, altrimenti no: il tempo che dedicano alla comunità non è tempo perso. Se un musulmano fa qualcosa di negativo, rimane sempre mio fratello, non lo condannano. Pregano per lui, lo richiamano, ma non lo condannano”.

Piero Gheddo

Mondo e Missione – marzo 2007

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