Clausura e missione nella mia esperienza – Padre Gheddo a Pistoia

Conferenza a Pistoia il 22-VI-2002 di Piero Gheddo

Ho avuto la grazia di ricevere una buona formazione religiosa in famiglia, nell’Azione cattolica del mio paese natale di Tronzano (Vercelli) e poi nei seminari della diocesi di Vercelli e del Pime (Pontificio istituto missioni estere). Fin da ragazzo ero affascinato da monaci e monache consacrati a Dio nella preghiera. Era il tempo dell’ultima guerra mondiale (sono nato nel 1929), l’Italia era dominata dall’odio, dalle violenze, dalla paura e dalle distruzioni: durante gli studi giannasiali, dal seminario diocesano di Moncrivello andavamo a visitare il vicino convento di Betania del Sacro Cuore a Vische, in provincia di Torino e diocesi di Ivrea, immerso nel verde dei boschi, in alto su una collina che domina il fiume Dora Baltea. Erano sorelle di origine francese che ci facevano visitare il loro chiostro, in tempi crudeli e infausti parlavano della preghiera contemplativa, dicevano parole di fede e di speranza; pregavamo assieme nella loro bella chiesa. Avevo comperato due volumetti della Serva di Dio madre Margherita Claret de la Touche, che aveva orientato le sue suore a pregare perchè i sacerdoti fossero infiammati d’amore al Cuore di Gesù. Quei libri tradotti dal francese li ho letti e meditati per molti anni.
Quando tornavo da Vische, portavo nel cuore la poesia e la nostalgia della consacrazione totale all’amore del Cuore di Gesù: mi pareva di capire che, nella tragedia della nostra Italia e del mondo, quelle suore avevano fatto una scelta saggia per dare un contributo alla pace e per vivere felici anche nelle più gravi sofferenze e difficoltà.

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Anni dopo, nel 1973, la signora Elena Cavalli, mia “madrina” di Messa al Pime di Milano (1953), mi ha fatto conoscere una sua antica compagna d’Azione Cattolica, madre Maria Immacolata, superiora delle Adoratrici perpetue del SS. Sacramento di Seregno (Milano). Frequentando quella santa madre, la mia vita è cambiata. Erano i tempi della “contestazione” all’interno della Chiesa, che portava anche alcuni sacerdoti alla perdita o all’offuscamento della fede. Oggi ringrazio il Signore perchè allora ho avuto molti aiuti per superare quella crisi di fede: nel mio Istituto missionario (soprattutto il superiore generale di allora, mons. Aristide Pirovano), i padri spirituali e confessori e poi anche le visite al convento di Seregno.
Andavo a trovare madre Maria Immacolata e le sue suore due-tre volte l’anno, rimanendo poi in contatto telefonico ed epistolare. Ma a me bastava, come punto di riferimento soprannaturale, spirituale: in quegli anni burrascosi, qualunque cosa mi succedesse (e me ne sono capitate tante che avrebbero potuto angosciarmi o portarmi fuori strada), sapevo che le mie amiche suore di Seregno pregavano per me, per i missionari, per il Pime. Mi bastava per mantenermi nella pace e nella serenità dell’amore di Dio.
Madre Maria Immacolata mi ha affidato ad una “sorella spirituale”, la carissima suor Piera, che ancor oggi prega e soffre per me. Ho ricordi bellissimi delle visite che ancor faccio ogni anno a Seregno. Le sorelle adoratrici mi ammettono all’interno della loro comunità. Proietto loro le diapositive dell’ultimo viaggio in missione, andiamo nel grande giardino e orto a pregare davanti alla grotta della Madonna di Lourdes. Parlando e pregando con quelle trenta e più consacrate, anziane e giovani, si crea in me un’atmosfera di commozione spirituale che mi fa bene, rimane come un sentimento prezioso a cui ritornare nei momenti di difficoltà, di scoraggiamento, di tentazione.

Verso la fine degli anni settanta ho cominciato a frequentare altri conventi per proiettare le diapositive dei miei viaggi missionari, mandando in omaggio alle sorelle i libri che pubblico e la rivista che dirigevo (“Mondo e Missione”). All’inizio i conventi erano 15-20, poi, dal 1980, la Federazione della claustrali d’Italia a Roma mi manda ogni anno gli indirizzi aggiornati dei circa 545-550 conventi a cui invio i libri (non solo i miei, ma anche altri sul Pime) con una lettera d’accompagnamento abbastanza lunga: racconto qualche fatto missionario, dò notizie dei viaggi e chiedo preghiere per i missionari e i popoli che essi evangelizzano.
Le sorelle rispondono con ondate di lettere, circa 150-200 per ogni libro che mando: molte sono lettere di ringraziamento e per assicurare preghiere, ma a volte raccontano la loro esperienza di vita contemplativa, esprimono i sentimenti più profondi che maturano nell’esistenza totalmente donata a Dio.

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Clausura e missione fra i non cristiani indicano i due punti estremi dell’azione della Chiesa, ad intra e ad extra: contemplare l’amore di Dio e poi annunziarlo a tutti gli uomini e a tutti i popoli sono le due tensioni che ogni battezzato deve nutrire nella sua vita di fede: preghiera e contemplazione da un lato, annunzio e testimonianza ai non cristiani e ai non credenti dall’altro. Ciascuna di queste due tensioni non sta senza l’altra, anzi ne riceve motivazioni e forza. Il missionario deve essere contemplativo e la suora di clausura missionaria.

Cosa danno le suore di clausura a noi missionari? Vorrei tentare una risposta in tre punti, sempre secondo la mia esperienza.
Primo, la semplicità e sicurezza della fede, che gratifica la vita. In un’esistenza apparentemente monotona, com’è quella delle circa 10.000 suore di clausura italiane, mi pare che queste donne consacrate all’amore di Dio e del prossimo sono realizzate, felici. Gli incontri e le lettere che ricevo me lo dimostrano. A volte, nei rapporti con le sorelle di clausura mi vengono in mente le parole di Gesù: “Ti glorifico, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai semplici” (Matteo, 11, 25).
Nei primi anni settanta, visitando madre Maria Immacolata a Seregno, le raccontavo i problemi di fede ed ecclesiali, a quel tempo fortemente discussi. Era una donna istruita, laureata all’Università cattolica, ma i suoi discorsi, per me convincenti, avevano poco di teologico, raccontava l’esperienza dell’amore di Dio, a volte in modo commosso: testimoniava una fede autentica e semplice. D’altra parte, l’educazione cristiana che più ha inciso nella mia vita, è quella che mi ha dato nonna Anna, la madre di mio papà Giovanni (morto in Russia nel 1942), dopo che noi tre fratelli (Piero, Franco e Mario) abbiamo perso mamma Rosetta nell’ottobre 1934 (io avevo cinque anni, Franco quattro e Mario tre. In seguito, ho studiato in seminario, mi sono laureato a Roma in teologia missionaria, ma l’esempio e la capacità educativa di nonna Anna (11 figli!) rimangono alla base della fede e vita cristiana di me e dei miei fratelli.

Oggi le giovani suore di clausura (numerose in non pochi conventi, in contrasto con la crisi di vocazioni della Chiesa italiana), sono quasi tutte laureate o almeno diplomate. Studiano teologia, Sacra Scrittura e le altre scienze sacre, fanno corsi di aggiornamento, ma hanno mantenuto la semplicità e l’entusiasmo della fede, di cui abbiamo tutti bisogno. Visitando le giovani Chiese, sono sempre ammirato di come quei giovani cristiani, a volte analfabeti o comunque scarsamente istruiti nello sterminato patrimonio biblico-teologico, sono però animati da spirito missionario, uno dei segni più convincenti della fede in Cristo unico salvatore dell’uomo.

Nel 1980, in Cina, ho visitato il seminario da poco riaperto di una diocesi cattolica nel sud del paese. C’erano 18 giovani che studiavano per diventare sacerdoti. Ad educarli, il vecchio vescovo e i due preti della città, anch’essi piuttosto anziani; mancava la biblioteca, il vescovo ci chiedeva il favore di mandare libri in cinese e in francese per la formazione di quei seminaristi. Ho chiesto: ma come fate a istruirli, se non avete insegnanti e nemmeno libri? Il vescovo risponde: “Caro padre, le scienze sacre sono importanti e il Signore ci aiuterà. Ma oggi siamo in un periodo fortunato per ordinare preti e non sappiamo quanto durerà questa libertà. Da un momento all’altro può ricominciare la persecuzione. Noi siamo soprattutto preoccupati di educare questi giovani alla preghiera, al sacrificio, ad innamorarsi di Gesù, ad essere disposti a dare la vita per Cristo”.

La missione della Chiesa è in crisi, inutile nasconderlo. In crisi di fede. In un mondo secolarizzato, si verificata una “secolarizzazione della salvezza”, che ha contagiato un po’ tutti, anche noi missionari. Se si annebbia la fede, la missione si riduce ad un’opera di giustizia sociale, i missionari appaiono come operatori sociali. Il risultato è un appiattimento del cristianesimo nella sua dimensione orizzontale (di liberazione dai mali materiali), mentre si perde la sua dimensione verticale, cioè di tensione verso Dio e la vita eterna. Le suore di clausura, con la loro vocazione e la loro vita, ci ricordano questa fede, senza la quale il cristianesimo e la Chiesa non hanno più senso.

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Secondo. Le sorelle claustrali ci danno il segno forte che la missione è opera di Dio e che la nostra parte è soprattutto quella della preghiera, di ricercare l’unione con Dio, la santità. “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida senz’acqua… Nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne” (Salmo 62). Il Papa afferma: “Il vero missionario è il santo… deve essere un contemplativo in azione” (“Redemptoris Missio”, 90-91). Le suore di clausura hanno lo scopo primario della preghiera, della contemplazione. Affermano con la vita il primato dello Spirito.

Trent’anni fa girava la teoria che ogni servizio al prossimo, specie nelle urgenze dell’apostolato missionario, è già preghiera. In Cile nel 1972 ero ospite di missionari non italiani e al mattino non c’era quasi mai nessuno in cappella: si discuteva se noi sacerdoti dobbiamo celebrare la Messa tutti i giorni o no. Il pensiero comune era che quando non c’è comunità e si è troppo occupati, la Messa non si celebra. Il fatto mi scandalizzò molto. Anni dopo sono, stato invitato, in Uruguay, a tenere una relazione sui rapporti fra Chiesa italiana e giovani Chiese, in un congresso internazionale preparatorio alla Conferenza dei vescovi latino-americani a Santo Domingo (ottobre 1992), con numerosi sacerdoti, suore e laici cristiani. Nell’orario non era prevista la Messa tutti i giorni, ma solo alla domenica. Con alcuni sacerdoti, organizzammo la celebrazione quotidiana in una saletta dell’albergo dove si svolgeva il congresso. Oggi questa teoria è morta, siamo un po’ tutti tornati al primato della preghiera.

In Pakistan, nel 1982, ho visitato quattro delle sei diocesi del paese; al termine del viaggio ho chiesto all’arcivescovo di Karachi, card. Cordeiro: “Di cosa ha soprattutto bisogno la Chiesa del Pakistan?”. Mi risponde: “Viviamo in un paese quasi del tutto musulmano ed è già difficile mantenere la fede. La nostra prima urgenza sono le preghiere. Confidiamo unicamente nell’assistenza dello Spirito Santo”. E’ un discorso che ho sentito parecchie volte visitando le missioni.
Ai missionari che incontro nei vari continenti dico: “Vi porto anche un po’ di soldi, ma soprattutto vi assicuro che le suore di clausura italiane pregano per voi e per il vostro popolo”. Ringraziano me e voi sorelle per questo grande regalo.

Il valore della preghiera e dell’azione dello Spirito Santo si vedono a distanza di anni, quando la storia porta alla luce il disegno misterioso di Dio. Un esempio. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1953, mi sono subito impegnato nel giornalismo e intervistavo diversi nostri missionari del Pime che in quegli anni venivano espulsi dalla Cina (140 in tutto, con cinque vescovi). Erano piuttosto pessimisti sulle sorti della Chiesa cinese: perchè, dicevano, “mandano via noi missionari stranieri, mettono in carcere vescovi, preti e suore; poi chiudono chiese, seminari, conventi, scuole cattoliche, stampa cattolica… I nostri piccoli e poveri ‘cristiani del riso’ non resisteranno alla persecuzione. Bisogna però continuare a pregare”, aggiungevano.
Sono andato la prima volta in Cina nel 1973, durante la rivoluzione culturale di Mao: non ho trovato nessuna chiesa aperta, nessun vescovo né prete, nessun segno cristiano. Sembrava che i cinesi, come ci dicevano guide e interpreti, avessero imparato a fare a meno di Dio. Ritornando in Italia ho scritto: “La Chiesa di Cina non esiste più. Quando sarà ancora possibile annunziare il Vangelo, bisognerà ricominciare da capo”.
Ecco, semplicemente mi sbagliavo, giudicavo la situazione unicamente con occhi umani, non tenevo conto dell’azione dello Spirito Santo e di quanto la preghiera può ottenere da Dio. Infatti in tutto il mondo cristiano si continuava a pregare per la Cina e i Papi lo raccomandavano spesso. In Italia il prof. don Franco De Marchi dell’Università di Trento, con la collaborazione di padre Angelo Lazzarotto del Pime, aveva fondato l’associazione “Janua Coeli” con lo scopo primario di suscitare nei cattolici amanti della Cina preghiere e aiuti alla Chiesa cinese; io stesso, come direttore di “Mondo e Missione”, lanciavo appelli alla preghiera per i perseguitati cinesi.
Ebbene, dopo la morte di Mao Tze Tung (9 settembre 1976), in Cina si è aperto uno spiraglio di libertà religiosa, pur fra molti periodi di persecuzione: e come per miracolo sono emersi dalle catacombe, dai campi di lavoro forzato e dalle carceri migliaia di cattolici rimasti fedeli. Nell’anno 1979 ho pubblicato un piccolo libro intitolato: “Lettere di cattolici dalla Cina” (EMI) con le lettere che i cristiani della diocesi di Kaifeng, fondata dal Pime in Honan, scrivevano al loro antico pastore padre Domenico Maringelli, espulso dalla Cina nel 1952. Lettere molto belle, che raccontano come vivevano i cristiani nella persecuzione, come avevano imparato a tramandare la fede di padre in figlio, suscitando vocazioni alla vita consacrata e conversioni.
Poi sono tornato in Cina altre quattro volte con missionari del Pime di Hong Kong che parlano cinese ed ho visto la meraviglia delle nuove comunità. Nell’ultimo viaggio, ottobre 2000, ho visitato tra l’altro un convento di suore con 26 novizie ed ho sentito parlare di numerose conversioni fra studenti, professori, professionisti (il padre che mi vive in quella città, e le frequenta come insegnante, mi diceva: “Ciascuna di queste ragazze, quando andrà nel mondo come consacrata, vale tre preti”). Nel 1949 i cattolici cinesi erano tre milioni e mezzo, oggi si calcola che sono dai dodici ai venti milioni e i protestanti probabilmente molti di più, contando anche le sette di origine cristiana.
Ci chiediamo: com’è possibile tutto questo dopo trent’anni di persecuzione e in assenza quasi totale di apostolato organizzato? Solo l’azione dello Spirito Santo spiega la rinascita meravigliosa delle Chiese cristiane di Cina dopo quasi mezzo secolo di persecuzione e di martirio. Quando ricordiamo i martiri cristiani e la frase di Tertulliano: “Il sangue dei martiri è seme di cristiani”, ci riferiamo sempre ai primi secoli dopo Cristo. Ma è solo per ignoranza del fatto che le stesse situazioni si riproducono ancor oggi soprattutto nel mondo delle missioni.

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Il terzo dono della clausura ai missionari è una visione di fede della storia, che porta all’ottimismo, alla speranza, a non scoraggiarci mai perchè le vie di Dio non sono le nostre e noi non comprendiamo i piani del Signore: anche quando ci sembra che tutto vada male, proprio allora la fede ci rende pieni di speranza e di gioia. Santa Teresa del Bambino Gesù ha scritto: “Più si va avanti in quel cammino (della santità), più ci crediamo lontani dalla meta; così ora mi rassegno a vedermi imperfetta e trovo in ciò la mia gioia” (“Gli Scritti”, V° edizione, Postulazione dei Carmelitani, Roma 1995, pag. 203).
Visitando i conventi di clausura e ricevendo centinaia di lettere dalle sorelle a cui mando i miei libri e le mie lettere, faccio questa esperienza: trovo donne sorridenti e contente, realizzate nella loro vocazione. E’ il segno più bello che la nostra vita è fondata sulla fede e su nient’altro: dobbiamo leggere la storia con gli occhi di Dio e cogliere, al di là delle apparenze spesso negative, il disegno paterno di chi guida la storia dei singoli uomini, dei popoli, dell’intera umanità, cioè il “Padre nostro che sta nei cieli”.
Sono stato in Messico tre volte ed a lungo: nel 1969 per una visita alle missioni, nel 1979 con Giovanni Paolo II per la Conferenza latino-americana di Puebla, e nel 1997 per visitare la missione che il Pime ha aperto fra gli indios Mixtecos nella Sierra Madre dello stato di Guerrero (arcidiocesi di Acapulco). In quasi trent’anni ho visto un cambiamento radicale e positivo nei riguardi del cristianesimo. Nel 1969 e 1979 il Messico era ancora un paese dominato dalla massoneria e da una costituzione radicalmente anti-cristiana: proibite tutte le processioni religiose, i preti e le suore non potevano portare vesti religiose per le strade, la Chiesa letteralmente non era riconosciuta: tutti i terreni e le costruzioni ecclesiali, chiese comprese, erano proprietà di associazioni o cooperative laicali; preti e suore non avevano il diritto di voto. Nel 1969 a Merida, città nello stato di Yucatan, abbiamo visitato un convento di Clarisse e parlando con loro dicevo che il Messico era in una situazione difficile per la Chiesa; la madre rispondeva: “I vescovi invitano tutti i credenti a pregare molto perchè cambi questa situazione. Noi preghiamo, tutta la Chiesa messicana prega perchè lo Spirito ci porti la libertà religiosa”.

Passano dieci anni e nel gennaio 1979 Giovanni Paolo II va in Messico: ad accoglierlo all’aeroporto non c’è né il capo di stato, né il primo ministro, né il sindaco di Città del Messico, né alcuna autorità: era un privato cittadino che arrivava all’aeroporto, anche se ad accoglierlo c’erano più di due milioni di fedeli.
Il governo fa di tutto per scoraggiare i fedeli a partecipare: blocca alcuni servizi pubblici di trasporto, i giornali e la televisione continuano a ripetere di stare a casa perchè ci saranno incidenti, le scuole rimangono aperte. Ma quando il Papà percorre in auto i 200 chilometri dell’autostrada da Città del Messico a Puebla, la folla è impressionante; i giornali valutano sette milioni di persone, ma fonti ecclesiali parlano di dodicio quindici milioni! Nei giorni seguenti succede di tutto: in ogni città che il Papa visita la folla è strabocchevole, e quel che Giovanni Paolo II dice, anzi grida con tutto il suo giovanile vigore, suscita nei giornali stessi, nei commentatori televisivi e nelle autorità un consenso quasi obbligato, perchè il popolo è tutto con lui.
Ricordo ad Oaxaca, dove il Papa incontra i capi degli indios messicani. Uno di questi dice nel suo discorso di benvenuto: “Noi indios siamo trattati come animali, viviamo isolati, non abbiamo scuole né ospedali, non strade né aiuti. In Messico le vacche, i tori e i porci vivono meglio di noi indios”. Il Papa pronunzia un discorso forte in difesa degli indios, chiama in causa le autorità e le classi ricche e dirigenti. Il giorno seguente il quotidiano “Excelsior”, il più importante del Messico esponente di punta dell’anti-clericalismo massone, scrive: “Che vergogna per noi messicani! Ha dovuto venire il papa di Roma a rimproverarci perchè prendiamo coscienza delle misere condizioni in cui vivono i nostri indios!”.
Quando Giovanni Paolo II lascia il Messico, all’aeroporto a salutarlo ci sono tutti, capo di stato e primo ministro, deputati e sindaci, banda musicale e sfilata militare. Dopo la partenza del Papa, un fatto comico. Nel Parlamento messicano, alcuni deputati firmano una nota di protesta contro il primo ministro, perchè ci sono state processioni religiose in tutto il paese e nessuno le ha impedite facendo osservare la legge. Il primo ministro risponde: “Avete ragione, abbiamo sbagliato. Ma dobbiamo dare anche una multa al Papa perchè, sempre secondo le nostre leggi, non poteva andare in giro per le nostre città con un abito religioso. Chi di voi che si sente di andare a Roma a portare la multa al Papa?”.

Sono tornato in Messico nel 1997 ed ho trovato una situazione molto diversa, favorevole alla Chiesa e alle missioni fra gli indios. Lo stesso cambiamento l’ho trovato in Uruguay dopo la visita del Papa, altro paese con costituzione anti-cristiana, dove i giornali scrivono Dio con la “d” minuscola e il Natale è chiamato “La fiesta de los ninos”.

Leggendo “Lettere alle Claustrali” di Giorgio La Pira (Vita e Pensiero, Milano 1978) si scopre che il santo sindaco di Firenze era illuminato e confortato da una visione di fede delle realtà umane, che condivideva con le sorelle di clausura, specie le Carmelitane di Firenze, nelle quali trasmetteva ottimismo e speranza, anche in situazioni molto difficili.
Scriveva ad esempio, negli anni cinquanta e sessanta (pagg. 243, 479, 480), che i popoli nuovi dell’Asia e dell’Africa “cercano di individuare la propria anima, la propria vocazione e missione, il volto che li definisce e specifica e li qualifica nel concerto totale dei popoli. Quindi epoca di presa di coscienza della propria personalità e del proprio destino da parte di tutti i popoli della terra”.
In questo quadro La Pira invitava l’Europa a ritrovare la propria identità cristiana e affermava la sua sicurezza che ciascun popolo sta cercando e trovando la via che lo porta a Cristo. “Non sognamo dicendo queste cose. E’ vero: ci sono nuvole, ma dietro le nuvole c’è il sole di Cristo risorto e di Maria Assunta! Il 21 marzo è già venuto e la primavera avanza in modo irresistibile su tutta la terra!… La nuova millenaria ‘civiltà della Risurrezione’ sta elaborandosi nell’intima struttura dei popoli e delle nazioni. Cristo risorto lo può ben dire: ‘Io sono la luce del mondo!'”.

Queste parole richiamano alla mente quanto Giovanni Paolo II scrive nella “Redemptoris Missio” (1990): “Se si guarda in superficie il mondo odierno, si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma questo è un sentimento ingiustificato: noi abbiamo fede in Dio Padre e Signore della storia, nella sua bontà e misericordia. Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l’inizio” (n. 86).
Ma come fa il Papa a vedere l’alba di questa primavera cristiana? Noi non la vediamo. Piuttosto, nei nostri discorsi, spesso diciamo che si va verso il peggio. Ricordo un anziano missionario toscano del Pime, negli anni cinquanta quando ancora non c’era la televisione. Dopo pranzo, si ascoltava assieme il giornale radio della Rai. Quel missionario era seduto vicino alla radio. Finita la trasmissione di notizie, si alzava e diceva: “La si fa sempre più scura!”. Noi giovani ridevamo perchè erano sempre le stesse parole e se qualche volta tardava a dire la fatidica frase, noi lo provocavamo chiedendo: “Allora, padre, come vanno le cose?”.
Beh, cari amici forse anche noi dobbiamo ancora scoprire il valore della preghiera, della visione di fede della storia che le claustrali ci insegnano con la loro vita.

Nel maggio 1997 sono andato negli Stati Uniti, dov’era morto da poco il card. Joseph Bernardin, arcivescovo di Chicago. Avevano pubblicato postumo un suo libretto intitolato “The Gift of Peace” (Il dono della pace, Loyola Press, Chicago, pagg. 156), di grande successo. Il cardinale confessa che solo negli ultimi tempi della sua vita ha compreso veramente cos’è la preghiera; e aggiunge di rimproverarsi di non aver pregato abbastanza, di non aver dato a Dio il tempo necessario e di aver pensato che le opere buone possono sostituire la preghiera.
Il card Bernardin scrive che bisogna dare a Dio il “Quality Time”, cioè il tempo di qualità, quello più prezioso, non i ritagli di tempo. Non basta pregare “on the run”, cioè camminando, andando in auto o sbrigando affari materiali: “You have to put aside good time, quality time. After all, if you believe that the Lord Jesus is the Son of God, then of all persons to whom we give ourselves, we should give him the best we have” (“Per pregare, tu devi trovare il tempo adeguato, un tempo di qualità. Dopo tutto, se noi crediamo che Gesù è il Figlio di Dio, allora, fra tutte le persone alle quali dobbiamo dare noi stessi, a lui noi dobbiamo dare il meglio che abbiamo”).

Com’è bella la vita vissuta col Signore! Questa visione di fede è consolante e indispensabile per noi missionari, spesso testimoni di guerre, morti per fame, persecuzioni, a volte crudeltà ripugnanti in paesi pagani che ignorano l’amore al prossimo e il perdono. Sapeste quante volte, quando viaggio (l’anno scorso in Brasile e in Bangladesh, a febbraio di quest’anno in Myanmar, dal 16 luglio in Cina e ad Hong Kong) e vedo fatti negativi della Chiesa e delle missioni o sono in difficoltà per qualcosa, io penso e questo pensiero mi dà serenità: non importa, il Signore è grande e ho tantissime Sorelle che pregano e sostengono non solo me, ma la Chiesa e l’umanità.
Ringraziamo le sorelle claustrali per il loro buon esempio e preghiamo il Signore perchè siano fedeli alla loro vocazione.
Padre Gheddo a Pistoia (2002)

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