Come è bello fare il prete – Padre Gheddo su “Avvenire”

felicitàIl 28 giugno scorso 57 sacerdoti hanno concelebrato nel Duomo di Milano con l’arcivescovo card. Dionigi Tettamanzi, in occasione del 50° anniversario di ordinazione sacerdotale: nel 1953 il beato Ildefonso Schuster ne aveva ordinati 120! Sono rimasto in contatto con diversi di quei confratelli, anch’io faccio arte della compagnia. In questi giorni uno mi telefona: “Sono andato a celebrare il mio cinquantesimo nel Santuario della Madonna di Caravaggio. Ai molti fedeli molti fedeli radunati per l’occasione mi è venuto spontaneo dire che, dopo mezzo secolo di sacerdozio, la mia esperienza è questa: ringrazio il Signore di avermi chiamato, perchè è bello fare il prete! Con mio grande stupore mi hanno battuto le mani. E’ la prima volta che mi capita mentre sto predicando…”.
Questa è una notizia da mass media? Credo di sì. E’ una “buona notizia” che non si legge quasi mai sui giornali né si sente alla televisione: ci sono preti che, dopo cinquant’anni spesi per la Chiesa e il loro popolo, pur tra molte difficoltà, incomprensioni, sofferenze, non sono delusi ma contenti di fare i preti. Premesso che ogni vocazione data da Dio, se vissuta nella sua grazia, è buona e porta gioia, è bello fare il prete essenzialmente per due motivi. Primo, sei nella posizione migliore per innamorarti di Gesù Cristo, che è lo scopo primo della persona consacrata: solo così infatti possiamo annunziare Cristo e dare agli uomini del nostro tempo, tentati di pessimismo e anche di nichilismo, una testimonianza della gioia e della speranza che solo Cristo può suscitare nei cuori e il motivo è questo: dopo mezzo secolo di ministero pastorale, ciascun prete è convinto perchè ha toccato con mano che tutti gli uomini e le donne, tutti i popoli hanno bisogno della salvezza che viene dal Figlio di Dio fatto uomo per liberarci dal peccato, unica fonte di ogni tristezza; anche quelli che non lo conoscono, anche quelli che non credono o non ci pensano mai. La conseguenza è logica: il prete ringrazia Dio di averlo chiamato a rendere all’umanità il miglior servizio che si possa immaginare; può aver commesso degli sbagli e dei peccati, ma la misericordia di Dio è molto più grande delle nostre miserie e nulla può oscurare il sentimento profondo di aver speso bene la propria vita. Anzi, con l’aiuto di Dio, di continuare a spenderla bene, per aiutare i fratelli e le sorelle a sperimentare l’amore e la bontà del Signore. Pochi mesi fa nell’isola di Sumatra in Indonesia un missionario saveriano mi diceva: “A volte i miei parenti e amici mi scrivono: cosa fai tra i musulmani che non vogliono sentire parlare di Gesù Cristo? Ebbene, rispondo che non è vero. Se tu dai con semplicità la tua testimonianza, anche loro capiscono di aver bisogno del Vangelo. Un alto funzionario governativo mi diceva: voi cristiani siete gli unici che parlate di perdono, di pace, di amore verso i diversi; quando succedono lotte fra le varie etnie, nei comitati di pacificazione governativi c’è sempre almeno un cristiano per questo motivo”.
Si può aggiungere una riflessione per i giovani sposi: se lo Spirito getta un seme di vocazione alla vita consacrata in un vostro figlio o figlia, non ostacolateli, ma aiutateli a capire la volontà del Signore ed a maturare una risposta convinta. Non pensate che Dio vi chieda qualcosa. No, vi fa un grande dono, perchè il prete e la suora portano la sua benedizione per la vostra famiglia.
Padre Gheddo
Avvenire – ottobre 2003

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