Come aiutare i popoli poveri? – Padre Gheddo su Religiosi in Italia

Da circa sessant’anni si discute su come aiutare i popoli poveri. L’Occidente non ha ancora trovato la formula dell’aiuto che permetta, ad esempio ai popoli africani, di incamminarsi verso lo sviluppo. Anzi, dopo 50 anni di indipendenza africana (1960), secondo l’Undp dell’ONU (United Nations Development Program) nel mondo ci sono 55 paesi sviluppati, 84 in via di sviluppo e 34 in via di sottosviluppo. Lo “sviluppo” non è solo quello economico, ma è lo “sviluppo umano”, con dodici criteri di giudizio: alfabetizzazione, sanità, Pil nazionale e individuale, democrazia, libertà di stampa e di religione, vivere in pace, giustizia indipendente dal potere politico ecc.

L’Africa nera va aiutata a svilupparsi

I 34 paesi “in via di sottosviluppo” sono quasi tutti quelli africani a sud del Sahara, verso i quali l’Europa ha grandi responsabilità storiche e attuali. Lo sviluppo dell’Africa nera dovrebbe essere una delle principali priorità dell’Unione Europea. Nel 1961 John Kennedy lanciò “l’Alleanza per il Progresso” ai paesi latino-americani (circa 20 miliardi di dollari di aiuti) più o meno con queste parole: “Non è possibile che il nostro paese viva nella prosperità e nella pace, quando il sud delle Americhe è tormentato da dittature, popoli che vivono in povertà disumana, fame, razzismi, analfabetismo, epidemie, guerriglie e colpi di stato….”. Cinquant’anni dopo, pur con molti alti e bassi e problemi irrisolti, l’America Latina ha fatto grandi passi in avanti verso lo “sviluppo umano”: vere dittature sono solo le due vetero comuniste: Cuba e Venezuela di Chavez. I popoli sono più liberi ed evoluti e guardano con speranza al futuro che essi stessi costruiscono (solo Haiti è ancora “in via di sottosviluppo”).

L’Africa nera, con qualche eccezione, non cammina in avanti. La domanda che molti si fanno è questa: come aiutare gli africani a diventare protagonisti del loro sviluppo? E’ ormai scomparsa la “teoria della dipendenza” (di radice marxista-leninista-maoista), secondo la quale i popoli che vivono in miseria non sono “poveri”, ma “impoveriti”. Quindi debbono combattere la “guerra di liberazione” contro il capitalismo. Teoria che ha prodotto gravissimi danni all’Africa nera. Le “guerre di liberazione” africane hanno portato al potere dittature di tipo sovietico o maoista, perché violenza chiama violenza e dopo l’indipendenza governano i più violenti.

Lo sbaglio fondamentale: trascurare l’educazione

Oggi vi sono due scuole di pensiero per aiutare i popoli poveri: finanziare grandi progetti oppure le micro-realizzazioni? Quando fondammo a Milano Mani Tese (Quaresima 1964), la proposta era di aiutare con tanti piccoli progetti da affidare ai missionari. E’ nato il termine micro-realizzazioni. Mani Tese ebbe un successo insperato, ma la proposta e il termine erano catalogati dagli “esperti” come ininfluenti, inefficaci, velleitari. Contavano solo i miliardi da spendere. Molti citavano i “piani di sviluppo” sovietici, ripresi nel terzo mondo da Cina, India, Indonesia, Vietnam del Nord e tanti altri paesi emergenti.

Le due vie di aiuto non si contrappongono, sono ambedue indispensabili. Ma, a livello di organismi dell’Onu e di esperti sul campo, si sta affermando la convinzione che lo “sviluppo umano” di un popolo parte dal basso prima che dall’alto. E’ il popolo che deve essere educato e reso cosciente dei suoi diritti e delle sue possibilità, per avere un governo preoccupato del bene pubblico. Con popoli analfabeti in media al 50%, come nell’Africa nera oggi, è utopico sperare in cambiamenti positivi.

Lo sbaglio che hanno fatto i governi dei paesi africani è stato di programmare grandi progetti, trascurando l’educazione, la scuola, le zone rurali, l’agricoltura. Poi si sono accorti che non basta avere macchine produttive, se non ci sono le condizioni umane e ambientali perché possano produrre.

Alcuni esempi osservati personalmente. A metà degli anni ottanta, il governo italiano ha costruito a Bissau, capitale della Guinea Bissau, una monumentale riseria capace di produrre mi pare 80 tonnellate di riso al giorno. Non ha mai prodotto nulla perché i coltivatori di riso lavorano il loro prodotto e lo vendono al mercato del villaggio. Oggi è un rudere saccheggiato e semi-distrutto. Nel Mali, fertilizzato dal grande fiume Niger, mi hanno portato a vedere delle poderose muraglie ormai quasi sommerse dalla sabbia. Dopo l’indipendenza (1960) i francesi avevano iniziato a costruire una diga per produrre energia elettrica e irrigare regioni di steppa pre-desertica. Però il fiume Niger, non indigato per centinaia di chilometri, ha cambiato direzione e scorre più a sud.

Perché il Sud Africa è “il motore dello sviluppo africano”?

Lo stesso si può dire per numerose industrie costruite in Africa. A Chisimaio, seconda città della Somalia, una fabbrica donata dall’Italia negli anni settanta, per inscatolare la carne di cammello di cui il paese aveva abbondanza. Il parroco padre Pietro Turati, O.F.M. mi diceva che non aveva mai funzionato, perché l’Arabia Saudita e altri paesi arabi importano (o importavano) solo cammelli vivi. D’altra parte, nelle capitali africane è comune sentir dire che le industrie spesso producono al 30-40% delle potenzialità o non producono affatto.

I due elementi da cui parte lo sviluppo di un popolo, scuola e agricoltura, sono trascurati. Ecco perchè la pazzesca corsa alle cittù, in un’Africa che ancora non produce cibo sufficiente per mantenere le sue popolazioni. Secondo la FAO, fino al 1960 l’Africa nera esportava cibo di base, oggi importa il 30% dei cereali che consuma. Nel 1995 in Tanzania mi dicevano: “Se il Sud Africa non ci mandasse la sua farina di mais e di grano, saremmo alla fame”.

Come mai il Sud Africa, paese di rivoltante politica razzista fino alla Costituzione del 1997, è oggi definito “il motore dello sviluppo africano”? Perchè ha una struttura economica da paese industrializzato e personale preparato. Con 50 su 750 milioni di abitanti dell’Africa nera, produce circa il 40% di tutto il Pil africano e ha evitato la guerra civile nonostante le molte etnie che si sono combattute da sempre. I governi dell’”apartheid”, mentre discriminavano i neri nella vita civile e politica, si preoccupavano però di potenziare la scuola e l’agricoltura e di creare università per i neri (ne ho visitate diverse già nel 1975 e poi nel 1979), di modo che oggi il paese ha una classe media africana di valore, che guida la nazione. Certo, con enormi problemi di giustizia distributiva, però quando un paese va avanti c’è dinamismo, ci sono cambiamenti, c’è speranza; quando invece è “in via di sottosviluppo”, o cambia radicalmente o va sempre peggio.

Le micro-realizzazioni educano e producono sviluppo

Nell’Africa nera, cambiare radicalmente vuol dire ripartire dal basso, dal popolo più povero. Ecco perché le micro-realizzazioni, che educano e producono sviluppo, sono il modo migliore per aiutare l’Africa. La crescita di un popolo parte dall’interno di quel popolo non dall’esterno. Le cause esterne influiscono, ma la radice dello sviluppo (o del sottosviluppo) è interna. Questa verità è quasi ignorata in articoli e convegni internazionali. Giovanni Paolo II ha scritto (“Redemptoris Missio” 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Il Papa non parla per scienza propria, ma perché conosce l’esperienza delle giovani Chiese e dei missionari, di cui i Grandi del Mondo non tengono conto. Anche al G8 dell’Aquila (luglio 2009) si è deciso solo di aumentare gli aiuti dei paesi ricchi a quelli poveri (20 miliardi di dollari promessi), che poi, come si sa, sono gestiti da governi che spesso li usano per scopi non produttivi o finiscono nei conti esteri dei governanti stessi.

Alla prima “Conferenza degli Stati Africani” (Addis Abeba 1961), venne approvato un “Piano educativo ventennale” (1961-1980), con questi obiettivi: insegnamento primario universale, gratuito e obbligatorio; insegnamento di secondo grado per il 30% degli alunni elementari; insegnamento superiore per il 20% dei giovani al termine degli studi secondari; miglioramento della qualità delle scuole e delle università africane ereditate dal tempo coloniale. Quasi mezzo secolo dopo, il grande storico africano, Joseph Ki-Zerbo, scrive che il periodo dal 1960 al 1975 è stato per l’educazione africana “euforico e illusorio” e quello dal 1980 al 1990, ha portato a risultati inquietanti, tanto che la “Commissione economica per l’Africa” dichiarava che “l’Africa rischia di avere una percentuale di analfabeti e di mano d’opera non qualificata più elevata che negli anni sessanta” (1).

Le micro-realizzazioni realizzate dai missionari e dalle Chiese locali producono sviluppo anche perché trasmettono il Vangelo e i suoi valori umanizzanti. Non basta alfabetizzare e insegnare nuove tecniche, bisogna portare il messaggio di Cristo che ha innescato nell’Occidente lo “sviluppo umano” (oggi in Europa ci allontaniamo da Cristo e sperimentiamo lo “sviluppo disumano”). Potrei citare decine di casi. Racconto quello che mi pare più significativo per i risultati ottenuti.

Anche i paria dell’India vanno all’università

Il 31 agosto scorso è morto in India un caro confratello, padre Augusto Colombo, uno dei personaggi più rappresentativi della Chiesa indiana nell’evangelizzazione e promozione umana dei paria (i fuori casta o dalit). Nato a Cantù nel 1927, è arrivato in India nel 1952 ed ha lavorato fra i paria, gente poverissima e schiava dei proprietari di terre. Augusto incomincia subito a fondare e finanziare scuole nei villaggi e dà ai genitori che mandano i figli a scuola il necessario per mantenerli, perchè lavoravano già a sei-sette anni! Le autorità dello stato di Andhra gli dicevano: “I paria stanno bene così come sono. Per loro la scuola è inutile”. Invece, da quelle prime scuole di fango e paglia è iniziato il cammino di redenzione del popolo dalit.

Oltre al lavoro pastorale, Colombo ha realizzato una quantità di micro-èprogetti per la promozione dei paria: case per i poveri, cooperative di produzione artigianale e di vendita, la fattoria-scuola “Lodi Farm”, difesa delle terre dei paria, banche rurali per la lotta contro gli usurai, lavoro artigianale per le donne (ricami e merletti di Cantù), scavo di pozzi, alfabetizzazione degli adulti, ecc.

Nel 2005 Augusto mi ha portato a vedere “Colombo Nagar”, la “città di Colombo” poco distante da Hyderabad, dove ha costruito il College di ingegneria (“Institute of Technology and Science”), che oggi ha 1.500 studenti e laurea ogni anno 140-150 ingegneri in cinque specialità diverse. Metà dei posti sono riservati ai paria e ai cattolici, che difficilmente entrano in altri istituti di studi superiori. Attorno a questa università è nata la città di Colombo!

12 anni fa ha acquistato a Warangal un ospedale appena costruito con 600 letti, che dovrebbero diventare mille. Accanto all’ospedale ha iniziato la seconda università cattolica di medicina. L’ospedale funziona, ma il riconoscimento dell’università è ancora incerto, per le opposizioni che incontra una iniziativa cristiana in questo campo. In precedenza, Augusto ha fondato un lebbrosario, tre ospedali, un ospedale per la cura dell’Aids, e un centro oculistico, dove da una ventina d’anni l’équipe medica del prof. Innocente Figini di Como va ogni anno per 10-12 giorni ad operare gratis, formando medici locali. I finanziamenti per avviare e mantenere queste opere vengono in gran parte da micro-progetti (circa 6.500 adozioni a distanza) e donazioni di benefattori. Oggi i paria hanno deputati e ministri al governo nazionale, oltre ad una schiera di professionisti e diplomati, di vescovi e sacerdoti. L’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica ai loro problemi cresce man mano che essi acquistano coscienza della loro marginalizzazione nella società indiana e ottengono il riconoscimento dei loro diritti.

1 “Eduquer ou périr”, Unesco-Unicef, L’Harmattan, Paris 1990, pagg. 24-25.

Padre Gheddo su Religiosi in Italia (2009)

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