Clemente straordinario nell’ordinario – Padre Gheddo sul Bollettino di Clemente

Una delle testimonianze più belle che il Tribunale diocesano ha raccolto per la beatificazione di Clemente Vismara, l’ha data il suo confratello di missione padre Angelo Campagnoli, a Milano il 17 luglio 1989 (“Positio”, pagg. 336-337). Ecco un estratto:

La vita di Vismara non ha un prima e un dopo. E’ la ripetizione degli stessi gesti per 65 atti. Come ha incominciato così ha finito … è sempre stata la stessa vita, sempre uguale nella sua ripetitività. Ma sempre nuova perché Clemente ripeteva gli stessi gesti con lo stesso entusiasmo della prima volta: accettare orfani, diseredati, oppiomani, vedove e ricominciare sempre da capo; poi fondare cappelle, scuolette, villaggi e ricevere catecumeni, battezzare, istruire…

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Vismara non è stato come alcuni missionari che incominciano in un modo, poi vanno avanti, fanno piani, modificano la loro vita, cambiano metodi… Vismara, in un mondo tribale in cui non cambia mai niente, è stato sempre uguale dall’inizio alla fine: una fedeltà per 65 anni che meraviglia. L’impressione che dava a me padre Clemente era quella di una ruota che continuava a girare: quando i bambini che aveva raccolto orfani diventavano grandi, si sposavano, uscivano dalle sue cure, ma altri erano già pronti a ricominciare il giro. Là le generazioni si contano di vent’anni in vent’anni, così lui ha visto quattro generazioni: era il padre, il nonno, il bisnonno e il trisnonno dei bambini che aveva quanto è morto. Lui scriveva, cercava soldi, aiutava, aveva suore, catechisti, vedove che lo aiutavano… Il suo problema era quello di dar da mangiare a tutti e questo, in quell’ambiente, era il massimo del successo.

La sua frase famosa: “Sei vecchio quando non sei più utile a nessuno”, nasce dal fatto che lui è rimasto utile a tutti fino a 91 anni e si sentiva realizzato. Si prendeva cura delle nuove situazioni che gli capitavano: sempre poveri, bambini, vedove, lebbrosi… tutti lo entusiasmavano di nuovo come se fosse la prima volta.

Lui stesso diceva: quando vedo dei bambini abbandonati, malati, dei lebbrosi, degli oppiomani, degli handicappati, mi scappano le mani, devo aiutare. Questo era il suo stile e pur invecchiando è rimasto sempre uguale a se stesso, non è mai invecchiato. Non era un bigotto, non era un clericale e nemmeno un formalista. Aveva la sua vita di pietà, faceva tutti i giorni le pratiche di pietà che si dovevano fare, secondo la vecchia tradizione.. Questa la sua regolarità, credo, tutti i giorni della sua vita. Però era anche libero, ad esempio disposto ad interrompere la preghiera del breviario per rispondere a qualcuno e poi riprenderla. Era libero di spirito e aveva molto buon senso, viveva le sue doti naturali come primo dono di Dio, come tante altre cose. Viveva tutto quello che Dio gli aveva dato, non sognava cose diverse, la sua capacità di accoglienza, la sua paternità verso i piccoli, la capacità di commuoversi e di entusiasmarsi, di scrivere per ricevere soldi da spendere per i poveri…

Era un uomo straordinario nell’ordinario. La capacità di ricominciare sempre da capo… Era convinto che quel che credeva e faceva era bello, che valeva la pena di continuare su quella strada. Non si poneva altri problemi, l’importante era restare fedele alle preghiere, al sacrificio, all’amore di Dio e del prossimo. Non era assolutamente alla ricerca del sempre nuovo che tormenta tanti oggi, quasi un complesso… Quindi non si è mai stancato di ripetere gli stessi gesti, di dire le stesse preghiere, di costruire le stesse scuole e cappelle, di accogliere gli stessi orfani. La sua grandiosità sta nel fatto dell’ordinarietà ripetuta per 65 anni senza stancarsi mai, con lo stesso entusiasmo della prima volta. Queste era la sua giovinezza, la sua santità.

Vismara non eccelleva in niente. In genere i missionari hanno tutti qualche carisma particolare: chi suona, chi sa organizzare bene i canti e la liturgia, chi se ne intende di costruzioni, chi di motori, chi sa le lingue, chi cura i malati meglio di un dottore… Lui era sempre presente a tutto, lasciava fare agli altri, animava tutti, un mare di cose che nella sua missione andavano avanti. Sembrava che non facesse niente, ma era presente dappertutto. Faceva un po’ di tutto, ma non aveva carismi speciali. Sapeva animare gli altri, sapeva accogliere, incoraggiare, aveva la delicatezza di una madre e la forza di un padre. Era un grande uomo.

padre Angelo Campagnoli, Pime

Padre Gheddo sul Bollettino di Clemente (2006)

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